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PERSONE – BONATO RAFFAELLO “SORIO” – NOVE (VI) 06-09-1940 – L’ARTE CERAMICA – 03 – INCURSIONI NELLA SCIENZA

QUADRI CERAMICI 

INCURSIONI NELLA SCIENZA (ASTRONOMIA – MINERALOGIA – FISICA )

a cura di Vasco Bordignon

Raffaello “Sorio” Bonato non è stato chiuso in un mondo ristretto, limitato, confinato. Il suo sguardo è andato oltre il suo mondo paesano, oltre le sue costruzioni favolistiche,  Questa serie di quadri ceramici  raccontano il suo stupore per le bellezze della natura, per i misteri dell’astronomia e della fisica. Anche in queste materializzazioni  riesce a stupire per la ricchezza dei dettagli, per le atmosfere infinite, per la concretizzazione di qualcosa che non si vede ma che esiste come le onde che si propagano nella materia …

Questi quadri, quando non specificato, sono realizzati in semigres, smalti colorati e sali minerali.

a sx TERRA e LUNA, 60×60 cm, 2009, gres porcellanato – a dx ONDE COSMICHE, 60×60 cm, gres porcellanato

MARTE, 30×56 cm, 2009

PIANETI, 30×60 cm, 2010

a sx TRA I SISTEMI SOLARI, 60×60 cm, 2009, gres porcellanato – a dx PIANETA ROSSO, 50×50 CM, 2010, gres porcellanato

 VENERE, 45×90 cm, 2009

GIOVE, 45×90 cm, 2009

a sx NETTUNO, 90×45 cm, 2009 – a dx PIANETA BLU, 56×30 cm, 2010

a sx SISTEMA SOLARE, 60×32 cm, 2010 – a dx MARTE, 59×30 cm, 2009

URANO, 45×90 cm, 2009

MONDI, 30×75 cm, 2014

LUNA, TERRA E MARTE, 45×90 cm, 2009 –

TERRA, 45X90 CM, 2009

a sx SATURNO, 90×45 cm, 2009 – a dx CORPO CELESTE, 90×45 cm, 2009

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a sx CONTORCIMENTO E PIEGHE DELLA CALCITE, 62×42 cm, 2008 – s dx SCISTO SERPENTINOSO, 62X42 CM, 2008

CONGLOMERATO DI SASSI CHE ROTOLANO, 42×62 cm, 2008

LE ROCCE METAMORFICHE IN SOTTILL SCAGLIE, 42×62 cm, 2008

a sx IN UNA CAVA DEL TRENTINO, 62×42 cm, 2008 – a dx MESITITE LENTICOLARE INGRANDITA, 62×42 cm, 2008

BASALTO COLONNAREESAGONALE, 42×62 cm, 2008

ROCCE MAGMATICHE, 43X62 cm, 2008

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a sx PROPAGAZIONE DELLA LUCE ATTRAVERSO LA MATERIA, 20×20 cm, 1977 – a dx PROPAGAZIONE DELLE ONDE ATTRAVERSO LA MATERIA, 20X20 CM, 2010

a sx PROPAGAZIONE DELLA ONDE ATTRAVERSO LA MATERIA, 34×34 cm, 2010  – a dx PROPAGAZIONE DELLE ONDE ATTRAVERSO LA MATERIA, 20×20, 2010

a sx PROPAGAZIONE DELLE ONDE ATTRAVERSO LA MATERIA, 45×33 cm, 2011 – a dx PROPAGAZIONE DELLE ONDE ATTRAVERSO LA MATERIA, 45×33 cm, 2011

a sx PROPAGAZIONE DELLA LUCE ATTRAVERSO LA MATERIA, 62×20 cm, 2008 – a dx PROPAGAZIONE DELLE ONDE ATTRAVERSO LA MATERIA, 60×30 cm, 2010

 

 

PERSONE – BONATO RAFFAELLO “SORIO” – Nove (VI) 06-09-1940 – L’ARTE CERAMICA – 02 – I VOLTI E LE MASCHERE

I VOLTI E LE MASCHERE 

QUADRI CERAMICI DI BONATO RAFFAELLO SORIO 

a cura di Vasco Bordignon 

BONATO RAFFAELLO SORIO nella sua ricchissima produzione ceramica ha realizzato una serie di quadri che hanno evidenziato varie espressioni del volto e soprattutto degli occhi di varie donne, riuscendo talora anche ad entrare nell’animo stesso delle protagoniste  attraverso colori, dettagli, linee, ecc. Seguiranno dei quadri di maschere veneziane riprese da un libro acquistato a Venezia e ha voluto imprimere nella sua  materia  gli scatti più interessanti. Può esistere un legame tra volto e maschera, in quanto lo stesso volto può diventare una maschera…

Sono realizzati in semigress, con sali e smalti colorati.

 

a sx AGATA, 40×25, 2009 – a dx MARCELLA, 40×25, 2009

a sx AMELIA, 40×25, 2009 – a dx GIULIANA, 40×25, 2009

a sx EMMA, 40×25, 2009 – a dx FRANCESCA, 40×25, 2009

a sx FLAVIA, 40×25 cm, 2009 – a dx ANGELA, 40×25 cm, 2009

a sx GIUSTINA, 49×25 cm, 2009 – a dx MODESTA, 40×25 cm, 2009

a sx ILARIA, 40×25 cm, 2009 – a dx MARTINA, 40×25 cm, 2009

a sx LUISA, 40×25 cm, 2009 – a dx RICCARDA, 40×25 cm, 2009

a sx PAOLA, 40×25 cm, 2009 – a dx MATILDE, 40×25 cm, 2009

a sx ROSSANA, 40×25 cm, 209 – a dx GIULIA, 40×25 cm, 2009

a sx ROBERTA, 40×25 cm, 2009 – a dx VALENTINA, 40×25 cm, 2009

a sx La collana verde di Olga, 40×25 cm, 2002 – a dx Ricordi dell’ungherese Anna David, 40×25 cm, 2002

a sx L’ORIENTALE, 40×25 cm, 2002 – a dx  LA GLORIA AVEVA IL CAPPELLINO GIALLO, 60×31 cm, 2008

a sx GIOVANNA, 45×45 cm, 2004 – a dx Stato d’animo dell’8 luglio, 40×25 cm, 2002

a sx Geisha, 60×40 cm, 2005 – a dx Da un disegno di Emanuela, 60×33 cm, 2006

a sx ROSSELLA, 43×31 cm, 2006 – a dx ISABELLA, 60×30 cm, 2006

a sx Vecchia geisha, 53×32 cm, 2006 – a dx Testa allungata, 60×31 cm, 2011

a sx SGUARDI (senza nome), 40×25 cm, 2013 – a dx SGUARDI (senza nome), 40×25 cm, 2013

 sia a sx che  a dx MASCHERA, 60×50 cm, 2005

sia a sx che a dx MASCHERA, 60×50 cm, 2005

 sia a sx che a dx MASCHERA, 60×50 cm, 2005

sia sx che a dx MASCHERE , 60×50 cm, 2005

a sx MASCHERA- IL MANICHINO CHIARO, 60×40 cm, 2005 – a dx MASCHERA BLU, 60×33 cm, 2006

a sx MASCHERA, 60×33 cm, 2005 – a dx IL MANICHINO SCURO, 59×39 cm, 2006

a sx DONNA CON MASCHERINA, 60×31 cm, 2008 – a dx MASCHERA AFRICANA, 45×45 cm, 2009

MASCHERA D’ORO, cm 48×48, 2009

MASCHERA ARLECCHINO, 40×40 cm, 2013

PERSONE – BONATO RAFFAELLO “SORIO” – Nove (VI) 06-09-1940 – L’ARTE CERAMICA – 01 – LA CUCCAGNA DEI MOROSINI

LA CUCCAGNA DEI MOROSINI 

QUADRI CERAMICI  di Raffaello Sorio Bonato

a cura di Vasco Bordignon

Si tratta di una serie di tavole ceramiche in semigres con smalti colorati e sali minerali realizzate dall’artista  nel 2003, prendendo spunto da personaggi, persone, situazioni, tradizioni, ecc. facenti parte del suo libro “La cuccagna dei Morosini” edito nel 1991.

I quadri ceramici, le cui dimensioni sono 40×30 oppure 30 x40 cm, sono stati realizzati nel 2003 e i vari commenti  sono dello stesso Bonato. L’unica eccezione l’ultima “mattonella” è del 1994, dedicata alla morte di “Busia” e alla fine della storia.

Propongo per una migliore comprensione, la presentazione presente nel libro stesso dell’artista, scritta dalla prof. Margherita  Scarmoncin.

LA CUCCAGNA DEI MOROSINI

La “Cuccagna dei Morosini” – ideata e scritta da Raffaello “Sorio” Bonato – è una storia, una favola, un gioco da recitare a costume, tra musiche, balli e canti, davanti al Palazzo “Morosini Cappello” di Cartigliano. Il Palazzo illuminato è simbolo di tutto il positivo: la luce, l’abbondanza, il bello, il sano, la giovinezza, la vita e l’allegria. Chi cerca di arrivare in quel palazzo, invece, rappresenta il negativo: l’ombra, la fame, la malattia, la tristezza e la morte.

Nella prima parte è descritto il succedersi degli avvenimenti storici nel territorio a partire dall’epoca romana: la gens Cartilia  e poi gli Ungari, Ezzelino da Romano e fino alla presenza in villa dei nobili veneziani Morosini. Vediamo “quei signori” nei momenti in cui arrivano con la figlia e le nipoti da marito per sovraintendere ai lavori della mietitura e per godersi la festa dell’estate.

Nella seconda parte sono raccontate le vicende dei “sensa terra”, che faticosamente campano arrangiandosi come possono durante le quattro stagioni dell’anno: questi non sono invitati alla festa però raccontano e aggiungono le meraviglie di questa ad altri poveri più distanti facendola diventare alla fine, favola.

Nella terza parte un certo “Busia de Sognatori” personaggio fantastico, arriva al mercato di un paese altrettanto fantastico. Qui convince una folla di miserabili come lui a seguirlo nella ricerca del “Palazzo di Cuccagna”, identificato nella villa di Cartigliano, di cui ha sentito parlare e di cui crede di possedere una “mappa” che gli indica la via.  Comincia così per questa povera gente un lungo viaggio pieno di difficoltà e di tante illusioni alimentate così bene da “Busia” fino al punto di farle diventare visioni collettive. Alla fine il “Palazzo di Cuccagna” viene trovato ma nel momento di raggiungerlo “Busia” muore stremato dalla fatica.  Finisce così la sua vita come tutti gli uomini… cercando la felicità senza mai poterla raggiungere.

Nella quarta parte continua la fiaba e come in tutte le fiabe c’è un lieto fine: la figlia dei Morosini, Rosina, sposa il suo bel pretendente Tonin, che vince la sfida al gioco dei dadi.

Anche tutti i paesani… gli spettatori … potranno partecipare a questo gioco e colui o colei, che sarà baciato dalla “Sorte”,  avrà il premio della Cuccagna.

