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PIETRO FAVARO 

STANGHELLA (PD) 29-09-1912 – 07-05-2000

ILLUSTRE PITTORE PADOVANO DEL ‘NOVECENTO

Notizie Biografiche

Da Pinacoteca FAVARO, Comune di Stanghella, con la collaborazione della Associazione Culturale Athesis

 

Pietro Favaro è nato a Stanghella PD)  il 29 settembre 1912, primogenito di Giovanni e Amelia Miatton. Il padre faceva l’artigiano: lavorava il legno e riparava macchine agricole in una officina di sua proprietà, faticando non poco a mantenere la famiglia che con il passare degli anni, si era arricchita di altri sette figli.

Fin da bambino, Pietro mostrava una forte propensione per il disegno e la pittura e aveva presto cominciato a cimentarsi con piccole ma significative prove.

Con lo sguardo attento e curioso di quell’età, osservava gli operai addetti alle decorazioni di interni, che usavano un cliché con motivi d’Angeli; nel tentativo di riprodurli successivamente a mano libera.

Per motivi di lavoro la famiglia si trasferisce a Milano dove il padre trova occupazione stabile.

Aiutato dallo zio Nale Fruttuoso che lo ospita, a quindici anni Pietro Favaro si trasferisce ad Ivrea per studiare e approfondire la pittura a lui tanto cara, gettando le fondamenta per la sua futura carriera artistica.

Frequenta la Scuola d’arte Sacra “E. Reffo” di Torino; é allievo del Prof. Luigi Guglielmino, insieme ad altri giovani di futuro talento.

Diventa in breve tempo un assiduo collaboratore del Prof. Guglielmino e frequenta l’Accademia Albertina di Torino.

Di quel periodo un episodio curioso è riportato da L. Bianchi su “L’Osservatore Romano”: quando Pietro Favaro frequenta la scuola del nudo all’ Accademia, l’esperienza e la bravura accumulate con il continuo ed impeccabile esercizio alla Scuola d’arte Sacra lo mettono subito in risalto, suscitando lo stupore dei colleghi di corso accademico. “Ma dove trovi tu della carta così buona?” gli fu chiesto una volta, come se la delicatezza dei chiaroscuri dipendesse dalla carta. Pietro Favaro, per tutta risposta, il giorno seguente, disegnò su una semplice carta da pacchi, scatenando la gelosia dei suoi compagni.

Dopo aver partecipato, tra richiami e congedi, alla Seconda Guerra Mondiale, si rifugia a Stanghella nel periodo tra il 1943 e il 1945, presso le zie Filomena ed Evelina Miatton, dove rimane fino alla fine del conflitto. In seguito ritorna definitivamente a Torino e riprende la sua attività.

Il 29 dicembre 1946, presso la Chiesa dell’Istituto Artigianelli, sposa Carolina Careglio (Nuccia). Dal loro matrimonio nasce l’unica figlia Renata.

Pietro Favaro è già
un pittore affermato; le
richieste di lavoro che gli
vengono commissionate
aumentano di giorno in
giorno. Nel 1962, alla morte del Prof. Guglielmino, diventa Direttore della Scuola d’arte Sacra. Il Maestro non ama la pubblicità: di temperamento schivo, detesta tutto quello che mette in ombra l’arte per il denaro e con accuratezza evita di mescolare pittura e affari. Per questo motivo il suo nome è poco conosciuto dal grande pubblico, nonostante le sue opere si trovino in numerose città italiane ed estere: ad esempio, per citare solo i lavori più importanti, nel Santuario di S. Giovanni Bosco di Bombay in India, a Bogotà in Columbia, nell’America del Nord, oltre che nel Santuario di S. Giuseppe Vesuviano (Na), e nel duomo di Enego (Vi). Sono lavori consistenti per vastità ed impegno. Sue opere si trovano anche a Catania, Vercelli, Roma, Palermo e naturalmente a Torino. Il Maestro non ha mai voluto viaggiare all’estero, preferendo che fossero le sue opere a viaggiare, in involti cilindrici, grandi anche quattordici metri.

Nel 1988 dedica la sua attività al paese natìo, eseguendo nel marzo dello stesso anno, grandi composizioni corali nella chiesa Parrocchiale di Stanghella. Lavorando solo nei mesi estivi, ter- mina le sue opere nel marzo del 1991, prima della S. Pasqua.

Nel luglio 1991, inizia i lavori nella Chiesa di Conche di Codevigo (Pd) dedicata a S. Maria della Neve che porta a termine nel settembre dello stesso anno. Si definisce un artigiano, con umiltà e modestia che affascina, ma è anche consapevole del suo valore e dei propri mezzi: “Non sarò il primo, ma dopo aver viste tante pitture, non sono nemmeno l’ultimo”. Nel 1993 viene colpito da un ictus cerebrale che lo paralizza in metà del corpo, privandolo quasi totalmente dell’uso del braccio e della mano destra. Ciò avviene nel periodo di preparazione della sua personale di pittura, inaugurata a Stanghella il 18 luglio senza la presenza del Maestro. Vive i suoi ultimi anni a Torino con la figlia e nel periodo estivo ritorna a Stanghella, dove incontra amici e parenti, fino a quando colpito da grave malattia, il 7 maggio del 2000, muore all’età di 88 anni. I funerali vengono svolti a Stanghella, nella chiesa Parrocchiale, dove le sue opere fanno da cornice ad una cerimonia funebre commovente, che vede presenti numerose persone per l’ultimo saluto al Maestro. E’ sepolto nel Cimitero di Stanghella vicino alla moglie Carolina.

LA MADONNA REGINA E IL SUO CAPITELLO

TRA VIA OGNISSANTI E VIA MASSIMILIANO KOLBE

di Vasco Bordignon

Il capitello ha una struttura in muratura di cm 350×200, con un timpano ricoperto di coppi. Tale struttura è abbellita da due colonne con capitello.

Nella nicchia (230×130 cm), protetta da una lastra di vetro, è stata dipinta a fresco la Madonna che ha sotto i suoi piedi il globo terrstre e il serpente tentatore.

La Vergine in questa immagine ha la tunica chiara e il manto azzurro; le mani sono protese verso il basso ed emanano dei raggi luminosi come nella Medaglia Miracolosa. Sulla sua testa una corona ragale e attorno nove stelle. Testimoni della grandiosità di Maria in alto tre volti felici di angioletti.

Secondo Padre Fiorenzo Cuman è databile a metà dell’8oo.

001 via ognissanti dove si trova e come si presenta 700x CIMG680dove si trova

002 via ognissanti limmagine dipinta nel suo insieme 700x CIMG6811

l’immagine dipinta

003 via ognissanti 700x madonna con le mani radiose CIMG6798

le sue mani miracolose

004 via ognissanti 700h x serpente ai piedi della madonna CIMG6799 copia

il globo terrestre e il serpente

005 via ospissanti 800x volto con le 9 stelle IMG 3778 copia

la corona e le stelle

006 via ognissanri 800x . volto comn le stelle e gli angioletti IMG 3777 copia

gli angioletti

FONTE DOCUMENTALE: dal libro di Padre Fiorenzio Cuman, LUNGO LE VIE LA FEDE DEGLI UMILI, BASSANO DEL GRAPPA, G.S. Stampa – Aurelia Edizioni, Asolo 2004

pubblicato 03-07-2018

AL BOTTEGON

di Vasco Bordignon

POZZA FILOMENO

Questa è la foto di Filomeno Pozza, e ai più, sia il nome (a parte il “Filomeno”), sia l’immagine, abbastanza uguale a quelle degli uomini d’inizio novecento, non susciterà nessuna reazione. Eppure quest’uomo è stato un imprenditore di grande coraggio e di grande determinazione. Filomeno Pozza, di famiglia lusianese, nasce a Bassano il 19 aprile 1876 da Pergentino e da Pizzato Giovanna. Inizia, giovanissimo, con l’apertura di un bar in quella che oggi è la centrale via San Bassiano, trait d’union tra Piazza Garibaldi e Piazza Libertà. Era situato dove ora vi è un negozio di abbigliamento.

Nei primi anni d’inizio secolo apre poi in Piazzotto Montevecchio sotto il nome di “Cantina Popolare” una rivendita di vini, oli e liquori, prevalentemente del Sud Italia.

002 CANTINA POPOLARE 640X IMG 7694

Nel 1908 e anni successivi costruisce e poi gestisce l’Hotel Ristorante Excelsior, al quale annette una pista di pattinaggio a rotelle, che rappresentava una novità per l’epoca.

005 vista panoramica dalla terrazza del Ristorante excerlsio 640x 1912

panorama dal terrazzo del Ristorante Excelsior (1912)

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pista di pattinaggio (1910-1912 circa)

Ma poi scoppia la prima Guerra Mondiale e Filomeno viene chiamato alle armi. Deve chiudere l’Hotel, e tutti i mobili, suppellettili e la posateria in argento vengono murati. Manda la famiglia sfollata a Roma.

Terminata la guerra, riapre l’Hotel nonostante che gli sia stato rubato tutto quello che aveva nascosto. E ha altri progetti per i prossimi anni.

filomeno pozza 740x progett063 copia

Nel giugno del 1922 vi è un progetto nel quale Filomeno Pozza chiede il permesso di ridurre a negozi i due vani a mezzogiorno dell’Excelsior e di costruire una plazzina attigua a questo come da disegno (sopra). Non credo che il progetto sia andato a buon fine.

Poi, nel 1928 inizia un’altra impresa: la costruzione del cinema “Grotta Azzurra” nell’attuale via Matteotti, allora via Cairoli. Ma oltre ad esservi una crisi economica generale, insorgono problemi costruttivi a causa della presenza in quel sito non di terra ma di una infinità di rifiuti [si trattava di un’antica discarica] tanto da dover spendere un patrimonio per arrivare a fare le fondamenta e l’edificio sovrastante, contrassegnato anche da eleganti davanzali in ferro battuto, che comprendeva il cinema, quindi un salone utilizzabile anche per feste o conferenze o riunioni di vario tipo, e infine l’abitazione (immagini sottostanti).

007 casa ex via cairoli 600X CIMG4020

008 elegante davanzale della casa di via cairoli 640x CIMG4022Ma per fare tutto ciò ci vollero troppi soldi e con il mancato utile derivante dall’apertura della “Grotta Azzurra”, a causa anche della concorrenza del già avviato storico cinema Olimpia, Filomeno dovette dichiarare il fallimento economico.

Nello steso tempo deve anche abbandonare l’abitazione dell’allora via Cairoli (ora Matteotti) per spostarsi nella stretta via del Teatro vecchio, dietro la Chiesa di San Luigi. Si porta appresso in questo trasloco una cosa allora di gran valore: la vasca da bagno in ghisa!

zzzz vasca in ghisa al bottegon

La famiglia però con i sei figli deve andare avanti, e Filomeno, con l’aiuto di altri commercianti, rileva una drogheria in piazza Garibaldi (vicino all’attuale Caffè Danieli)

A causa del fallimento, deve intestare il nuovo negozio alla moglie Turcato Emma, sposata il 10 febbraio del 1912. Vi si vendevano i classici prodotti necessari alla casa e al lavoro, la pasta, la passata di pomodoro sfusa sul cartoccio, il baccalà, le aringhe, il mandorlato a Natale, e per il lavoro la soda caustica per fare il sapone, l’arsenico per i topi, il verderame per le viti, i colori in polvere, i primi guanti in gomma importati dall’Inghilterra, la lisciva per il bucato, il carburo per le lampade a gas, e molti altri prodotti.

Nel 1941 si sposta nell’attuale posizione, e vi prestano la loro opera tre figli: Giovanna, Renzo e Aldo.

009 1946 bottegon 1946 640x immagine del 1946

Filomeno Pozza muore a Bassano del Grappa il 26 dicembre 1963.

0011 1980 bottegon1 1980 640x immagine del 1980

L’assortimento merceologico segue i tempi e arrivano i primi detersivi chimici, le vernici non si fanno più con i colori in polvere… e la passione dei fratelli per il disegno e la pittura li porta ad introdurre un assortimento sempre più vasto di questi articoli.

0012 al bottegon linsegna attuale da piazza garibaldi 740x CIMG4009AL BOTTEGON oggi, entrata

0013 AL BOTTEGON vetrina attuale 640x CIMG1047AL BOTTEGON oggi, vetrine

Ed ora entriamo e proponiamo alcune immagini dell’interno

0014 al bottegon panoramica di un angolo della bottega 740x CIMG4011

0015 AL BOTTEGON colori 640x CIMG7681

0016 AL BOTTEGON pennelli 640x CIMG7661

0017 AL BOTTEGON saponette 640x CIMG7669

0018 AL BOTTEGON sapone di aleppo 640x CIMG7677

0023 AL BOTTEGON lacci 640x CIMG7671

Anche attualmente i settori merceologici sono vari: detergenti, articoli per la casa, candele, articoli per calzature, saponi, oli, pettini, spazzole e articoli per la persona, tè, infusi, spezie, frutta secca e prodotti per dolci, vernici, pennelli, adesivi e articoli per la manutenzione della casa, colori per artisti, pigmenti in polvere, pennelli, vernici per quadri, articoli per modellatura, prodotti per restauro, ecc… e poi … tanta competenza. Provare per credere!

