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Categoria: Borso del Grappa

BORSO DEL GRAPPA – SEMONZO – LA CHIESA PARROCCHIALE


CHIESA PARROCCHIALE DI SEMONZO

Titolare: San Severo, vescovo (1 febbraio)


di Vasco Bordignon 


CENNI STORICI 


Il toponimo Semonzo (come “Somontium”) compare la prima volta il 29 aprile 1085 nella donazione di Ermizza e familiari alla Abbazia dei Ss. Eufemia e Pietro di Villanova, ora Abbazia Pisani: ”nel territorio di Treviso  nel luogo e nella proprietà (detta) Casale tre masserizie … la terza lavorata, gestita da (un certo) Somonzio nella località che viene detta Somonzio “[in comitatu Tarvisiano in loco et fundo Casale massaricias tres: … tertia regitur per Somontium in villa que dicitur Somontium] (NB. il luogo dà nome al conduttore). 

La decima papale del 1297 elenca in diocesi di Treviso nella pieve di S. Maria di Loreggia la “capella S. Martini de Semoncio”, che è senz’altro da identificare con la chiesa di S. Martino sul Colle della Rocca a Semonzetto nel basso territorio di Semonzo, scomparsa dopo il 1554.  

Quella rocca apparteneva all’episcopato di Treviso, cui il 3 maggio 1152 Eugenio II ne confermò il possesso. 

Ma in diocesi di Padova la decima papale del 1297 elenca la chiesa di San Severo di Semonzo o di Casale [l’”ecclesia S. Severi de Submontio vel de Casale”], soggetta alla pieve di Sant’Eulalia e retta da prete Avanzo, scusato dal pagamento. L’eguaglianza dei toponimi e del titolare San Severo, vescovo di Ravenna e del nome del beneficiario, il prete Avanzo, fa sospettare che si tratti della stessa località o di due parti di essa elencate distintamente perché soggette a pievi diverse. 

La prima visita pastorale, quella del 25 settembre del 1488, dice che il vescovo Barozzi visitò la chiesa di San Severo facente parte della pieve di Sant’Eulalia [“visitavit ecclesiam S. Severi de Casali plebis S. Eulalie”].

Ancora non è detta Semonzo toponimo però che compare nel seguito della relazione a proposito d’un legato fatto da “Bono Moxandino de Submontio”.

La chiesa aveva una sola navata con tre altari, ma era quasi quadrata; non poteva essere prolungata se non ad oriente. 

Se i suoi redditi, ”come dal consenso della assemblea dei capifamiglia (vicinia)  sarebbero stati destinati alla (sua)n costruzione,  si sarebbero impiegati  3 o 4 anni per portare a compimento tutta l’opera [” de consensu maioris partis [regulae] ad fabricam destinarentur, tribus aut quatuor annin totum hoc opus perficeretur”].  

Di fatto quando circa 30 anni dopo, il 21 ottobre 1519, l’arcivescovo Girolamo de Santi, suffraganeo del vescovo Marco Corner, visitò la chiesa parrocchiale dei Santi Severo e Brigida di Semonzo, diocesi di Padova e distretto di Treviso, chiesa che è una cappella della pieve di Sant’Eulalia [“parrochialem ecclesiam Ss. Severi et Brigite de Sumontio paduane diocesis et districuts tarvisini, que est capella plebis sancte Eulalie”], trovò la chiesa, un tempo vecchia e a rischio di crollo, ben restaurata e con una nuova copertura. Vi era pure un nuovo presbiterio a guisa di un’ampia volta  [“cum vetus esset et ruinam minaretur, reparata noviter existit in meliorem et coperta de novo. Capella magna ad instar testudinis de novo fabricata existit”] e all’indomani  ne consacrò l’altare.

La chiesa misurava circa 22 metri di lunghezza e 13 di larghezza.

Non sappiamo se già prima assieme a Severo, avesse per titolare anche S. Brigida o quest’ultima sia stata aggiunta solo allora; scomparve qualche secolo dopo.

Inoltre nella visita del 1519 si dice che il campanile è a rischio di crollo e che ha una sola campana e per di più anche piccola [“Campanile minatur ruinam et habet solumnodo unam campanam admodum parvula”]; tuttavia in quella seguente il visitatore trovò il campanile in buono stato con alcune campanelle [“campanile bonum cum quisbundam campanulis”]. 

Poco più di due secoli dopo, dal 1750 al 1756 la chiesa fu ricostruita ad una sola navata di stile ionico e, come dice l’iscrizione dietro l’altare maggiore, si cominciò a celebrarvi il 2 maggio 1756.

La facciata fu terminata l’anno dopo e il soffitto con le sue pitture nel 1758 (?).

         A questo punto abbandonando la fonte diocesana del 1972, partendo da dati ricavati dal lavoro di Gabriele Farronato del 2008, ritengo opportuno ampliare le notizie di questo importante periodo (1750 – 1775) per la chiesa in oggetto.

La Chiesa attuale rappresenta sostanzialmente il risultato dell’ampliamento, delle modifiche strutturali interne, delle rifiniture e delle opere pittoriche, lavori che iniziarono nel 1750 e si conclusero nel 1775.

I lavori dal 1750 al 1756 furono i più difficili e contrastati in quanto, per ampliare la chiesa allora posta in direzione est-ovest, si doveva mutare la posizione dell’altare maggiore portandolo a settentrionale, verso la montagna, abbattendo anche il campanile esistente. Questi lavori portarono un nuovo spazio di ampliamento dalla metà della navata fino all’incirca a ridosso del nuovo altare maggiore. Con la nuova copertura nel 1756 la chiesa fu in grado di essere officiata: ciò avvenne il 2 maggio con grande solennità. Una lapide sul pavimento dietro il nuovo altare maggiore ricorda tale avvenimento.

Ma vi erano molti lavori ancora da fare.

Nel 1757 venne portata a termine la facciata, ritenuta opera, fino a pochi decenni orsono,  al Gaidon, quando varie approfondite ricerche hanno dimostrato concordemente essere opera di Giovanni Miazzi sia perché un Gaidon quindicenne non sarebbe stato in grado di operare una simile opera, sia per le caratteristiche intrinseche all’opera stessa: gli alti zoccoli, le quattro semicolonne, il frontone, l’iscrizione commemorativa, già presenti in altri lavori del Miazzi quali la Chiesa di Rosà, la Chiesa della SS.Trinità allora in Angarano e la chiesa di San Giovanni a Bassano.

Tra il 1757 e il 1758 si eseguì il trasferimento di due altari: a dx quello della Madonna  e a sx, di fronte, l’altare dedicato a San Valentino a quel tempo assai venerato. Un terzo altare, dopo quello di San Valentino, rappresentato dal vecchio altare maggiore, fu trasformato in quello di S. Antonio. Di fronte a quest’ultimo altare si doveva trovare uno spazio per il battistero, spazio occupato poi dal 1832 da un altare proveniente da San Nazario.

Al nuovo altare maggiore e agli altari della Madonna e di San Valentino vennero posti i nuovi paliotti, che illustreremo più avanti.

Nel 1759 si eseguì tutta la pavimentazione.

Tra il 1766 e il 1775 vennero eseguiti i lavori pittorici dei quattro evangelisiti opera di Antonio Zucchi (1726-1795), quelli della Fede e del soffitto opera di Giovanni Battista Canal  e il dipinto di Sant’Antonio opera di Pietro Argentini firmato 1775 

Il vescovo Giustiniani il 12 luglio 1776  la trovò nuova e ben costruita [“novae et nobilis structurae”]. Fu consacrata nel 1842 dal vescovo titolare di Mindo, Govanni Battista sartori Canova, fratellastro di Antonio Canova.

Il Campanile in cotto a torre alta 40 metri fu inaugurato nel 1907.

(da La diocesi di Padova 1972)

 

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la chiesa e il campanile da lontano tra il verde della pedemontana 

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la facciata incorniciata dal verde della vegetazione 

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l’elegante, caratteristica, facciata del Miazzi

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l’iscrizione commemorativa

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il campanile del 1907

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in questo dettaglio della pala dell’altare maggiore viene rappresentata la chiesa e il campanile esistente nel 1856, data dell’esecuzione. Come si può notare  il campanile appare più basso della della chiesa e pertanto il suono delle sue campane non venivano ben percepite dagli abitanti di alcune contrade, con grande disappunto. Nel 1897 il nuovo parroco don Domenico Berton, resosi conto che il vecchio campanile era anche a rischio di crollo decise di costruirne uno nuovo affidandone il progetto all’ing. Augusto Zardo (1860-1914). La prima pietra del nuovo campanile è del 1897, la conclusione del 1905. Nel 1907  vi fu l’inaugurazione con l’inserimento delle nuove campane e relativo concento.

INTERNO DELLA CHIESA 

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visione della chiesa da sud: si evidenzia il prebisterio e parte della navata

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parete ovest della navata 

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parete est della navata

 Come di può vedere le pareti est ed ovest della navata sono alleggerite e movimentate da strutture architettoniche a volta e da strutture verticali (lesene/paraste), terminanti con ampie finestre emisferiche. Le due pareti est ed ovest si innestano al presbiterio e alla parete sud con uno spazio verticale dove sono stati dipinti gli evengelisti, creando un’aula a perimetro poligonale. Il soffitto è a volta a “schifo” o a specchio, lasciando spazio per un  grande affresco.

Nella parete sud, sopra la porta d’ingresso principale, vi è l’organo che in parte offusca il dipinto della Fede (vedi oltre).