Prof. Margherita Scarmoncin 

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A SX :  AUTORITRATTO NELLE VESTI DI JACOPO DA PONTE, DALLA CUCCAGNA DEI MOROSINI, FIABA COLORATA DEDICATA AD EMANUELA

A DX : EL PASTORE D’ANIME MONSIGNOR CAPPONI

A SX : ZE QUA “EL TOROTOTEA” CHE SONA BEN EL VIOIN

A DX : EL BALLO DEA “JJOTTA” MOROSINI

A SX : EL SIOR PIERO MOROSINI

A DX : EZZEIN DA ROMAN

A SX : LA MUSICA DE MARIETTA MOROSINI

A DX : “NANE OCO” CHE INVITA A BEVERE UN “GOTO” AL SIOR “MOMI TRINCA”

QUESTO E’ L’ALBERO CHE FA’ I FIGHI MATURI D’OGNI TEMPO

LA MORTE CON LA SO FALSE NERA” CHE CUNA “BUSIA” DISENDOGHE DOLSEMENTE LONGO STO FIUME DE LATTE CHE VA’. DORMI SERENO EL TO SO SONNO “BUSIA” COME UN BOCIA CHE EL DEO IN BOCA METTE. STA QUA PICA’ NEE MEE TETTE…

 LA FONTANA DELLA GIOVINEZZA

EL BALLO DELLE 56  COMBINAZIONI CHE POE VEGNER FORA TRANDO 3 DADI IN TERRA

A SX : LA SPERANZA

A DX : “EL CANTO” DEA ROSINA MOROSINI

A SX : EL FATTORE “FASSO MI”

A DX : LA VILLA DEA CUCCAGNA

A SX : LA NONNA CHE METTE LA CANDELA ACCESA SU NA FINESTRA CONTRO I FULMINI DELL’URAGANO

A  DX : LE STAN VACCHE CHE FAN UN VITELLO AL GIORNO

A SX : LA CALIERA DELLE TRIPPE GRATIS

A DX : LA SIORA DEL MAL DE PIE

A SX : LA TOSETTA COL CAGNETTO

A DX : EL MUSSO “RUSPIO” CHE PER L’OCCASION CAGA DANARI

LA SIORA MOROSINI

L’OFFERTA DELL’ACQUA FRESCA

NANE E CHECCO CHE VA A ROBAR GAINE

LA’ STA L’ALBERO CHE D’OGNI STAGION FRUTTA DIAMANTI, SMERALDI, RUBINI E ZECCHINI

EL BALLO CAMPESTRE. IO SONO RAFFIGURATO DI SPALLE A DX

 LE SCHIERE CHE SEGUONO … ECCO LA COMPAGNIA DEI SLAPPASUCCHE … LA CONFRATERNITA DEI SCAFAMURI, LA CONGREGA DEA DEBOEZZA

A SX : EL VECIO STUA MOCCOI, MOMI CAMPANARO

A DX : L’ORA CHE LA BRENTA BUTTA FORA PESCI LESSI

 A SX : EL GOBBO CHE AL MARCA’ DISPENSA AI PUTEI CONFETTI CON L’AMO

A DX : IL CONDOTTIERO “BUSIA” DEI SOGNATORI CON LA CARTA DE CUCCAGNA IN MAN

QUI STAN CAVALLI CON SELLA E BRIGLIA, CHI VUOL CAVALCARE SE LI PIGLIA

“Busia” dei sognatori – Fine della Storia, 33×33 xm, 1994

longo sta Brenta de latte che va

dormi sereno el to sonno “Busia”

te lo tende la notte incantà

e te cuna le onde.

dà bando al to giorno de lotta

dà riposo a tutte e strachesse

sara i oci “Busia”…

perchè pi quieto te passi,

e che te possa pi fondo andar via

ciàpa sonno

come un bocia che el deo in bocca mette

 sta qua infagotà nee me spire

sarà dolse el to Lungo dormire

sarà proprio un bel ripodsre. Sorio 1994

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In questi quadri Sorio si identifica con un mondo fiabesco, fatto di un caleidoscopio di colori,  e di esseri umani e non, che hanno radici nella tradizione popolare. Con questi Sorio tesse una dicotomia ancora attuale di una società: quella dei “poveracci” piena di sogni e di speranze, e quella dei “siori” , pieni solo di se stessi e di null’altro. L’autore parteggia sicuramente per i primi, perchè i sogni sono anche poesia.(VB).

PERSONE – PISTORELLO GINO – Bassano d.G. 29-01-1923 – 02-09-1998 – 05 – OLTRE LA POESIA – LUCIO ADINOLFI: GINO, IL MIO GRANDE AMICO

PISTORELLO GINO, OLTRE LA POESIA

LUCIO ADINOLFI:  GINO, IL MIO GRANDE AMICO

a cura di Vasco Bordignon

Tra il 2017 e il 2018 ho avuto modo di colloquiare più volte con il signor Lucio Adinolfi, nato a Venezia  il 17-10-1929, Bassanese d’adozione. Adinolfi ha conosciuto e lavorato con Gino Pistorello per decenni. La sua memoria e la sua lucidità, nonostante i quasi novant’anni, sono sorprendenti. E’ stato testimone di nozze di Gino, e Pisto a sua volta è stato testimone di nozze di Lucio.

Lucio mi racconta che qualche mese prima dell’8 settembre 1943 a Pisto gli venne tagliava la barba in pubblica piazza (l’attuale Piazza Libertà allora Vittorio Emanuele), vicino all’edicola, da alcuni fascisti a causa delle sue idee liberiste.

Dopo l’8 settembre del 1943, Gino, che si trovava a Bassano del Grappa,  si nascose in una casa, presso alcuni parenti, in Angarano. La situazione in cui si trovava,  però, con i tedeschi in ogni parte, era assai critica rischiando di venir deportato in Germania. Dopo un breve periodo di latitanza decise di presentarsi al comando fascista che lo arruolò nella divisione alpina Monterosa e inviato in Piemonte. Qui, a Ceva in provincia di Cuneo, venne fatto prigioniero dagli americani. Fu inviato al campo di concentramento di Coltano, una frazione del comune di Pisa, e lì si disperò trovandosi sotto una tenda in mezzo al fango e senza cibo. Per fortuna trovò sostegno da un altro prigioniero di nome Francesco  Cavallini di Solagna, che, vistolo così depresso e malnutrito,  lo rincuorò e  gli offrì  parte del suo pasto. Divennero grandi amici e Pisto gli dedicherà una sua poesia (“El vecio alpino”) quando Cavallini in una arrampicata, per salvare un ragazzo, perdette la vita precipitando.

Gino tornò a casa dalla prigionia il 2 novembre 1945. Lavorò per qualche tempo all’esattoria di via Schiavonetti, e quando non lavorava andava in Brenta con la morosa.  Forse, ebbe anche un lavoro alla scuola di avviamento professionale (ma non è certo). Sicuramente per un paio d’anni lavorò come decoratore da Uti Fabris porcellane in via Trento.

A sinistra il Reparto Targhe della Smalteria e Metallurgia Veneta (nome ufficiale dell’azienda);

a destra Lucio Adinolfi in attività litografica

Gino entrò alle Smalterie verso novembre del 1949, quindi a 26 anni e andò via nel 1960. Lucio lavorava già da un paio d’ anni alle Smalterie e il suo lavoro consisteva nella realizzazione dei disegni litografici. Gino venne inviato a lavorare nello stesso reparto e in questo ambito il suo lavoro consisteva nell’intagliare in negativo le varie immagini che poi venivano smaltate. Non si rompeva la schiena di lavoro, e qualche volta arrivava al lavoro per ultimo, ma già allora con le sue battute e il suo comportamento era diventato famigliare a tutti.

Lasciate le smalterie nel 1960, Gino e Lucio acquistarono un forno e trovarono un piccolo spazio in angolo Scalabrini (vicino al semaforo).  Lucio andava alla sera, finito il lavoro alle Smalterie, e spesso anche al sabato e alla domenica.

due ciotole in rame con smalti: a dx diam 12 cm, a sx diam. 8,5 cm

altre ciotole in rame con smalti ; a sx diam. 9,0 cm, al centro diam. 9,5, a dx diam. 7.5

altri oggetti smaltati. In evidenza a sx Cristo sofferente, lastra in rame con smalti colorati, 12x9x1 cm

ulteriori lavori della loro produzione

La loro produzione consisteva in varie  realizzazioni in rame, a foglia d’argento, smalti, colori vetrificabili, ecc. La cottura in forno raggiungeva la temperatura di 850-900 °C. Inoltre scritte pubblicitarie per automezzi, per furgoni. Presentavano i loro oggetti artigianali alle varie mostre del territorio, come quelle a Palazzo Sturm, oppure in occasione di mostre dei soci del CAB (Circolo Artistico Bassanese). Aumentato il lavoro, trovarono un altro edificio, di fronte alla Chiesa della SS. Trinità, dove vi era già un’attività artigianale, quella della ditta Reatto, che produceva pipe in ceramica e palline di terracotta.

Succedeva che il Pisto ogni tanto, al sabato sera,  “baraccava” e non andava a lavorare. Adinolfi allora doveva andare a casa e lo tirava giù dal letto, non senza qualche resistenza e qualche farfugliamento.

Cambiarono ancora una volta il luogo di lavoro, e lo portarono vicino all’Istituto Scalabrini, zona barchette, poco distante dal fiume Brenta, dove vi era anche l’Ovattificio Manfrè. Non era infrequente per chi scorreva il fiume vedere il Pisto proteso con canna e amo dal parapetto della strada a pescare qualche pesce… ma non abboccava mai nessuno: l’esca era di … ceramica

Pisto lo si trovava dapprima al bar che vi era davanti al cinema Olimpia, prima sede del CAB, poi spesso lo si vedeva al Pick Bar quando questo divenne la sede storica del Sodalizio.

Negli anni 70 il sodalizio produttivo Pistorello-Adinolfi  per motivi lavorativi si scisse in quanto Gino volle aprire in via Ferracina (vicino alla attuale Petri) una bottega per vendere non solo rami e smalti ma anche prodotti ceramici e altro. Restarono comunque in ottima amicizia.

Degli anni 60, nella pienezza della vita, Lucio mi racconta alcuni episodi di Gino.

Pisto era un istintivo. Un giorno si trovava sul Ponte  Vecchio  e vi era una comitiva di giovanotti padovani, che, un po’ alticci, iniziarono  a prendere in giro il Ponte e gli Alpini…  Pisto,  al sentirli,  perse il lume della ragione e menò un diretto sul muso di uno di loro… Vi fu poi un gran trambusto e una grande zuffa. Ne seguì anche  un processo, e fu difeso in Tribunale dall’Avv. Sarno che riuscì  farlo assolvere,  dimostrando che la reazione del Pisto era stata ampiamente motivata dalle ingiuriose provocazioni e offese dei “giovinastri”.

Pisto poi aveva anche una passione per la caccia… Si trattava di tirare agli stornelli (strui) che alla sera si fermavano sui cornicioni della Chiesa di San Giovanni.  Una sera – andava sempre di sera per questa operazione – assieme a Federico Bonaldi  andarono a caccia di questi strui. L’arma era un flober a pallini. Si ponevano sotto i portici e sparavano alla nuvola di strui  che ogni sera giungeva chiassosa  per il riposo notturno.  Ma, una sera, non si accorsero che c’erano anche i carabinieri. Allora Pisto, vedendoli, nascose rapidamente il fucile sotto il pastrano ma non si accorse che dall’orlo del pastrano spuntava la parte anteriore dello schioppo… I carabinieri lo fermarono e gli chiesero che cosa facesse a quell’ora.  Pisto rispose tranquillamente che stava lì per prendere un po’ di aria… fresca! Gli ribatterono; “ Con un fucile?” … I carabinieri gli requisirono il fucile e Pisto fece una notte in cella.

