BASSANO DEL GRAPPA – LA BARCA BASSANESE

LA BARCA BASSANESE

di  FULVIO BICEGO

con la collaborazione di Vasco Bordignon

IL TRAGHETTO SUL FIUME BRENTA NEI SECOLI 

La prima testimonianza scritta dell’esistenza di un traghetto sul Brenta risale circa alla fine del secolo XII, quando viene citato l’attraversamento in località “Alla Nave”.

Il primo barcaiolo bassanese di cui abbiamo notizia è tale Petrus de la Nave (nomen omen *), il cui nome compare nel giuramento di fedeltà a Vicenza del 1175, ma si ipotizza che già prima dell’anno Mille ci fosse un guado non molto distante dalla Pieve (che probabilmente fungeva da collegamento con l’insediamento longobardo ancora individuabile per i toponimi di San Giorgio e San Michele) e che fosse stata la presenza di questo guado a favorire la nascita del centro abitato di Bassano.

Interessante anche il termine Nave con il quale i Bassanesi indicavano l’imbocco della strada statale che dal Piazzale Belvedere (attuale Generale G. Giardino), fuori “Porta delle Grazie” portava a San Vito.

Anticamente era una strada sterrata (e vi era uno stallo che per tradizione i Bassanesi chiamavano “stallo Nave”, nome poi ereditato dall’annesso “Albergo Nave”) detta anche “stradea dea nave”, probabilmente per la sua larghezza od anche perché portava al luogo della barca-traghetto .

Interessante, al riguardo è  la Pianta di Bassano fedelmente disegnata da Francesco nel 1583  e terminata da Leandro da Ponte nel 1610. Quest’ultimo aggiornò il disegno con le novità edilizie verificatesi nel frattempo. Tale pianta consente una precisa ricostruzione del tessuto edilizio, monumentale e urbanistico della città all’inizio del XVI secolo e, soprattutto, testimonia la vivacità del fiume Brenta, raffigurato con le ruote dei mulini, le zattere del legname e le barche a chiglia piatta che trasportavano persone e merci da una sponda all’altra del fiume, come si vede nel dettaglio sottostante.dettaglio di due barche bassanesi 

E’ realistico pensare che anche nei secoli successivi ci fosse la necessità di traghettare il fiume da una sponda all’altra, anche se esisteva fino al 1917  il Ponte Vecchio. Tale necessità continuò  anche successivamente, dopo la seconda guerra mondiale e fino al 1948 in quanto nessuno dei ponti era utilizzabile.

Pertanto, per i paesi a sud della Città, come San Lazzaro, Marchesane, Cartigliano e Nove, diventava a volte problematico guadare il fiume, soprattutto se era necessario trasportare delle merci ingombranti e pesanti e non erano disponibili dei carretti trainati da animali.

In queste zone nacquero quindi, in modo completamente autonomo e a carattere familiare, dei veri servizi traghetto, che in seguito, a partire dal 1930-1935, vennero regolamentati dal Magistrato alle Acque del Ministero dei Lavori Pubblici con il rilascio della “concessione di traghettare il fiume Brenta con barca”.Tale concessione permetteva ai proprietari delle barche bassanesi di traghettare a pagamento merci, animali e persone.

Nel Bassanese erano cinque i punti di attraversamento del Brenta. Il più utilizzato era quello che consentiva il collegamento tra il Porto di Brenta e l’attuale via Macello. Gli altri consentivano di transitare da Cartigliano, nei pressi di Villa Morosini, a Nove, in corrispondenza dell’antico guado degli Ungari; dai Mulini di Cartigliano a Nove; da San Lazzaro a Marchesane e l’ultimo dalla località detta non a caso “Alla Nave”, presso Ca’ Erizzo, alla sponda opposta verso Sant’Eusebio.

Come da documento sottostante, nel 1938 il costo per il rilascio dell’autorizzazione era di Lire 160 suddivise in: – Lire 20, a titolo di canone, da rilasciarsi dall’Ufficio Registro di Bassano del Grappa; – Lire 100, a titolo di cauzione e garanzia degli obblighi, da rilasciarsi dalla Reale Sezione di Tesoreria di Vicenza; – Lire 40, per le spese di emissione del Decreto di concessione, da rilasciarsi dal Magistrato alle Acque, a mezzo certificato di allibramento, meglio noto come bollettino postale.

Successivamente, ogni anno, era necessario versare la tassa relativa al canone, presso l’Ufficio Registro di Bassano del Grappa, che rilasciava regolare ricevuta. A titolo informativo, il canone annuo nel 1943 era di Lire 219,45, mentre nel 1950 era già diventato di Lire 1.040. (immagine sottostante).