 

IL PRESBITERIO 

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il presbiterio nel suo insieme

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la semplice ma efficace volta a croce

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Il presbiterio è separato dall’aula da 4 gradini, e un po’ al di sopra a questi, a sx, si erge un un grande crocefisso altoatesino del XX secolo, e  sempre a sx in linea quasi diretta con il Crocefisso, su un gradino, vi è la statua di Padre Pio con i segni delle stigmate;

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a  dx, prima di arrivare alla sacrestia, vi è una grande scultura in legno, opera datata 1999, dello scultore Michelino Fabbian (nato nel 1949 a Borso del Grappa ed ivi residente), raffigurante la Madonna con il Bambino protettrice, come si vede, degli amanti del volo in parapendio.

Superati gli scalini, all’estrema destra è posto il fonte battesimale. Poco più avanti, centralmente vi è l’altare conciliare.

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A debita distanza l’altare maggiore, del 1756, dalle linee semplici,  con un imponente ciborio, che in parte oscura la Pala di San Severo.

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Interessante il paliotto che tra volute e arricciamenti marmorei colorati dà risalto al centro ad un calice con l’Ostia ricordando il significato del sacrificio di Cristo e della sua transustanziazione; al di sotto del calice vi è la rappresentazione dell’episodio del centurione: Il centurione, sentendo che Gesù era entrato in Cafarnao, si portò subito da lui e, caldamente pregandolo, gli disse: «Signore, il mio servo giace in casa affetto da paralisi e sta assai male». Gesù gli rispose: «Verrò e lo guarirò». Il centurione replicò: «Signore, io non son degno che voi mettiate piede sotto il mio tetto; dite soltanto una parola e il mio servo sarà guarito, perché io stesso, che sono un semplice uomo dipendente, avendo dei soldati sotto di me, dico ad uno che vada ed egli va, all’altro che venga ed egli viene ed al mio servo: – fa questo – ed egli lo fa prontamente». Gesù, all’udire un pagano parlare in questo modo, ne fece le meraviglie e disse a quelli che lo seguivano: «In verità io vi dico che non ho trovato una fede così grande in tutta Israele» e, rivolto al Centurione, gli disse: «Va e ti sia fatto secondo la fede che hai avuto» ed in quell’ora il servo fu completamente guarito.


Sopra l’altare vi è il baldacchino in legno dorato.

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A dx e a sx dell’altare maggiore ci sono due statue rappresentate da due angeli: a dx con le mani giunte e a sx con mani incrociate, e provengono da Pradipaldo (come da nota in Farronato, pag. 410)

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Dietro l’altare vi è la pala di San Severo di Giuseppe Pupin, del 1856. Il vescovo patrono in abiti vescovili tiene nella mano sx il lungo pastorale mentre la mano dx è intenta alla benedizione dell’effigie della chiesa di Semonzo sollevata verso di lui da un angelo. Il vescovo viene in questo suo atto illuminato da una intensa luce celestiale.  Interessante in questo quadro è la raffigurazione della chiesa come è stata vista dal Pupin (vedi biografie, personaggi) nel 1856. 

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a dx “la caduta e la raccolta della manna”

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a sx “l’ultima cena” 

Le pareti laterali sono arricchite dagli scranni del coro, sopra i quali sia a dx che a sx vi sono  due  grandi dipinti. 

A dx dipinto con “la caduta e la raccolta della manna” di Giuseppe Pupin, del 1858. Il quadro illustra il celebre raccolto della Bibbia, quando il popolo ebraico sfuggito dalla schiavitù egiziana con il miracoloso passaggio attraverso il mar rosso, durante l’avvicinamento, attraverso il deserto, alla terra promessa, pativa la fame e si lamentava con il suo Dio. E Dio inviò dal cielo uno “strano” cibo: la manna.

A sx dipinto ultima cena di Giuseppe Pupin del 1835. Questo dipinto rappresenta al centro la figura solitaria di Gesù nel momento in cui istituisce la Sacra Eucarestia, illuminato dal Cielo e da figure angeliche, attorniato dai due gruppi dei suoi discepoli in varie atteggiamenti di stupore. Al centro in basso vengono rappresentati i segni della lavanda dei piedi (la brocca, la bacinella e un telo tra di loro adagiato).


GLI EVANGELISTI

Come già accennato, negli spazi di collegamento tra le pareti laterali e la parete sud e il presbiterio vi sono dipinti gli Evangelisti (vengono attribuiti, assieme alla Fede della parete sud,  ad Antonio Zucchi 1726-1795; tale attribuzione mi trova alquanto perplesso confrontando altre sue opere)

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ok_-_003h_-_parete_est_-_presbiterio_-_san_giovanni_evangelista_di_antonio_zucchi_-_CIMG5103a ovest san Luca evangelista con il bue (ingresso) e san Giovanni evangelista con l’aquila (presbiterio)

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ad est san Matteo evagelista con l’angelo (ingresso) e san Marco evangelista con il leone (presbiterio)

 

PARETE OVEST (DX, da ingresso principale)

 

Altare di S. Antonio


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E’ in marmo rosso. La pala, firmata da Pietro Argentini pittore di Cavaso vissuto tra 1700-1800 (del quale, ad oggi,  non ho trovato nessuna notizia) raffigura Sant’Antonio da Padova assieme a San Bovo e a San Giuseppe.

Il paliotto raffigurava il calice con l’ostia in quanto un tempo rappresentava l’altare maggiore.  Con la costruzione della nuova chiesa è diventato parte degli altari minori e per questo il simbolo eucaristico è stato eliminato.

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Proseguendo verso il presbiterio troviamo l’altare di San Valentino. La pala infatti, di autore ignoto, non firmato, rappresenta il Santo rivestito di paramenti sacerdotali, mentre benedice una mamma con il bambino tra le braccia.

Il paliotto marmoreo rappresenta un particolare del “Battesimo di S. Lucilla da parte di San Valentino, opera pittorica di Jacopo da Ponte del 1575, presente al Museo civico.

 

PARETE EST (SX da ingresso principale)

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Altare di Santa Brigida di Svezia, rappresentata dal dipinto del 1994-1995 opera di Bruno Mascotto (del quale, ad oggi. non ho trovato notizia) : in questa pala si vede Santa Brigida in preghiera e in adorazione verso Gesù che le appare in alto.

L’altare è in biancone.

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Un tempo questo altare era dedicato a San Francesco d’Assisi, raffigurato in un dipinto con San Luigi Gonzaga e San Vincenzo Ferreri, il cui autore probabilmente è Giuseppe Pupin, datato 1836, tela attualmente in sacrestia.

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Proseguendo verso il presbiterio, sopra una porta d’ingresso laterale, vi è un dipinto della Madonna del Carmelo con in braccio Gesù bambino che tiene in evidenza uno scapolare ; sotto, perifericamente due angeli prendono nelle loro mani le mani di alcune anime del purgatorio per portarle a Maria sopra una candida nube attorniata da una corona di anime … L’autore è Giuseppe Pupin, nel 1843. 

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infine altare della Madonna col bambino, riferita anche come Madonna del Buon Volo

L’altare in marmo bianco di Carrara e’ dedicato alla Madonna, alla natività di Maria. La scena della nascita di Maria è scolpita nel paliotto.

Nella nicchia dell’altare è riposta una statua della Madonna con Gesù Bambino in braccio che porta lo scettro in mano.  Ex-voto del semonzese Cervellin Isidoro, salvato dalla cecità, opera dello  scultore Romano Cremasco (Santorso 1870 – Schio 1943). E’ stata benedetta l’8 settembre del 1938.

A questa statua nel 1992 sono stati aggiunti gli emblemi dello sport del parapendio invocandola come Madonna del Buon Volo, titolo unico al mondo.

Il 26 luglio 1964 , il parroco don Francesco Mascotto  dava questa informazione ai parrocchiani: “Vedete che la nicchia  – allora a fianco dell’altare, attualmente sotto la statua della Madonna – di Maria SS Bambina è vuota. E’ stata rivestita a nuovo la nicchia da una pia offerente. Anche la cunetta è stata a rinnovare le decorazioni. La nuova effige di Maria  SS Bambina è stata offerta dalla reverenda madre superiora del collegio femminile di Crespano. E’ stata eseguita dalle suore di Maria Bambina di Milano, dove ci sono delle vere artiste. Infatti l’opera è riuscita veramente meravigliosa. A suo tempo la vedrete collocata al suo posto e vi assicuro che ne rimarrete soddisfatti e ammirati. (Quaderni degli avvisi parrocchiali. Archivio parrocchiale).

Come si vede, si può essere d’accordo.

 

Parete SUD

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La parete sud comprende la porta d’ingresso, con sopra l’organo della chiesa. Al di sopra, all’interno di un arco ribassato vi è un altro dipinto di Giovanni Battista Canal, “la Fede”, databile 1775 circa, in parte coperto dalla struttura organaria.

LE STAZIONI DELLA VIA CRUCIS 


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Propongo anche le 14 stazioni della Via Crucis, che, sebbene di non eccelsa fattura, riescono a tratti a creare una atmosfera di vera commozione. L’autore è sconosciuto.


IL SOFFITTO

 

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il dipinto nel suo insieme raffigurante “La gloria di San Severo”, tra la SS.Trinità, la Madonna e uno stuolo di angeli svolazzanti. Rappresenta una bella opera di Giobanni Battista Canal (vedi Biografie, personaggi) ,  databile 1775 circa.

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dettaglio della SS. Trinità

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dettaglio, San Severo viene innalzato dagli angeli verso la SS.Trinità

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dettaglio, la Madonna assieme ad angeli svolazzanti


FONTI DOCUMENTALI

I vari cartoncini, posti su ogni altare, con le relative notizie a cura di don Giovanni Bellò, parroco a Semonzo al 1991. 

la “Storia di Semonzo” di Gabriele Farronato del 2008, Giovanni Battagin Editore. Questa opera è stata fondamentale in questo mio lavoro.