Ringrazio Alessandro Pozza (attuale proprietario, figlio di Aldo) per la cortesia e la disponibilità accordatami.

pubblicato 11-06-2018

LA MADONNA CON BAMBINO

DI VICOLO BASTION

a cura di Vasco Bordignon

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CIMG6277 740H bassano . MADONNA CON BAMBINO via marinali vedi pag.14 di spigolature copia

Nell’angolo tra via Mure del Bastion e Vicolo Bastion, alla fine della via Orazio Marinali, dove si apriva il portello dei Cappuccini, vi è un grazioso capitello dedicato alla Madonna. Si tratta di un dipinto a olio su lamiera, collocato in una nicchia, delle dimensioni di cm 120×80, ricavata nello spessore del muro della casa, a circa due metri dal suolo. I proprietari dell’edificio sostenevano che il dipinto potesse risalire alla fine del diciannovesimo secolo o ai primi di quello successivo. Nel 1945, quando effettuarono il primo restauro del fabbricato, già c’era l’icona di Maria con in braccio Gesù Bambino con un ramoscello d’olivo in mano, e l’abbellirono con una cornice in marmo bianco, e misero, per proteggerla da eventuali atti vandalici, un cancelletto di ferro battuto. Nel mese di aprile del 1945 durante un bombardamento, alcune schegge andarono a colpire la lamiera dove era dipinta la Madonna, procurandole un ampio foro e altri più piccoli che però non danneggiarono seriamente le sacre immagini. Considerata la violenza del bombardamento e i danni subiti dai fabbricati circostanti, gli abitanti della via pensarono che il dipinto fosse stato conservato per miracolo.

FONTI DOCUMENTALI

Padre Fiorenzo Cuman, LUNGO LE VIE LA FEDE DEGLI UMILI , BASSANO DEL GRAPPA. Aurelia Edizioni, Asolo, 2004.

Remonato Ruggero, SPIGOLATURE BASSANESI. A SPASSO PER LA CITTA’ DI IERI E DI OGGI. Editrice Artistica Bassano, 2010.

IL TEMPIO OSSARIO

OGGI

di Vasco Bordignon

Il Tempio, costruito in stile gotico veneziano con tracce di romanico, ha croce latina e poggia su un basamento di sette gradini che ne abbraccia tre lati. Volge la sua facciata principale a nord verso il Centro Storico della città. Si presenta suddiviso in tre navate con cappelle laterali, dotato di transetti absidati e profondo presbiterio centrale con abside a tutta altezza. Lateralmente al presbiterio, simmetricamente disposti, si trovano due altari minori di ridotta profondità e le scalinate di accesso alla cripta. Il manufatto misura 75 metri di lunghezza e 43 di larghezza in corrispondenza dei transetti con altezze interne di mt. 22,10 nella navata centrale e di mt. 34,50 nel tiburio, con una superficie interna complessiva a livello pavimento di mq. 1970.

L’ESTERNO

TO LATO NORD 01bis 700X da via verci con impalcatrura della mostra vicino alla facciata CIMG7092 copiaLa facciata principale del Tempio Ossario guarda a nord verso via Verci, in parte nascosta dai pannelli della mostra della Grande Guerra

La facciata principale a cuspide, in mattone rosso faccia a vista, tripartita da due paraste, mostra tre portali in pietra bianca locale (di Pove) finemente lavorata, sovrastati da rosoni in pietra tenera dei Berici. La sommità è alleggerita da una decorazione ad archetti pensili.

I portali in pietra, lavorati a sguancio con profilature a spirale e fogliame, risultano slanciati con alte cuspidi.

Le lunette sopra l’architrave hanno decorazioni in ceramica.

TO LATO NORD 700 X 05 CUSPIDE E LUNETTA CENTRALE CON IL REDENTORE ossario nord ingresso principale mediano CIMG6897

il portale centrale

TO LATO NORD 800X 06 LUNETTA CENTRALE CON IL REDENTORE ossario nord ingresso principale mediano CIMG6899 copia

Nella porta centrale vi è rappresentato il Redentore con la mano destra benedicente e con la sinistra tiene in mano un libro con le lettere Alfa ed Omega.

Questa porta è alta 13 metri e termina a guglia, in pietra bianca di Pove.

TO LATO NORD 8000X 07 cuspide e LUNETTA DI SX CON SAN BASSIANO ossario nord primo ingresso a sx CIMG6894 copia

portale di sinistra

TO LATO NORD 800X 08 LUNETTA DI SX CON SAN BASSIANO ossario nord primo ingresso a sx CIMG6895

Nella lunetta San Bassiano, patrono della Città.

TO LATO NORD 700X 09 CUSPIDE E LUNETTA DX BEATA GIOVANNA CON CUSPIDE ossario nord ingresso a ovest a dx CIMG6900

portale di destra

TO LATO NORD 800X010 LUNETTA DI DX CON BEATA GIOVANNA DSCN9718 copia

Nella lunetta la Beata Giovanna, co-patrona della Città.

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Il rosone principale in pietra distrutto durante i bombardamenti dell’ultimo conflitto, ha un diametro di circa 8 metri con accurata lavorazione a 16 colonnine con crocette terminali e vetrata interna. I rosoni laterali, sempre dello stesso materiale, hanno un diametro di circa mt. 2,50 con 8 colonnine e semi-croci.

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In sommità si eleva una grande croce di circa 4 metri anch’essa in pietra tenera.

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la facciata est confina con le strutture del Centro Giovanile

In questa immagine è ben visibile le sei bifore che illuminano la navata minore, mentre sopra i sei grandi oculi della navata centrale e al centro, nella parte inferiore, a livello della quarta partitura, vi è la porta di accesso. (vedi più sotto)

CIMG6685 700x EST ROSONE E CAPPELLA POLIGONALE qui vediamo in basso alcune bifore dell’esterno della cappella poligonale dedicata alla Madonna Pellegrina, più sopra la facciata est del transetto con il grande rosone, e più sopra, con i ponteggi, il tiburio

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TO LATO EST 800x LUNETTA SAN SEBASTIANO bassano ossario lunetta est san sebastiano DSCN9716

lunetta con san Sebastiano sopra la porta di questa facciata

TO LATO OVEST 800x okoko tutta FACCIATA INTERA

facciata ovest con evidenza il tiburio e le torri campanarie e anche in questa foto nella parte alta i sei grandi oculi che illuminano la navata centrale e sottostante le sei bifore che illuminano la navata minore di destra; alla quarta partitura si apre la porta d’ingresso laterale.(più sotto)

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in evidenza il tiburio, una parte del transetto con il rosone, e sotto due lati della cappella poligonale dedicata a Sant’Antonio da Padova.

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TO LATO OVEST 800x LUNETTA DI SAN DACIANO DSCN9719lunetta di San Daciano sopra la porta di questa facciata

Le facciate laterali scandite da paraste presentano una serie di sei bifore che illuminano l’interno delle navate minori, mentre al di sopra con identica ritmatura, sul volume della navata centrale sono ricavati sei grandi oculi.In corrispondenza della quarta partitura è collocata la porta di accesso laterale con portale in pietra a lavorazione più semplice di quelli della facciata principale e con lunette dedicate a San Sebastiano per la porta ad est e a San Daciano per quella ad ovest.

Più a sud si trovano i due transetti con rosone e absidi poligonali a cinque bifore. Proseguendo si notano tre snelle aperture ad arco, ad illuminare internamente le scalinate che conducono alla cripta, le due torri slanciate ed infine la grande abside poligonale caratterizzata da un doppio ordine di monofore sovrapposte.

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Dal lato sud oltre alle due torri campanarie possiamo identificare centralmente la grande abside poligonale caratterizzata da un doppio ordine di monofore sovrapposte; più in alto il tiburio che nasce dall’incontro tra navata centrale con i due transetti, e ai suoi lati gli spazi per gli altari adiacenti al grande presbiterio centrale, e ancora più a lato si può identificare una piaccola parte delle due cappelle absidate che si aprono alla fine delle due navate minori.

LE CAMPANE

Quando il Tempio fu inaugurato, ai due agili campanili che, ai lati dell’abside, si slanciano verso il cielo mancava ancora la voce delle campane.

Venne costituito un comitato per raccogliere i fondi necessari al loro acquisto. Fra coloro che più si adoperarono a questo scopo si devono citare il capitano cav. Armando Del Mestre, presidente della Sezione cittadina del Nastro Azzurro e la signora Maria Romelli Ferrari, grazie al cui interessamento presso il generale Emilio De Bono fu possibile ottenere un notevole contributo dal Governo nazionale.

Nel 1939 le campane furono fuse gratuitamente nella rinomata fonderia del cav. Giovanni Colbacchini, la cui attività fu continuata fino al 1972 dal nipote Matteo Favretti.

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LA DITTA COLBACCHINI

La decadenza economica di Bassano, provocata dalle disastrose guerre napoleoniche, si protrasse e si aggravò in epoca asburgica. Tra le aziende che resistettero alla crisi vi fu la fonderia di campane Colbacchini, che in quell’epoca contava cinque operai.La famiglia Colbacchini era presente in Angarano fin dalla seconda metà del Seicento: nell’archivio parrocchiale della Ss. Trinità si trova, nel registro del 1668, l’atto di battesimo di “ Domenico figlio di Jseppo Colbachin e di Paulina sua moglie”.

La fonderia fu avviata nei primi anni del Settecento da Giuseppe Colbacchini, che alla passione per quell’arte, univa una buona cultura della scienza musicale. Egli stabilì l’officina presso la propria abitazione, situata in borgo Angarano, davanti a quello che oggi è il viale dei cipressi che conduce alla chiesa.All’inizio dell’Ottocento, Daciano Colbacchini apri a Padova un’altra fonderia, dove mandò i suoi figli. Essa venne poi trasferita a Brentelle di Sotto, in provincia di Padova, e qui ha continuato la sua attività sino ai nostri giorni. Alla fine dell’Ottocento, un Luigi Colbacchini diede vita a Trento ad una fonderia, che oggi non esiste più e che è rimasta famosa perché nel 1924 produsse la monumentale campana di Rovereto, ideata per commemorare ogni sera con i suoi solenni rintocchi i caduti di tutte le guerre e di tutte le nazioni, fusa col bronzo dei cannoni catturati agli austriaci e con l’oro donato dalle vedove della prima guerra mondiale.Per l’alta qualità sonora e per la finezza delle decorazioni, le campane uscite dalla fonderia bassanese, attiva fino al 1972, erano ritenute tra le migliori del mondo.Già nel 1779 la ditta Colbacchini fu premiata con « medaglia d’oro dalla basilica di Sant’Antonio di Padova pel grandioso concerto di campane».Durante la dominazione austriaca nel 1821 ricevette una « medaglia d’oro per la fusione del grandioso concerto del Santuario di Maria Ss. di Monte Berico a Vicenza».Nel 1830 realizzò le nuove campane per Santa Maria in Colle di Bassano.

La cerimonia della loro benedizione è cosi ricordata: “27 settembre 1830. Questa mattina alle ore 10 ebbe luogo nel nostro duomo la solenne funzione della benedizione del nuovo concerto di tre campane, le quali debbono servire per la parrocchiale medesima. Dopo la messa, esse furono “in chordis et organo” benedette in grande pontifìcale da mons. Canova, vescovo di Mindo, padrini essendo il podestà Jacopo Rizzo e gli assessori municipali nob. conte Giambattista Roberti del fu Guerino e nob. Alberto Parolini. Fonditore delle suddette campane è stato Pietro Colbachini di Bassano. Essendosi rotta una delle due vecchie campane, che prima erano nel duomo, l’abate Jacopo Merlo, sagrestano della detta chiesa parrochiale, s’incaricò di fare la nuova fusione servendosi del vecchio metallo e supplendo al di più del medesimo ed alla spesa del getto mediante una carta soscrizionale di parecchi cittadini, i quali volontariamente concorsero a quest’opera decorosa» (da Cronache Bassanesi di GiambattistaVinco da Sesso).

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Le quattro campane maggiori furono consacrate dal Vescovo di Vicenza Mons. Rodolfi il 3 agosto 1939; le altre due minori vennero benedette successivamente dall’ arciprete abate Mons. Angelo Dalla Paola.

ossario campanon 5000x 073 copiaIl campanone con alcuni presenti alla fusione, tra cui Mons. Dalla Paola

La campana più grande (il «campanone») è intonata alla nota musicale «sì basso»; pesa 22 quintali ed ha il diametro di circa due metri. È riuscita una vera opera d’arte; sulla sua superficie sono state fuse pregevoli ornamentazioni; vi corre tutto intorno l’invocazione alla Madonna, e vi sono impressi gli stemmi del Pontefice Pio XII, del Vescovo Mons. Rodolfi, della città di Bassano, nonché le effigie del Redentore, di San Bassiano e di Santa Lucia.

Anche le cinque campane minori hanno gran pregio artistico e musicale: pesano complessivamente cinquanta quintali, sono perfettamente intonate alle note musicali ed hanno una voce sonora, omogenea, pastosa, ricca di vibrazioni e di grande capacità diffusiva.

Nella Pasqua del 1940 furono collaudate solennemente con un memorabile concerto dato dai famosi campanari di S. Anastasia di Verona.

Le cinque campane minori furono elettrificate qualche anno fa per interessamento dell’abate Mons. Giulio De Zen; il «campanone» è stato elettrificato il 25 Aprile 1989; ogni sera, fino al 2008 i suoi rintocchi ricordavano alla popolazione i Caduti per la Patria.