Che paura! Erano stati tutto il giorno a Giavera del Montello, e verso sera presero la via del ritorno: Adinolfi in moto e Pisto in vespa con un certo Sergio Tommasi. Raggiunta Montebelluna mentre stavano percorrendo il viale principale, si trovarono davanti un ostacolo improvviso: era un camion che stava girando verso il loro senso di marcia. La vespa non fece tempo a scansarsi e prese in pieno l’angolo del mezzo. Caddero tutti e due per terra. Tommasi si rialzò subito, ma Pisto no. Rimase a terra privo di sensi. Lo strattonarono, per stimolarlo, per svegliarlo. Nulla. Pisto non dava segni di vita, non rispondeva a nessun stimolo. Lo portarono allora in ospedale e, per fortuna, dopo un po’ riprese i sensi .. Che paura!

Il conte Ricotti Bertagnoni, che commerciava in antichità, abitava a San Giacomo in una villa a ridosso del Col Roigo. Anche lui frequentava il Pick-bar. Era un omone grande e grosso e spesso si dava delle arie da “sgrandesson” … Un giorno si mise a sproloquiare sulle donne prendendo in giro anche la mamma del Pisto, che beatamente stava bevendo la sua ombra di vino rosso. Alle parole indegne del conte, il Pisto, avvampato d’ira, gettò il vino rosso sul viso e sul davanti del conte ghignando “Guardate guardate il conte Bertagnoni,  lavato dalla testa ai coglioni!”. E tutti a ridere. Il Bertagnoni non ci vide più e lo denunciò. Dai carabinieri ci fu un confronto. Alla fine si accordarono. Il Conte ritirò la denuncia. E Pisto commentò: “che pecà, l’ombra non la posso tirarla indrio!”.

Gino era molto attivo in centro cittadino, specie alla sera avanzata quando compiva spesso il suo giro su una bicicletta a ruota fissa correndo ad angelo, cioè a braccia tutte aperte senza mai toccare terra: frenava girando all’indietro e ripartiva con un movimento in avanti. Partiva quasi sempre dalla “Corona d’Italia”, quindi Via Jacopo da Ponte, poi Piazza Garibaldi  dove accarezzava la fontana Bonaguro, quindi scendeva, passando per il colonnato di Via San Bassiano, sui gradini di  Piazza Libertà circumnavigando l’edicola, dalla quale poi proseguiva per il lungo colonnato della Piazza  e infine planava in Piazzotto Montevecchio. E Pisto era felice come un bambino neI suo volo tra le varie strutture, che  quasi le accarezzava, nelle sue piroette tra le colonne, nel saltellare sbarazzino sui vari  gradini Ed era proprio uno spettacolo vederlo giocare con ogni struttura, sempre con le braccia aperte, sempre con sorriso, gridando di qua e di là qualche cosa…

Concludo: anch’io, camminando spesso per la mia Bassano, mi vien da sorridere e mi fermo: mi pare di sentire ancora adesso un vortice d’aria: è lui che ancora passa  per le vie, cantando,  accarezzando le colonne, sfiorando  gli spigoli marmorei, recitando a gran voce   la sua “Bassan,  çità de vento”.

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Le 2 immagini delle Smalterie sono tratte dal libro “La Smalteria e Metallurgica Veneta di Bassano del Grappa nel 25° di Fondazione, 1925 – 1950.

 

MUSSOLENTE – LA STRAORDINARIA STORIA DELLA CHIESA NUOVA

LA CHIESA NUOVA

LA SUA STRAORDINARIA STORIA

di Mario Bonaldi e di Vasco Bordignon

Agli inizi del Novecento iniziò a farsi acuto il disagio della popolazione per la condizione di incomodo isolamento della chiesa parrocchiale sita da oltre un millennio sul colle “Castellaro”. Già i nobili villeggianti fin dal ‘600 avevano ottenuto, per lo stesso motivo,  di assistere alla messa domenicale nei propri oratori.  Inoltre a dare uno scossone al problema furono i paesi vicini che dalla seconda metà dell’Ottocento iniziarono a spostare in zona più accessibile le loro chiese (es. San Zenone degli Ezzelini e Romano d’Ezzelino) o ad ampliare la chiesa  in base alla crescita della popolazione.

l’attuale Santuario, ex parrocchiale

Mussolente non si mosse di molto:  completò la facciata, spostò il cimitero  e rese la strada più agevole. Ma nonostante queste migliorie, iniziava a rendersi sempre più evidente il problema di una chiesa insufficiente all’aumento della popolazione  e il problema della sua collocazione isolata e distante ormai dai centri economico-sociali che nel frattempo venivano realizzati nella parte pianeggiante del comune.  Questi problemi potevano essere risolti con un nuovo centro religioso, ma per realizzare ciò si richiedeva una univoca volontà e un mucchio di soldi.

Passarono i decenni non tanto per il denaro (che in qualche maniera si sarebbe trovato magari togliendosi il pane di bocca) ma soprattutto  per le divergenze sul luogo e sulla formulazione del progetto,  per le quali si parlava troppo e non si decideva nulla. Il paese infatti non aveva mai presentato un vero e proprio centro urbano. La località denominata “Piazza Vecchia” era poco più di uno slargo con attorno alcune case.

La stessa sede municipale era stata costruita alla fine dell’800 in una posizione eccentrica, nei pressi dell’incrocio della strada nazionale, per non accrescere i secolari dissapori fra il capoluogo e la frazione di Casoni.

a sx il Cardinale Pietro la Fontaine (Viterbo 29-11-1860 – Paderno del Grappa 09-07-1935)

a dx la statua della Madonna e di Gesù bambino incoronati

Arrivò la Prima Guerra Mondiale che sfiorò miracolosamente questo paese e in occasione dei ringraziamenti alla Madonna dell’Acqua con l’incoronazione della Madonna e di Gesù bambino, compiuta domenica 8 agosto 1920 dal cardinale di Venezia Pietro La Fontaine,  fu deciso di costruire nel centro topografico territoriale (allora deserto sia per costruzioni che per anime) il nuovo asilo a ricordo dei Caduti della immane tragedia del ’15-18 e il giorno dopo, lunedì 9 agosto lo stesso cardinale La Fontaine benedisse la prima pietra di questo asilo.

Nelle vicinanze poi venne innalzata un’ampia sala per il teatro e per le riunioni delle associazioni cattoliche. Questa struttura venne dedicata a San Pio X.  La sala progettata dall’ingegner Stecchini di Bassano aveva anche la possibilità di venir utilizzata come cappella per celebrare la Santa Messa, volendo con questo rappresentare un primo nucleo per il nuovo centro religioso del paese.

Per l’asilo e la Sala Pio X  alcune persone avevano anticipato i soldi. Ma poiché negli anni successivi la parrocchia non riuscì a restituire tali somme di denaro, i creditori, con grande nobiltà, decisero che tali denari rimanessero all’asilo sicché nel 1926-1927 l’asilo divenne Ente Autonomo, un Ente Morale.

Gli anni passarono e Mussolente continuava a crescere sia come popolazione che come attività economiche, iniziando una migliore diffusa condizione di vita.

Processione della Madonna dell’Acqua, 1935 . Il sacerdote evidenziato è l’allora arciprete di Mussolente don Giuseppe Capitanio

Ma la nuova Chiesa restava ancora nel limbo delle discussioni e dei progetti, anche se dal 1930 don Giuseppe Capitanio, l’allora arciprete, aveva coinvolto 110 famiglie a dare annualmente qualsiasi cosa o in danaro o in natura (pollame, uova, frutta, pannocchie o altri frutti della terra convertiti poi in palanche sonanti)  ma anche massi di pietra per l’erigenda nuova chiesa parrocchiale.

Nel 1935 si decise finalmente di dare il via al progetto di una nuova chiesa parrocchiale dedicata alla “Immacolata Concezione di Maria” in un luogo denominato da tempo come “braida” cioè come pianura aperta e non coltivata, luogo che nella realtà andava bene a tutti perché non scontentava nessuno! Tuttavia l’arciprete non aveva in mano nessun progetto avendone in un certo qual senso solo parlato con l’architetto  Fausto Scudo di Crespano (1898-1977).

Ma nel 1937 e poi nel 1938 la situazione di don Capitanio diventò intollerabile per dissapori con i parrocchiani e per sue difficoltà personali sicché nel 1938 l’arciprete dette le dimissioni e si trasferì nella parrocchia di Borgo Montenero nel comune di San Felice Circeo nell’Agro Pontino (allora provincia di Vittoria, ora di Latina), che era stato bonificato da tanti contadini e braccianti veneti colà trasferiti nella speranza di migliorare le loro condizioni economiche.

Mons. Bartolo Antonio Mantiero (Novoledo di Villaverla (VI) 05-09-1884 – Treviso 15-02-1956)

Il vescovo di Treviso Monsignor Bartolo Antonio Mantiero nominò il 23 luglio 1938 nuovo arciprete don Fortunato Marchesan, persona e sacerdote di grande intelligenza e di grandissima tenacia.

Fortunato Marchesan nacque a San Zenone degli Ezzelini il 6 maggio 1896. La sua famiglia si trasferì poi a Riese.  Allo scoccare della Grande Guerra si trovava in Seminario a Treviso: dovette interrompere gli studi per essere arruolato nell’esercito italiano. Dal 1916  si trovò a combattere come mitragliere in Macedonia e poi sul Carso e sul Piave. Nel 1919 si congedò con il grado di tenente. Riprese gli studi e divenne sacerdote il 3 settembre 1922. Iniziò il ministero pastorale come cooperatore a San Cipriano di Roncade, e poi divenne curato di Ca’ Tron sempre di Roncade dal 1924 al 1928 e quindi parroco a Porcellengo di Paese.

 a sx don Marchesan sul ponte del fiume Ueli Scebeli in Etiopia (estate 1937)

a dx don Marchesan celebra la Messa al campo tra colonne di barili per il trasporto di benzina (Pasqua 1937)

Dal 1936 al 1938 accogliendo l’invito di Mons. Vescovo andò cappellano militare in Africa Orientale nell’Armata del Generale Graziani.

Gli restò un certo imprinting della ideologia di quei tempi  tanto che successivamente era diventato Ufficiale Maggiore della Milizia di Treviso. Allo scoppio della seconda guerra mondiale nel 1940 benedisse a Treviso i gagliardetti delle varie truppe militari. Ma essendo anche uomo giusto,  a certe azioni possiamo citarne altre di segno contrario: nel 1944  quando a Mussolente furono arrestati 37 persone e in base all’età erano già stati scelti o per l’impiccagione o per i campi di concentramento, don Marchesan riuscì a farli liberare tutti senza un graffio. Tra questi vi era anche mio padre il maestro Ernesto Bordignon. Si sapeva che in canonica venivano messi al sicuro giovani ricercati per motivi politici: a questi trovava case sicure e in caso di rastrellamento erano i primi ad essere avvisati. Ricordiamo anche che celebrò la S. Messa per i partigiani a Campocroce il 2/3 settembre del 1944 prima del sanguinoso rastrellamento del Grappa.