 

LA BARCA CHE TRAGHETTAVA IL BRENTA

La tipologia di questa barca era caratteristica solo del tratto del Brenta che va da Cismon fino ai confini con Fontaniva.

terminologia e differenze con le barche veneziane

a) pancheta: piccola panca di 20 centimetri, che a differenza dalle barche veneziane, era al di sopra del fasciame; b) colomba: tavola centrale della chiglia, realizzata in larice; c) nombolo e sercio: sono le tavole delle murate attaccate alla mesaluna. Nelle barche veneziane il numero massimo di tavole era 2, nella bassanese sono 3, realizzate in larice; d – f) sancon: realizzati in rovere, consentivano temporaneamente di legare tra loro le tavole del fasciame e di costituire più fasce di rinforzo della struttura, che correvano in aderenza da un bordo superiore all’altro delle murate. Nella bassanese erano in numero di 5 / 6 e realizzati in due parti fissate tra di loro a mezzo incastro ed imbullonate, mentre nelle altre imbarcazioni fluviali erano solo 3 e in pezzo unico; e) piana: realizzata in rovere, era fissata a fianco del sancon e nella bassanese non arrivava a toccare il nombolo della murata, a differenza della veneziana che si appoggiava alla murata; g) mesaluna: realizzate in larice, sono le tavole laterali della chiglia; h) crosara: era un rinforzo molto robusto sulla prua e serviva soprattutto come maniglia per le mani in modo tale che avessero un buon appoggio per tirare a riva la barca. Non esisteva in nessuna altra barca fluviale. Essa appare anche come un ulteriore rinforzo della prua, perchè legava tra loro le tavole assottigliate della chiglia con quelle del fasciame irrobustendo la struttura della parte superiore della prua. Questo particolare irrobustimento della prua era necessario nella barca bassanese in quanto non esistevano altri ponti e/o panche come nelle barche lagunari e/o fluviali. i) bite: erano due bitte in ferro o legno fissate lateralmente verso la prua e servivano ad agganciare le reti per la pesca oppure a legare corde, soprattutto quelle per fissare le merci instabili o trattenere gli animali da trasportare.

tecnica costruttiva bassanese

Una osservazione importante è che questa barca bassanese era costruita con una tecnica che non esisteva in tutta la laguna veneta e in tutto il comparto marittimo della Repubblica di Venezia e neppure se ne trova traccia lungo il corso dei vari fiumi Po, Ticino, Adda, Adige, Tevere e addirittura nel Brenta padovano. La differenza sostanziale stava proprio nella tecnica costruttiva, che inizia dalla suddivisione delle varie parti e dalla scelta dei tronchi da cui ricavarle; tecnica della quale i Veneziani da Squero e Arzanà erano Maestri, in cima alla classifica nel mondo!

La barca bassanese veniva costruita da un falegname e pertanto non era assolutamente necessario che il suo laboratorio fosse vicino al Brenta in quanto, una volta terminata, la barca era consegnata al committente con un carretto trainato da un cavallo.

Le barche bassanesi avevano dimensioni non propriamente standard ma, indicativamente, avevano una lunghezza di 3,5-3,7 metri, una larghezza a poppa di circa 140 cm. e a prua di 30 cm. L’altezza era di circa 45-50 centimetri.

Il materiale usato per la costruzione era normalmente un legno duro, solitamente rovere, simile alla quercia bianca, per quelle parti che irrobustivano l’imbarcazione (il sancon, la piana e gli irrobustimenti di prua), mentre un legno dolce (larice, abete, pioppo) e quindi più elastico era impiegato per il fasciame (colomba, mesaluna, sercio). La prua era rinforzata con quattro tavole di rovere da 3-4 centimetri di spessore e di 12 centimetri di larghezza, che servivano a proteggere e a salvaguardare la chiglia durante le operazioni di ormeggio sul greto ghiaioso del fiume. Una differenza sostanziale di costruzione della barca bassanese, rispetto a quelle di altri territori, era il fatto che le tavole del fasciame delle murate (nombolo e sercio) venivano bloccate tra di loro da incastri a nido di rondine. Tale tecnica permetteva al falegname di evitare le operazioni di calafataggio, cioè l’operazione che serviva a sigillare le fessure del fasciame con la stoppa (fibre di canapa), prima dell’ultima operazione di impeciatura, risparmiando in questo modo moltissimo tempo per la costruzione della barca. L’ultimo passaggio era dunque l’impeciatura delle tavole, con la quale la chiglia ed il fasciame venivano spalmati di catrame o di bitume, per rendere la barca impermeabile all’acqua. La colorazione nera del catrame spalmato dava la caratteristica tonalità scura alla barca. Dalle modalità di costruzione, quindi, deriva anche la nomenclatura che è, salvo che per le tre tavole del fasciame del fondo, una reinterpretazione adattata dalla nomenclatura dei vari pezzi delle barche veneziane da lavoro, con fondo piatto.

