CASSOLA – L’ORIGINE DEL SUO NOME E DEL SUO STEMMA

 

CASSOLA: L’ORIGINE DEL SUO NOME

E DEL SUO STEMMA

a cura di Vasco Bordignon

Da dove proviene il nome di Cassola? Questa domanda non è superflua in quanto dalla storia di questo nome proviene anche lo stemma del Comune.

L’ipotesi più probabile e più documentata viene raccontata con dovizia dal professor Agostino Brotto Pastega, appassionato e grande studioso del suo territorio cassolese e bassanese. La seguente descrizione proviene dal suo lavoro “Dalla primitiva Cappella di San Marco di Cassola all’organo Giacobbi della parrocchiale: una storia Millenaria”, dal libro “Storia di Cassola e del celebre organaro Giuseppe Giacobbi Maggiotto (Cassola 1796 – Bassano 1855) Laboratorio Grafico BST, 2008”.

Berengario I, duca e marchese del Friuli nonché re d’Italia, subì una cocente sconfitta dagli Ungari  in prossimità di un guado a sud di Cartigliano (24 settembre 899), che da allora rimase denominato «vadus Ungberorum». Esaltati da tale vittoria, gli Ungari si riversarono sulle vicine città, mettendo a ferro e fuoco in primis Padova … A più riprese, gli Ungari riapparvero all’orizzonte delle Alpi Giulie per razziare – l’ultima invasione la compirono nel 951- sinché Ottone I il Grande non inflisse loro una definitiva sconfitta a Lechfeld (nei pressi di Augusta, in Germania-VB) nel 955.

Il vescovo di Padova Sibicone, che era feudatario e consigliere di Berengario I, si recò a Verona nel marzo del 912 per rendergli omaggio e, in quell’occasione, si lamentò della distruzione patita dalla sua città e dell’incendio dell’archivio curiale, dove erano conservate le pergamene degli antichi privilegi concessi ai suoi predecessori dai vari imperatori.

Sibicone ottenne da Berengario I ampio diploma (=documento ufficiale) (25 marzo 912), che confermava tutti i precedenti privilegi concessi al suo vescovado e gli conferiva la facoltà di erigere castelli difensivi.

Su supplica di ben «quattro vescovi d’Italia», il 20 aprile 915, Berengario I donò allo stesso vescovo Sibicone i seguenti beni: la strategica «Val di Solagna», la pieve di Santa Giustina non lungi dal fiume Brenta, le vie di accesso al Canale di Brenta ed alcuni luoghi nei territori di Trento e Ceneda. Confermò inoltre il diritto di innalzare castelli.

Si trattò di una «vera trasmissione di potere», con tutti i diritti sovrani di giudicare gli arimanni e gli uomini liberi, di costruire castelli per difendersi «ob Paganorum malorumque Christianorum debacchationem», cioè dai pagani e dai cattivi cristiani.

Fu sicuramente in seguito a questa donazione che venne innalzato nelle lande desolate della campagna di Cassola un castello difensivo con, al suo interno, una cappella consacrata all’Evangelista Marco, non a caso martirizzato dai pagani).

Per castello si deve intendere una tozza torre di avvistamento entro una adeguata fortificazione, resa probabilmente più sicura da un avvallamento esterno.

Il primo documento che attesta l’esistenza di un «castrum» e di un annesso edificio di culto in quel di Cassola è la nota donazione del 29 aprile 1085, compiuta da un gruppo di nobili «magnati» – antenati degli Ezzelini e dei Camposampiero – a favore del monastero benedettino dei Santi Eufemia martire e Pietro apostolo di Villanova, oggi Abbazia Pisani di Villa del Conte (PD).

L’atto notarile di donazione fu rogato «in Braida», località dell’Asolano corrispondente all’attuale San Vito di Altivole (TV).

Il complesso conventuale era sorto qualche tempo prima su una probabile preesistenza saccheggiata dagli Ungari, al centro di una grande plaga, denominata «valle del Campretto», attraversata dal torrente Muson e oggi identificabile nelle campagne poste fra San Martino di Lupari, Castelfranco e Camposampiero.

Perché il complesso monastico avesse una qualche speranza di sopravvivenza – visti i tempi calamitosi – venne reso dai donatori tributario del tesoro pontificio di San Pietro e fornito di un immenso patrimonio, comprendente terre coltivate e «vegre» (incolte), vigneti, campi, prati, pascoli, selve, rive, rupi, paludi, mulini, masserie, pescagioni, cacciagioni, erbatici, uso dell’acqua con tutti i suoi diritti, tanto al monte quanto al piano. Vi erano inclusi persino i servi con le loro famiglie, i classici servi della gleba, vincolati alla terra e sottomessi in forma spontanea o coattiva ai potenti di turno, molti dei quali si trovavano ancora in una condizione di estrema sudditanza prossima alla schiavitù.