L’INTERNO

OSSARIO INTERNO 800x L’interno del tempio Ossario (foto Ceccon) quando ancora non si aveva delimitato, per notivi di sicurezza, lo spazio della navata principale fino al presbiterio e la struttura era ancora utilizzata per sacre manfestazioni. In evidenza le colonne , le cappelle laterali con i loculi dei caduti e le volte a crociera

Lo spazio interno manifesta il tipico “slancio verso l’alto” caratteristica dell’architettura gotica.Dieci alte colonne marmoree ritmano lo spazio e separano le navate, mentre le cappelle laterali contenenti le cellette dei caduti amplificano la lettura della grande spazialità complessiva.

CIMG6741 800 x cappelle dei caduti le cappelle laterali con le celle dei caduti

Il soffitto è strutturato con volte a crociera su diverse altezze con semplici decorazioni a stucco sulle costolonature.

CIMG6751 700x volta navata principale soffitto della navata principale

CIMG6728 volta 700x a a crociera di una navata laterale copiasoffitto di ua navata laterale

Ai lati del transetto vi sono le cappelle absidate dedicate rispettivamente ad est alla Madonna Pellegrina ed ad ovest a Sant’Antonio da Padova( vedi immagini sottostanti).

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la cappella absidata ad est, dedicata alla Madonna Pellegrina, nella quale vi riposano i resti di due medagli d’oro.

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la statua in legno della Madonna Pellegrina, benedetta il 24 aprile 1949 dal vescodi Vicenza Mons. Zinato e portata a Bassano del Grappa il 28 dello stesso mese. In un lato del basamento è inciso il nome di Ferd. Prinot scultore Ortisei.

IMG 2739 700 h MADONNA PELLEGRINA DETTAGLIO

La Madonna con Gesù Bambino

IMG 2736 800x TENENTE SASSO MARCO MEDAGLIA DORO copiaIMG 2737 800x CAPITANO RAPINO PANTALEONE MEDAGLIA DORO copia

CIMG6726 tomba gobbi 700x mons. gobbi

a poca distanza da questa cappella vi è la tomba di Mons. Giovanni Battista Gobbi

CIMG6442 to 700 h x CAPPELLA DI SANTANTONIO CON MEDAGLIE DORO copiaCappella absidata ad ovest, dedicata a Sant’Antonio da Padova, nella quale vi riposano i resti di altre due medaglie d’oro

IMG 2750 700 h STATUA SANTANTONIO DI PADOVA IN LEGNO copia

La statua lignea di Sant’Antonio da Padova, probabilmente dello stesso autore della Madonna Pellegrina

CIMG6744 statua 700x santantonio copiaGesù bambino che accarezza il Santo

IMG 2748 800x TOMBA CECCHIN GIOVANNI MEDAGLIA DORO copia

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a poca distanza da questa cappella vi è la tomba di Mons. Angelo Dalla Paola

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Un tiburio ottagonale, nell’incrocio tra la navata centrale e il transetto, si eleva per circa 15 metri sopra l’arco trionfale. Otto grandi bifore donano grande luminosità allo spazio sottostante. Le sue pareti interamente decorate sono completate da un soffitto con specchiature “cielo” in azzurro e stelle oro di fattura dell’artista prof. Tito Chini di Firenze.

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CIMG6690 700 h TIBURIO TUTTO DECORATO

Il grande presbiterio, sopraelevato di cinque gradini, misura circa mt. 11×26 e si eleva ulteriormente di due gradini in prossimità dell’altare maggiore, a sua volta poggiante su un basamento a tre gradini.Ai lati della gradinata del presbiterio due grandi amboni assorbono l’intero dislivello, mentre in posizione più avanzata trova collocazione l’altare celebrativo come previsto dalle più recenti normative liturgiche.

CIMG6765 presbiterio presbiterio nel suo insieme il presbiterio e le sue vetrate. Da fonti attendibili, queste vetrate eseguite nel 1940 dalla Vetreria Marconi di Bassano del Grappa sono del grande pittore rossanese Luigi Bizzotto

ossario 5 vetrate superiori 800x475

nella parte superiore la beata Giovanna Bonomo, Santa Emerenziana, Cristo risorto, san Bassiano e San Sebastiano

ossario 800x4755 vetrate inferiori

nella parte inferiore San Marco evangelista, san Giovanni evangeslista, Madonna della Pace, san Matteo evangelista e san Luca evangelista

Gli altari laterali minori sono dedicati rispettivamente a San Bassiano quello di sinistra ed alla Madonna del Grappa quello a destra.

Tutte le pareti dell’area presbiteriale risultano decorate con disegni geometrici policromi e grandi drappi.

Il pavimento dell’aula risulta suddiviso in grandi partiture delimitate dalle colonne, con grandi fasce in pietra bianca (verdello) e riquadrature perimetrali in marmo verde serpentino con campiture interne a formelle disposte in diagonale di marmo bianco e rosso locale.

I gradini che conducono al presbiterio ed agli altari laterali sono in marmo rosso di Asiago come anche quelli che scendono alla cripta.

Il pavimento del presbiterio e degli altari laterali è sempre a campiture riquadrate con formelle di marmo locale bianco e rosso disposte in diagonale.

CIMG6696 800 CAPPELLE LATERALI CON LE CELLE DEI CADUTI copiaUna cappella laterale con i loculi dei caduti., loculi che sono chiusi con lastre di marmo giallo paglerino d’Istria. Lungo le pareti , sotto i loculi, corre un basamento in marmo nero fiorito del Carso

Anche il pavimento delle nicchie laterali che ospita le celle ossario è in formelle di marmo bianco e rosso disposte in diagonale, mentre il casellario è in marmo paglierino d’Istria con riquadrature in bianco.

Le vetrate ed i serramenti dei numerosi fori sono costituiti prevalentemente da una struttura perimetrale in profilati di ferro, riquadrature principali di sostegno con tondini e/o piatti in ferro, vetrate composite con legature a piombo (monocrome e policrome) ed alcune raffigurazioni di pregio, in particolare nel presbiterio.

In breve sintesi risultano contornate da profilature e/o inserti colorati in “giallo” le bifore ed i tondi delle navate, le bifore ed i rosoni dei transetti, i rosoni del presbiterio, le bifore del tiburio e le finestre laterali esterne del presbiterio.

LA CRIPTA

CIMG6693 700 LA DISCESA NELLA CRIPTA copiasia a destra che a sinistra, dopo le cappelle della Madonna Pellegrina e dopo quella di Sant’Antonio si può scendere nella Cripta, costeggiando la zona dedicata a San Bassiano e alla Madonna del Grappa, rispettivamente.

Per due, scalinate, ricavate nei corridoi delle cappelle laterali dell’abside, si scende nella cripta divisa in tre settori, nella quale sono sepolti 1073 Caduti. Ai piedi delle scalinate si elevano due grandi sarcofaghi.

bassano 800x sarcofago principe ossario tomab di umberto di savoia CIMG7106 copia

A mattina il sarcofago in marmo rosso porfirico di Tolmezzo,con il basamento in marmo nero di Carinzia ed una cornice in onice di Chiampo accoglie le la salma di Umberto di Savoia-Aosta, conte di Salemi, figlio del Principe Amedeo Ferdinando, terzogenito del del Re Vittorio Emanuele II, già Re di Spagna, e della sua seconda moglie, la Principessa Maria Letizia Napoleone. Il giovane Principe, decorato con due medaglie d’argento ed una medaglia di bronzo al Valor Militare, morì a Crespano per malattia contratta sul Grappa il 19 ottobre 1918.

Sul muro, di fianco alla sua tomba, è infissa una corona di bronzo offerta dai suoi tre fratelli (figli di primo letto di Amedeo di Savoia-Aosta) Tojo (Vittorio) Conte di Torino, Manolo (Emanuele Filiberto) Duca d’Aosta, comandante della 3a Armata, e Luigi, Duca degli Abruzzi.

bassano 8000 sarcofago ignoti ossario tomba delle ossa di morti senza nome CIMG7099 copia

Dal lato opposto c’è il sarcofago, in marmo di Chiampo, che racchiude «confuse ossa di prodi – che piombo nemico disperse in terra»: sono i resti gloriosi di 64 soldati – i cui nomi sono inscritti su due lapidi collocate ai lati dell’avello – periti sotto le macerie del palazzo Baggio, situato all’angolodella Via Barbieri, colpito da una granata di grosso calibro il 27 ottobre 1918; i poveri soldati, reduci della licenza ed in attesa di tornare sul Grappa, dormivano al piano terreno del palazzo, diroccato da uno degli ultimi colpi dei cannoni nemici.Quegli stessi cannoni che, fino al 30 ottobre 1918 spararono su Bassano, il 31 ottobre furono catturati in Val Sugana dai fanti della Brigata «Ancona» (69° e 70° reggimento fanteria) e furono poi esposti a lungo – come un glorioso trofeo di guerra – in Piazza Libertà.

Davanti al sarcofago ardono due fiamme perenni, collocate il 21 giugno 1981 dal Gruppo «Generale Cadorna» della Sezione Alpini di Bassano con la scritta: «Due fiammelle di perenne amore per i Fratelli che qui riposano e per i Fratelli che riposano sotto altri cieli».

bassano 8000 cemtrale ossario cappellina sotterraneo CIMG7108

Al centro della cripta c’è il già ricordato altare in marmo di Chiampo, di fronte al quale dagli aviatori in congedo di Bassano, per ricordare il 25° di costituzione della Sezione dell’Associazione Arma Aeronautica (1952 – 1977), su un basamento di pietra rosa è stata posta la statua della «Virgo Lauretana» cioè della Madonna di Loreto, loro patrona.

*****

Ho la speranza che il Tempio Ossario ritrovi il suo splendore e il suo utilizzo valorizzandolo sopratutto come TEMPIO DELLA PACE.

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– FONTI DOCUMENTALI –

sono le stesse del precedente lavoro

FIORESE AMEDEO

 

VITA ED OPERE 

DI UN ARTISTA SENZA FINE 

OPERE PITTORICHE

 

1992 – 2013

 

 

1992_-_Cavallo_1992_Olio_su_tela_100x70cm_----_740H_----

1992, CAVALLO, olio su tela, 100×70 cm

1996_-_Acrobata_nr.1_1996_Olio_su_tela_70x100cm_----_800L_------

1996, ACROBATA NR. 1, olio su tela, 70X100 cm

1996_-_Acrobata_nr.2_1996_Olio_su_tela_70x100cm_----_800L_----

1996, ACROBATA NR. 2, olio su tela, 70×100 cm

1996_-_Cavalli_che_danzano_1996_Olio_su_tela_100x200cm_----800L_----

1996, CAVALLI CHE DANZANO, olio su tela, 100×200 cm

026_-_1997_-_Evolutiva_---_80_L_----1997_Pastelli_a_cera_50x71cm

1997, EVOLUTIVA, pastelli a cera, 50×71 cm

2002_-_Composizione_2002_Olio_e_sabbia_su_tela_80x50cm_---_740H_----

2002, COMPOSIZIONE, olio e sabbia su tela, 80×50 cm

2004_-_Avvenimenti_2004_Smalti_su_tela_177x90cm_---_800L_----

2004, AVVENIMENTI, smalti su tela, 177×90 cm

2004_-_Comunicazioni_2004_Smalti_su_tela_177x90cm_---8000_---

2004, COMUNICAZIONI, smalti su tela, 177×90 cm

2004_-_Inno_alla_contemporaneita_2004_Smalti_su_tela_150x100cm__--_740H_---

2004, INNO ALLA CONTEMPORANEITA’, smalti su tela, 150×100 cm

2004_-_Risveglio_2004_Smalti_su_tela_150x200cm__----_800L_----

2004, RISVEGLIO, smalti su tela, 150×200 cm

2004_-_Sequenze_di_luce_2004_Smalti_su_tela_77x90cm_----_800L----

2004, SEQUENZE DI LUCE, smalti su tela, 77×90 cm

2004_-_Spaziale_2004_Smalti_su_tela_150x200cm-----800L------

2004, SPAZIALE, smalti su tela, 150×200 cm

2004_-_Spirale_di_luce_2004_Smalti_su_tela_100x150cm_----_800L_----

2004, SPIRALE DI LUCE, smalti su tela, 100×150 cm

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2004, STRUTTURA DELLA COMUNICAZIONE, plastica, acrilico e legno, 121x51x15 cm

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2005, LE QUATTRO STAGIONI, smalti su tela, n. 4 pz 120×62,5 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 70×50 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 50×70 cm

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2013, STUDIO GRAFICO, pastelli a cera, 70×50 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 70×50 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 50×70 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 50×70 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 50×70 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 70×50 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 70×50 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 50×70 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 50×70 cm

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2013, STUDIO DI FIGURA, smalti su cartoncino, 50×70 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 50×70 cm

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2013, STUDIO, smalti su cartoncino, 70×50 cm

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2013, STUDIO PER GRANDE FIGURA, smalti su cartoncino, 70×50 cm

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2013. STUDIO, smalti su cartoncino, 50×70 cm

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2013, STUDIO PER GRANDE SCULTURA, smalti su cartoncino, 70×50 cm

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2013, STUDIO PER GRANDE QUADRO, 70×50 cm

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2013, STUDIO DI FIGURA, smalti su cartoncino, 50×70 cm

NB. per eventuale uso di queste immagini è necessaria l’autorizzazione del Prof. Amedeo Fiorese

pubblicato 19-04-2018

 

 


L’ASPARAGO BIANCO DOP

 

 DI BASSANO DEL GRAPPA

 

di

 

FEDERICO BORDIGNON

Dottore in Storia e Dottore Magistrale in Scienze Gastronomiche

 

Asparagos siccabis, rursum in calidam summitas: callosiores reddes”.