Progetto e realizzazione della chiesa curaziale di Chiesanuova di San Donà di Piave (VE)

Nel 1938 don Marchesan venne invitato ad una “missione” nella Basilica dei Carmini, il cui parroco conosceva bene la sua grande capacità di predicazione.  In questo contesto conobbe Giulia Torres, figlia del grande architetto Giuseppe Torres, morto nel 1935, già preside della facoltà di architettura di Venezia.  Giulia Torres  fece vedere a Marchesan alcuni lavori del padre, e Marchesan si innamorò della Chiesa di San Donà di Piave costruita nel 1919-1920. Tanto fece che la Giulia Torres cedette gratuitamente a don Marchesan  le tavole dei progetti che il padre aveva realizzato nel 1919 per la ricostruzione di quella chiesa.  Di conseguenza fu abbandonata l’idea di affidare il progetto all’architetto Scudo (non senza recriminazioni dell’interessato, per altro abilmente tacitate).

 a sx l’architetto Giuseppe Torres (Venezia 04-11-1872 – Padova 20-12-1935)

a dx l’architetto Angelo Scattolin (Venezia 1904 -1981)

Don Marchesan si rivolse allora al giovane architetto veneziano Angelo Scattolin (già assistente di Torres) affidandogli l’adeguamento del progetto di Chiesanuova per renderlo idoneo alla  realtà e alle esigenze locali.

L’arciprete (contando sulla possibilità di ottenere finanziamenti statali) convocò allora (siamo ancora nel 1938) una assemblea dei capifamiglia che approvarono entusiasti l’ambizioso progetto. In esso si prevedeva la costruzione non solo di una chiesa monumentale ma anche la creazione di un vero e proprio nuovo centro urbanistico con canonica, campanile, aule per la dottrina e una sala per incontri e teatro.

Non mancavano i perplessi e i contrari, ma la determinazione del parroco e l’ampio consenso della popolazione vanificarono e zittirono i dissenzienti. Il progetto di massima era pronto per l’autunno del 1939, ma intoppi legali dovuti a difficoltà nella permuta di alcuni terreni rinviarono l’inizio dei lavori alla primavera del 1940. Già erano in corso le trattative per l’acquisto di materiale edile e di legname da costruzione quando apparve chiaro che l’ormai imminente entrata in guerra dell’Italia avrebbe fermato l’avvio dell’opera tanto desiderata. Avvenne così che ancora una volta la comunità di Mussolente dovette per forza maggiore rinviare la costruzione della nuova chiesa.

Don Marchesan non si perse d’animo e riuscì non solo a mantenere vivo il progetto della nuova chiesa, ma anche, nel frattempo, a convogliare le energie verso alcuni lavori di sistemazione e di decorazione della vecchia chiesa parrocchiale, significando con ciò come la vecchia chiesa, così importante nel cuore di tutti i misquilesi, non sarebbe mai stata abbandonata e che avrebbe avuto un ruolo sempre preminente nella vita religiosa del paese.

Così per tutta la guerra questa chiesa divenne il centro della fede e della religiosità.  Su idea di don Marchesan furono affidati alla Madonna tutti i giovani misquilesi chiamati alle armi, e con le offerte ricevute dai soldati e dalle famiglie l’arciprete dette inizio a dei lavori di abbellimento e di restauro affidati per la parte strutturale esterna ed interna agli architetti Luigi Maria Caneva (1895-1988) di Milano e   Fausto Scudo (1898-1977) di Crespano del Grappa; per un pavimento maiolicato nella Cappella della Madonna al ceramista Luigi Zortea di Bassano (questo progetto però non fu attuato); per  una serie di formelle marmoree formanti un ciclo della preghiera allo scultore Francesco Rebesco (1897-1985) di San Zenone degli Ezzelini; per  la realizzazione di un tabernacolo con chiusura dorata a sbalzo e di un crocefisso ugualmente dorato al gioielliere Antonio Gentilin di Treviso (1882-1966); per una serie di affreschi della vita della Madonna e di Gesù al pittore Luigi Bizzotto  (1903-1969) di Rossano Veneto; per  altri affreschi e monocromi nelle pareti del presbiterio e nella volta del medesimo con una dipintura generale e restauro dei già presenti affreschi del pittore Sebastiano De Boni (1763-1835) al pittore Valerio Giacobbo (1894-1979) di San Zenone degli Ezzelini (vedi in questa sezione il file sul Santuario).

La generale soddisfazione del paese per la riuscita dei suddetti lavori intrapresi rafforzò l’ascendente di don Marchesan sui parrocchiani. Non solo. I tragici avvenimenti degli anni ultimi anni di guerra, quando Mussolente si trovò nell’occhio del ciclone con il susseguirsi di eventi drammatici che più volte portarono molti civili del luogo ad essere minacciati di deportazione quando non di essere passati per le armi (come già accennato) , lasciarono un’impressione profonda, in quanto, andando ben oltre la propria missione pastorale don Marchesan, senza tentennamenti e senza paure, si era impegnato in modo risoluto per salvare le vite dei suoi parrocchiani senza distinzione di appartenenza politica, esponendosi anche in prima persona e prodigandosi per alleviare sofferenze e lutti.

Al temine della guerra egli poté riprendere così subito il discorso della nuova chiesa.

Alla motivazione iniziale della sua costruzione si erano aggiunti anche significati nuovi: il desiderio della pace, della riconciliazione, del superamento di tutto ciò che di brutto, di spaventoso, di triste e di luttuoso si era vissuto per anni. Crebbe così la voglia, l’urgenza nei misquilesi di costruire qualcosa non solo di nuovo ma soprattutto di fondante e di condiviso per sanare divisioni e ferite. Quasi vi fosse un bisogno fisico di ritrovarsi uniti attorno ad un simbolo nuovo che esprimesse ad un tempo sia sotto l’aspetto spirituale che materiale la speranza verso un domani di unità, di prosperità e di pace.

primo progetto della Chiesa di Mussolente : prospettiva generale

a sx facciata principale (da notare il porticato) , a dx visione sezionale

sezione longitudinale

facciata laterale a sx, facciata posteriore a dx

Queste emozioni e questi desideri vennero trasfusi da don Marchesan nell’immaginario tecnico ed artistico di Angelo Scattolin. Con il professionista veneziano i rapporti del parroco erano rimasti buoni anche durante la guerra e il confronto di idee fra committente e progettista non si era mai interrotto. Riprese quindi subito serrato il dialogo che portò alla stesura di un progetto assai ardito. Pur recuperando le linee del progetto Torres tutto archi e curve, la nuova chiesa sarebbe stata innalzata da terra poggiandola su un seminterrato che avrebbe dovuto ospitare una cappella e le aule per le riunioni e la catechesi. Da notare poi il grande porticato che abbraccia la facciata e che rimarrà anche nel successivo progetto.

doppio altare già presente nel primo progetto

Ma la novità davvero rivoluzionaria (che anticipava di oltre dieci anni le indicazioni del Concilio) era costituita dalla decisione di sdoppiare l’altare maggiore della chiesa, collocando il tabernacolo sotto un ciborio (baldacchino) al centro del presbiterio mentre la mensa per la celebrazione eucaristica veniva posta in posizione avanzata verso l’assemblea, cosicché il celebrante guardava in faccia i fedeli e non era quindi più lontano e girato di spalle come da secoli era nell’uso liturgico. Il motivo era quello di non “ girarghe il culo”. Diceva infatti  Marchesan : “mi ve invito a magnar con mi e mi ve giro il culo!”.

Si nota bene l’altare rivolto verso i fedeli della Cappella del Seminario Maggiore di Clusone (BG)

disegni di paramenti liturgici

Già Monsignor Adriano Bernareggi aveva costruito già nel 1940 a Clusone la cappella del Seminario maggiore con l’altare principale verso i fedeli. Don Fortunato vene a conoscenza di questa dirompente realizzazione e chiese ed ottenne  nel 1944 le immagini del sacro edificio. Inoltre vi erano allegati disegni di alcuni paramenti liturgici di nuova concezione .

Comunque Treviso non voleva la soluzione dell’altare verso i fedeli, ma  Marchesan lo fece lo stesso.

Si accelerarono i tempi e venne decisa anche la data della benedizione e posa della prima pietra del nuovo edificio: il lunedì 9 agosto del 1948, festa della Madonna dell’Acqua, Il progetto definito in tutte le sue parti venne presentato dal committente e dall’architetto alla curia di Treviso nella mattina del 30 giugno 1948.

Durante il pranzo in una trattoria della città avvenne un episodio che ha dell’incredibile. L’architetto Scattolin e l’arciprete Marchesan decisero di cambiare in modo radicale il progetto appena presentato. Un po’ come se nel corso di quel desinare i due uomini (novelli discepoli di Emmaus) scoprissero di poter ardire ed osare ancora di più.

Posa della prima pietra

a sx Carlo Scarpa (Venezia02-06-1906 – Sendai 28-11-1978)

a dx XXIV Biennale di Venezia (1948) – allestimento del Padiglione Italia di Carlo Scarpa

Angelo Scattolin era un architetto di notevole sensibilità e di grandi risorse tecniche. Egli era a contatto diretto con gli elementi più vivi e creativi dell’architettura tanto nel Veneto che in Italia ed era ben informato su quanto accadeva fuori dei confini nazionali in fatto di idee e tendenze architettoniche ed urbanistiche. In particolare condivideva buona parte di quanto in quei mesi stava elaborando uno dei più originali progettisti italiani e suo compagno di studi universitari: Carlo Scarpa. Nella primavera del ’48 questi stava realizzando l’allestimento del padiglione italiano per la XXIV Biennale di Venezia. In quelle sale sarebbero state esposte numerose opere dei pittori metafisici (De Chirico, Carrà e Campigli) e alcune sculture di Arturo Martini. Per ambientare questo insieme di opere Scarpa ideò una serie di spazi nei quali dominavano due particolari figure geometriche: il trapezio isoscele ed il trapezio rettangolo. Scattolin poté probabilmente vedere il lavoro di Scarpa in anteprima e forse discuterne con l’autore. Di certo rimase molto colpito dal suo lavoro, tanto che lo rielaborò facendolo diventare proprio sino al punto di proporlo a don Marchesan come nuovo modulo sul quale impostare il progetto della parrocchiale di Mussolente.

disegno finale della nuova Chiesa di Mussolente 

progetto definitivo della facciata anteriore e della facciata posteriore  della muova chiesa

prospetto laterale e e sezione longitudinale della nuova chiesa

Sparivano così le mastodontiche vetrate circolari, gli archi giganteschi e l’elaboratissima abside semicircolare. Tutto questo veniva mutato in linee diritte, in scorci angolari e in un continuo (quasi ossessivo) rincorrersi di triangoli senza fine, sezionati e ritagliati in innumerevoli modulazioni di trapezi isosceli e rettangoli. Una chiesa dalla struttura slanciata e maestosa, frutto dell’intersezione di infinite rette. Esse nell’arioso interno accompagnano lo sguardo dell’osservatore verso il vasto e luminoso presbiterio che nell’idea iniziale, poi non realizzata per mancanza di fondi, avrebbe dovuto essere rivestito, come altre parti della chiesa, di sfolgoranti mosaici figurati a fondo d’oro, come quelli di San Marco. L’ occhio dell’osservatore viene così irresistibilmente proiettato verso l’alto tiburio, in un duplice slancio assieme introspettivo e trascendente.

L’arciprete aderì prontamente al profondo mutamento dell’opera, cogliendone in pieno la grande valenza simbolica e mistica. Grazie al suo completo ed assoluto ascendente sulla popolazione riuscì a far accettare questa vera e propria rivoluzione progettuale. La cosa tuttavia non fu del tutto indolore. L’architetto Scattolin faticò non poco a preparare nei tempi promessi (due mesi) i disegni necessari per avviare i lavori, mandando in fibrillazione il parroco ansioso.