Semonzo Ieri e oggi” di Antonio F. Celotto, 1982

La diocesi di Padova nel 1972. Tipografia  Antoniana, Padova



BORSO DEL GRAPPA – SANT’EULALIA – LA CHIESA PLEBANIALE DI SANT’EULALIA


CHIESA DI SANT’EULALIA

Chiesa Parrocchiale Plebaniale (consacrata il  l settembre 1816)

Dedicata a S. Eulalia vergine e martire (10 dicembre)


di Vasco Bordignon

con la preziosa collaborazione di don Manuel Fabris, pievano della Chiesa



CENNI STORICI

 

Il «pagus Misquilensis » – nominato nell’iscrizione del sarcofago del veterano Caio Vettonio, trovato a Sant’Eulalia e conservato nella sacristia di questa parrocchiale – da altri reperti archeologici risulta aver conosciuto il cristianesimo già in età tardoromana.

            [“pagus”: il termine latino pagus fa parte del lessico amministrativo romano, e stava ad indicare una circoscrizione territoriale rurale (cioè al di fuori dei confini della città), di origine preromana e poi romana, accentrata su luoghi di culto locale pagano prima e cristiano poi.]

[“misquilensis”: rappresentava l’ampio  territorio di riferimento comprendente la maggior parte della pedemontana del Monte Grappa, estendendosi dal fiume Brenta ad occidente a il fiume Astego ad oriente.]

In questo contesto il Melchiori scrive: “In questa terra illustre per ritrovamenti pre-romani e cristiani, la vita pagana e la vita cristiana si susseguono senza soluzioni di continuità; che al culto degli dei Mani e ai tripudi conviviali sulle tombe dei trapassati, con profusione di vivande e di fiori, succedono i riti funerari cristiani, per i quali i defunti vengono amorosamente e pietosamente composti nei loro sepolcri e fasciati dai simboli della nuova fede”.

Non sappiamo quando prese il nome della vergine martire di Mérida in Spagna, Sant’Eulalia (vedi approfondimenti fine lavoro)

Si ritiene che questo culto sia stato diffuso da soldati romano-cristiani dopo essersi stabiliti in questo territorio dopo le campagne di Spagna.

Incontriamo questo toponimo la prima volta in una carta del 29 maggio 1210, che testifica la consacrazione della “ basilica di San Cassiano … inserita ed edificata nella stessa parrocchia di Sant’Eulalia e nello stesso episcopato di Padova”[“sancti Cassiani basilicam … in sancta Eulalia in paduano episcopatu et sub eius ac in eius parrochia constitutam et edificatam »].

          Riprendo il Melchiori “Curioso notare come la più vecchia chiesa…era dedicata a San Cassiano e sorgeva a nord della chiesa odierna”. Lo stesso Melchiori riporta quanto scrive nel 1718 un testimone oculare, il Furlani, in un suo manoscritto, “questo vecchio San Cassiano era già in piena rovina, poiché ne sopravvivevano che alcune reliquie delle mura perimetrali e il coro, ridotto a chiesetta o, meglio, a modestissimo oratorio”, riportando in nota “… giace questa Chiesa (di San Cassiano) più a monte dell’odierna Parochiale”.

Tuttavia la visita pastorale del 9 ottobre 1587 ignora questa consacrazione, ma dice che quella chiesa “anticamente era parrocchiale [“antiquitus erat parochialis“], probabilmente raccogliendo una tradizione locale favorita dalla devozione che il santo godeva a Sant’Eulalia e dintorni.

In realtà la parrocchiale fu sempre la chiesa di S. Eulalia, che la decima papale del 1297 chiama “Plebes S. Gilarie », rette dal prete Pietro, scusato dal pagamento. Ne dipendevano le chiese di Borso, Crespano, Liedolo, Semonzo e Romano. I rettori di queste chiese come quello di Sant’Eulalia furono tutti scusati dal pagamento, forse per la loro triste situazione economica dopo la caduta dei da Romano. Anche il paese che ad essi aveva dato il nome, Romano d’Ezzelino, pare provvisoriamente tornato sotto la direzione della matrice.

Nell’estimo papale della prima metà del secolo XIV le « Plebes S. Eulalie» sono valutate « lib. XX par.”,[“20 piccoli (da parvus), nome dato alla moneta di minor valore in quel periodo] meno che le chiese soggette.

              [Ricordo come nei secoli il nome di Sant’Eulalia abbia avuto variazioni quali Gilaria, Heularia, Laria, Ilaria]   

Quando visitò Sant’Eulalia il vescovo Barozzi, il 25 settembre 1488, la chiesa aveva tre altari, di cui solo il maggiore consacrato ed era «male cooperta” ed aveva “… pavimentum asperum “. [“malamente ricoperta” e aveva “un pavimento dissestato”]

Circa trent’anni dopo, il 20 ottobre 1520, nuovo era il tetto e 4 gli altari, per tornare a 3 nella visita del 26 settembre 1535, in cui la chiesa è detta «vetus sed bene cooperta et salligata » [ “vecchia ma ben ricoperta e pavimentata”]con campanile e cimitero.

In occasione della quarta visita di S. Gregorio Barbarigo, l’8 ottobre 1694, i massari della chiesa e i maggiorenti del paese ottennero ch’egli approvasse l’iscrizione da sistemare nella chiesa”, in cui si affermavano i suoi diritti di matrice su Crespano, Borso, Liedolo e Semonzo.

Il 25 febbraio 1695 ci fu un disastroso terremoto, il terremoto di Santa Costanza,  e la chiesa di S. Eulalia fu gravemente danneggiata e per questo fu deciso di sostituirla e nel 1773 si iniziava la costruzione del nuovo edificio, l’attuale.                                                                   

Quando il 13 luglio 1776 vi venne in visita pastorale il vescovo Giustiniani, trovò che la chiesa era ” adhuc in fabrica et a fundamentis de nova constructa “[“ancora in lavorazione e costruita ex novo dalle fondamenta”].

La chiesa fu terminata nel 1794.

Il vescovo Dondi dall’Orologio il 31 agosto 1816 trovò la chiesa «recenter aedificatam, ornatam et elegantem“ [“di recente edificata, decorata ed elegante”], e all’indomani, il  1 settembre, la consacrò.

Il 25 aprile 1905 fu benedetta la prima pietra del nuovo campanile di 52 metri d’altezza, inaugurato l’8 dicembre del 1908.

I diritti di matrice che Sant’ Eulalia aveva difeso fieramente per tanti secoli, furono aboliti con decreto vescovile del 31 dicembre 1931.

Lavori di restauro della chiesa, iniziati nel settembre 1971, furono inaugurati nell’ottobre 1972.

Gli ultimi restauri interni sono del 2011 e hanno dato alla chiesa una piacevole soffusa atmosfera spirituale.


LA CHIESA


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Più volte seguendo il percorso stradale da Bassano del Grappa per raggiungere Crespano del Grappa, a metà circa della lenta e progressiva salita di avvicinamento, mi era impossibile non dare uno sguardo ammirato alla chiesa che poco distante si innalzava maestosa e nello stesso tempo elegante che con il suo candore mi pareva una grande gemma incastonata nel verde delle pendici del Monte Grappa.

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la splendida facciata 

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i capitelli colorati e il timpano

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le staue di San Bernardo di Alzira e di Santa Rosa da Lima (sopra e sotto)

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La facciata si eleva dopo una breve scalinata scandita all’inizio da due statue, attribuite ad Orazio Marinali (1643-1720), che rappresentano a sx San Bernardo di Alzira (Spagna) privo della mano dx che teneva la palma del martirio,  brutalmente offeso da un colpo di artiglieria [come da manoscritto del pievano Sante Piva nel 1916, e pertanto non Domenico di Guzman come scritto nella mattonella sottostante e a dx Santa Rosa da Lima (vedi approfondimenti alla fine del lavoro). E’ suddivisa da quattro colonne con capitello corinzio colorato che prendono slancio da un alto basamento rettangolare, e raggiungono con l’intermezzo di una fascia rettangolare un grazioso timpano. Gli spazi tra le colonne e all’interno del timpano sono figure tondeggianti inquadrati a loro volta da altri spazi incorniciati. Nella parte centrale si apre la porta principale sovrastata da un candida lunetta.  Ci sono diversi segni del logorio del tempo e delle intemperie. Credo che sia prossimo un restauro conservativo.


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a sx interno della navata vista dal presbiterio; a dx il presbiterio


L’interno è ad una sola navata con presbiterio. All’inizio della navata, a sx si aprono due locali ad uso sacrestia, in uno dei quali si trova il sarcofago di Caio Vettonio e a dx in una cappellina con la pala del voto. Le pareti e il presbiterio sono in tutta la loro lunghezza coronate da una piacevole cornice mensolata, al di sopra della quale si susseguono agili decorazioni a stucchi colorati. Le due pareti principali sono armoniosamente intervallate da colonne che racchiudono gli altari devozionali e uno spazio centrale da dove si staccano verso il centro due formazioni murarie decorate rappresentanti due vecchi pulpiti, un tempo provvisti da una scala di accesso. La parete sud ha una sua scenografia per la presenza dell’antico organo all’interno di un soppalco ondulato e decorato.  Il soffitto della navata è a volta ribassata da dove entra una buona diffusa luminosità. L’insieme degli altari e delle decorazioni danno all’insieme della struttura una leggerezza ed un candore da creare una vera atmosfera quasi “celestiale”.

La navata ha queste dimensioni: 20,35×10,30 metri; il presbiterio è 6,50×7,45 metri.

L’architetto è Antonio Gaidon (1738-1829) (vedi sezione biografie e personaggi).