(“Fai seccare gli asparagi e mettili di nuovo in acqua calda: saranno più sodi”).1

Bassano del Grappa è famosa per i suoi grossi e saporiti asparagi. Vengono cucinati al vapore e

serviti con una salsa particolare, molto saporita, composta da tuorli d’uovo sodo stemperati con olio, limone e spezie”.2

 

Il cibo non è solo Natura ma anche Cultura, ha sostenuto Massimo Montanari3. Se, inoltre, prendendo spunto dall’espressione di Fernand Braudel, si può sostenere che i cinesi ebbero ed hanno tutt’ora come pianta di civiltà4 il riso, ed gli antichi Greci e Romani ebbero i cereali (basti pensare all’importanza della dea Cerere nel pantheon romano), non è azzardato affermare che al giorno d’oggi i bassanesi assumono come “pianta” di civiltà l’asparago bianco DOP. 

Se attraversando in lungo ed in largo la Sicilia si possono osservare principalmente alberi di agrumi ed in Grecia, invece, ulivi, nella provincia di Vicenza, tra aprile e maggio, precisamente in un’areale di produzione che va magicamente a formare una sorta di pentagono comprensivo di ben dieci comuni (Bassano del Grappa, Cartigliano, Cassola, Marostica, Mussolente, Pove del Grappa, Romano d’Ezzelino, Rosà, Rossano e Tezze sul Brenta), si possono scrutare dei curiosi neri sacchetti di plastica adagiati sul terreno, secondo un ordine quasi militare…

 

1. L’asparago nella Roma Antica

 

“L’asparago è conosciuto fin dall’antichità come ortaggio pregiato e costoso, accessibile alle categorie sociali con il reddito più elevato; i consumi, infatti, sono aumentati in tutto il mondo parallelamente al miglioramento del reddito medio”.

L’indagine storica sull’asparago (asparagus officinalis) prende avvio dall’Egitto e più precisamente durante il periodo predinastico (dal Neolitico fino a circa il 3060 a. C.). Si è supposto che la coltivazione dell’asparago fosse assai nota agli antichi egiziani (grazie in primis alla presenza del Nilo ed il clima particolarmente favorevole) ma manca qualsiasi fonte scritta al riguardo6. L’unica testimonianza sul tema è un disegno, al centro tutt’oggi di un accesso dibattito tra gli studiosi di egittologia, appartenente alla piramide n. 17 di Saqqarah (V dinastia 3566 – 3333 a.C.). Il nodo focale della disputa è il seguente: sul disegno in questione vi è rappresentato un mazzo di asparagi oppure si tratta di gambi di papiro legati assieme?

Anche l’origine etimologica della stessa parola “asparago” è terreno assai controverso. Ci si trova di fronte a due ipotesi: in primis, vi è chi sostiene che il nome della pianta provenga dal greco asparagòs, il quale deriverebbe a sua volta da cperegh, radice linguistica neopersiana che richiamerebbe il concetto di “punta” o “dentello”. Secondo altri studiosi, invece, il termine potrebbe derivare dalla lingua sanscrita, antico idioma di ceppo indoeuropeo che ci rimanda all’India, paese dove è presente una parola dalle non indifferenti assonanze, legata al concetto di “germogliare” e “gonfiare”.

Cavilli etimologici e possibili origini egiziane a parte, gli antichi Romani, a causa del loro ben noto timore dell’oblio che li ha indotti a voler lasciare ad ogni costo memoria di sé pressoché ovunque (c’è chi non a torto ha parlato di civiltà dell’epigrafia9), danno molteplici notizie riguardanti gli asparagi. Ampiamente già noto nell’Antica Grecia, l’età romana sancisce in maniera definitiva la notorietà e la diffusione dell’asparago: di primaria importanza risultano le testimonianze di tre autori. In prima istanza, Marco Porcio Catone (234 – 149 a.C.) con il suo Liber de agri coltura si premurò di insegnare la coltivazione dell’asparago e per molti secoli a venire rappresentò il riferimento autorevole per tanti scrittori. Il terreno favorevole da lui consigliato è quello umido e grasso; dopo l’equinozio di primavere bisogna procedere alla piantagione dell’ortaggio; infine, il concime migliore risulta essere, a suo avviso, lo sterco di pecora10. Altro autore significativo al riguardo è lo spagnolo di Cadice emigrato in Italia Lucio Giunio Moderato Columella (4 – 70 d.C.) il quale parla di asparago nel suo De re rustica11: qui, rispetto al predecessore Catone, le informazioni riguardanti le tecniche di coltivazione si fanno decisamente più dettagliate. Columella, infatti, consiglia l’uso del “capredis, quod genus bicornis ferramentis est” (uno strumento di ferro a due corni) che pur con qualche accomodamento è arrivato fino al nostro agricoltore, il quale lo maneggia veloce e sicuro per raccogliere teneri asparagi senza danneggiarne il turione e la zampa.

Inoltre, con l’autore latino i consigli riguardanti la tecnica di coltivazione si fanno più precisi, anche per ciò che concerne le distanze e le profondità rapportate alle qualità del terreno. La semina deve avvenire dopo le idi di febbraio, in terreno grasso e ricco di letame (come consigliato dallo stesso Catone), ove effettuare delle piccole buche ed aspettare che le radici si leghino fra di loro.12

L’ultimo, ma non per questo meno importante, autore latino che parla abbondantemente di asparagi è Marco Gavio Apicio (25 a.C. – 37 d. C.), il più noto gastronomo romano del quale si dubita perfino l’esistenza13. Nel suo De re coquinaria, Apicio tratta di asparagi nel Libro III e nel Libro IV. Nel primo, nella parte dedicata al cepuros, ovvero l’ortolano, si danno consigli su come cucinare e bollire al meglio gli asparagi14.

Grazie al Libro IV, invece, ci sono pervenute due ricette di torte a base di asparagi: si dispone di una “aliter patina de asparagis frigida”, una torta fredda di asparagi, e di una “aliter patina de asparagis”.

La prima ricetta è la seguente:

Prendi gli asparagi ben puliti e schiacciali nel mortaio, innaffiali con l’acqua, fanne una poltiglia e passala al setaccio. Metti in un piatto i beccafichi svuotati (delle interiora). Pesta nel mortaio 6 scrupoli di pepe, aggiungi il garum e trita bene poi (aggiungi) 1 ciato di vino e 1 di passito. Metti nella pentola, dove fai cuocere tutto, 3 once d’olio. Ungi bene una casseruola e mescolaci 6 uova con garum di vino, vuotaci la purea di asparagi e metti a cuocere nella cenere calda. Versaci poi il composto sopra descritto e distendici sopra i beccafichi. Fai cuocere: insaporisci col pepe e servi”.

La seconda ricetta è la seguente:

“Metti nel mortaio quei pezzi degli asparagi che solitamente si gettano via, triturali, allunga col vino e passali al setaccio. Trita: pepe, ligustico, coriandolo fresco, santoreggia, cipolla, vino, garum e olio. Travasa la purea in una casseruola ben unta e, se lo desideri, incorporaci le uova, sul fuoco, per legare. Insaporisci col pepe ben polverizzato”.15

È sorprendente come le preparazioni di questi due piatti siano similari a quelle proposte al giorno d’oggi nei ricettari di cucina veneta e nei numerosi ristoranti nella zona di coltivazione dell’asparago DOP di Bassano del Grappa al tempo “dei sparasi”, in primavera; ma su questa questione torneremo fra poco.

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Fig.1: Eduard Manet, Mazzo di asparagi (1880), Colonia, Wallraf-Richard Museum

 

2. I sparasi de Basan


“Gli asparagi di Bassano e dintorni hanno una notorietà così ampia e meritata da esimermi dalla fatica del panegirico di rigore: essi si distinguono dagli asparagi e sparesèle d’ogni altro sito del Veneto e d’Italia. Anche quelli, di derivazione bassanese, cioè bianchi, che crescono abbondanti in altre terre venete, emiliane e lombarde, sono diverse; un vero buongustaio li distingue subito. Tutta questione di terreno. I bassanesi (vuoi di grosso spessore, vuoi medi) non possono crescere altro che nei paraggi del Brenta, laddove il fiume, dopo tante giravolte e strette lungo accidentato percorso della Valsugana, si slarga ilare e maestoso in vista di Bassano, irrompendo quindi, dal celebre ponte caro agli alpini, nella letizia della gran pianura”. 16 

Dopo questo doveroso excursus riguardante l’asparago durante il periodo di Roma Antica, essenziale per comprenderne al meglio le origini, è bene fare un balzo in avanti di alcuni secoli e volgere lo sguardo nello specifico verso il nostro asparago bianco di Bassano del Grappa: salto non dovuto a mera indolenza, ma al fatto che durante l’età medievale pressoché in tutta Europa diminuì l’interesse per la coltivazione dell’asparago, salvo che nei monasteri dove era utilizzato principalmente come pianta officinale17

Le prime fonti certe riguardanti l’asparago di Bassano risalgono al XVI secolo. Ma, come per altri prodotti alimentari, anche in questo caso si è di fronte al perenne bisogno di dover risalire alla cosiddetta “notte dei tempi”: una necessità insita nel genere umano in quanto trasmettitrice di una sorta di sicurezza quasi genitoriale in ciò che si produce e soprattutto si mangia. Secondo la tradizione, infatti, la storia dell’asparago bassanese avrebbe almeno nove secoli: la leggenda vuole che Sant’Antonio da Padova (1195 – 1231), religioso francescano portoghese dalle vedute assai rigide sulla scia del tempo di papa Innocenzo III18, portò dal continente africano alcune sementi e ne sparse una manciata lungo la strada che collega tutt’oggi Rosà a Bassano (circa 7 km), dove si era recato per rabbonire, poi riuscendovi forse proprio grazie agli asparagi, il signore Ghibellino Ezzelino II da Romano, detto “Il Monaco” (m. 1235)19. All’epoca, infatti, i Da Romano erano in guerra contro i padovani: Bassano costituiva la loro roccaforte e base di partenza delle operazioni militari; era però anche una preda assai ambita dai loro nemici. Nel 1228 i padovani ne devastarono in campagne e vi posero un vero e proprio assedio. La guerra assunse proporzioni tali che intervenne perfino il governo veneziano ed, appunto, Sant’Antonio da Padova20.

Ai tempi d’oro della Repubblica Serenissima di Venezia, poi destinata a spegnersi alla fine del XVIII secolo, appartiene un documento risalente al 1534 in cui si ricorda come un tal Ettore Loredan venne inviato ad ispezionare Bassano del Grappa (non è da escludere che costui fosse un ispettore dei Domini di Terraferma della Serenissima)21. Giunto alla città vicentina celebre per il Ponte Vecchio, Loredan fu accolto con i dovuti onori dagli amministratori, i quali lo vollero prendere per la gola invitandolo ad un ricco banchetto dove immancabilmente furono serviti anche gli asparagi bianchi (“per sparasi mazi”)22.

Qualche anno dopo, il 17 aprile 1583, fu nominato podestà di Bassano Bernardo Marcello il quale rimase colpito dall’accoglienza ricevuta, tanto da decantare la salubre aria cittadina e, soprattutto, la splendida cucina locale, di cui risultano protagonisti gli asparagi definiti “cibi saporitissimi e squisitissimi”.23 

Questi sono gli anni anche della Controriforma e del Concilio tridentino (1545 – 1563), periodo in cui ben cinque papi ed altrettanti corti si spostavano da Roma a Trento per ammodernare la Chiesa e soprattutto tentare di combattere a suon di scomuniche il processo di Riforma protestante iniziato circa trent’anni prima da un agostiniano tedesco stanco delle ipocrisie e contraddizioni insite nell’istituzione della Chiesa romana. Questi avvenimenti ebbero un’importanza non trascurabile per la diffusione dell’asparago bianco: Bassano si trovava, infatti, in una posizione strategica, all’imbocco della Valsugana e lungo il fiume Brenta in un ambiente rilassante e di campagna, dove non pochi dei padri conciliari si fermarono a riposare ed a trovare ristoro e a “magnar i sparasi”.24 

Una fonte indiscussa riguardante gli “sparasi” risulta essere “La cena di Emmaus” del pittore veneziano Giovanbattista Piazzetta (1682 – 1754): è infatti ben visibile un piatto di asparagi preparato secondo la tradizionale ricetta bassanese: “sparasi, ovi, aseo, sale, oio e pevare”.

 

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Gianbattista Piazzetta, La cena in Emmaus (XVIII sec.), The Cleveland Museum of Art, Cleveland (OH).

 

Un ulteriore balzo cronologico ci porta in avanti di ben quattro secoli e precisamente al 1950, anno di pubblicazione di Across the River and into the trees di Ernest Hemingway, avvincente romanzo ambientato nella laguna veneziana. Lo scrittore statunitense doveva probabilmente aver degustato e apprezzato l’orgoglio gastronomico di Bassano per poter ricordarne la stagione esatta e addirittura l’acre e pungente odore di urina di chi se ne è cibato25:

“Arrivederci a cena” disse il colonnello. “Che cosa c’è?”