Tuttavia per la primavera del 1949 iniziarono i lavori di sterro e di scavo nonché le gettate di calcestruzzo (immagini sopra). Finalmente davvero la costruzione della nuova chiesa di Mussolente era iniziata. La gente di Mussolente lavorava a mani nude, non vi era nessuna impastatrice meccanica, nessun nastro trasportatore, nessuna gru, nessun ponteggio o impalcatura! Le pietre venivano trasferite dal Brenta a Mussolente con carri trainati da buoi… La tecnica costruttiva di trasporto del materiale usava delle comuni barelle e delle rudimentali carriole di legno. I continui passaggi sue giù di queste potrebbero far ricordare la costruzione del Colosseo! (vedi immagini sovrastanti)

l’armatura a base di tondini di ferro per la base della costruzione

Nel frattempo continuava la raccolta di generi alimentari da vendere: i bambini dell’asilo venivano incoraggiati a portare le loro uova… Le donne però continuavano ad andare a vedere quanto veniva fatto e un po’ brontolavano che tutti gli “ovi” finissero su una  quantità straordinaria di ferro che si metteva nella “busa”, che poi sarebbe diventata la cripta. Il ferro veniva in pratica acquistato dalle uova.

La chiesa si alzava ma senza impalcatura anche a 8-10 metri. Per un miracolo non si  fece  male nessuno. Anzi no, uno si fece male: don Marchesan, che cadendo si ruppe una gamba.

L’impresa era titanica. Il paese non superava i duemila abitanti e molti erano costretti per mancanza di lavoro ad emigrare all’estero o a vivere di mestieri improvvisati o non perfettamente legali. Ma le motivazioni erano così profonde e diffusamente sentite (con le ovvie eccezioni costituite da tiepidi, indifferenti o contrari) che pur in mezzo ad un mare di difficoltà e tribolazioni, fra incertezze ed espedienti la chiesa iniziò davvero ad essere una realtà visibile.

Nel giro di pochi anni venne completato l’enorme semi interrato (vedi sopra) , così da poter iniziare la celebrazione della messa nella cripta.

Nel contempo venne edificata la tanto agognata nuova canonica(vedi sopra), progettata sempre da Scattolin, che fu inaugurata il 23 dicembre del 1951 in mezzo al comprensibile entusiasmo popolare.

le nuove attrezzature

la costruzione comincia a salire

Si trattava ora di innalzare la parte superiore del tempio, indubbiamente la più impegnativa sia sotto il profilo strutturale che economico. Per questo vennero ingaggiate alcune ditte di costruzione che affiancarono i volontari  nella completamento dell’opera.

Le difficoltà con il passare del tempo aumentavano e non pochi furono i confronti accesi fra don Marchesan e il progettista Scattolin sui tempi di presentazione dei progetti e dell’esecuzione delle relative parti. Il problema era in gran parte dovuto al crescente affermarsi del professionista veneziano, ormai avviato ad una brillante carriera sia di docente universitario come di progettista, che lo impegnavano molto più che in passato. Intanto le risorse finanziarie locali erano ormai esaurite e si ricorse a diversi prestiti per poter continuare la grande costruzione. Anche in paese cominciava a serpeggiare un po’ di stanchezza dopo anni ed anni di sacrifici, impegno incessante vuoi con il lavoro volontario nel grande cantiere o altrove come per reperire massi e pietre nel greto del Brenta e relativo trasporto a Mussolente.

Ma instancabile ed implacabile l’arciprete Marchesan non cedette mai. Nonostante le incomprensioni, le critiche, le latitanze egli non si fermò e non conobbe soste e ostacoli. Anzi moltiplicò le iniziative aprendo e collegando al cantiere della chiesa prima una scuola di formazione per lavoratori dell’edilizia e poi i corsi all’avviamento scolastico professionale e superiore. E ancora egli promovendo i campeggi montani estivi per i ragazzi, che poi evolsero nella costruzione della colonia di Val Malene nel Tesino, aprì una strada nuova per il sorgere e l’espandersi dell’associazionismo giovanile nei decenni successivi.

Il 31 dicembre 1958 celebrò una messa votiva (perché nessuno dei volontari si era fatto male) anche se solo l’abside  era coperta, mentre  tutta la navata era in  continuazione diretta con il cielo … e dal cielo nevicava di gran lena…

 a sx  Mons. Antonio Mistrorigo ( Chiampo (VI) 26-031912 – Treviso 14-01-2012)

a dx immagine della facciata ovest della chiesa con il tetto ancora in parte non coperto

Neppure le conseguenze della caduta da uno dei contrafforti della chiesa (come già scritto)  riuscirono ad impedirgli di continuare nella pesante fatica di portare a compimento la grande opera. Chiese aiuto a tutti, tanto in Italia come all’estero, minacciò più volte le dimissioni ma alla fine il 28 giugno del 1959 (pur con il tetto ancora da terminare) il vescovo di Treviso monsignor Antonio Mistrorigo benedisse sotto una pioggia torrenziale (che entrava copiosa nell’edificio, vedi sopra)  la nuova chiesa parrocchiale dei Ss. Pietro e Paolo di Mussolente.

Erano trascorsi dieci anni dall’inizio dei lavori, venti dalla stesura del primo progetto. Ne sarebbero occorsi ancora diversi altri per definirne la decorazione e l’arredo.

festa per la  onorificienza pontificia

Monsignor Marchesan (divenuto tale perché insignito nel 1960 di una onorificenza pontificia) era un intenditore infallibile e fu sempre ben consigliato dal competente Scattolin.

Chiamò così ad operare a Mussolente numerosi artisti allora poco conosciuti ma oggi celeberrimi nel mondo dell’arte moderna come gli scultori Alessio Tasca e Toni Benetton, Sylva Bernt e Giacomo Vincenzo Mussner, il maestro vetraio Anzolo Fuga, il mosaicista e scultore Nane Zavagni e ancora Giuseppe Romanelli, Francesco Modolo e Armando Visinoni oltre ad una pletora di bravissimi artigiani locali. [NB. La chiesa nei suoi aspetti religiosi e artistici sarà oggetto del prossimo lavoro]

Grazie all’opera di tutti loro e di quanti vi lavorarono in seguito, il tempio divenne uno dei più ricchi e completi compendi di arte religiosa del secondo ‘900 nel Veneto. Con il passare degli anni la chiesa sia per la sua vastità sia per alcune manchevolezze nei materiali impiegati durante la costruzione, necessitò di numerosi restauri. Nel corso del 2007 ne è stato eseguito uno particolarmente impegnativo. Dopo questo accurato e rispettoso lavoro l’edificio è oggi più che mai comprensibile nella sua ideazione e nelle sue forme tutte pervase di un suggestivo afflato mistico.

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Si ringrazia l’Archivio Scattolin – Wulten,  Ca’ Angeli , Venezia per la disponibilità dimostrata

PERSONE – BONATO RAFFAELLO “SORIO” – Nove (VI) 06-09-1940 – CERAMISTA – PITTORE – SCRITTORE

CENNI BIOGRAFICI

DI RAFFAELLO (SORIO) BONATO

di Vasco Bordignon

BONATO RAFFAELLO (SORIO) nacque a Nove il 6-9-1940, figlio di Ferruccio e di Elisabetta Zardo. Tutti a Nove lo conoscono però come Sorio. La storia è questa: quando nacque, la mamma Elisabetta fece chiamare una sua cognata e le diede il compito di registrare il figlio con il nome di Sorio.  La cognata, che aveva avuto un figlio morto di nome Raffaello, lo registrò invece come Raffaello. Alla mamma Elisabetta quel nome di Raffaello non le andò per niente bene, e decise di chiamarlo Sorio e quindi tutti a Nove lo conoscono come Sorio Bonato. Se chiedete indicazioni per trovare Raffaello Bonato, vi diranno che non lo conoscono.

Quando Sorio [rispetto anch’io la volontà della mamma] venne alla luce, non c’era suo padre perché  in quel periodo si trovava a Bolzano e allo scoppio della guerra gli austro-ungarici occuparono la città e ordinarono ai nostri soldati di combattere con loro. Si rifiutarono e per questo vennero fatti prigionieri e mandati a Lubecca, nella Germania del Nord.

Solo verso la fine del 1945 poté ritornare a Nove ed abbracciare il figlio.

Sorio è stato il primo di 4 figli, 2 maschi e 2 femmine.

Terminate le scuole elementari, si iscrisse  sempre  a Nove all’Istituto d’Arte . Riuscì a completare solo i primi quattro anni scolastici dei cinque previsti, perché gli fu riscontrata una malattia polmonare e dovette andare a Galliera Veneta per curarsi.

Quando aveva terminato gli impegni scolastici, per non stare con le mani in mano andava  a fare il garzone dal meccanico Berto Tessari, che si faceva fare dalla officina fonderia Salin di Marostica, mediante fusione di ghisa, dei piccoli torni (chiamati  tornietti da tavolo) che venivano poi venduti ai ceramisti che lo usavano per modellare e decorare vasi e altri oggetti.

un tornietto e le sue parti

Poi, verso i quindici anni, vinse una borsa di studio per un corso di 3 anni in meccanica a Milano presso una Scuola di via Soderini.  Nel tempo libero eseguiva dei quadri su tela che un suo amico riusciva a vendere spartendosi alla pari il guadagno. Con questi soldi gli piaceva andare a teatro, soprattutto alle prove teatrali che Dario Fo allestiva prima di andare in scena, …. anche perché erano gratuite.  Vide una volta anche il Cardinale Montini, il futuro Paolo VI, in occasione di una Messa celebrata nella scuola. Terminata la scuola, gli era stato offerto un lavoro a Milano, ma lui ritornò a Nove e andò a lavorare a cottimo alla “Ceramiche Artistiche Ancora” di Nove e vi restò per 7 anni, dai 19 ai 26 anni, quindi fino al 1966.  In questa azienda decorava vari prodotti aziendali dai piatti, ai vasi, ai tavoli, e anche riproduzione di quadri di famosi autori quali Van Gogh, Utrillo, ecc. … e, per avere una migliore retribuzione, andava in fabbrica anzitempo, quando ancora era buio, in modo da eseguire più pezzi.

alla passione per il lavoro, vi era anche la passione per la pesca delle trote

C’era anche un altro motivo. Nel 1965 aveva conosciuto una ragazza di nome Adriana. Adriana Sarto era nata ad Adria e nel 1951 si trovò sfollata a Pianezze a causa della disastrosa alluvione del Po. Conobbe Sorio a Mason dove si era trasferita da Pianezze, avendo la famiglia trovato una migliore sistemazione rispetto a Pianezze.

Nel 1967 si sposò con Adriana, e, poiché vi era il desiderio di alzare quattro muri per una propria abitazione, cercò una migliore retribuzione andando a lavorare a Bassano del Grappa da Agostinelli Porcellane d’arte fondata nel 1955 da Ermete Agostinelli. Ma poi non trovò gran differenza di retribuzione rispetto alla ditta precedente. Il destino volle che in quel periodo conobbe un novese che commercializzava prodotti per la decorazione ceramica, e conoscendo le capacità di Sorio e le sue ambizioni di migliorare la sua situazione economica, gli suggerì di andare nel modenese o nel ravennate, dove tra Faenza, Fiorano e Sassuolo vi erano vari aziende che cercavano persone brave come lui soprattutto nel disegno.

Decise di recarsi a Sassuolo portando con sé una serie di disegni ad acquarello. Suonò ad un campanello di una azienda e al direttore mise in mostra quello che sapeva fare, cioè i suoi disegni: erano proprio belli se gli chiesero subito quanti soldi voleva e per quanti anni.  Sorio comprese che era giunto nel posto giusto e trovò facilmente l’azienda che gli diede una remunerazione quattro volte più elevata di quella di Nove e di Bassano.