PRESBITERIO

ALTARE MAGGIORE e IL SUO PALIOTTO MARMOREO

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altare nel suo insieme

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il paliotto di Francesco Bonazza 

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029_-_interno_-_presbiterio_-_paliotto_bonazza_angelo_dx__-CIMG5954 gli angioletti ai lati
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il gruppo di sx 

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il gruppo centrale 

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il gruppo di dx

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la firma di Francesco Bonazza 

Altare maggiore con un grandioso ciborio presenta uno stupendo paliotto marmoreo in altorilievo di Francesco Bonazza (1695 circa – 1770)  (datato metà del 1700) (vedi sezione biografie e personaggi). L’autore con grande maestria ci presenta l’Ultima Cena con una sequenza di tre gruppi principali ognuno con una sua peculiarità espressiva riuscendo a far rivivere i contrasti tra i convitati in movimento e il Cristo assorto nella importanza e gravità del momento.  Il paliotto in marmo misura 2,0 x 0,70 metri. L’opera, come si vede, è firmata.



LA PALA DI SANT’EULALIA


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Dietro l’altare la grande pala del Martirio di Sant’Eulalia, secondo il racconto di Prudenzio, in parte offuscata dalla cupola del ciborio.

La tela (1,50 x 3 metri) è di  Andrea Zanon o Zannoni pittore e architetto (Padova 1669 – post 1718). 



I QUADRI DELLE PARETI LATERALI 


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Ai lati dell’altare maggiore, sopra gli scranni del coro, a specchio, abbiamo due dipinti, copie di quadri di autori famosi del passato,  a sx la Madonna con SS. Anna e Gioacchino; e a dx Resurrezione dei Cristo. sono del 1997, e l’autore è S. Scarpa, del quale non ho trovato notizie.

SOFFITTO CON LA GLORIA DELLA SS. TRINITA’ 

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il soffitto nel suo insieme: notare come la superficie non sia emisferica ma oblunga, ovoidale

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Piacevole il dipinto centrale accompagmato da delicate decorazioni a stucco.

Rappresenta la GLORIA della SS.TRINITA’, ed è stata eseguita nel 1797 dal pittore Antonio Zanotti Fabris di Marostica (1757 circa – 1800).

NAVATA : IL SOFFITTO

 

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visione d’insieme  dal presbiterio, quindi da nord a sud

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primo segmento: lo stupore e la reazione delle guardie poste al sepolcro 

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segmento di mezzo: la resurrezione di Cristo

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segmento finale: gli angioletti 

LA RESURREZIONE DI CRISTO è stata dipinta nel 1797 in onore del pievano Francesco Benozzo. L’autore è Antonio Zanotti Fabris di Marostica(1757 circa – 1800). 


PARETE OVEST

(dalla porta d’ingresso al presbiterio)

050_-_parete_ovest_-_altare_dellascensione_di_cristo_con_santi_x_internet-_CIMG5927OVEST_-_ASCENSIONE_CIELO_-_NIKON_DSC_0027Altare e Pala dell’Ascensione di Cristo tra 

Sant’ Eulalia, San Giovanni Evangelista e San Cassiano (di Todi) [non San Prosdocimo]. L’autore è  Jacopo Apollonio 

(1584-1654) (vedi sezione biografie e personaggi). Nella parete est vedremo un altro altare con un dipinto ancora rappresentato da San Cassiano. (vedi approfondimenti in calce

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più avanti, al di sopra del vecchio pulpito, vi è un dipinto del 1803 raffigurante Sant’Antonio, San Carlo Borromeo con giovanetto ed una Santa in gloria. L’autore è Giovanni Martino de’ Boni o de’ Bonis (1753 – attivo fino al 1831) (vedi  sezione biografie e personaggi).

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a seguire, l’altare della Madonna


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Proseguendo, troviamo l’ingresso alla Sacrestia. Nella superficie sovrastante abbiamo due quadri:

quello più in alto rappresenta la “Fuga in Egitto” e viene ritenuta opera della Scuola dei da Bassano;

quello più in basso rappresenta “Sosta della Sacra Famiglia nella fuga in Egitto”, di autore ignoto, ritenuto della scuola del Parmigianino. Quest’ultimo dipinto per la composizione, per l’espressione dei personaggi, per la tonalità dei colori è di grande effetto.



PARETE EST

(dal presbiterio alla porta centrale d’ingresso)


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Al di sopra dell’entrata della cappellina,  vi è il dipinto della “Natività di Gesù” e  al di sotto quello della “Presentazione di Gesù al tempio”.

Queste due tele sono ritenute essere state prodotte dalla prima, iniziale, Scuola dei da Bassano.

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Segue poi l’Altare di Sant’Antonio

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Al di sopra del vecchio pulpito vi è una tela opera di di Bartolomeo Dusi  (1833-1904) del 1896. [vedi sezione biografie e personaggi]. Raffigura la Sacra Famiglia con Sant’Antonio e San Gregorio Barbarigo e sullo sfondo la chiesa di Sant’Eulalia, che quindi è sotto la protezione la loro protezione.


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Altare e pala di San Cassiano (di Imola) martirizzato dai suoi discepoli. L’autore è Giovanni Martino de’ Boni o de’ Bonis (1753- attivo fino al 1831),  datata 1803.



PARETE SUD e L’ORGANO

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La parete sud è dominata dalla configurazione spaziale e dall’organo, costruito da Gaetano Antonio Callido (Este 14 gennaio 1727- Venezia 8 dicembre 1813) [non nel 1873 lapsus presente in alcune pubblicazioni] , dono del fratellastro [fratello uterino] di Antonio Canova, Mons. Sartori Canova, alla Pieve, in seguito all’abbattimento della Parrocchiale di Possagno avvenuto nel1826, dove si trovava fin dal 1797, chiesa  che cedeva il posto all’ attuale Tempio canoviano.



SACRESTIA  

Nei locali della sacrestia, oltre agli antici arredi lignei e ad alcune lapidi commerative, abbiamo di  interesse artistica la tela di San Giovanni, e di interesse storico il sarcofago di Cajo Vettonio, al quale dedicherò uno specifico lavoro.

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SAN GIOVANNI EVANGELISTA

tela di autore ignoto, secolo XVIII

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la parte anteriore del sarcofago di Cajop Vettonio


CAPPELLINA (di fronte ingresso sacrestia)

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Oltre ad alcuni labardi religiosi, vi è un dipinto evocante chiaramente il Martirio di Sant’Eulalia, chiamata anche pala del voto, opera di Della Coletta Abele Antionio (1885-1972). E’ stato eseguito nel 1919.


ALL’ ESTERNO DELLA CHIESA

Segnalo dietro la chiesa, a nord-est, una lapide presente tra le rovine della vecchia canonica, e sempre dietro la chiesa, a nord-ovest,  una grande scultura in ferro di “Cristo risorto” in parte nascosta dalla vegetazione sottostante.

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la lapide del pievano spagnolo don Carlo Rodriguez (pievano 1662-1732)

Scrive il Melchiori: “il 10 giugno 1698 gli abitanti di Sant’Eulalia ricorrono a Venezia contro gli strani e misteriosi “abusi commessi dal parroco D. Carlo Rodriguez”, che il 14 gennaio successivo ebbe l’invito di presentarsi “al collegio” per discolparsi degli addebiti, con quale esito non sapremmo dire: solo sappiamo, dalla lapide murata in suo onore sotto il portico della casa canonica, che l’incriminato era uomo di capacità e sollerzia, tanto da meritarsi da parte dei deputati del comune l’assegnazione di un lascito di quindici messe annuali in suffragio dell’anima sua. 

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Questa opera di Fabbian Michelino, “La crocifissione di Cristo”, commissionata da don Bortolo Spiller, racchiude con grande forza e suggestione attraverso spire, pezzi o strisce di ferro sia la corporeità che l’immaterialità del Figlio di Dio in croce. A mio parere l’autore è riuscito a dare al metallo una grande forza espressiva. 


APPRONDIMENTI


– SANTA EULALIA DI MERIDA

– SANTA ROSA DA LIMA

– SAN BERNARDO DI ALKIRA 

– SAN CASSIANO 


SANTA EULALIA DI MÉRIDA 

Santa Eulalia di Mérida (Mérida, 290Mérida, 304) è stata una giovane cristiana che ha subito il martirio sotto Diocleziano. È venerata dalla Chiesa cattolica il 10 dicembre ed è patrona di Mérida e Oviedo. Possibile duplicazione è Eulalia di Barcellona (290-303), la cui storia è simile.

Sulla santa spagnola, nata a Mérida, la fonte principale è il Peristephanon lib. III di Prudenzio. Le testimonianze successive si trovano in Isidoro, Fortunato, Gregorio di Tours, Aldelmo e nella Passio Eulaliae, la quale probabilmente contiene qualche traccia degli atti del processo che pare fossero già perduti al tempo di Prudenzio. Tutte quante dipendono dal racconto di Prudenzio che, dopo aver favorito la fioritura di leggende intorno alla piccola Eulalia, ha ispirato anche la poesia moderna di Federico García Lorca.

Secondo la tradizione, Eulalia venne nascosta in campagna dai genitori che volevano evitare che ella si autoconsegnasse in tribunale per proclamarsi cristiana. A nulla sarebbe valsa la premura dei suoi, giacché la piccola si sarebbe fatta guidare dalla “luce di Cristo” attraverso le tenebre della notte per sentieri inaccessibili, riuscendo a raggiungere il tribunale senza essere scoperta. Davanti al giudice si sarebbe cimentata in un’animata dissertazione contro il paganesimo e i persecutori dei Cristiani.