“Quello che vuole, e se qualcosa non lo abbiamo glielo faccio apposta”.

“Ci sono asparagi freschi?”

“Lo sa che in questi mesi non ci sono. Vengono in aprile da Bassano”.

“Allora sono sicuro che la mia orina avrà il solito odore” disse il colonnello. “Pensa tu a qualcosa ed io lo mangerò…26 

E venne il 1980, anno in cui si è costituito il consorzio di tutela dell’asparago bianco di Bassano con lo scopo di preservare, favorire e tutelare il prodotto (dalle non poche contraffazioni). Nel novembre 2007 l’asparago bianco di Bassano è stato riconosciuto come marchio DOP27

Nell’aprile 2010, inoltre, nacque la Confraternita dell’asparago bianco DOP di Bassano, la quale afferma di voler rivestire un duplice ruolo: in prima istanza, salvaguardare il pregiato ortaggio da ogni possibile forma di contraffazione e abuso, proteggendo il marchio che garantisce la tipicità, l’origine e le caratteristiche; in secondo luogo si vuole valorizzare e promuovere quest’eccellenza nel territorio bassanese.

Ma come dovrebbe presentarsi ai nostri occhi questo prodotto? 

A detta del rigido disciplinare l’asparago bianco DOP di Bassano, ricordato perfino dall’autore di Il vecchio e il mare, deve avere le seguenti caratteristiche: quasi superficiale dirlo, dev’essere ovviamente bianco, una lunghezza tra i 18 e i 22 cm con un diametro centrale minimo di 11 mm, i turioni devono essere ben formati, dritti, interi con apice serrato, teneri e non legnosi, di aspetto ed odore freschi.

Tipicità che contraddistingue l’asparago de Bassan, orgoglio dei suoi cittadini, dai suoi fratelli, è il gusto dolce – amaro, un ossimoro gastronomico unico nel suo genere.

 

A concludere il nostro viaggio gastronomico nella pianura veneta dove scorre languido il fiume Brenta ai pendici del Monte Grappa, è una tipica ricetta dei giorni nostri:

Asparagi di Bassano con salsa di uova sode

Ingredienti (dosi per 4 persone):

1 kg di asparagi di Bassano

3 uova sode

2 filetti di acciuga tritati

1 cucchiaio di capperi tritati

succo di limone

olio, sale, pepe

Preparazione:

Pulire gli asparagi, legarli a mazzetti e mettergli in una casseruola alta e stretta. Aggiungere acqua fino a circa 2/3 dei gambi e far sobbollire per circa 8 minuti. Sgusciare le uova sode, dividerle a metà e schiacciare i tuorli: aggiungere due cucchiai circa di succo di limone e versare gradualmente l’olio fino ad ottenere una salsa piuttosto fluida. Tritare gli albumi e unirne metà della salsa: aggiungere i capperi, le acciughe e il pepe controllando che la salatura ed il succo di limone siano giusti. Gli asparagi possono essere serviti caldissimi intingendoli uno alla volta nella salsa messa nel piatto, oppure si lasciano raffreddare e si condiscono insieme decorando il piatto con albumi tritati28.

Ora, sono non di poco conto le similitudini che emergono confrontando questa ricetta con quelle sopra menzionate appartenenti ad Apicio. Ancora più curiosa risulta la somiglianza con la salsa di acciughe ed aceto della ricetta odierna con il più noto (e forse quella che cela tutt’oggi più interesse, oltre che un non celato disgusto) intingolo che il mondo romano ci ha trasmesso: il celebre garum! 

Rimane da chiedersi, spunto per un possibile studio futuro, come, grazie probabilmente al tramite di Bisanzio e la presenza bizantina sul territorio della nostra Penisola, i quali si fecero eredi e continuatori delle più solide tradizioni romane dal punto di vista alimentare, la ricetta proposta da Apicio (o chi per esso fosse stato) giunse quasi intatta nella sua originalità, nei territori al di là del Brenta..

  

CITAZIONI

1APICIO, L’arte culinaria. Manuale di gastronomia classica, Libro III, p. 42 (ed. CARAZZALI G, Milano 2012).

2 TOURING CLUB ITALIANO, Guida all’Italia gastronomica, Milano 1984, p. 228.

3 MONTANARI M., Il cibo come cultura, Roma – Bari 2012, pp. 5-10.

4 BRAUDEL F., Les structures du quotidien: le possible et l’impossible, Paris 1979, p. 83.

5 FALAVIGNA A., L’asparago. La tecnica di coltivazione e la difesa antiparassitaria, Roma 1991, p.7.

6 Sull’alimentazione nell’Antico Egitto è fondamentale BRESCIANI E., La cultura alimentare degli egiziani antichi  in FLANDRIN J. L., MONTANARI M. (a cura di), Storia dell’alimentazione, Roma – Bari 20115 , pp. 37-46.

7 COMEGLIO M., L’asparago. Etimologia, storia, botanica, medicina, cucina, arte, letteratura e curiosità,  Varese 1999, pp. 13-15.

8 MORGANTI P., NARDO C., L’asparago. La storia, le tradizioni e le ricette,  Verona 2004, p. 10.

Vd. BUONOPANE A. Manuale di epigrafia latina,  Roma 2013, passim.

10  CATONE. De agricoltura, pp. 223-25 (ed. DALBY A., Devon 1998).

11 COLUMELLA, De re rustica, Libro XI,  p. 49 – 170 (ed. FORSTER E.S., HEFFNER E., Norwich 1979).

12 MORGANTI P., NARDO C., L’asparago. La storia, le tradizioni e le ricette,  Verona 2004, p. 25.

13 MORGANTI P., NARDO C., L’asparago. La storia, le tradizioni e le ricette,  Verona 2004, p. 29.

14 APICIO, L’arte culinaria. Manuale di gastronomia classica, Libro III, p. 42 (ed. CARAZZALI G, Milano 2012).

15 APICIO,. L’arte culinaria. Manuale di gastronomia classica, Libro IV, p. 65 (ed. CARAZZALI G, Milano 2012).

16 BERTOLINI A., Veneti a tavola,  Milano 1964, pp. 66-67.

17 FALAVIGNA A., A. D. PALUMBO., La coltura dell’asparago , Bologna 2001, p. 4.

18 Sul ruolo di Sant’Antonio riguardante Vicenza e Bassano vd. CRACCO G., Tra Venezia e Terraferma. Per la Storia del Veneto regione del mondo, Roma 2009, pp. 387, 516, 532.

19 MORGANTI P., NARDO C., L’asparago. La storia, le tradizioni e le ricette, Verona 2004, pp. 74 – 75.

20 FASOLI G., Dalla Preistoria al dominio veneto  in DA SESSO L., BERTI G., MANTESE G., PETOELLO G.,

SCHIAVO R., SENECA F., SIGNORI F., STRINGA N., DA SESSO G., ZILIO G. M. (a cura di), Storia di Bassano,Bassano del Grappa 1980, p. 224

21 Al riguardo vd. POVOLO C., CHIODI G., Amministrazione della giustizia penale e controllo sociale nel Regno Lombardo – Veneto,  Sommacampagna 2008, passim.

22 MORGANTI P., NARDO C., L’asparago. La storia, le tradizioni e le ricette, Verona 2004, p. 37.

23 Al riguardo vd. A tavola con i dogi: storia con ricette della grande cucina veneziana, Venezia 1992, passim.

24 MORGANTI P., NARDO C., L’asparago. La storia, le tradizioni e le ricette, Verona 2004, p. 38. Fig. 2:

25 Sul ruolo del cibo nelle opere di Hemingway vd. BORETH C., A tavola con Hemingway , Roma 2013, passim.

26 HEMINGWAY E. Di là dal fiume e tra gli alberi,  Milano 1997, pag. 51.

27 Reg, CE n. 1050 del 12.09.07.

28 FAMIGLIA CRISTIANA, Periodico n.3, Tradizioni & sapori d’Italia, Veneto. Viaggio nel costume e nel gusto, Milano 2004, p. 88.

 

BIBLIOGRAFIA

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POVOLO C., CHIODI G., Amministrazione della giustizia penale e controllo sociale nel Regno Lombardo – Veneto, Sommacampagna 2008.

TOURING CLUB ITALIANO, Guida all’Italia gastronomica, Milano 1984.

 

PUBBLICATO 13 APRILE 2018 

DISCIPLINARE DI PRODUZIONE


DELL’ASPARAGO BIANCO DI BASSANO


DENOMINAZIONE DI ORIGINE PROTETTA (DOP)


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Art. 1

(Denominazione)

La Denominazione di Origine Protetta (DOP) “Asparago Bianco di Bassano” è riservata ai turioni di asparago (Asparagus officinalis L.) che rispondono alle caratteristiche ed alle condizioni stabilite dal presente Disciplinare di Produzione.

Art. 2

(Caratteristiche del prodotto)

a) Caratteristiche del Prodotto

La Denominazione di Origine Protetta (DOP) “Asparago Bianco di Bassano” designa i turioni di asparago ottenuti nella zona di produzione delimitata nel successivo art. 3 del presente Disciplinare di Produzione, discendenti dall’ecotipo locale “Comune – o Chiaro – di Bassano”.

1. Caratteristiche estetiche

I turioni che possono fregiarsi della DOP “Asparago Bianco di Bassano” devono essere:

a) di colore bianco. Una colorazione leggermente rosata ed eventuali lievi tracce di ruggine sono ammessi alle brattee ed alla base, purché non si estendano all’apice dei turioni (primi 3 cm.) ed a condizione che possano essere eliminate con la pelatura normale da parte del consumatore e, in ogni caso, non devono superare il 10% del prodotto del mazzo.

b) ben formati: dritti; interi; con apice serrato; i turioni non devono essere vuoti, né spaccati, né pelati, né spezzati. La bassa fibrosità, caratteristica qualitativa dell’asparago Bianco di Bassano, determina, al momento del confezionamento, un’elevata spaccatura laterale dei turioni per cui sono tollerati lievi spacchi, sopraggiunti dopo la raccolta, al massimo sul 15%  (pag.1)

del prodotto racchiuso nel mazzo; sono ammessi turioni incurvati

c) teneri; non sono ammessi i turioni con principi di lignificazione

d) di aspetto e odore freschi; privi di odore o sapore estraneo

e) sani – esenti da attacchi di roditori e di insetti;

f) puliti, privi di terra o di qualsiasi altra impurità;

g) privi di gocciolatura e sufficientemente asciutti dopo lavaggio e refrigerazione con acqua fredda, esente da additivi chimici;

La sezione praticata alla base deve essere il più possibile netta e perpendicolare all’asse longitudinale.

2. Calibratura

La calibratura è determinata secondo la lunghezza ed il diametro.

Il diametro centrale dei turioni è quello della sezione presa al centro della lunghezza. Il diametro centrale minimo, compresa la tolleranza, è fissato in Il mm.

I turioni devono essere confezionati in maniera tale che in ogni mazzo siano compresi turioni con differenza di diametro medio non superiore a lO mm.

I mazzi vanno classificati in base al diametro centrale dei turioni che li compongono. La lunghezza dei turioni presenti deve essere in rapporto stretto con tale classificazione e seguire le indicazioni fornite dalla seguente tabella:

Diametro centrale

Lunghezza

Range massimo

> 11 mm

tra 18 e 22 cm

Per diametro

> 11 fino a 14 mm

20 cm

Per diametro

= o maggiore di 15 mm

22cm

Art. 3

(Zona di produzione)

La zona di produzione e di condizionamento e di confezionamento dell’”Asparago Bianco di Bassano” di cui al presente Disciplinare di Produzione comprende, nell’ambito della provincia di Vicenza, i territori dei comuni di Bassano del Grappa, Cartigliano, Cassola, Mussolente, Pove del Grappa, Romano D’Ezzelino, Rosa’, Rossano Veneto, Tezze sul Brenta e Marostica.

Art. 4

(Elementi storici che comprovano l’origine)

Ogni fase del processo produttivo sarà monitorata documentando per ognuna i prodotti in entrata ed i prodotti in uscita. In questo modo e attraverso l’iscrizione in appositi elenchi, gestiti dalla struttura di controllo incaricata, dei terreni coltivati, dei produttori e dei confezionatori, nonché la denuncia dei quantitativi prodotti, è garantita la tracciabilità e rintracciabilità del prodotto da monte a valle della filiera stessa. Tutte le persone, fisiche o giuridiche, iscritte nei relativi elenchi, saranno assoggettate al controllo da parte della struttura di controllo, secondo quanto disposto dal disciplinare di produzione e dal relativo piano di controllo.

In particolare saranno monitorati:

~l’iscrizione, per ciascuna campagna produttiva, dei terreni coltivati a “Asparago Bianco di Bassano” nell’elenco depositato presso la sede dell’Organismo di Controllo;

~ l’indicazione degli estremi catastali dei terreni coltivati ad Asparago Bianco di Bassano e, per ciascuna particella catastale, la ditta proprietaria, la ditta produttrice, la località, la superficie coltivata ad Asparago Bianco di Bassano;

~ la registrazione dei codici progressivi di numerazione dei mazzi marchiati.

Art. 5

(Tecniche di produzione e Raccolta)

Caratteristiche dei terreni

I terreni devono avere un ph compreso fra 5,5 e 7,5. E’ obbligatoria un’analisi dei terreni per ogni nuovo impianto e, in ogni caso, almeno ogni 5 anni per i parametri principali (ph, azoto, fosforo, potassio, calcio, magnesio e sostanza organica) .