Lavorò qui per tre anni circa (dapprima alla Lux e poi alla Tosco Emiliana, producendo tutta una serie di disegni che poi venivano serigrafati per la produzione di mattonelle da rivestimento per bagni, piscine, pavimenti, ecc.

Inoltre, conobbe un vecchio signore del luogo che girava tra le colline del territorio alla ricerca di zone ricche di un materiale importante per il lavoro ceramico, cioè la marna. Sorio, nel tempo libero, seguiva e aiutava questo signore in questa entusiasmante ricerca.  Una volta trovato il luogo ricco di marna, qualcuno del posto acquistava il terreno, lo disboscava e quindi poi commercializzava questo materiale. La marma veniva estratta, quindi setacciata  e ridotta a polvere finissima, che a sua volta veniva pressata  e quindi cotta a 1200  gradi centigradi (= il biscotto), poi veniva smaltata, quindi decorata e poi di nuovo cotta ad alta temperatura. I prodotti finiti venivano utilizzati sempre per rivestimenti , bagni, pavimenti., ecc.

esempio di una mattonella di marna

Nel 1970 nacque Milena, la sua prima figlia, il cui destino sarà triste, perché a 8 anni morirà in un incidente stradale.

Sorio al lavoro alla Ceramica Decorativa Vicentina nella realizzazione di un disegno per un rivestimento di mattonelle di una piscina

Con la nascita di Milena, Sorio tornò a Nove e trovò lavoro a Povolaro (VI) come tecnico ceramico alla Ceramica Decorativa Vicentina (CDV) di Bruno Giacomin  per ben 17 anni. Realizzava per questa ditta quadri, tavoli, ecc. sia come regali per i clienti della ditta, oppure realizzava i disegni con i quali si realizzavano varie serie di piastrelle, molto richieste dal mercato. I suoi disegni venivano serigrafati, poi dopo la cottura venivano rifiniti e a seconda dei soggetti anche colorati. (immagine precedente )

Nel 1979 nacque Emanuela, che ha riempito e riempie di gioia e di piccoli animali la casa.

Locandina della Mostra

Nel settembre del 1979 realizzò una Mostra Personale di pittura su ceramica presso la Galleria-Libreria Due Ruote di Vicenza. (immagine sopra)

Nel periodo della CDV, e soprattutto dopo, nel tempo libero continuava nel suo ambiente famigliare a creare quanto la sua fantasia gli suggeriva e quindi nel tempo la sua stanza si riempì di quadri ceramici, di opere in argilla, cuchi, serie di creazioni sulla nomenclatura atomica dei vari metalli, animali, giochi e quant’altro.

Nell’agosto del 1985 presentò vari suoi lavori ad Alassio, provincia di  Savona

Dopo la CDV, lavorò per 4 anni alla manifattura di Mario Carraro.

Poi, appena gli fu possibile, dopo aver riscattato i vari anni di lavoro autonomo, andò in pensione per potersi dedicare completamente alle sue passioni creative non solo in ambito ceramico ma anche in ambito culturale, frequentando nel 1991, ogni sabato,  a Padova assieme a Gino Pistorello  la Scuola di Dialetto, creata da Marilena Marin e Franco Rocchetta, entrambi tra i fondatori della Liga Veneta.

Il libro “la cuccagna dei morosini” e accanto la targa del comune di Cartigliano per la riuscita realizzazione della manifestazione

Nel 1991 diede alle stampe il libro dialettale “La cuccagna dei Morosini” opera che sarà messa in scena a Cartigliano in luglio del 1995 con una grande manifestazione dal vero con personaggi, musiche e  balli.

La bella locandina dello spettacolo della Pissota nel 1991 e accanto il testo pubblicato nel 1992

Nel 1992 pubblica un altro libro dialettale “La Pissota che vive” che aveva già avuto nell’ottobre del 1991 a Nove una rappresentazione dal vero, ripresa anche in anni successivi con grande partecipazione di popolo. (immagine copertina del libro)

Ha realizzato, per circa 2 anni, delle trasmissioni radio in dialetto tramite la Emittente  Veneta, dove trattava e coinvolgeva gli ascoltatori dei vari aspetti della vita famigliare e di lavoro degli anni successivi al boom economico  (altro?)

il monumento-muretto-altare nei due lati (sud e nord)

Nel 2006 realizzò un grandioso monumento, chiamato muretto-altare, composto da 16 formelle che sintetizzano la figura di San Benedetto , cioè “Ora et Labora”, “Prega e Lavora”, posizionato all’inizio di Via Cavallara a Marostica, nel quartiere San Benedetto.

la locandina

Nel 2011 espose a Nove “Storiete d’Argilla”: 80 stupendi, grandi cuchi di terracotta, interpretati secondo il suo libro “La Pissota che vive”.

Parte della via crucis, che si sviluppa su tutta la lunghezza del muro divisorio tra il vecchio e nuovo cimitero

Nel 2013 realizzò una via Crucis per il cimitero di Nove, all’interno del quale le 14 formelle 40x35x3 mm sono state posizionate nel 2014.

Ora invecchiando, nell’ultimo periodo, ha perso la voglia di fare, ma non quella di raccontare, rivivendo le sue grandi passioni, le sue creazioni, i suoi quadri ceramici, i suoi poliedrici cuchi di terracotta che li fa fischiare con una gioia quasi fanciullesca e per le tradizioni  locali immaginate e scritte nei suoi libri, come detto.

 

PERSONE – PISTORELLO GINO – Bassano d. G. 29-01-1923 – 02-09-1998 – 04 – IL SUO ECLETTISMO ARTISTICO

PISTORELLO GINO E LA SUA ARTE

di Vasco Bordignon

Presento una serie di lavori (olio su tela, acquarelli, disegni, ceramiche, smalti, legno) per dimostrate l’eclettismo artistico di Gino Pistorello.

E’ evidente l’essenzialità delle sue pennellate o delle sue linee, la sua frequente  ironia, la profonda sensibilità religiosa, lo stupore di fronte alla natura…

Queste opere fanno parte della collezione del signor Mario Bertoncello che ringrazio di cuore per la sua cortesia e disponibilità. Si ricorda che per eventuale riproduzione delle stesse va chiesta autorizzazione del proprietario.

Donna con pesci, olio si tela, 70×50 cm, 1978 , a sx

Donna con girasoli, olio su tela, 50×40 cm, 1978, a dx

Sogno di un gatto, olio su tela, 65×40 cm, 1978, a sx

Volto di Cristo, olio su tela, 70×45, 1978, a dx

Alberi, acquerello su cartoncino, 20×30 cm , 1946, a sx

Chiesetta di montagna, acquerello su carta, 23×32 cm, senza data

Anziana signora, acquerello su carta, 14×11,5 cm, 1946, a sx

Vecchio con bambina, acquerello su carta, 18×12 cm, 1946, a dx

I cavalieri dell’Apocalisse, acquerello su carta, 67×63 cm, 1954

Scorcio sul lago di montagna, acquerello su cartoncino, 25×20 cm, 1943, a sx

Agave, acquerello su carta, 35×25 cm, 1944, a dx

Scorcio di città, acquerello su carta, 35×25 cm, senza data, a sx

Caragheta, acquerello su cartoncino, 48×33 cm, 1956, a dx

Scorcio sul lago, acquerello su cartoncino, 20×15 cm, 1946, a sx

Villa sul mare, acquerello su cartoncino, 30×20 cm, 1946 a dx

Volto di Cristo, disegno su carta, 30×20 cm, 1975, a sx

Volto di Cristo, disegno su carta, 40×20 cm, 1978, a dx

Donna con fiamma, disegno su carta, 35×20 cm, 1978, a sx

Il pescatore, disegno su carta, 33×22 cm, 1978, a dx

Le tarme di Caracalla, disegno su carta, 85×47 cm, 1966

Donna, disegno su carta, 30×20 cm, 1981, a sx

Volto di Cristo, pastello su carta, 65×50 cm, senza data, a dx

35° Nikolajewka, disegno su carta, 35×25 cm, 1978, a sx

Mario, disegno du carta, 32×22 cm, 1986, a dx

San Francesco, pastello su carta, 65×45 cm, senza data, a sx

Volto di Cristo, pastello su carta, 65×50, senza data, a dx

La cena, grafica, 35×35 cm, 1950, a sx

La fisarmonica, grafica, 35×35 cm, senza data, a dx

La coppia, grafica, 25×25 cm, senza data

L’annunciazione, ceramica, 11x10x1,5 cm, senza data, a sx

Volto, ceramica, 24x20x2,5 cm, senza data, a dx

Vecchio, terracotta, 15x7x8 cm, senza data, a sx

Pistorello autoritratto, terracotta, 15x7x8cm, a dx

Volo di gabbiano, smalti, 25×20, senza data

La gabbietta del grijo, legno e ferro, 7x8cm, senza data

SORGATO ORLANDO – Padova 21-02-1916 – 20-07-2018 – grande artista padovano

NOTE BIOGRAFICHE

DI ORLANDO SORGATO

a cura di Vasco Bordignon

Orlando Sorgato nacque il 21 febbraio 1916 a Padova (zona Brentelle), figlio di Emilio e di Luigia Daniele. Il padre di professione faceva il pittore-decoratore (è intervenuto all’epoca, al restauro della chiesa di Villatora – PD). Come orfano di guerra  e per intercessione di un sacerdote amico di famiglia, entrò nel Collegio Cavanis di Possagno (TV) e qui compì gli studi primari,  cioè le elementari e scuola media inferiore secondo la Riforma Gentile del 1923). Poi  frequentò l’Istituto Pietro Selvatico di Padova (ora Liceo delle Arti Applicate) e infine l’Accademia di Belle Arti di Venezia. Il 30 ottobre 1946  si unì in matrimonio con Natalina Zaggia. L’unione è stata allietata dalla nascita di 4 figli: Costantino, Caterina, Antonio e Valeriano.

Sorgato, dotato di temperamento irruente, si distinse presto nella tematica religiosa riuscendo ad imprimere una forte valenza spirituale. Inoltre la sua formazione lo rendeva abile e solido nel disegno, classico nella impostazione, e si disimpegnava egregiamente, oltre che sulla tela, nell’affresco e nel mosaico.

Brevemente ricordiamo le sue più significative opere d’Arte Sacra:

–       Il monumentale ciclo pittorico (3 grandi tele ad olio mt 5,15×2,40 + 7 minori)   eseguito nella Cappella del Corso di Carpi (MO)

–       L’affresco absidale nella chiesa di Benevento – mq 80

–       Il trittico (mosaico e affreschi) sulla facciata della chiesa di Ceregnano (RO)

–       L’affresco sul soffitto della chiesa di Cassola (VI) – mq 60

–       La pala d’altare ad olio nella chiesa della Mandria (PD) – mt 3,30×2,90

–       La pala d’altare ad olio nella chiesa di Baricetta (RO) – mt 3,20×2,20

–       I due mosaici parietali nella chiesa di Sant’Alberto Magno (PD) – mq 90

–       L’affresco nella chiesa di san Prosdocimo (PD) – mt 3,30×2,90

–       L’encausto parietale nella chiesa di Vas (BL) – mq 87

–       L’affresco nella chiesa di Crosara san Luca (VI) – mq 15

–       Le due pale d’altare ad olio nella chiesa di Lozzo Atestino (VI) – mq 31,50

–       Le vetrate simboliche e mosaico nella chiesa di Murelle (PD)

–       Le vetrate istoriate nella chiesa di Bergantino (RO)

–       Il polittico olio su tavola nella chiesa di Altichiero (PD)

–       La pala d’altare ad olio nella chiesa di San Tomaso (PD)

–       Il mosaico sull’arco di trionfo a Candela (FG) – mt 2,10×1,60

–       Il mosaico absidale nella chiesa di Deserto d’Este (PD) – mq 90

–       Il mosaico absidale nella chiesa di Chiuppano (VI) – mq 220

–       Il mosaico absidale nella chiesa di Creola (PD) – mq 130

–       Le vetrate istoriate nella chiesa di Pozzonovo (PD).