Il suo rifiuto di compiere il gesto rituale di culto agli dei e il suo disprezzo contro il giudice e gli dei pagani ne decisero la condanna a morte. Alle torture Eulalia avrebbe resistito con forza sorprendente: nei segni dei colpi ricevuti ella avrebbe visto le testimonianze delle vittorie di Cristo. Quando venne data alle fiamme delle torce, ella si sarebbe lanciata senza esitazione ad inghiottire il fuoco per affrettare il suo trapasso verso la vita eterna. Dalla bocca della martire, secondo il mito, sarebbe fuoriuscita la sua anima in forma di colomba bianca. Il miracolo avrebbe messo in fuga i carnefici attoniti. Il corpo straziato di Eulalia, abbandonato in mezzo a una strada, venne ricoperto da un manto di neve come da un lenzuolo di lino, interpretato come un segno di onore da parte della divinità.

Non abbiamo indicazioni cronologiche certe sul suo martirio. Prudenzio nomina “Maximianus” e la Passio Eulaliae colloca il suo martirio sotto la dominazione di Domiziano, ma la notizia non va accettata senza riserve. Bisogna infatti tenere in considerazione il fatto che quando non si conosceva la cronologia di un martirio la tendenza era quella di collocarlo agli inizi del 300 sotto Diocleziano di cui stretto collaboratore e complice spietato fu Massimiano, perché tale imperatore si macchiò di quella che è passata alla storia come la “grande persecuzione”. (da it.wikipedia.org)

SANTA ROSA DA LIMA 

Lima, Perù, 1586 – 24 agosto 1617

Nacque a Lima, capitale dell’allora ricco Perù, il 20 aprile 1586, decima di tredici figli. Il suo nome di battesimo era Isabella. Era figlia di una nobile famiglia, di origine spagnola. Il padre si chiamava Gaspare Flores, gentiluomo della Compagnia degli Archibugi, la madre donna Maria de Oliva. Per cui, il nome della Santa era Isabella Flores de Oliva. Ma questo sarà dimenticato in favore del nome che le diede, per la prima volta, la serva affezionata, di origine india, Mariana, che le faceva da balia, la quale, colpita dalla bellezza della bambina, secondo il costume indios, le diede il nome di un fiore. “Sei bella – le disse – sei rosa”. 
Fu cresimata per le mani dell’arcivescovo di Lima ed anche lui Santo, Toribio de Mogrovejo, che le confermò, tra l’altro, in onore alle sue straordinarie doti fisiche e morali, quell’appellativo datole dalla serva india. Rosa ad esso aggiunse “di Santa Maria” ad esprimere il tenerissimo amore che sempre la legò alla Vergine Madre del cielo soprattutto sotto il titolo di Regina del Rosario, la quale non mancò di comunicarle il dono dell’infanzia spirituale fino a farle condividere la gioia e l’onore di stringere spesso tra le braccia il Bambino Gesù. 
Visse un’infanzia serena ed economicamente agiata. Ben presto, però, la sua famiglia subì un tracollo finanziario. Rosa, che aveva studiato con impegno, aveva una discreta cultura ed aveva appreso l’arte del ricamo. Si rimboccò, quindi, le maniche, aiutando la famiglia in ogni genere di attività, dai lavori casalinghi alla coltivazione dell’orto ed al ricamo, onde potersi guadagnare da vivere. 
Sin da piccola aspirò a consacrarsi a Dio nella vita claustrale, ma il Signore le fece conoscere la sua volontà che rimanesse vergine nel mondo. Ebbe modo di leggere qualcosa di S. Caterina da Siena. Subito la elesse a propria madre e sorella, facendola suo modello di vita, apprendendo da lei l’amore per Cristo, per la sua Chiesa e per i fratelli indios. Come la santa senese vestì l’abito del Terz’ordine domenicano. Aveva vent’anni. Allestì nella casa materna una sorta di ricovero per i bisognosi, dove prestava assistenza ai bambini ed agli anziani abbandonati, in special modo a quelli di origine india. Sempre come Caterina, fu resa degna di soffrire la passione del Suo divino Sposo, ma provò pure la sofferenza della “notte oscura”, che durò ben 15 anni. Ebbe anche lo straordinario dono delle nozze mistiche. Fu arricchita dal suo Celeste Sposo altresì di vari carismi come quello di compiere miracoli, della profezia e della bilocazione. 
Dal 1609 si richiuse in una cella di appena due metri quadrati, costruita nel giardino della casa materna, dalla quale usciva solo per la funzione religiosa, dove trascorreva gran parte delle sue giornate in ginocchio, a pregare ed in stretta unione con il Signore e delle sue visioni mistiche, che iniziarono a prodursi con impressionante regolarità, tutte le settimane, dal giovedì al sabato. 
Nel 1614, obbligata a viva forza dai familiari, si trasferì nell’abitazione della nobile Maria de Ezategui, dove morì, straziata dalle privazioni, tre anni dopo. 
Grande, già in vita, fu la sua fama di santità. L’episodio più eclatante della sua esistenza terrena ce la presenta abbracciata al tabernacolo per difenderlo dai calvinisti olandesi guidati all’assalto della città di Lima dalla flotta dello Spitberg. L’inattesa liberazione della città, dovuta all’improvvisa morte dell’ammiraglio olandese, fu attribuita alla sua intercessione. 
Condivise la sofferenza degli indios, che si sentivano avviliti, emarginati, vilipesi, maltrattati soltanto a motivo della loro diversità di razza e di condizione sociale. 
Sentendosi avvicinare la morte, confidò “Questo è il giorno delle mie nozze eterne”. Era il 24 agosto 1617, festa di S. Bartolomeo. Aveva 31 anni. 
Il suo corpo si venera a Lima, nella basilica domenicana del S. Rosario. Fu beatificata nel 1668. Due anni dopo fu insolitamente proclamata patrona principale delle Americhe, delle Filippine e delle Indie occidentali: si trattava di un riconoscimento singolare dal momento che un decreto di Papa Barberini (Urbano VIII) del 1630 stabiliva che non potessero darsi quali protettori di regni e città persone che non fossero state canonizzate. Fu comunque canonizzata il 12 aprile 1671 da papa Clemente X.È anche patrona dei giardinieri e dei fioristi. È invocata in caso di ferite, contro le eruzioni vulcaniche ed in caso di litigi in famiglia. (
Autore: Francesco Patruno – da www.santiebeati.it)


Santi Bernardo (Hamed), Maria (Zaida) e Grazia (Zoraide) di Alzira,  Cistercensi, martiri


Carlet, Valenza, XII sec. – Alzira, 21 agosto 1180

Musulmano di grande prestigio alla corte di di Valencia, fu convertito dai monaci del monastero cistercense di Poblet in Spagna. Avendo, a sua volta, convertito le due sorelle, fu martirizzato insieme a loro.

Etimologia: Grazia = avvenente, soave, gentile, dal latino

Emblema: Palma

Martirologio Romano: Ad Alzira nel territorio di Valencia in Spagna, commemorazione dei santi martiri Bernardo, prima chiamato ‘Ahmed, monaco dell’Ordine Cistercense, e le sue sorelle, Maria (Zaida) e Grazia (Zoraida), che dalla religione musulmana egli aveva condotto alla fede in Cristo

La sua vita, come il martirio, è strettamente legata a quella delle sorelle Grazia e Maria, tutti e tre cistercensi di Alzira in Valenza. 
Bernardo il cui nome era Hamed, figlio di Almanzor emiro di Carlet nel regno saraceno di Valenza, aveva un fratello maggiore, erede al trono del padre e due sorelle. Venne educato insieme al fratello alla corte di Valenza, mostrando una spiccata sensibilità per gli affari, che il re suo padre gli affidava; accadde che essendo stato inviato in Catalogna per negoziare la liberazione di un gruppo di schiavi, al ritorno smarrì la strada. 
Dopo aver trascorso la notte in una intricata selva, in cui udì un concerto angelico, si trovò a bussare alla porta del monastero cistercense di Poblet, nella diocesi di Tarragona, uno dei più grandi della Spagna e fondato nel 1151 da Raimondo Berengario IV, principe d’Aragona. 
Colpito dalla buona accoglienza ricevuta dall’abate, dal vivere modesto ed orante di quei monaci vestiti di bianco, rimase nel monastero per qualche tempo, istruendosi nella fede cristiana, non solo convertendosi perché musulmano, ma emise anche i voti monastici, cambiando il nome di Hamed in Bernardo. 
Condusse una vita dedita alle elemosine per conto della comunità, operando alcuni miracoli; desideroso di convertire anche i suoi familiari musulmani, si recò prima da una zia a Lérida, avendo la gioia di vederla convertita, poi si recò a Carlet dalle sorelle Zoraide e Zaida e dal fratello Almanzor, nel frattempo succeduto al padre nell’emirato. 
Le sorelle si convertirono cambiando il nome, Zoraide in Grazia e Zaida in Maria e battezzate. Il fratello Almanzor invece fu preso dal furore e Bernardo fu costretto a fuggire insieme a Grazia e Maria; ma vennero raggiunti ad Alzira e uccisi a colpi di pugnale il 21 agosto 1180, alla presenza del crudele fratello musulmano. 
I loro corpi vennero sepolti in Alzira, in seguito il re di Aragona, Giacomo I (1213-76), una volta liberata la città dai Mori, fece costruire in loro onore una chiesa, affidandola ai Trinitari. 
La loro celebrazione ha avuto varie date, secondo l’Ordine Cistercense di Spagna, il 23 luglio, poi il 19 maggio, poi il 1° giugno. Il recente ‘Martyrologium Romanum’ l’ha fissata nel giorno della loro morte, cioè al 21 agosto. (
Autore: Antonio Borrelli – da www.santiebeati.it)

Il suo culto assieme a una preziosa scultura è stato introdotto dal Pievano Spagnolo Don Carlo Rodrighes.