Per i nuovi impianti sono valide le analisi effettuate nel triennio precedente.  

1. Preparazione del terreno ed impianto

La preparazione del terreno va effettuata nell’autunno precedente l’impianto, con un’aratura leggera, ad una profondità inferiore o uguale a 30 cm., seguita eventualmente, da una ripuntatura a 40-50 cm.

Nella realizzazione di nuovi impianti la distanza tra le file non deve risultare inferiore a 1,8 mt. per le fine binate e 2 mt. per le file singole; la densità massima dovrà comunque essere di 1,8 di piante/metro quadro.

I solchi devono avere una profondità di 15 – 20 cm. L’orientamento delle file deve essere preferibilmente da Nord a Sud, secondo l’andamento dei venti dominanti che percorrono la Valsugana, in modo da garantire un buon arieggiamento alla coltura e la diminuzione dei rischi di infezioni fungine e di allettamento delle piante.

Il trapianto delle zampe di asparago deve essere eseguito nei mesi di marzo od aprile, per le piantine esso deve avvenire entro il mese di giugno.

2. Rotazioni

Il reimpianto di una asparagiaia sullo stesso terreno può essere effettuato solo

dopo 4 anni.

In caso di accertata presenza di fitopatie di tipo radicale (Rizoctonia e Fusarium), il reimpianto può avvenire non prima di 8 anni.

E’ inoltre vietato far precedere all’impianto dell’asparagiaia le colture della patata, erba medica, carota, trifoglio, barbabietola per possibilità di attacchi di rizoctonia.

E’ altresì consigliato far precedere all’impianto dell’asparago le colture cerealicole come l’orzo, il grano, il mais.

3. Materiale di propagazione

Piattaforma Varietale

La riproduzione del materiale vegetativo da utilizzarsi per auto approvvigionamento può essere fatta dagli stessi agricoltori.

Può essere utilizzato solo l’ecotipo locale purché rispondente alle caratteristiche di cui all’ art. 2 .

4. Concimazione

E’ obbligatorio, prima di un nuovo impianto, effettuare un’analisi completa del terreno, da ripetersi, relativamente ai parametri fondamentali (pH, N, P. K, Ca, Mg e sostanza organica) ogni 5 anni; sono valide anche analisi effettuate nel triennio precedente.

In ordine al mantenimento della fertilità dei terreni, si distingue una concimazione pre-impianto e una concimazione per gli anni di produzione.

In pre-impianto è richiesta la distribuzione di letame bovino nella dose di 600 q.li/ha da interrare quando maturo.

L’impiego di altri concimi organici va rapportato al valore di riferimento indicato per il letame bovino.

Per gli anni di produzione la concimazione andrà fatta in funzione dei risultati delle analisi del terreno e delle asportazioni medie della coltura. La provenienza dell’azoto deve essere, per almeno il 50% di natura organica.

La concimazione fosfatica, e parte della concimazione potassica, sarà effettuata in corrispondenza delle lavorazioni autunnali o di fine inverno, mentre la concimazione azotata e la restante potassica sarà effettuata nel periodo post raccolta (non oltre il mese di luglio), frazionandola in più interventi. L’apporto annuo di elementi nutritivi principali dovrà comunque non superare i seguenti limiti massimi di unità ad ettaro:

            azoto      150

            fosforo     80

            potassio 180

Eventuali integrazioni di microelementi andranno effettuate nel periodo autunno-inverno.

5. Difesa fitosanitaria

Gli interventi devono seguire le indicazioni previste dalla Regione Veneto relativamente alla lotta integrata per l’asparago bianco. Le norme tecniche di riferimento fanno capo alla Delibera della Giunta Regionale del Veneto n. 488 del 28 febbraio 2003 e alle successive modifiche ed integrazioni emanate dalla stessa amministrazione

Nella individuazione delle tecniche agronomiche dovranno essere privilegiati i seguenti aspetti:

a) utilizzazione di materiale di propagazione sano e resistente alle fitopatie;

b) adozione di pratiche agronomiche in grado di creare condizioni sfavorevoli agli organismi dannosi (es. ampie rotazioni, concimazioni equilibrate, irrigazioni localizzate, adeguate lavorazioni del terreno, ecc.);

6. Pacciamatura

E’ consentita la pacciamatura nel periodo di raccolta con film plastico scuro adeguato al contenimento delle malerbe e alla protezione dalla luce, o con altro materiale idoneo a garantire le caratteristiche finali del prodotto.

7. Irrigazione

Gli interventi irrigui si rendono necessari in relazione all’andamento meteorologico stagionale ed alla fase fenologica.

8. Interventi autunnali

Nel periodo di completo disseccamento della parte aerea si dovrà provvedere allo sfalcio, all’asportazione ed alla bruciatura della stessa, allo spianamento dei cumuli del terreno, a fine raccolta, onde evitare l’esagerato innalzamento dell’apparato radicale della pianta.

9. Raccolta

I periodi massimi di raccolta, considerando come primo anno l’anno

d’impianto, sono i seguenti:

I

II

III

Dal IV

impianti derivanti da zampe

Impianto

allevamento

30 gg

70 gg

trapianto di piantine ottenute nell’anno

Impianto

15 gg

30 gg

70 gg

Il periodo di raccolta deve essere compreso tra il 1 marzo ed il 15 giugno.

Le produzioni in coltura forzata o protetta (tunnel) possono essere raccolte prima della suddetta data e comunque non prima del 1 febbraio previa autorizzazione dell’organismo di controllo.             

La produzione massima consentita in asparagiaia in piena produzione, è pari a 80 q.li/ha.

Il condizionamento del prodotto ed il suo confezionamento devono avvenire all’interno della zona di produzione delimitata dall’art. 3 del disciplinare per assicurare le caratteristiche tipiche, la rintracciabilità e il controllo del prodotto.

Art. 6

(Legame con l’ambiente geografico)

Le condizioni ambientali e tecnico-colturali degli impianti destinati alla produzione dell’Asparago Bianco di Bassano, atte a conferire al prodotto le caratteristiche tipiche, sono le seguenti:

1. I terreni

I terreni della zona di produzione dell’Asparago Bianco di Bassano sono caratterizzati da una tessitura di tipo franco o franco-sabbiosa, con un sottosuolo ricco di ghiaia, dotati di una buona permeabilità e di una discreta presenza di sostanza organica; il pH si colloca su valori prevalenti di 5,5 – 7,5 (terreni sub-acidi-neutri).

L’area interessata è di origine alluvionale, essendo ricompresa nell’area della Valsugana che ospita il fiume Brenta.

La sua caratteristica risulta determinata dalla composizione fisico-chimica dei materiali detritici, ghiaiosi, sabbiosi e limosi trasportati dalle acque correnti e depositati sulla pianura fluviale, che ne caratterizzano la composizione.

2. Il clima

Le zone di coltivazione dell’Asparago Bianco di Bassano presentano una situazione climatica che risente fortemente dell’influenza del Fiume Brenta che attraversa la Valsugana e della protezione, a monte, delle Prealpi Venete e del Massiccio del Grappa.

Le precipitazioni medie annuali si collocano intorno ai 1.000 mm annui con massimi in corrispondenza dei mesi di aprile-maggio e settembre-ottobre.

In riferimento alla temperatura il valore medio si aggira dai 2,50 ai 230 con valori estremi nei mesi di gennaio e luglio.

Tra gli eventi meteorologici da tenere in considerazione, si segnala l’andamento e la direzione del vento che dall’ Alta Valsugana si spinge verso sud – est, determinando un micro clima locale, caratterizzante l’areale di coltivazione gli scarsi ristagni di umidità, una minore presenza di nebbie, una minore incidenza sull’ escursione termica dei suoli.

Tutte queste caratteristiche permettono che la pianta sviluppi un complesso sistema radicale, ampio e profondo, costituito da grossi rizomi, da radici carnose; cosi pure favorisce una intensa attività di assorbimento degli elementi nutritivi e di elaborazione delle sostanze zuccherine. Di conseguenza, porta un rapido sviluppo dei turioni di sufficienti dimensioni (calibro) ed interamente commestibili o comunque di scarsa fibrosità.

La Serenissima stimava l’asparago cibo nobile in quanto se ne trova traccia nella contabilità di banchetti offerti ad ospiti di gran riguardo già nel primo Cinquecento. Dal Seicento lo coltivava diffusamente negli Orti di Terraferma. I padri in viaggio per il Concilio della Controriforma di Trento (1545-1563), transitando da Bassano, ebbero modo di gustare il prodotto locale e ci fu chi, tra loro, lasciò scritto dei suoi pregi dietetici.

In una leggenda trascritta si racconta che S. Antonio da Padova aveva portato dall’ Africa delle sementi di asparago. Recatosi a Bassano per ammansire il tiranno Ezzelino, concludeva positivamente l’incontro. Tornando verso Padova, percorrendo la strada che congiungeva Bassano a Rosà, cospargeva tra le siepi le sementi che rendono tuttora quella terra coma la più indicata e feconda per la coltura del turione.

In un famoso dipinto del pittore veneziano Giovambattista Piazzetta (1682-1754) “La Cena di Emmaus” – Claveleur Museum of Art – è ben visibile il piatto di asparagi preparato secondo la tradizionale ricetta bassanese: “sparasi e ovi, sale e pevare, oio e aseo” (asparagi e uova, sale e pepe, olio e aceto).

Nel 1847 il Prof. Ferrazzi (“Alcuni cenni dell’Agronomia e della Industria Bassanese, 1847, pag. 14, in allegato 5) descrivendo le qualità delle produzioni agricole locali, affermava “gli asparagi bassanesi sì candidi, sì buoni, sì saporosi, non vogliono essere altrimenti lodati; sono il dono più bello e gradito della nuova stagione” .

Alla voce asparago dell’Enciclopedia Agraria Italiana (Ed. 1952), riporta l’opinione generale che anche in altre località “l’asparago coltivato sia il bassanese, tuttora preferito alle razze d’Argenteuil per il migliore adattamento al clima ed anche per le sue ottime qualità organolettiche”.

Art. 7

(Riferimenti relativi alle strutture di controllo)

Il controllo per l’applicazione delle disposizioni del presente disciplinare di produzione è svolto da una struttura di controllo conformemente a quanto stabilito dall’art. 10 del reg. (CEE) n. 2081/82

Art. 8

(Modalità di confezionamento ed etichettatura)

1. Imballaggio e presentazione

Il contenuto di ogni imballaggio deve contenere mazzi della medesima grandezza; ogni mazzo deve essere omogeneo. I turioni devono essere venduti confezionati in mazzi saldamente legati, con peso compreso fra 0,5 e 4 kg.

I turioni che si trovano all’esterno del mazzo devono corrispondere, per aspetto e dimensioni, alla media di quelli che lo costituiscono; i turioni devono essere di lunghezza uniforme.

2. Confezionamento dei mazzi

Come da tradizione, dopo aver pareggiato il fondo, ogni mazzo deve essere legato saldamente con una “Stroppa” (giovane ramo o ‘succhione’ di salice). Ad ogni mazzo deve essere apposto un contrassegno, fissato alla stroppa, riportante il marchio della D.O.P. “Asparago Bianco di Bassano” nonché il numero di identificazione progressiva del mazzo che ne permette la rintracciabilità.

I mazzi devono essere disposti regolarmente nell’imballaggio.

3. Caratteristiche degli imballaggi

I mazzi possono essere riposti in contenitori di legno, plastica o altro materiale idoneo.

All’esterno di ogni imballaggio devono essere apposte, con indicazione diretta con apposita etichetta, le seguenti informazioni:

     -ASPARAGO BIANCO DI BASSANO – D.O.P.

     -nome del produttore,

     -ragione sociale ed indirizzo del confezionatore,

     -data di confezionamento,

nonché le seguenti caratteristiche commerciali:

     -categoria di qualità (Norme VE),

     -calibro,

     -numero di mazzi,

     -peso medio dei mazzi.

Il marchio del prodotto è costituito dal logo della DOP e dal codice progressivo, identificativo del prodotto e del produttore a garanzia della tracciabilità del prodotto.

Tale marchio viene affissato con una chiusura non riutilizzabile, alla “stroppa”, nella parte superiore del mazzo, a garanzia del prodotto DOP.

Il logo è costituito da un disco verde dal bordo sagomato a 24 lobi. Tale disco verde è contornato da due profili anch’essi ondulati di colore rosso il più esterno e di colore bianco il più interno. Al centro del disco verde, occupandone i due terzi della superficie, è posto il disegno stilizzato di un mazzo di asparagi di colore bianco profilati di verde formato da cinque asparagi in primo piano e quattro dietro a questi, attraversati per tutta la larghezza e per un terzo dell’altezza dalla sagoma inserita centralmente in colore rosso del Ponte palladiano in legno a quattro piloni di Bassano del Grappa.

Sotto gli asparagi, disposta a semicerchio, leggibile da sinistra a destra è collocata la scritta di colore bianco con il carattere France Bold ttf in maiuscolo “Asparago bianco di Bassano”.

I colori di riferimento sono il verde Pantone 348, il rosso Pantone 186 e il bianco. Le dimensioni del logo riportate nelle targhette identificative dei mazzi, in alluminio ossidato o serigrafato, atossico, avranno diametro di 3 centimetri.