    

Un delicato primo piano dell’artista già avanti negli anni

Si impegnò inoltre con successo nell’Arte profana e nella ritrattistica, e dal 1934 iniziò a partecipare a numerose mostre collettive nazionali e internazionali, ottenendo premi e vari riconoscimenti, di cui citiamo l’ultimo ricevuto al Convegno artistico del Centenario Nuova Pompei.

Ecco alcune partecipazioni:

1934 – Esposizione Nazionale d’Arte – Padova

1944 – Sala dei mutilati di guerra – Martina Franca (TA)

1948 – Mostra Internazionale d’Arte del Tempio – Padova

1964 – IX° Fiera del Quadro – Galleria San Vidal – Venezia

1965 – Concorso dell’illustrazione  UCAI – Padova

1966 – Galleria “Al Club del Corso” Carpi – Modena

1967 – I° Biennale Nazionale pittura estemporanea Chioggia Sottomarina – Venezia

1968 – Gallerie “La Palette Bleue” – Paris

1969 – Mostra nazionale di pittura Valeggio sul Mincio – Verona

1970 – Umjetnicka Galerija – Dubrovnik

1971 – Biennale d’Arte contemporanea “M. Pettenon” San Martino di L. – Padova

1972 – Mostra Triveneta San Martino di Lupari – Padova

1974 – Mostra dell’Associazione pittori e scultori di Padova

l’artista in lavoro nel Bellunese

Nei paesaggi, come nelle figure umane e nei fiori,  Sorgato si identificava proprio nella ricchezza dei toni caldi e riposanti, di un colore che sgorga con spontaneità e sicurezza da una pennellata larga e corposa, dove si evidenzia la preoccupazione dell’artista ad offrire un linguaggio semplice e lineare, privo di fronzoli o di tecniche troppo elaborate.

Ed anche quando il pittore abbandonava qualche volta il figurativo per dare sfogo ad estemporanei momenti di evasione, ricorrendo al simbolismo, non fece uso di un linguaggio astruso, ma cercava di spiegare certi stati d’animo, certi drammi interiori propri delle umane vicissitudini, facendo parlare il colore, con tutte le sue tonalità.

La tecnica nelle opere di Sorgato può variare, si possono scorgere diversi modi di trattare un argomento, ma del linguaggio del colore, l’impronta è sempre quella: un modo tutto personale, insomma, di tradurre le molteplici ispirazioni attraverso una vera armonia di tinte che vanno dai toni più pallidi di un paesaggio campestre pieno di quiete riposante, a quelli più accesi e violenti di un rosso tramonto tra nubi di fuoco.

E’ stato Accademico associato dell’Accademia “Tiberina”, istituto di cultura universitaria e di studi superiori; dell’Unione della “Legion d’oro”, ed inoltre accademico di merito dell’Accademia de  “I 500”.

Numerosi critici si sono interessati della sua Arte, tra i quali : Salvatore Maugeri, Corrado Gamberoni, Nino Scalisi, Umberto Borghi, Mario Gorini, Corrado Vellani, Gerardo Cossio, Ettore Spaggiari e altri.

Orlando Sorgato ci ha lasciato il 21 luglio 2018 a  Padova (Altichiero).

 

NB. Ringrazio il figlio Valeriano che mi ha fornito il materiale per questo lavoro.

MAROSTICA – LA CHIESA DI SAN LUCA DI CROSARA

 

MAROSTICA – LA CHIESA DI SAN LUCA DI CROSARA

di Vasco Bordignon

BREVI NOTE STORICHE

La chiesa di San Luca appartiene alla Diocesi di Padova ed è dedicata ai santi Giovanni e Luca ed è costruita nella parte superiore del Monte di San Luca, detta il Zovo.

Sulla sua origine storica non ci sono notizie certe, anche se dalla pubblicazione della diocesi di Padova ci sono dei documenti che ne accertano la presenza fin dal 1267, quando tra i testimoni convocati, il 6 marzo di quell’anno, nel cimitero di S. Maria di Porciglia di Padova per testimoniare sulla guarigione miracolosa di una certa Aicarda di Gerardo avvenuta presso la tomba del b. Pellegrino (Antonio Manzoni) vi era anche un certo “don Marchesino priore della località di San Luca di Marostica”.

Inoltre nell’estimo papale del 1297 l’ultima delle otto chiese dipendenti dalla pieve di Santa Maria di Marostica  viene citata ”la chiesa di San Luca’,  che era retta dal prete Terrisio. [l’estimo esprime l’insieme dei criteri e dei procedimenti adottati per quantificare in denaro un qualsiasi bene economico, in questo caso della chiesa, dal quale si deduceva la decima (parte) ovvero il tributo da versare]. Nell’estimo papale del secolo successivo è elencata ancora come l’ultima delle chiese della Pieve di Marostica la chiesa di San Luca, valutata 17 lire di piccoli. Si legge dall’Archivio Vescovile che si chiamava ancora così in data 13 febbraio 1411 dalla relazione del prete Pietro figlio di Nicola da Loch, Germania.

Invece nella relazione della visita pastorale del vescovo Barozzi il 12 aprile1488 si parla “della chiesa di San Giovanni Evangelista posta nel territorio di Marostica, situata nella contrada di San Luca”. Tale scritto viene interpretato come sia stata sostituita l’antica chiesa di San Luca con un’altra in cima al colle, intitolata all’apostolo Giovanni, mentre il nome di San Luca veniva attribuito solo alla contrada. Nella stessa relazione si descriveva “la chiesa molto stretta e povera con un alto campanile”. Erano così quasi tutte le chiese campestri di quel tempo. Il vescovo ordinò di costruirne una nuova.

Venne così rifabbricata e lo stesso Vescovo Pietro Barozzi la consacrò il 16 aprile del 1494  “dedicandola all’apostolo ed evangelista Giovanni nella località di San Luca, territorio di Marostica”.

In realtà continuò ad essere indicata con il nome dei due santi, Giovanni e Luca.

Infatti nell’Archivio Vescovile del 13 dicembre dello stesso anno 1494, viene riferito come “a causa della morte del presbitero Giovanni, la guida della comunità  dei Santi Giovanni e Luca, dipendente da Marostica,  era vacante”.

Il 30 novembre del 1528 morì don Francesco Nichele, un importante parroco proveniente da una famiglia nobiliare e assai ricca. Questo sacerdote lasciava alla chiesa nel suo testamento una cospicua somma, che – forse – permise successivamente di ordinare al grande pittore dell’epoca Jacopo Dal Ponte la pala della Deposizione (realizzata tra il 1537 e il 1538)  che già nel 1571 in occasione della visita pastorale veniva citata come presente.

La chiesa venne poi restaurata e ingrandita per decreto del vescovo Barbarigo datato 14 ottobre 1726.

Nel 1731, il 27 di marzo un vento violentissimo rovinò gravemente il tetto e le vetrate della chiesa e rovesciò la cupola del campanile.

La Chiesa di San Luca rappresentò fino al 14 febbraio 1753 la chiesa madre anche della chiesa di Crosara: infatti solo in quella data il cardinale Carlo Rezzonico poi papa Clemente XIII eresse in parrocchiale la chiesa di Crosara con proprio territorio, separato da quello di San Luca, dopo aver avuto nel 1601 l’autorizzazione a costruirsi una propria chiesa.

Questa separazione non fu indolore.

Il 16 agosto 1767 un fulmine colpì la sommità del campanile con distacco di varie pietre che caddero sul tetto della Chiesa producendo su di esso cinque buchi con caduta in chiesa di tavelle e coppi e sassi sulla gente presente, ma non vi furono morti.

Nel 1855 fu rifatto il soffitto per volontà dei paesani per essere stati graziati dal colera che aveva portato morte nei paesi vicini.

Gli affreschi furono eseguiti nel 1866 dal pittore Pittaco Rocco Raimondo di Udine.

Anche nel XX secolo sono stati effettuati vari lavori di rifacimento della cupola del campanile, lavori sulla facciata della chiesa, e si sono inaugurati gli altari di San Giuseppe e di Sant’Antonio (1946 – 1948).

Il 24 novembre 1950 furono inaugurati nuovi interventi di restauro della chiesa e del campanile.

Il 29 agosto 2004 il vescovo di Padova Antonio Mattiazzo ha celebrato la dedicazione del nuovo altare maggiore e l’inaugurazione del grande affresco dell’Assunzione in cielo della Madonna realizzato nel soffitto dell’aula e gli affreschi del presbiterio.

LA CHIESA OGGI 

L’ESTERNO 

Come detto, la chiesa di San Luca si erge sulla sommità del monte omonimo, con accanto un erto campanile e il cimitero.

a sx la facciata  il campanile addossato

a dx la facciata in lastre di marmo bianco; ingresso con frontone  aperto, e finestrone a forma di trifoglio

a sx  il campanile e parte della chiesa vista da sud

a dx  la canonica, la chiesa e il campanile

immagine da sotto il cimitero, addossato alla chiesa

L’INTERNO

L’interno è costituito da unica navata che termina in un presbiterio absidato. Oltre all’altare maggiore, vi sono a ridosso del presbiterio rispettivamente a sx e a dx l’altare di San Giuseppe e l’altare di Sant’Antonio da Padova; più ad ovest troviamo a sx l’Altare della Madonna Immacolata e a dx l’altare della Deposizione di Gesù nel sepolcro  ma dai fedeli detto della Madonna Addolorata con la pala di Jacopo dal Ponte.

a sx visione dell’aula  e del presbiterio, dall’ingresso in chiesa

a dx dal presbiterio verso l’uscita e si intravedono le formelle della Via Crucis di Luigi (Gigi) Carron.

IL PRESBITERIO 

( a sx) Al centro l’altare della celebrazione rivolto verso i fedeli e più avanti l’altare dell’Eucarestia, delimitato lateralmente da due statue realizzate in pietra di Vicenza.

( a dx) l’altare eucaristico è abbellito da un alto tabernacolo impreziosito da marmi e da una bella lavorazione circolare. Interssante anche il paliotto d’altare. Le statue dovrebbero rappresentare i santi Giovanni e Luca.

Al centro della parete absidale vi è questa grande pala  della Madonna con Bambino e con i Santi Evangelisti Giovanni a sx e Luca a dx con il suo simbolo appena visibile. A sx un busto di una figura sacerdotale in preghiera, verosimilmente il parroco comittente dell’opera . Viene considerato un dipinto della prima metà del ‘700 di scuola veneta (dapontiana?) . Misura 198×113 cm,

Nei pennacchi della volta sono stati affrescati  i 4  evangelisti : da sx a dx Matteo, Marco, Luca e Giovanni.

Nella volta vi è un affresco di Gesù risorto.

Nel lato sud vi è una bella vetrata con due angeli in ginocchio, adoranti  il divin Agnello (Gesù) sacrificato per noi. Non conosco l’autore.