La nostra pieve ne conserva l’immagine proveniente dall’altare maggiore della demolita S. Cassiano. Viene rappresentato con un chiodo unito alla palma del martirio sulla mano destra, oggi brutalmente offesa da un colpo di artiglieria… E’ collocata nella sinistra fuori della chiesa. (manoscritto di don Sante Piva, già citato) .

Abbiamo visto che nella Chiesa di Sant’Eulalia ci sono due tele, ambedue presente San Cassiano. Ho scelto due scritti da internet: uno che confermerebbe il San Cassiano di Imola nella pala dell’Altare della parete ovest, il primo dalla porta d’ingresso centrale, e l’altro il San Cassiano di Todi nell’altare dell’ascensione al cielo di Gesù in paramenti vescovili e la palma del martirio.

SAN CASSIANO DI IMOLA

Martire, la sua tomba è nella cripta della Cattedrale. Viene festeggiato il 13 Agosto.

L’unico martire vero e proprio della Romagna sicuramente attestato, come scrive lo storico della Chiesa faentino Mons. Francesco Lanzoni, è San Cassiano di Imola. San Cassiano è sicuramente un Santo locale di Imola e non proviene da altre città. Infatti i più antichi documenti che lo riguardano provengono da Imola e attestano a chiare lettere la sua qualità di martire locale. Nessun’altra Diocesi, in epoca antica, ne ha mai rivendicato la paternità. In un secondo tempo furono molte le Chiese nelle quali il culto del martire si diffuse rapidamente, già fin dall’antichità, sia in Italia che all’estero. Anzi le leggende che su di lui fiorirono durante il Medioevo, fuori dalla sua città, ne collegano comunque sempre in qualche modo il martirio proprio ad Imola.

La data del martirio di San Cassiano non coincide necessariamente con l’arrivo del Cristianesimo ad Imola. La fede cristiana potrebbe esservi arrivata per la prima volta alla fine del II o all’inizio del III Secolo. La prima città della Romagna ad essere raggiunta dal Vangelo di Cristo fu Ravenna, il cui porto la metteva a diretto contatto con l’Oriente, cioè con la culla del Cristianesimo. Dopo Ravenna, in Romagna, le Diocesi più antiche, cioè le città dove era già presente un Vescovo, sono quelle di Rimini e Faenza, intorno al 313. Bologna fu costituita in Diocesi dopo l’Editto di Milano dell’Imperatore Costantino (313). Imola presenta invece con certezza un Vescovo solo nel 378. Del resto il tipo di martirio vissuto da San Cassiano a Imola testimonia quanto fosse ancora forte la presenza pagana ostile al Cristianesimo nella nostra città, tanto da provocare il sacrificio di un martire.

La documentazione che ci permette di affermare l’esistenza del martire San Cassiano a Imola è costituita da due fonti principali: una è il Martirologio Geronimiano (composto verso la fine del IV o inizi del V Secolo, ed è un elenco, giorno per giorno, dei martiri venerati nell’area del Mediterraneo) che lo cita due volte, l’11 e il 13 Agosto. Tale testimonianza è però priva di altre informazioni, perché non riporta né la data, né i particolari del martirio. L’altra fonte è costituita da un carme del poeta spagnolo Prudenzio (348-410 circa) che, all’inizio del V Secolo, essendo in viaggio verso Roma, si fermò ad Imola, dove venerò la tomba di San Cassiano. Nel Peristephanon IX Prudenzio racconta che sopra la tomba del martire vide dipinta l’immagine del suo martirio: il suo corpo era tutto piagato, perché i suoi scolari, usando uno stilo, che utilizzavano per scrivere su delle tavolette cerate, l’avrebbero colpito ed ucciso in quanto, a causa della sua fede in Cristo, egli avrebbe rifiutato di sacrificare agli idoli e sarebbe così stato consegnato dalle autorità agli scolari per il martirio. Questo racconto Prudenzio l’avrebbe ascoltato dal sagrestano o custode (aeditus) della chiesa che conservava la tomba del martire.

La data del martirio non è certa, non essendo riportata in alcuna fonte. La tradizione più antica vuole che la morte di San Cassiano sia avvenuta il 13 Agosto 303, durante l’ultima persecuzione dell’Imperatore Diocleziano. La leggenda ha poi trasformato Cassiano in Vescovo di Imola o addirittura in Vescovo dapprima di Bressanone e quindi trasferito a Imola, dove si sarebbe anche dedicato all’insegnamento e dove poi avrebbe subito il martirio. Tutto ciò però è privo di alcun fondamento storico e si tratta appunto solo di una leggenda. Dal poeta Prudenzio sappiamo che Cassiano era insegnante di ars notaria, quella che oggi chiameremmo stenografia. Chi usciva da questi studi diventava un notarius, cioè «colui che scrive con abbreviature, specie gli schiavi» (secondo la definizione dei più importanti dizionari etimologici latini). Infatti questa era una professione prevalentemente praticata dagli schiavi incaricati di scrivere velocemente i testi, dettati loro dai padroni, su tavolette cerate. Da ciò è possibile dedurre che San Cassiano poteva essere uno schiavo e che anche gli scolari, che poi lo uccideranno, fossero a loro volta degli schiavi.

Di poco posteriore è pure la testimonianza attribuita a San Pietro Crisologo (380-459 circa), Padre e Dottore della Chiesa, probabilmente nativo di Imola e grande Arcivescovo di Ravenna. Il termine Crisologo (che vuol dire parola d’oro) gli fu conferito in parallelo a quello di un altro grande Santo orientale, Giovanni Crisostomo, per via della loro efficace predicazione. Sentendo prossima la sua fine, Pietro Crisologo volle venire pellegrino sulla tomba del martire San Cassiano. Dopo aver lungamente pregato, raccomandò l’anima a Dio e a San Cassiano e morì. Così racconta uno storico antico ravennate del IX Secolo, Andrea Agnello. Venne quindi sepolto vicino alla tomba del martire imolese.

Tra la fine del XII e l’inizio del XIII Secolo i resti di entrambi i Santi vengono portati nel luogo in cui sorge l’attuale chiesa cattedrale e oggi riposano nella cripta.

San Cassiano martire, protettore e patrono principale della città e Diocesi di Imola, è stato proclamato dal Papa Pio XII protettore degli stenografi il 23 Dicembre 1952, ed è pure invocato contro il mal di testa e la cervicale.

Nel 2003 è stata effettuata la ricognizione delle reliquie di San Cassiano, in occasione dei festeggiamenti per i 1700 anni dal martirio. Dagli esami effettuati sulle ossa del martire presso l’Università di Bologna è risultato che Cassiano era un uomo giovane, con un’età compatibile con i 30 anni. Alcuni segni, in particolare i fori rilevati su alcune ossa del cranio, possono essere interpretati come lesioni inflitte sul corpo del Santo ancora in vita con uno strumento appuntito compatibile con gli stili utilizzati all’epoca per scrivere sulle tavolette cerate. La morte potrebbe essere seguita come conseguenza di questo evento, forse una trentina di giorni dopo, senza comunque escludere anche altre cause di morte (come per esempio una successiva condanna a morte).

San Cassiano è patrono principale anche della Diocesi di Bressanone (oggi Diocesi di Bolzano-Bressanone) e di Comacchio (oggi Diocesi di Ferrara-Comacchio). Sono però stati individuati in tutta Italia ben 229 località che hanno un riferimento diretto al culto di San Cassiano, principalmente distribuiti nell’Italia centro-settentrionale. Il culto è documentato anche all’estero, in particolare in Austria e nella Germania meridionale.

(Da www.santiebeati.it ed altri siti internet)

SAN CASSIANO DI TODI, vescovo e martire

morto a Todi il 13 agosto del 304

Etimologia: Cassiano = armato di elmo, dal latino

Emblema: Palma 

Fu introdotto nel Martirologio Romano al 13 agosto dal Baronio, sull’autorità di una leggendaria passio, proveniente dalla Chiesa tudertina. In questo documento, che non può essere anteriore al secolo VI, si narra che Cassiano, nipote del prefetto di Roma, Cromazio, aveva studiato diritto e medicina; durante la persecuzione di Diocleziano, ebbe in custodia il vescovo di Todi, Ponziano, per la cui influenza si convertì al cristianesimo. Il papa Marcellino lo inviò quale vescovo a Todi; messo in carcere, sebbene il fratello Venustiano ora lusingandolo, ora minacciandolo tentasse di farlo apostatare, Cassiano rimase fermo nella sua fede e lì morì il 13 agosto dell’anno 304.
Gli anacronismi, gli errori e le falsificazioni contenute in questa passio sono così evidenti che fanno ben a ragione dubitare dell’esistenza di un Cassiano, vescovo di Todi, che, d’altronde, è sconosciuto alle più antiche fonti tudertine. Inoltre, la coincidenza del dies natalis con quello di Cassiano di Imola e parecchi particolari della passio, derivati dal racconto di Prudenzio, inducono a pensare che Cassiano sia stato confuso col santo imolese venerato a Todi e in seguito creduto vescovo locale. Tuttavia, si racconta che nel 1301 il vescovo Nicolò Armato avrebbe trasferito il presunto corpo di Cassiano dal luogo del martirio alla chiesa di S. Fortunato, e lo avrebbe posto sotto l’altare maggiore. Ma, in seguito a dei lavori fatti a questo altare, nel 1596 il corpo fu nuovamente trasferito dal vescovo Angelo Cesi e, infine, nel 1923 il vescovo Luigi Zaffarami ne fece la solenne ricognizione. Dopo la prima traslazione, il capo fu conservato in un reliquiario a cassetta, coperto di lamine d’argento e adorno di immagini dorate del Crocifisso, della Vergine e di s. Giovanni Evangelista. Nella grande chiesa eretta alla fine del sec. XIII dai Frati Minori, fu dedicata a Cassiano una cappella fornita di arredi sacri.
Nell’oratorio dedicato a Cassiano, nel quale era stato sepolto anche il vescovo s. Fortunato, il 4 ottobre 1198 il papa Innocenzo III consacrava l’altare di s. Fortunato, mentre il cardinale di Porto dedicava quello di Cassiano. La tradizione indica la prigione del martire nell’interno di una cisterna romana sul colle della Rocca, che ancora oggi è aperta al culto. Ben distinta era la cappella dedicata a Cassiano; in un inventario dei sece. XIII-XV, a proposito della decorazione fatta eseguire con 180 libbre di denari cortonesi dalla famiglia Sardoli che ne aveva il patronato, si dice espressamente: “cappella est in ecclesia s. Fortunati et vocatur cappella s. Cassiani episcopi et martyris”. Il 16 giugno 1242, in quello stesso oratorio, Filippo, vescovo di Camerino, dedicò un altro altare in onore di Maria S.ma, di s. Illuminata e di altri santi con le rispettive reliquie, e il 5 ottobre 1263 il vescovo di Todi, Pietro Caetani, consacrò ancora un altro altare in onore di s. Francesco d’Assisi. Il nome di Cassiano figura nelle litanie approvate nel 1630 dal vescovo Ludovico Cenci. (
Autore: Mario Pericoli da:www.santiebeati.it)