Il logo eventualmente riportato su imballaggi, confezioni, depliant, ecc. dovrà in ogni caso avere delle dimensioni significativamente superiori a qualunque altra scritta.

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Si può trovare  questo disciplinare in pdf in Internet


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la stroppa

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il diametro  dei turioni 

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l’identificazione

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TUTELA DEL CONSUMATORE

a cura di Vasco Bordignon

pubblicato 12-04-18

LA CAPPELLA DEL ROSARIO


LA PALA DEL MONTAGNA 


di VASCO BORDIGNON


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LA PALA E’ INSERITA ALL’INTERNO DELLA PARETE EST DELLA CAPPELLA DEL ROSARIO

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NOTIZIE STORICHE e DESCRITTIVE

(presento due scritti non molto lontani tra loro, che ci consentono di conoscere e di apprezzare questa grande opera d’arte)

CAPPELLA DEL ROSARIO – CARTIGLIANO – MADONNA IN TRONO CON IL BAMBINO TRA I SANTI

Madonna in trono con il Bambino tra i Santi

Parrocchiale di Cartigliano 1497-98

“Tela rinascimentale con la Vergine Maria e del suo Gesù Bambino in mezzo a San Simone Apostolo e a San Gianbattista del grande pittore vicentino Bartolomeo Cincani detto il Montagna (Orzinuovi 1449/50-Vicenza 1523) che si trova nella chiesa di Cartigliano. La datazione precisa del capolavoro montagnesco tiene, come al solito, gli storici dell’arte un po’ discordi, sebbene nessuno fino ad ora abbia trovato un documento scritto che ne attesti la data precisa di esecuzione per la chiesa cartiglianese. Facendo una media delle varie ipotesi, essa può essere collocata nell’arco di tempo tra il 1498 al 1503, inquadrandola così con i capolavori “belliniani, mantegneschi e antonelleschi”.

Poco conosciuto al grande pubblico, cresciuto nella bottega di Giovanni Bellini, Bartolomeo Montagna è stato uno dei più interessanti artisti minori del Rinascimento veneto, capace di rielaborare il classicismo formale del Mantegna con brillante originalità. Originario di Orzinuovi, presso Brescia, terra dalla quale partì il padre per trasferirsi al Biron di Monteviale, fu il primo grande pittore di Vicenza che avrebbe lasciato nelle sue Madonne e nelle sue Sacre rappresentazioni per le pale d’altare un saggio di straordinaria qualità sia per invenzione e ricerca formale, sia per colorito.

Il capolavoro montagnesco della pala cartiglianese, dopo la sua riscoperta critica e la contestuale presa di coscienza delle precarie condizioni conservative dell’opera, dava origine già nei primi anni del 1900, ad alcuni interventi di restauro, che furono determinanti per l’attuale assetto dell’opera.

Nel 1905 la pala era collocata nella cappella del Rosario all’interno di un altare settecentesco, che inglobava parti della cornice originaria; il dipinto risultava mutilo nella parte inferiore, probabilmente per consentire l’inserimento in passato di un tabernacolo o di un ciborio.

Il primo radicale intervento, voluto dal Fogolari ed eseguito dal Betto tra il 1906 e il 1915, comportò, oltre alle necessarie operazioni di restauro, la ricostruzione per via analogica della lacuna inferiore e la realizzazione dell’attuale cornice, che mantiene al suo interno le parti residue di quella originaria. Ne seguirono altri interventi, cambiò anche varie volte la sua collocazione all’interno della chiesa, ma fu nel 1952, dopo un nuovo intervento ad opera del Pelliccioli e dell’Arrigoni che la pala fu riportata nella primitiva collocazione ed inserita in posizione centrale, rispetto ai riscoperti affreschi di Jacopo e Francesco Bassano (1575) (Sgarbi, 1978).

Un ulteriore restauro, realizzato nel 1979-80 da Ottorino Nonfarmale, ha preceduto quello appena concluso (2010), progettato e diretto con finanziamento ministeriale dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici delle provincie di Verona, Rovigo e Vicenza, ed eseguito dalla Ditta Akribeia di Maria Beatrice Girotto , con la direzione di Donata Samadelli.

Il giudizio espresso dalla critica nei confronti della pala di Cartigliano ha a volte risentito dell’inferiore valutazione della matura attività del Montagna. Il Longhi (1946) vi vide “una lieve materializzazione dell’antonnellismo”; a sua volta il Tanzi (1990) ha accennato a “uno scadimento d’ispirazione del Montagna, che corrisponde ad una sua penetrazione capillare nel territorio vicentino” avvicinando al dipinto di Cartigliano la pala di San Giovanni Ilarione, la Sacra Conversazione del Museo di Glasgow, proveniente da Bassano di Sandrigo e la Natività della parrocchiale di Orgiano.

In realtà la qualità altissima della tela di Cartigliano la pone, rispetto alla produzione dell’artista vicentino in “un momento decisivo nella parabola di Bartolomeo. La ferma saldezza dei nessi compositivi si allenta, e si viene ammorbidendo la cristallina stilistica materia in cui in precedenza erano modellate le forme”. (Puppi 1964). L’opera costituisce in realtà una sintesi formidabile della prima maturità dell’artista con esiti di straordinario equilibrio formale e compositivo e di estrema naturalezza, qualità distintive dell’arte del Montagna”.

Tratto da: Donata Samadelli, Un capolavoro di Bartolomeo Montagna per la chiesa dei santi Simone e Giuda a Cartigliano Bozzetto Edizioni s.r.l ottobre 2010. [straordinaria pubblicazione di grande formato con grandi e stupende  immagini] 

MADONNA CON IL BAMBINO IN TRONO TRA SAN GIOVANNI BATTISTA E SAN SIMONE APOSTOLO; nella lunetta PADRE ETERNO FRA DUE ANGELI.

Databile 1507-1510

Olio su tela, 187×154 CM; 77×154 cm

RESTAURI : agosto 1906-gennaio 1907: Luigi Betto; 1952: Mauro Pelliccioli; 1979-1980: Ottorino Nonformale; 2009: Maria Beatrice Girotto.

“ A seguito dell’ultimo intervento conservativo, la tela si presenta in buono stato di conservazione avendo parzialmente recuperato una felicità cromatica e attenta regia luminosa precedentemente offuscata dalle vernici ossidate che ottundevano e banalizzavano il magro strato di colore al di sopra della minima imprimitura, impedendone una corretta valutazione. 

La lunetta ha la sola parte estremamente patita, il Dio Padre benedicente, la mano sinistra con il globo in mano, ormai perduto negli incarnati, mentre in buono stato di conservazione appaiono la coppia di angeli oranti e le teste di angeli alati … A un sguardo attento resta poi visibile l’amplissimo taglio circolare praticato, nella parte inferiore, per collocare un tabernacolo, risarcito dall’intervento di Luigi Betto alla fine del1906.

Accolta in una cornice in parte originale – quanto salvato e ricostruito dai rimaneggiamenti subiti nel Settecento – la tela accoglie i sacri attori in un recinto marmoreo ove, da una splendida piattaforma marmorea, s’innalza un raffinato trono d’intarsi marmorei policromi coronato dai coralli rossi a prefigurare la futura Passione di Cristo.

Su di esso una Madonna dallo zendado turchese si rivolge al fedele insieme al pensoso Battista, il cui indice indirizza verso Maria e Figlio. Isolato nella lettura l’apostolo Simone, lo Zelota, copatrono della parrocchiale di Cartigliano, attentamente narrato nella definizione fisiognomica, il volto reso con qualità ritrattistica e la pelle raggrinzita  con lo sguardo dell’età.

Ampio e profondo il paesaggio, distinto a sinistra dalla torre diruta, a destra da lacerti classici.

Importante per il ripristino di tale opera fu la relazione di Fogolari dopo il suo sopralluogo dell’11 giugno 1906, relazione che fu ampiamente trascritta e resa pubblica da Vittorio Sgarbi nel 1978: “l’attento esame palesa nei punti sani un bellissimo smalto di colore, e quelle tinte forti , questi rossi granata, quelle carni calde, che sono proprie del grande maestro vicentino… Già la fotografia mia aveva persuaso  trattarsi di opera di Bartolomeo Montagna, e l’esame minuto della modellatura , così forte, quasi metallica in certi punti, e del colore intenso e splendente , mi hanno riconfermato in tale idea; benché come si disse, la visione generale del dipinto sia resa penosa da tanti guasti e dia una quasi dolorosa delusione”.

Un giudizio che porterà Fogolari a tentarne l’acquisizione per le Gallerie dell’Accademia, sventata dal secco diniego del vescovo di Vicenza Antonio Feruglio.

Tratto da: Mario Lucco, BARTOLOMEO CINCANI DETTO MONTAGNA – DIPINTI – ZeL Edizioni, 2014. (pagg 368-369)


L’OPERA


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LA PALA NEL SUO INSIEME 


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La Madonna, che sostiene alla destra un Bambino eretto sulle sue ginocchia, è seduta su un alto piedestallo, intarsiato a marmi policromi in accordo al pavimento sottostante. Il trono ha la spalliera fiancheggiata da pilastri decorati in blu e rosso su fondo oro e due braccioli dorati con decori foliati; lo sormontano una spessa architrave e in cima un articolato fastigio, con al centro un angioletto alato (forse un riferimento alla Vergine regina angelorum) coronato da due ampie volute e da una sorta di pinnacolo. Due fili di coralli rossi, allusivi alla futura passione di Cristo, lo collegano a due globi laterali.

L’estrema raffinatezza del trono trova piena rispondenza nell’immagine di Maria, il cui sguardo quieto e assorto si rivolge agli astanti e le cui vesti seriche, riccamente decorate da motivi floreali inseriti in rombi, su fondo oro, si intonano alla sontuosità sfolgorante del sedile regale, ma vengono nel contempo attenuate e accordate ad un registro più tenero e sobrio dal turchino del velo e dal blu del manto. Una decorazione di perle, accarezzata dal Bambino e il piccolo libro vermiglio, che la Vergine regge in grembo, alludono discretamente alla purezza e alla preghiera, esemplari virtù mariane. 


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La figura del Battista, santo ricorrente nelle pale del Montagna, è raffigurato in ampio panneggio e con una espressione che  si umanizza in uno sguardo pensoso rivolto agli astanti, nell’invito, materializzato dall’indice puntato, alla piena comprensione delta presenza divina e mariana.

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San Simone, da identificare con l’apostolo detto Simone lo Zelota o il Cananeo, diffusore della fede accanto a san Giuda Taddeo, copatrono della Parrocchiale di Cartigliano, legge quietamente un libro, quasi astraendosi dalla scena. Anche lui indossa sulla veste verde un ampio manto giallo, il cui panneggio è ottenuto attraverso una raffinata elaborazione grafica, che trova riscontro nell’estrema cura dei tratti del volto,  dettagliando persino le rughe e i vasi sanguigni e ha reso minutamente i filamenti della lunga barba canuta

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paesaggio di sinistra

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paesaggio di destra

Dietro la “sacra conversazione”, in continuità e senza stacco si dipana uno splendido paesaggio, rinserrato da montagne pietrose, erose dagli agenti atmosferici, le cui scheggiature sono delineate con straordinaria finezza disegnativa, cime che digradano a valle in massi o calanchi. Si distende al centro un paesaggio erboso, ancora solcato da dirupi dietro la figura dinoccolata e patetica del Battista, ma rasserenato, oltre la Vergine con il Bambino e san Simone, in un prato ridente di cespugli e d’erbe. La sagoma inquietante della torre squarciata, presagio di morte e di rovina, e i profili biancheggianti dei due edifici che coronano, ergendosi su una fitta boscaglia, lo sperone roccioso sulla sinistra, sovrastano un brano di abitato, con case, case-torri, torrioni ed una chiesa accanto alla quale svetta un campanile, tutti edifici ordinatamente inseriti nel fondale da una fitta cortina di cespugli tondeggianti. Sul lato destro, il digradare della giogaia montuosa si conclude sullo sfondo con una sorta di basilica romana, dalle alte arcate sormontate da un architrave prominente e da timpani triangolari. Sopra di essa il piano superiore è in rovina, infestato da arbusti, quasi visivamente assimilato alle rocce antistanti. La profondità dello scenario, solcato da sentieri serpeggianti e ricco di vegetazione a basso fusto, quasi occulta le rade presenze umane ed animali, limitate a poche figure schizzate in lontananza un cavaliere, un viandante e un cane, subito alla sinistra del trono: un cacciatore, due cavalli alla pastura e due cervi affrontati in fondo sulla destra


LA LUNETTA 

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La lunetta che sormonta la pala si articola, secondo una modalità più convenzionale, nella figura maestosa e purtroppo rovinatissima di un Dio Padre benedicente con il globo in mano, circondato da due diafani angeli oranti, con le ali cangianti e compatte capigliature bionde. Singolare è lo sfondo, in cui sul blu del cielo, purtroppo assai abraso, si scorgono ancora le figure a monocromo di due angeli alati.

FONTI DOCUMENTALI

BARTOLOMEO MONTAGNA. Madonna in trono con il Bambino tra iu Santi. Bozzetto Edizioni srl. Cartigliano (VI), 2010

Mario Lucco. BARTOLOMEO CINCANI DETTO MONTAGNA – DIPINTI – ZeL Edizioni, 2014. 