GLI ALTARI

( a sx) L’altare di San Giuseppe si trova a sinistra del presbiterio. E’ un altare composto da due colonne marmoree con elegante capitello e timpano dentato con base spezzata, arricchito centralmente da vari decori; pure l’altare stesso e il paliotto sono abbelliti da marmi  policromi.

(a dx ) La pala di San Giuseppe con Gesù Bambino, con i santi, a sx inginocchiato San Luigi Gonzaga con il giglio in mano e a dx san Giovanni Bosco che abbraccia uno dei bambini da cui poi è nata la sua opera salesiana. Sullo sfondo il paesaggio del luogo. La tela è stata dipinta nel 1947 dal grande  pittore padovano Pietro Favaro. Le dimensioni sono 195×90 cm.

( a sx) L’altare di Sant’Antonio da Padova è a destra ed ha  sostanzialmente la stessa struttura di quello di San Giuseppe.

( a dx) La pala mette in evidenza in basso varie persone che lo invocano, mentre il santo con Gesù Bambino posto sopra la sfera del mondo intercede le grazie divine. Al disotto del Santo la Basilica di Padova. La tela è del 1946 e firmata dallo stesso autore Pietro Favaro. Le dimensioni sono 210×98 cm.

[la biografia di Pietro Favaro è presente nella Sezione Personaggi, biografie e altro]

Allontanandoci un po’ dal presbiterio troviamo a sx l’altare della Madonna Immacolata (sopra)  e a dx l’altare della Deposizione o della Madonna Addolorata (sotto), con al centro la famosa tela  chiamata della Deposizione di Gesù nel sepolcro opera di Jacopo da Ponte.

Visione complessiva di questo altare, dove la tela della Deposizione occupa la parte centrale. Questo lavoro olio su tela di Jacopo dal Ponte misura 159×130 cm.

Abbiamo già accennato,  nelle note storiche , della presenza di questa opera già nel 1571. La sistemazione nell’altare di destra, come detto chiamato dai fedeli “dell’Addolorata” , è avvenuta nel XVIII secolo e qui è rimasto fino ad ora.  Fu tolto da tale sede soltanto durante gli eventi bellici del ‘900, per evitare che subisse danni. Nel 1952 partecipò alla “Mostra dei Da Ponte” a Bassano. e anche alla mostra di “Jacopo Bassano” a Venezia nel 1957. Fu esposto, inoltre, a Vicenza nel 1980 in occasione della mostra “Palladio e la Maniera. I pittori Vicentini del Cinquecento”. Venne trafugata nel febbraio del 1981, e venne ritrovata due mesi dopo molto deteriorata essendo stata lasciata alle intemperie avvolta in sacchetti di plastica: il dipinto era inzuppato di acqua e coperto di muffa. Fu portato subito al Museo Diocesano di Padova in attesa delle autorizzazioni necessarie per il restauro. Le varie fasi dell’opera, che ha permesso di riportare la tela all’antico splendore, sono state condotte con grande dedizione dalla sig. a Renza Garla da Conegliano. Scopriamo ora la bellezza di questa opera.

Interessante anche quanto la critica ha scritto su questa opera, riportata a ridosso dell’altare stesso in una specie di leggio.

Citata dal Ridolfi e dal Verci, la pala è stata costantemente riferita a Jacopo dalla critica, seppure con variazioni cronologiche oscillanti da una datazione precoce al 1534-1535, prima delle tele per il Salone dell’Udienza (Longhi, Sgarbi, Pallucchini 1982), ad una intermedia intorno al 1536-1537 (Magagnato, Furlani), ad una più tarda, posteriore alla pala di Borso, del 1538 (Arslan 1931 e 1960, Bettini, Zampetti). La recente acquisizione del Libro dei conti della bottega dapontiana (Libro secondo) ha consentito di stabilire definitivamente i tempi di realizzazione del dipinto, confermandone la contemporaneità con gli affreschi della chiesa di Santa Lucia a Santa Croce Bigolina, cui lo legano evidenti analogie stilistiche. Commissionata fin dal luglio 1532, la pala risulta pagata con un primo acconto solo il 26 agosto 1537 e consegnata l’11 aprile dell’ anno successivo. Opera di modeste proporzioni, ma di rara suggestione cromatica e di profonda carica emotiva, il Deposto di croce di Crosara registra nel percorso giovanile del Bassano un allargamento di interessi dal bonifacismo e tizianismo iniziali alla lezione del Pordenone, percettibile nella costruzione potente della forma e nella funzione dinamica della linea. Organizzata per ranghi paralleli intorno al fulcro tematico e compositivo della spoglia esanime del Cristo – in cui può forse cogliersi una ventilata collaborazione del fratello di Jacopo, Giambattista -, la scena, rinserrata alle spalle dall’incombere del costone roccioso, si accampa in tutta la sua silente drammaticità, nell’evidenza del primo piano. Il ritmo compositivo serrato, quasi forzatamente compresso entro i limiti della tela, accosta, come in un intarsio, campi cromatici luminosi e locali, in cui le stesure di colore “empiono le forme nitidamente contornate, simili a liquidi in vasi di trasparente cristallo” (Bettini 1933, p. 32). Spira dalla composizione un sentore arcaico e lontano, un senso di dolore profondo e ineluttabile, sofferto senza grida ed esagitazione, appena tradito dallo sguardo tremulo di pianto della dolente che sorregge di spalle la Vergine svenuta o dal gesto vano ed accorato delle braccia protese del San GiovanniMaia Elisa Avagnina.

Bibliografia: Libro secondo di dare e avere della famiglia dal Ponte con diversi per pitture fatte, Ms., sec. XVI, Biblioteca Civica di Bassano, cc. 125r, 126v; C. RIDOLFl, Le maraviglie dell’arte ovvero le Vite degl’illustri pittori veneti e dello Stato, Venezia 1648; edizione a cura di D.von HadeIn, 2 voll., Berlin 1914-1924. I. p. 387; G. B. VERCl, Notizie intorno alla Vita e alle Opere de’ Pittori, Scultori e Intagliatori della Città di Bassano, Venezia 1775, p. l07; E. ARSLAN, I Bassano, Milano 1960, I, p. 176; W.R. REARICK, voce Dal Ponte, Jacopo detto Bassano, in Dizionario Biografico degli Italiani, voI. XXXII, Roma 1986, p. 181.

A cura di ASSOCIAZIONE AMICI DEL MUSEO – BASSANO DEL GRAPPA – SOVRINTENDENZA AI BENI CULTURALI E STORICI DEL VENETO – CITTA’ DI BASSANO DEL GRAPPA, ASSESSORATO ALLA CULTURA“

L’AREA BATTESIMALE 

Procedendo più avanti verso l’uscita,  a sx, (a dx entrando)  vi è la zona battesimale caratterizzata da un grandioso dipinto murario  che raffigura l’atto della Resurrezione di Gesù dove si erge glorioso tra le pietre del sepolcro che schizzano via di fronte alla potenza divina , e accanto il fonte battesimale con un copri-vaso in rame sbalzato di pregevole fattura.

L’opera nella sua interezza. Si tratta di un affresco a tempera del pittore padovano Orlando Sorgato (Padova  21 febbraio 1916 – 21 luglio 2018)) eseguito nel 1964, anno del Concilio Vaticano II°. In basso si vede il fonte battesimale in marmo rosso

a sx dettaglio della resurrezione

a dx dettaglio della pietra sepolcrale, e in primo piano il coprivaso in rame  del fonte battesimale, che racconta alcune tappe fondamentali della Redenzione

fonte battesimale e coprivaso

(La biografia di Orlando Sorgato si trova nella Sezione Personaggi, biografie ed altro)

Il coprivaso è di rame  sbalzato, eseguito dal cesellatore a sbalzo di nome Silvio Pivotto (nato a Salcedo (VI)  il 23 agosto 1927 e residente attualmente a Rosà (VI).(vedi biografia nella Sezione Personaggi, biografie ed altro)

( a sx) La sua sommità, dove i cervi si abbeverano e si dissetano. Nel Vangelo secondo Giovanni (GV 4,13-14) Gesù nei pressi del pozzo di Giacobbe dice alla Samaritana:”Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno…”. Cristo è quindi la sorgente della vita eterna, e ciò avviene con il battesimo. Nel salmo poi 41(42) si legge ” come la cerva anela alla sorgente, così l’anima mia anela al Signore”.

( a dx ) in evidenza il dettaglio

 a sx la tentazione di Adamo ed Eva

a dx la cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso

 a sx l’Annunciazione dell’Angelo a Maria

a dx il battesimo di Gesù nel fiume Giordano

La Resurrezione di Gesù

Il soffitto dell’aula è impreziosito da un grande affresco, eseguito dal trevigiano Ennio Dal Bianco  tra il 1998 e il 2004 , con la tecnica dell’affresco staccato. I miei contatti con l’autore non hanno mai avuto risposta.

L’affresco nel soffitto va da est ad ovest. Ha una lunghezza di metri  9,80 ed una larghezza di metri 4,30. Quest’opera rappresenta l’Assunzione in cielo della Madonna. Si deve dire che questo affresco è copia esatta di quello che già esisteva da tempo immemore, e che si era gravemente deteriorato.

LA VIA CRUCIS DI LUIGI CARRON 

Verso l’uscita, sia a destra che a sinistra è stata posizionata la via Crucis di Luigi (Gigi) Carron di grande suggestione religiosa e anche di grande arte ceramica.

I^ stazione: Gesù è condannato a morte

2^ stazione: Gesù è caricato della Croce

3^ stazione: Gesù cade per la prima volta

4^ stazione: Gesù incontra sua Madre

5^ stazione: Simone di Cirene porta la croce di Gesù

6^ stazione: Veronica asciuga il volto di Gesù

7^ stazione: Gesù cade per la seconda volta

8^ stazione: Gesù incontra le donne di Gerusalemme

9^ stazione: Gesù cade perla terza volta

10^ stazione: Gesù è spogliato delle vesti

11^ stazione: Gesù è inchiodato sulla croce

12^ stazione: Gesù muore sulla croce

13^ stazione: Gesù è deposto dalla croce

14^ stazione: Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro

15^ stazione: Gesù è risorto

[su questa Via Crucis, nella stessa sezione vi è un file dedicato: Marostica nell’arte – Carron Luigi e la Via Crucis della Chiesa di San Luca]

∗∗∗

FONTI DOCUMENTALI

AA.VV. Jacopo Bassano – c.1510-1592. Nuova Alfa Editoriale. Bertoncello Artigrafiche. Cittadella/Padova, 1992.

Battaglin Marilena Xausa. Crosara di Marostica. Uomini e segni del sacro. Imprimitur Editrice, 2015.

Isoli Gino. Breve storia di S. Luca. Bertoncello Artigrafiche, Cittadella, 1976.

La diocesi di Padova, 1972. [NB. Le citazioni di questa fonte sono in latino. Per maggior comprensione le ho tradotte con una certa libertà, senza travisarne il significato].

Maccà Gaetano. Storia del territorio vicentino. Tomo XIV. Gio.Battista Menegatti, Caldogno, 1816.

Parrocchia di Crosara San Luca, Diocesi di Padova. Celebrazione dell’Eucarestia con dedicazione all’altare, 29 agosto 2004.

Parrocchia di San Luca, Gruppo di lavoro di San Luca, Marostica. Il quadro ritrovato, La deposizione di Jacopo Da Ponte nella storia di San Luca. Agosto 1987.

Spagnolo Francesco, Memorie Storiche di Marostica e del suo territorio. Tipografia Staider, Vicenza 1868. [Riedizione Anastatica, Atesa Editrice, Bologna, 1941]

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