tecnica di conduzione della barca

Il barcaiolo stava in piedi a poppa e guidava la barca con l’uso di un lungo bastone, chiamato Andiero o Anghiero. Normalmente era realizzato in faggio ed aveva una lunghezza di circa 3,5-4 metri. Alle estremità c’erano due inserti metallici; dal lato emergente dall’acqua un arpione serviva per aiutarsi ad agganciare i punti di attracco e dall’altro lato, quello immerso, un puntale di ferro evitava che l’andiero si consumasse per il continuo strisciare sulle pietre di cui è esclusivamente costituito il letto del Brenta in questa zona.

RINA, IL TRAGHETTO DI SAN LAZZARO

Caterina Lazzarotto in Benetti, detta “Rina”, mentre conduce la sua barca (anni 1936-1937)

A San Lazzaro negli anni ’30-’40 molte famiglie erano proprietarie di barche bassanesi, che normalmente venivano utilizzate per la pesca nel fiume Brenta, ma solo la barca di Benetti Francesco fu Giovanni ottenne “ufficialmente” la concessione di traghettare il fiume Brenta con barca, in località San Lazzaro, dal Magistrato alle Acque del Real Ufficio di Genio Civile di Vicenza, in data 5 dicembre 1938, con protocollo n. 9700. Il servizio da parte degli utenti non di rado veniva pagato in natura, con alcune uova, un pezzo di formaggio o altri generi alimentari e raramente era pagato con denaro. Il suddetto Benetti Francesco fu Giovanni, secondogenito di questi, (n. 21.2.1894 / m. 8.1.1951) sposa Lazzarotto Caterina, detta Rina (n. 11.9.1898 / m. 12.9.1983) e dal loro matrimonio nascono Maria (classe 1922), Giovanni (classe 1924), Paola (classe 1925), Giovannina (classe 1930) e Bassiano (classe 1933). Benetti Bassiano (n. 22.1.1933 / m. 30.12.1994) convola a nozze in data 20 settembre 1967 con Dissegna Natalina (n. 25.12.1942) e dal loro felice matrimonio nascono Francesco (1969), Domenica (1970) e Carla (1976), gli attuali proprietari del traghetto del Brenta.

Il traghetto di San Lazzaro fu costruito dal falegname Andrea Facchin, detto “Pesse”, di borgo Paoletti, verso la fine degli anni ‘20 e, a fine 1966, fu protagonista delle sue ultime navigazioni, dopo l’alluvione, per recuperare i tronchi trasportati dalla corrente del Brenta, che rischiavano di mettere in serio pericolo i ponti. Dopo tale data la barca fu “rimessata” a casa di Bassiano.

IL RITROVAMENTO E IL RESTAURO 

E proprio da Bassiano nel 1983, lo scrivente, in occasione di un ricovero ospedaliero, viene a conoscenza dell’esistenza di questa barca e di Rina, l’intraprendente traghettatrice che per il servizio veniva chiamata a gran voce direttamente dalle sponde del fiume.

Il 3 dicembre 2016, in occasione di una conferenza tenuta con il dott. Sandro Grispigni Manetti a tema “Un viaggio nel tempo lungo il fiume Brenta”, parlando proprio delle barche bassanesi e del nostro sogno di recuperarne una, mi si apre un cassetto della memoria e mi ritornano in mente le parole di Bassiano, riguardo il traghetto di San Lazzaro. In quel momento ci balenò l’idea di ricercarla e di riportarla a far rivedere il suo splendore. Sandro ed io eravamo certi che il nostro possibile ritrovamento era di un’importanza fondamentale per raccontare la storia “fluviale” di Bassano. E contattammo i fratelli Benetti, figli di Bassiano. “L’avete ancora?” fu la prima domanda che rivolgemmo loro. Per tutta risposta ci accompagnarono a vederla. Sandro ed io rimanemmo senza parole e, sebbene non fosse nelle migliori condizioni, ce ne innamorammo immediatamente.

Francesco, Domenica e Carla, i figli di Bassiano, senza pensarci due volte, ci accordarono il permesso di prenderla “in comodato d’uso gratuito” al museo per restaurarla e per trovarle un posto di importanza assoluta dove poter farsi ancora ammirare e fotografare. Una stanza del Museo tutta per Lei! Se il primo passaggio, cioè portarla in un luogo asciutto e al chiuso, fu molto semplice, il vero problema fu il restauro, non avendo idea di come farlo, se conservativo o globale.