I magnifici signori compivano il grande gesto per la salvezza delle loro anime, per quelle dei predecessori e dei futuri discendenti, per avere un luogo privilegiato per la loro pietas e in definitiva, come dissero chiaramente, «per conseguire più beni da Dio in questo mondo e nell’altro l’eterna vita».

Si premuravano di difendere in ogni modo il complesso conventuale di Santa Eufemia da oppressori e invasori, auspicando tremendi anatemi sul capo di chiunque avesse osato in futuro disattendere alle loro disposizioni o di appropriarsi dei beni elargiti.

Fra le proprietà donate nel Comitato di Treviso, vi figuravano masserie e terreni distribuiti nelle ville di San Zenone, Cassola, Rossano, Cartigliano, Bassano, Margnano e Romano.

Nella parte riferita a Cassola si precisava: « … in villa que dicitur Casa sola, castrum unumn, et capellam unam infra ipsum castrum constructam in honorem Sancti Evangeliste Marci, et massaritias octo. Prima regitur per Martinum, secunda per Turturem, tertia per Dulcerelam, quarta per Valerium, quinta per Feltrinurn, sexta per Azilonern, septima per Casa sola, octava per … » . Queste poche ma preziosissime righe di inchiostro sono il primo monumento scritto della storia del paese. Sono illuminanti informazioni che rivelano come nel villaggio rurale di «Casa sola» si ergesse già allora un castello difensivo, avente all’interno una cappella dedicata all’Evangelista Marco e, all’esterno, otto masserie o «mansi» con un numero di campi oscillabile fra i dieci e i trenta, lavorati da precisi coloni, uno dei quali si chiamava «Casa sola» come il toponimo.

Con la donazione del 1085, una buona fetta dell’agro cassolese passò dunque nelle mani degli abati di Santa Eufemia di Villanova.

L’atto descrive un territorio di Cassola, all’alba del secondo millennio dell’era cristiana, non completamente coperto da boscaglie, ma con un discreto sviluppo agricolo ….  Gli abati che si succedettero al governo dell’abbazia di Santa Eufemia promossero bonifiche, estesi dissodamenti, aprirono strade, incanalarono i bizzosi torrenti che scendevano dalle pendici del Grappa (come la Lugana), costruendovi sopra dei mulini. I monaci controllavano tutti questi beni – livellati in gran parte a contadini del posto – attraverso degli emissari, i quali avevano la funzione di gastaldi. Agli abati competeva la nomina dei rettori in cura d’anime delle varie cappelle campestri a loro soggette, compresa quella di San Marco di Cassola entro il castello, che doveva sorgere, secondo la tradizione popolare, in una imprecisata località detta delle «Calandrine», a nord del paese, dove nel passato sono emersi numerosi reperti di epoca romana e altomedievale….

Il primo atto che attesta una concessione livellaria in quel di Cassola da parte degli abati di Santa Eufemia risale al 1190, all’epoca quindi di Ezzelino il Monaco. Il 13 gennaio di tale anno, l’abate Alberto concedeva in livello un pezzo di terra con casa a un certo «Reuiardo» in cambio della terza parte del vino prodotto annualmente. Fra i testimoni, figuravano un «Arnaldini de Casola» e un «Zolin de Rosano».

In un successivo atto, rogato nel complesso di Villanova il l0 maggio 1273, l’abate Giovanni rinnovava a un certo «Waldramo» un’investitura feudale relativa a una serie di beni posti in Cassola. Si trattava di un’investitura risalente come minimo a qualche decennio prima, che contemplava la cessione di «unum mansi» (ossia una porzione di terreno che doveva bastare al mantenimento di una famiglia di contadini), posto in mezzo a un terreno boschivo, confinante a mattina con l’acqua che andava al mulino dell’abate e a sera con «dominus Albertus de Casolla».  Dall’atto si apprende dunque che in quel di Cassola, nella seconda metà del XIII secolo esisteva un mulino di proprietà dell’abate (mosso dal torrente della Lugana) e vi abitava anche una proporzionata categoria di proprietari e di contadini, molti dei quali nella condizione di «aldii», cioè di servi.

I documenti sinora citati non lasciano dubbi sull’origine etimologica del nome parlante di «Casa sola», espresso anche nella forma di «Domo Solla» e derivato da un modo di dire vernacolare anteriore al Mille.

Non è un caso che nella prima citazione del toponimo (1085) si legga «in villa que dicitur Casa sola».

Le varianti successive di «Caxola», «Casola», «Capsolla», «Capsodula» (piccola cassa), o le interpretazioni che vorrebbero il nome derivato dall’antroponimo latino Cassius o dal temine volgare «Gazzola» (da bosco), non trovano giustificazione storica.

I monaci di Santa Eufemia continuarono ad amministrare i loro vasti latifondi sino alla morte del bolognese Giovanni Umiliati (1444): l’ultimo abate titolare che reggeva dal 1401 il deserto chiostro e che chiuse l’esperienza benedettina, pare legata alla riforma cluniacense.