PRINCIPALI FONTI DOCUMENTALI

Bernardi Carlo G. L’Asolano. Opera postuma. Bassano, Tipografia Vicenzi, 1954

Celotto Antonio F. Sapore di terra nostra. Sant’Eulalia del  Grappa (TV) – note storico artistiche. A cura dell’associazione culturale” Sant’Eulalia dei Misquilesi”, 1971

La Diocesi di Padova. Tipografia Antoniana, Padova, 1972.

Melchiori Luigi. L’antica Pieve di Sant’Eulalia e le Chiese padovane del Pedemonte fra Piave e Brenta. Padova, Società Cooperativa Tipografica 1962.

Melchiori Luigi. Testimonianze toponomastiche dell’antico pago dei misquilesi ai piedi del Grappa e il presumibile valore semantico del suo nome. Estratto da “Atti e memorie dell’Ateneo di Treviso” anno accademico 1986/1987, numero 4. 


BORSO DEL GRAPPA – LA CHIESA ARCIPRETALE

LA CHIESA ARCIPRETALE DI SANTA MARIA E DI SAN ZENONE

di Vasco Bordignon

Cenni storici

Da alcuni documenti citati da Celotto Antonio F.  appare chiaro che la Chiesa di Borso esisteva già verso la fine del 1200, come cappella della Pieve di Sant’Eulalia. La visita pastorale del vescovo Pietro Barozzi nel 1488 nomina nuovamente la Chiesa di Borso, dedicata a San Zenone [ricordando che è conosciuto anche come San Zeno], ancora dipendente dalla Pieve di Sant’Eulalia.Ugualmente nella relazione della visita pastorale del Vescovo di Padova Federico Corner (nel 1587)  si trova la chiesa di S.Maria e Zenone di Borso, cappella della Pieve di Sant’Eulalia. E’ il primo accenno che oltre a San Zenone la Chiesa è dedicata alla Madonna.

Venerdì 25 febbraio 1695, giorno di santa Costanza, “nel levar del sole”, si verificò nell’Asolano un fortissimo terremoto. Studi moderni hanno attribuito al terremoto un’intensità macrosismica prossima all’VIII grado della scala Mercalli, con punte di IX e X grado per l’epicentro tra Cavaso e Castelcucco. In queste località viene stimata una percentuale di distruzione totale a fundamentis (“dalle fondamenta”) pari rispettivamente al 77 e al 67 per cento: il che sta a significare che 7,7-6,7 edifici su 10 furono completamente distrutti. A causa di questo fortissimo terremoto la chiesa di Borso venne in gran parte distrutta e il campanile atterrato. Le campane rimasero illese insieme con “le sacre pietre degli altari della B.V. del Carmine con le di lei statue, l’altare dei S.ti Francesco d’Assisi, et Antonio da Padova benché tutti rotti tra quelle rovine involte”. Venne poi in qualche maniera “rabberciata” e tra la fine dell’ottavo e l’inizio del nono decennio del Settecento, Antonio Gaidon mise mano a questa Chiesa che fu poi demolita quasi totalmente all’inizio del Novecento. (Brotto Pastega, 2010). Di questo lavoro gaidoniano non rimane oggi che il presbiterio.

Con il crescere della popolazione si pensò di ampliarla e nel 1902 ebbero inizio i lavori su progetto dell’Ing. Montini di Bassano. Il progetto fu abbandonato nel 1904, già in via di realizzazione e, dopo sei anni di penose controversie per mettere d’accordo pareri discordi, venne scelta la soluzione di abbattere la vecchia costruzione e di edificare una terza chiesa, su progetto del capomastro signor Beniamino Vendrasco di Castelfranco. L’attuale edificio venne costruito fra il 1910 e il 1929.

1910: 12 aprile: benedizione della prima pietra  (Mons. Luigi Pellizzo)

1912: 12 aprile: benedizione della Chiesa

1918: la Chiesa viene adibita a ospedale militare

1928: Il Vescovo Agostini incoraggia la popolazione a riprendere i lavori per completare l’opera: soffitto, pavimento. 

Di fronte alla chiesa, è stata collocata una stele con busto in onore di don Italo Girardi, cappellano di Borso dal 1966 al 1970, morto tragicamente in un laghetto alpino, a Castel Tesino, nel tentativo, riuscito, di salvare un giovane che stava annegando. Alla sua memoria il Governo Italiano ha concesso la medaglia d’oro al valore civile.

FACCIATA E CAMPANILE

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La Chiesa parrocchiale si trova nella parte più alta del territorio abitato del comune, quasi a protezione delle cose e delle persone. Vi sono giunto a piedi salendo la ripida Via Monte Grappa per guardare  anche gli scorci paesaggistici  offertimi dalla natura a volte selvaggia del luogo.  Giuntovi, la facciata della chiesa appare monumentale, rialzata da una breve scalinata a gradoni concentrici, per la sovrapposizione di spazi tra loro divisi da evidenti cornici, spazi che risalendo si riducono di ampiezza fino a giungere a quelli superiori, più stretti, dove nel mezzo vi è una nicchia con un affresco (ora rovinato in alcune zone)  “della B.V. del Carmine opera del 1928 di un pennello bassanese”. (Bernardi Carlo, 1954)

Vicino  alla chiesa il vecchio campanile, armonioso nelle proporzioni e nella linea, in pietra viva, tranne la parte terminale conica in cotto.

INTERNO

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E’ ad unica navata, assai semplice, forse per non distrarre l’occhio dal presbiterio dove troneggia l’altare e la pala di Jacopo da o dal Ponte. Il soffitto è a cupola ribassata con ampi  pennacchi, intervallati da finestre semicircolari abbastanza luminose.

LE PARETI LATERALI  sono un po’ ravvivate  a nord da un altare  e il battistero e  a sud da due altari.

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A nord, appena entrati, vi è una specie di cappella  dove è stato collocato il FONTE BATTESIMALE e risalendo, prima del presbiterio, l’ALTARE DELLA MADONNA DEL CARMINE. L’effige della Madonna è data da una statua in cartapesta dorata; è datata 1880 e la sua provenienza è da Lione.

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002I_-_NAVATA_A_DX_-_440x727-_ok_-_altare_sacro_cuore_di_Gesu_-_CIMG3536A sud abbiamo l’ALTARI DEL SACRO CUORE e l’ALTARE DI SANT’ANTONIO: erano già presenti nella Chiesa precedente, provenienti dalla ditta Menin di Pove

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A metà della parete nord, al di sopra dello stipite della porta, vi è la tela del CROCIFISSO, opera del pittore  Trivellini Francesco da Bassano (1660 – 1733 circa). 

Ha perso purtroppo in parte l’antico splendore descritto dal Verci : “Per la Parrocchiale di Borso dipinse (il Trivellini) la Tavola del Crocifisso di figura al naturale co’ Santi Francesco ed Antonio genuflessi in atto di adorazione, e in aria vi rappresentò una gloria di Angeli e Cherubini con un vago, e natural paese in lontananza. Il nudo del Crocifisso è sì maestrevolmente disegnato, che più non si può, desiderare. Nel colorito pareggia le opere de’ più eccellenti, e tra le altre cose s’ammirano due Angeli di tinta sì bella, e naturali, che pajono vivi; in fatti se il Trivellini non avesse in vita sua operato altro che questa Tavola, ora il nome suo nella Pittoresca Scuola anderebbe a paro con quello de’ migliori Professori. Dipinse questa bell’opera nel 1702. (da Verci Giambatista, 1775)

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Guardando verso la porta d’ingresso, quindi verso sud, al di sopra della medesima si è un piccolo quadro “la FUGA IN EGITTO”: è copia di un originale smarrito di Jacopo Dal Ponte (da Arslan Edoardo, 1960)

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SOFFITTO : vi è un ampio affresco diviso in tre settori di cui uno molto allungato al centro, gli altri due alle estremità molto più piccoli. Non ho trovato l’autore. Mi pare tuttavia che non sia di gran pregio.


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CORO ABSIDATO

ALTARE MAGGIORE: è l’altare della vecchia chiesa opportunamente adattato, Ha un effetto compatto, un po’ pesante, con un ciborio a forma di tempietto sormontato da una statuina che ostacola assieme alle canne dell’organo la piena visione della Pala di Jacopo Bassano.