Allora andammo a chiedere consiglio a Venezia, dove c’era chi di barche conosceva vita, morte e miracoli… Abbiamo visitato lo studio di Gilberto Penzo in San Polo, il più importante conoscitore delle barche della laguna Veneta, autore di libri, progettista e realizzatore di modelli di ogni genere e, successivamente, uno Squero in Cannaregio, gestito da tre ragazzi che per amore della loro città, hanno creato Veniceonboard, uno squero per restauri di barche veneziane e per l’insegnamento della navigazione in Laguna. Dalla loro esperienza ci è stato unanimemente consigliato di optare per un restauro “conservativo”. E così abbiamo fatto e, grazie alla pazienza ed alla bravura di Valentino Fiorese, dopo quattro mesi la “nostra” barca rivedeva la luce, più bella che mai.

LA  BARCA IN PASSERELLA E IN MOSTRA NELLA LOGGIA COMUNALE 

E l’occasione più consona per presentarla ufficialmente al pubblico, alla stampa e alla televisione è stata senza dubbio la Sagra “San Lazzaro in Festa”, quando è stata esposta nella Sala Parrocchiale, anche essa rimessa a nuovo, dal 7 al 16 luglio 2017. Alla presentazione erano presenti il Presidente dell’Urban Center, arch. Omar Peruzzo, e l’assessore alla Cultura, Giovanni Cunico, che immediatamente ha proposto di esporla nella Loggia del Comune dal 26 luglio al 31 agosto 2017.

In questo stupendo e storicamente significativo posto della città di Bassano, la barca di San Lazzaro, diventata ormai per tutti, in omaggio alla intraprendente nocchiera, “Rina, la barca che traghettava il Brenta” ha giustamente ricevuto la visita ammirata di centinaia e centinaia di persone da tutta Italia e dall’estero e, grazie alla TV, al web e alla stampa, è diventata per un paio di mesi una guest star! Ho visto sposi che uscivano dal Comune e terminavano il sevizio fotografico vicino alla barca, bambini che volevano salirci e fotografarsi vicino, ed ho visto novantenni che hanno pianto, la toccavano, anzi la accarezzavano, in segno di devozione e, guardandomi con gli occhi lucidi, mi dicevano “Te savessi quante volte ghe so montà sora…e ogni volta che partivimo per l’altra sponda me sembrava de andare in crociera…”

LA SEDE ATTUALE PRESSO URBAN CENTER

Dopo la Loggia del Comune, la Barca è stata portata nell’Urban Center (nome al quale auspico, con tanti altri, sia presto aggiunto “Porto di Brenta”), dove le è stato dedicato il calendario di Bassano 2017 e dove vivrà per sempre davanti alla sua Brenta, che ha percorso avanti e indietro per migliaia di volte da una sponda all’altra, per trasportare bambini e adulti, sposi e spose, anche deceduti purtroppo, animali e merci, e dove ancora continuerà ad essere ammirata, studiata e fotografata, nell’ambiente più adatto: il fiume negli occhi, la sua fragranza nelle nari, la sua voce in sottofondo. “Cara Rina, permettimi di chiamarti così, in modo confidenziale, anche se adesso sei diventata parte della storia di Bassano e quindi sei importante, essendo rimasta l’ultima di una flotta che solcava la Brenta, e questo lo devi solo alla tua vera ed unica famiglia, la famiglia Benetti, quella che ti ha fatto costruire, ti ha usata, ti ha curata e ti ha amato…”

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VB : ringrazio Fulvio Bicego e il dott. Sandro Grispigni Manetti  (nella immagine sottostante) che con la loro passione ci hanno offerto questo piccolo “grande” tesoro della nostra storia bassanese.

fonti bibliografiche: Aldino Bondesan, Giovanni Caniato, Danilo Gasparini, Francesco Valleranie Michele Zanetti, Il Brenta, Cierre Edizioni). — – Adalgiso Gino Bonin, Il Pedemonte Germanico, Attiliofraccaroeditore — Luigi Divari, Barche del Golfo di Venezia, Libreria Editrice “Il Leggio” — Riccardo Pergolis e Ugo Pizzarello, Le Barche di Venezia, Libreria Editrice “Il Leggio” — Loreno Confortini, Antiche barche e battelli del Po, Edizioni Grandi Carte — G. Fasoli, Dalla preistoria al dominio veneto, in Storia di Bassano, Bassano, Comitato per la Storia di Bassano, 1980

* nomen omen : Il significato di “nomen omen” risale al tempo dei Romani: sostenevano infatti che nel nome delle persone fosse indicato il loro stesso destino: da qui l’affermazione “nomen omen” che in italiano significa “il nome è un presagio”, o anche “un nome un destino”, “il destino nel nome”, “di nome e di fatto” e così via. Da: www.sololibri.net

 

 

 

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