Dal 1444, subentrarono nell’amministrazione dei beni i cosiddetti abati commendatari, di solito alti prelati che sapevano molto bene come appropriarsi delle cospicue rendite per condurre una vita sfarzosa, a volte, senza mai mettere piede nel complesso di cui erano titolari.

A tal proposito, un antico vescovo di Parigi ebbe a dire che avere una chiesa in titolo era come contrarre «un matrimonio spirituale», averla in commenda era come possedere «una concubina»…  Il 28 dicembre 1490, un certo «pre’ Theodoro», cappellano di Santa Eufemia per conto dell’arcivescovo di Nicosia Benedetto Soranzo (che ne era l’abate commendatario dal 1489), scriveva al suddetto abate per informarlo dei fatti accaduti negli ultimi tempi. Alcuni maiali di proprietà dell’abbazia, dati in affido a dei contadini, non disponevano più di cibo sufficiente per l’ingrasso e dei villici avevano tagliata illecitamente della legna nel vicino bosco, nei confronti dei quali il «pre’ Theodoro» attendeva indicazioni per procedere legalmente o meno.

Fu proprio questo Soranzo ad ordinare, dopo la sua nomina ad abate commendatario di Santa Eufemia (1489), l’integrale trascrizione della preziosa e ormai logora pergamena del 1085, che gli garantiva tutti i suoi privilegi. Poiché l’abbazia rientrava sotto la diocesi di Treviso, si occupò della cosa l’arcidiacono della cattedrale Antonio Saracco (1464- 1485), il quale dette la sua approvazione e fece fede che la copia era stata desunta dall’originale. La pergamena venne ufficializzata con atto pubblico l’11 dicembre 1489 dai notai Giacomo Bono di Padova, Francesco Malivodi di Brescia e Giambattista De Biretti di Rottondesco, tutti residenti a Venezia.( E’ con ogni probabilità questa copia che vide il domenicano Jacopo Salomonio nel 1696, quando ebbe l’occasione di tratteggiare la storia della «Badia di S. Eufemia» e di ricordare come fra le chiese anticamente soggette all’abbazia vi fosse anche quella di San Marco di Cassola.

In seguito, fu un altro abate commendatario di Santa Eufemia – l’illustre bergamasco Giuseppe Alessandro Furietti (1684-1764) – ad ordinare, poco dopo la sua nomina (1736), la pubblicazione dell’esemplare pergamenaceo del 1489 per sostenere una lite contro il comune di Tombolo, intestardito a far valere certi suoi diritti. L’atto di donazione del 1085 fu quindi inserito in una «Stampa di lite», poi visionata dal canonico trevigiano Antonio Scoti (1679-1740), il quale se ne avvalse per trascrivere l’importante documento nella sua raccolta «Tarvisinorum Episcoporum Series», commentandolo con interessanti note.

Ritornò ad occuparsi dell’antica pergamena un altro eminente canonico trevigiano, il cultore di memorie patrie Rambaldo Degli Azzoni Avogadro (1719-1790), il quale pubblicò integralmente nel 1773 la carta di donazione del 1085, copiandola dalla «Stampa di lite» del 1736 e postillando alla fine alquanto rammaricato: «L ‘istromento … si legge unicamente in una stampa di lite sostenuta da mons. Furietti abate commendatario, indi cardinale; ed è molto interessante per alcune sue formule non usuali … è gran peccato non possa riscontrarsi coll’originale, cui per quante io facessi ricerche non m’è sortito di rinvenire».

Lo storico bassanese Giambattista Verci, a sua volta, dovette rifarsi all’opera di Rambaldo Degli Azzoni Avogadro per pubblicare la donazione del 1085 nella sua monumentale Storia degli Ecelini (1779), poi edita parzialmente anche da Andrea Gloria nel 1877.

Nel testo suddetto l’autore ha pubblicato una immagine riferibile alla prima testimonianza scritta del toponimo di “casa sola” del 1095 nella copia pergamenacea dell’11 dicembre 1489 (vedi sopra)e un’altra immagine (sopra) con la scritta “Odolricus de Casola” il primo personaggio con una chiara connotazione cassolese, ricordato nell’atto di giuramento dei Bassanesi alla città di Vicenza del 1175.

Lo STEMMA

 

Lo stemma venne approvato con deliberazione del Consiglio Comunale in data 7 marzo 1926nella quale così si spiega la scelta operata: ” L’oro ed il rosso ripetono i colori di Bassano ad indicare i legami di parentela col Capoluogo; la casa rustica e sola ricorda l’onomastica del Comune; finalmente il prato va a ricordare la pianura disboscata dai pionieri di Pove e di San Nazaro”

(da “I Comuni della Provincia di Vicenza e i loro Stemmi, di Michele Dalla Negra, Amministrazione Provinciale di Vicenza, Industria Grafica A.DAL MOLIN & FIGLI, Arzignano,VI, senza data (1991?)”

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