Lionello Puppi. BARTOLOMEO MONTAGNA, Neri Pozza Editore, Venezia, 1962




FIORESE AMEDEO

VITA ED OPERE

DI UN ARTISTA SENZA FINE

OPERE DELLA CHIESA DELLA PENTECOSTE

di Vasco Bordignon

BREVI NOTE STORICHE

Thiene negli anni ’70 aveva avuto un forte aumento di popolazione e l’unica parrocchia allora presente era diventata troppo stretta per dare un sufficiente servizio religioso.Per questo motivo nel 1980 l’allora vescovo di Padova Mons. Girolamo Bortignon creò quattro nuove parrocchie: Madonna dell’Olmo, San Sebastiano, Conca e San Vincenzo.Quest’ultima parrocchia ruotava allora attorno ad un’antica chiesetta del 1330 dedicata proprio a San Vincenzo martire, ricca di pregevoli affreschi ma di piccole dimensioni, tanto che non poteva contenere più di ottanta persone.Tale angustia di spazio e motivi di sicurezza avevano indotto il parroco don Francesco Longhin ad officiare le sacre funzioni nei locali della vicina Scuola dell’Infanzia.Vi era quindi fin dalla nascita della nuova parrocchia la necessità di una nuova chiesa, che venne sollecitata anche dal nuovo vescovo di Padova Mons. Filippo Franceschi sia in occasione della visita pastorale (marzo 1987) sia in occasione dell’ingresso del nuovo parroco don Piergiorgio Sandonà (maggio 1987). Il nuovo parroco si pose subito al lavoro pur avendo chiare le grandi perplessità e problematiche relative ad una nuova chiesa.Ma la definizione da parte comunale del nuovo piano particolareggiato della zona, l’acquisizione dei terreni da parte della parrocchia, la donazione dei sigg. Maria Teresa e Mario Ferrarin in memoria del loro unico figlio Antonio, deceduto in un incidente stradale, per l’edificazione del Centro parrocchiale e per la Casa per Ferie a Cesuna, diedero un notevole impulso alla realizzazione delle nuova chiesa, il cui progetto sarà quello scelto dalla popolazione dopo varie assemblee parrocchiali (1992), progetto degli architetti Elio Carollo e Roberto Ronda. Importante fu anche la scelta del nome della Chiesa: Chiesa della Pentecoste in base al quale tutta la progettazione doveva essere imbevuta da questo fondamentale evento dal quale prese avvio, dopo la morte e resurrezione di Gesù, tutta la storia della Cristianità.Nel giugno del 1996 giunse la comunicazione che la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) aveva stabilito un’importante contributo (derivato dall’8 per mille per la Chiesa Cattolica da parte degli italiani) per i lavori della nuova chiesa e del centro parrocchiale.;Nel luglio del 1997 si iniziò la costruzione.;Il 5 dicembre del 2001 il vescovo di Padova mons. Antonio Mattiazzo ha benedetto la nuova chiesa della Pentecoste.

ALL’ESTERNO

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Alla fine di un lungo piazzale contornato da ancora giovani piante arriviamo davanti all’ingresso della Chiesa della Pentecoste, situato nella facciata nord rivestita di marmo e di mattoni e rappresentato da una specie di torretta, sui lati della quale spiccano 11 bellissime formelle che rappresentanti luoghi e città significative di tutta l’Italia, espressione della riconoscenza dei fedeli per il contributo di fede e di denaro con la loro dichiarazione dei redditi.

Sono state realizzate nel 2001, ogni formella misura 50×50 cm e sono costituite da refrattario, smalti e cristallina a spessore.

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ASSISI – BASILICA DI SAN FRANCESCO

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FIRENZE – CATTEDRALE DI SANTA MARIA DEL FIORE

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MILANO – IL DUOMO

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PADOVA – BASILICA DI SANT’ANTONIO

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ROMA – IL COLOSSEO

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SARDEGNA – UN NURAGHE

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SICILIA – IL TEATRO GRECO-ROMANO DI TAORMINA

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SIENA – LA PIAZZA DEL CAMPO

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THIENE – VILLA DA PORTO, COLLEONI, THIENE DETTA “IL CASTELLO”

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VENEZIA – BASILICA DI SAN MARCO

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VICENZA – IL SANTUARIO DI MONTE BERICO

ALL’INTERNO

Vi sono innanzitutto opere che sono tra loro strettamente correlate: la cupola, il fonte battesimale, l’ambone, l’altare maggiore, le dodici colonne.

Nelle immediate vicinanze dell’altare vi è la cappella del SS. Sacramento e il complesso statuario del Sacra Famiglia.

LA CUPOLA

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Amedeo Fiorese intento agli ultimi ritocchi al disegno della cupola

L’architettura della chiesa vera e propria è a pianta quadrata che internamente viene trasformata in una circonferenza delimitata da dodici colonne rivestite di bronzo e anche dal particolare disegno della pavimentazione. Tale struttura circolare sale verso il cielo in una grande cupola, vero gioiello che trabocca di significati religiosi ma anche di grandi applicazioni tecniche.

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immagine della cupola con l’illuminazione naturale della luce esterna

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altra immagine della cupola con l’illuminazione naturale della luce esterna

La cupola ha una altezza di mt 6,80, un diametro di mt 19,50; la superficie mosaicata è di 480 mq, ed è costituita da oltre 1.900.000 tessere formando 18 spicchi con 7 vele ciascuna.

L’insieme delle tessere realizzano attraverso i colori simbolici che vanno dall’oro al rosso-sangue un movimento a spirale incarnando le parole stesse degli atti degli Apostoli sulla discesa dello Spirito Santo.L’episodio della discesa dello Spirito Santo è narrato negli Atti degli Apostoli, cap. 2; gli apostoli insieme a Maria, la madre di Gesù, erano riuniti a Gerusalemme nel Cenacolo; e come da tradizione, gli ebrei erano affluiti numerosi a Gerusalemme, per festeggiare la Pentecoste. “Mentre stava per compiersi il giorno di Pentecoste, si trovavano tutti insieme nello stesso luogo. Venne all’improvviso dal cielo un rombo, come di vento che si abbatte gagliardo e riempì tutta la casa dove si trovavano. Apparvero loro lingue di fuoco, che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro; ed essi furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro di esprimersi”.

Fiorese oltre ad aver realizzato il disegno ha seguito personalmente la creazione delle tessere vetrose, con uno spessore variabile da 5 mm a quelle di 18 mm con smalto. Le tessere poi contengono al loro interno striature di metalli preziosi. L’artista ha curato inoltre in modo particolare le varie tonalità di colore che dovevano creare l’atmosfera del grande evento.

In un grande spazio, poi, le tessere sono state una ad una posizionate al rovescio secondo il disegno su un supporto adesivo e successivamente, rovesciandole, incollate su un materiale elastico, il policarbonato, con una colla speciale che, dopo aver sistemato tutte le tessere nella loro perfetta posizione, sono state attivate per la definitivo legame al policarbonato mediante un trattamento di 2 minuti di esposizione a raggi UVA.

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la struttura di sostegno

Successivamente si è realizzato il difficile e preciso posizionamento di questa struttura elastica sui supporti metallici, che hanno quindi configurato una vera cupola in tutta la sua bellezza.

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cupola da illuminazione professionale fotografica

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dettaglio

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dettaglio

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altro dettaglio

L’opera regala al fedele e anche al visitatore una spazialità senza fine, segno della potenza divina, offrendo la sensazione di un percorso a spirale che velocemente a partenza dall’alto raggiunge l’uomo, che corroborato dallo Spirito Santo, riceve la forza della testimonianza fino al martirio come è avvenuto per i primi apostoli e martiri, e come si è ripetuto fino ad oggi nel percorso della storia del mondo e della Chiesa.

LE DODICI COLONNE

Questa grande cupola poggia su 12 colonne, che sono state rivestite di bronzo nel corso degli anni dal 2002 al 2007. Hanno una altezza di 4 metri con un diametro di 40 cm.Ogni colonna è diversa l’una dall’altra e sono per tutta la loro superficie lavorate dall’artista in una specie di tessitura cangiante da colonna a colonna. …. Rappresentano gli apostoli che radunati nel cenacolo hanno ricevuto il dono dello Spirito santo, che li ha trasformati da poveri pescatori a pilastri della Fede in Gesù e della Chiesa.

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IL FONTE BATTESIMALE

L’AMBONE

E L’ALTARE MAGGIORE

Perpendicolarmente all’asse centrale della cupola da cui sgorga la luce che si diffonde ovunque vi è il fonte battesimale anch’esso a forma di spirale dal quale sgorga l’acqua che poi convogliata scorre verso l’abside dove si trova l’ambone e l’altare maggiore. Il battesimo rappresenta l’iniziazione del vero cristiano, il punto di partenza per crescere nella fede attraverso le sacre letture annunciata dall’ambone e attraverso il sacro nutrimento che si concretizza sull’altare, nel mistero della messa, dove il pane e il vino diventano il corpo e il sangue del Salvatore.

IL FONTE BATTESIMALE

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il fonte battesimale è sulla verticale del grande mosaico a spirale. E’ anch’esso a spirale.

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L’acqua del fonte battesimale scorre verso l’ambone e verso l’altare dove il battezzato troverà “il cibo” per la sua crescita spirituale.

Da notare come anche il pavimento è improntato, attraverso la composizione pittorico-geometrica, ad un movimento circolare.

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L’acqua sgorga da 5 fontanelle, che rappresentano i cinque contenenti del globo terrestre, indicando la universalità della Chiesa.

E’ stato realizzato nel 2002, con marmo di Asiago. Misura 80×140 cm

L’AMBONE

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L’ambone è il luogo dove vengono lette le Sacre Scritture: L’artista ha sintetizzato la parabola del buon Seminatore.

Matteo 13,1-23Quel giorno Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare.Si cominciò a raccogliere attorno a lui tanta folla che dovette salire su una barca e là porsi a sedere, mentre tutta la folla rimaneva sulla spiaggia.Egli parlò loro di molte cose in parabole.

E disse: “Ecco, il seminatore uscì a seminare.E mentre seminava una parte del seme cadde sulla strada e vennero gli uccelli e la divorarono.Un’altra parte cadde in luogo sassoso, dove non c’era molta terra; subito germogliò, perché il terreno non era profondo.Ma, spuntato il sole, restò bruciata e non avendo radici si seccò.Un’altra parte cadde sulle spine e le spine crebbero e la soffocarono.Un’altra parte cadde sulla terra buona e diede frutto, dove il cento, dove il sessanta, dove il trenta.Chi ha orecchi intenda”.

E’ stato realizzato nel 2001 in marmo di Asiago, misura 130x80x40 cm

L’ALTARE

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L’opera in bronzo di Fiorese sintetizza l’evento della Cena di Emmaus: è la prima cena pasquale di Gesù con due discepoli che supplicano “Signore, resta con noi si fa sera e il giorno già volge al declino.

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e poi Gesù si manifesta nello spezzare il pane.

I discepoli di Emmaus (Luca 24, 13-53):Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus,e conversavano di tutto quello che era accaduto.Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo.

Ed egli disse loro: “Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?”.

Si fermarono, col volto triste;uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: “Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?”.Domandò: “Che cosa?”. Gli risposero: “Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo;come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l’hanno crocifisso. Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute.Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcroe non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo.Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevano detto le donne, ma lui non l’hanno visto”. Ed egli disse loro: “Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti!Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”.E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui.Quando furono vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano.Ma essi insistettero: “Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino”. Egli entrò per rimanere con loro.Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro.Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista.

L’altare, del 2001, è in marmo d’Asiago, le misura sono 90x190x40 cm

LA SACRA FAMIGLIA

Il gruppo bronzeo della Sacra Famiglia rappresenta la prima piccola Chiesa domestica, che si lascia guidare dallo Spirito Santo che è come il vento impetuoso della Pentecoste, tanto da alterare le vesti e scompaginare i capelli. La famiglia poi è appoggiata sulla roccia.

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La sacra famiglia, appoggiata sulla roccia, è del 2001, in bronzo. Le dimensioni sono 210x201x120 cm.

LA CAPPELLA DELL’EUCARESTIA

E’ il luogo della custodia del Sacramento Eucaristico e il luogo della adorazione personale. Nello spazio adiacente alla mensola eucaristica vi è un’antica statua della maadonna. Stretto è sempre il legame tra la Madonna e Gesù Eucarestia.

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L’eucarestia è inserita in questo grande tabernacolo a spirale che si irradia in ogni parte del mondo e la sottostante mensola racconta nuovamente la cena di Emmaus.

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Anche la porticina del Tabernacolo racconta la cena in Emmaus.

L’opera comprende il tabernacolo a spirale in bronzo, che misura 110 cm di diametro e 4,0 cm di profondità, mentre la mensola in marmo di Asiago misura 90x190x40 cm

PRINCIPALI FONTI DOCUMENTALI

– varie interviste con l’artista

– Vari articoli pubblicati sul Giornale di Vicenza (16-10-2001; 15-12-2001; 16-12-2001; 29-01-2002; 22-01-2004; 19-09-2004; 31-12-2004; 31-12-2005

– Costruzionidue, n° 1, Anno VII, gennaio-aprile 2004. Le Coperture, Ed. La Fiaccola

– Chiesa Oggi. Architettura e Comunicazione, n°57, 2003, Anno XII, Di Baio Editore

– La dimora di Dio. Chiesa della Pentecoste. Parrocchia San Vincenzo. Edizioni BST, Romano d’Ezzelino, 2005

– Bass@no news, luglio-agosto 2006

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