 
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003C_-_PRESBITERIO_-_410x1001_-_STATUA_A_DX_-_SAN_GIOVANNI_BATTISTA_-_CIMG4321Ai lati le statue di SAN ZENONE  a sx  e SAN GIOVANNI BATTISTA a dx,  opere di Antonio Bonazza (1698-1763), datate 1736, che è anche l’anno della morte a 82 anni del suo illustre padre Giovanni Battista Bonazza, al quale sono state attribuite erroneamente anche recentemente.

Antonio Bonazza – secondo i recenti lavori (2013) a cura del Museo Diocesano di Padova viene definito “uno dei principali scultori veneti del Settecento. Pur lavorando a lungo con il padre, elabora nel tempo uno stile personale e di grande successo che unisce compostezza classica, naturalismo popolareggiante e sensibilità verso il gusto rococò del secolo”.

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Dietro l’altare maggiore, in parte coperta dalla parte terminale del ciborio e dalle canne dell’organo vi è la PALA della  MADONNA IN TRONO CON IL BAMBINO E I SANTI GIOVANNI BATTISTA E ZENO, olio su tela, cm 215 x 179,5  con iscrizione MDXXXVIII nel primo gradone del trono. E’opera di  Jacopo da o dal  Ponte detto il Bassano.

In base ai dati del libro della bottega dapontiana si inserisce questa pala tra il 9 settembre 1537 e il 29 settembre del 1538. La pala venne commissionata dai massari della Chiesa a  Francesco il Vecchio con la richiesta che sia simile a quella eseguita dallo stesso Francesco nel 1519 per la Chiesa di San Giovanni a Bassano (ora al Museo Civico). Gli esperti in questa pala evidenziano da una parte degli evidenti riferimenti già espressi  come il modello nella distribuzione delle figure ai lati del trono, nel recinto marmoreo  che racchiude le sacre figure, la ricca  veste in velluto allucciolato d’oro della Madonna, nelle decorazioni dei pilastrini del trono  e dall’altra una grande modernità nell’impianto e nella definizione delle figure dove  i “brani di colore (sono) ispirati ancora a Tiziano ma portati quasi ai limiti estremi della sperimentazione delle possibilità dei toni. La sinfonia dei rossi della veste di San Zeno, esaltata dall’oro riccio della clamide e dagli inserti azzurri dei ricami dello stolone, pensati “ad imitazione degli smalti dell’oreficeria medievale” è ottenuta sovrapponendo una tunicella in velluto rosso “alchermes” con una clamide in velluto riccio, ove i toni della lacca si stagliano, a tocchi brillanti, sulla base più cupa”. (da Jacopo Bassano, 1992)

“La pala di Borso rappresenta per Jacopo, la prima esperienza di respiro veramente cinquecentesco, dove le nuove forme dilatate, e con perfetto agio, si accampano i bianchi accanto ai verdi e ai rossi-granata, l’oro opaco delle vesti accanto al blu del manto; e le carni, ormai chiare, s’intonano a una gamma che si sta rinnovando”. (da Arslan Edoardo, 1960)

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Alle PARETI LATERALI del presbiterio vi sono due dipinti: a  sx la NATIVITA’ di Giambattista Volpato e a dx l’ULTIMA CENA, attribuito (senza certezze) allo stesso Volpato, databili inizio 1700.

Di queste opere non si sapeva nulla,  fino al 1954 quando vengono nominate  nell’opera postuma di Carlo Bernardi nell’Asolano.

Queste due opere non sono nate insieme: nella Natività le figure sono raccolte in una composizione centripeta e la luce è ribassata, condensata in singole zone, la cena ha una composizione più espansa, figure più aperte, anziché serrate tra di loro e una luce circolante in un registro cromatico più chiaro. E’ una luce che proviene dall’esterno, genera effetti di ombra portata e si accende al contatto con la tovaglia bianca della tavola, coi visi degli Apostoli, le vesti, il panno del canestro, concentrandosi sul protagonista. Sotto il suo lampo le note dei colori si fanno vivaci, in sintonia con le figure viste di prospetto, di profilo, di tre quarti, di schiena, in un campionario articolato di pose e di moti. Non sono nate insieme… (da Bordignon Favero Elia,1994)


FONTI DOCUMENTALI

Arslan Edoardo. I Bassano. 2 voll., Casa Editrice Ceschina, Milano, 1960.

Bernardi Carlo. L’Asolano (opera postuma), Vicenzi, Bassano, 1954.

Binotto Roberto. Personaggi illustri della Marca Trevigiana. Dizionario bio.bibliografico. Dalle origini al 1996. Fondazione Cassamarca e Cassamarca SpA, 1996

Bordignon Favero Elia. Giovanni Battista Volpato. Critico e pittore. DE’ LONGHI SpA, 1994.

Brotto Pastega Agostino. Antonio Gaidon 1738-1829. Un professionista ante litteram dal rilievo mappale al boulevard. Editrice Artistica Bassano, 2010.

Celotto Antonio F. Borso ai pie’ del Grappa, 1975.

Guida al versante trevigiano del Massiccio del Grappa . Comunità Montana del Grappa, 1995.

Jacopo Bassano c.1510-1592, a cura di B.L. Brown e P. Marini. Nuova Alfa Editoriale, 1992.

L’anima nella Pietra. Antonio Bonazza scultore del Settecento tra Ville Giardini Chiese. Progetto culturale del Museo Diocesano di Padova. 2 maggio -25 ottobre 2013

Parrocchia di Borso del Grappa (elenco delle opere presenti nella Chiesa)

Ritratto di un Comune Borso del Grappa, a cura di Zordan Ivano e di Tonietto Andrea. Comune di Borso del Grappa, 1987.

Verci Giambatista. Notizie intorno alla vita e alle opere de’ Pittori Scultori e Intagliatori della Città di Bassano. Venezia, 1775. 

“BORSO DEL GRAPPA – CENNI STORICI E ALTRE NOTIZIE”

STORIA DI BORSO DEL GRAPPA

E ALTRE NOTIZIE

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Borso del Grappa è un comune della provincia di Treviso e si trova geograficamente ai piedi del Monte Grappa, a Sud Ovest del Massiccio. E’ rappresentato da tre comunità: Borso, Semonzo e Sant’Eulalia.

Vi vivono 5944 persone (2013 Istat).

L’altitudine sul livello del mare oscilla da un minimo di 141 metri ad un massimo di 1754 metri.  L’altitudine rilevata dove si trova il Municipio è di 279 metri s.l.m.

Gli abitanti del comune di Borso del Grappa si chiamano borsatti.

Borso del Grappa dista da Bassano del Grappa 10,8 km in auto.

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La seguente storia, ben fatta, è ricavata dal sito del comune: www.comune.borsodelgrappa.tv.it

 

Paleoveneto

Gli insediamenti nel territorio di Borso affondano le loro radici in un lontanissimo passato: si ha testimonianza di presenze paleovenete sia a Cassanego (corredi funebri), sia a Semonzo (sepolcreti).

S. Eulalia è indubbiamente centro di grande interesse archeologico. Fu, infatti, stazione paleoveneta con villaggi di capanne, come prova il materiale reperito durante la costruzione del campanile, tra cui un’urna cineraria da assegnare all’età del ferro. Sepolcreti rinvenuti nel suo territorio sembrano databili fra il VI e il V secolo a.C.

 

In età romana

Borso appartenne all’ambito territoriale del Pagus (unità territoriale di insediamento di una tribù) Misquilense e ciò è dimostrato dalla lapide sepolcrale di Caio Vettonio Massimo (III secolo d.C.), scoperta nelle rovine della chiesa vecchia di S. Cassiano (andata distrutta verso la fine del 1700), posta un po’ più a Nord dell’attuale parrocchiale.

Nel 1879, nel corso di scavi effettuati sul piazzale della Chiesa plebana, furono portati alla luce dieci scheletri ed alcuni frammenti di marmo raffiguranti simboli paleocristiani.

Tombe di laterizi, scoperte nella parte bassa del paese, provano che anche Borso era certamente abitato in epoca romana.

 

Medioevo

I culti di S. Severo, nella parrocchiale di Semonzo, e di S. Felicita (S. Fidà), abbadessa del monastero di S. Giustina in Padova, morta sul finire del V secolo e alla quale è dedicata la chiesetta in prossimità della valle omonima, di S. Eulalia, di S. Cassiano, venerato in passato a Cassanego e a cui è dedicato un altare nella chiesa della Pieve, dopo esserne stato il titolare, si sono diffusi probabilmente tra il 402 (quando Ravenna divenne capitale dell’Impero Romano d’Occidente, poi dei Regni Barbarici di Odoacre e degli Ostrogoti 493-553, quindi dell’esarcato bizantino) e il 568 (quando i Longobardi iniziarono la conquista dell’Italia Settentrionale).

L’evangelizzazione avvenne per opera dei missionari provenienti da Padova, il primo episcopato delle Venezie. S. Eulalia, la più antica Pieve del Pedemonte fra Brenta e Piave (fine del IV inizio del V secolo) fu verosimilmente centro di irradiazione del Cristianesimo, con un processo di germinazione da cui derivarono tutte le altre chiese della zona pedemontana.

I Longobardi giunsero in Italia nel 568-569, per la via delle Alpi Orientali. Occuparono tutta l’Italia Settentrionale.

Alcuni toponimi locali, reperti archeologici, il culto di certi santi rivelano presenze longobarde. Tra i santi, pare vi siano anche S. Zenone, cui è dedicata la chiesa parrocchiale di Borso, e S. Martino, cui era titolata una chiesetta, ora scomparsa, sulla Rocca di Semonzo.

Per rintracciare la prima citazione documentaria riferita a Borso dobbiamo risalire al 1085. Si tratta di un atto di donazione di cui fu beneficiaria l’abbazia benedettina di S. Eufemia di Villanova (attuale Abbazia Pisani). Venivano lasciate 168 masserizie (poderi-fattoria, con mulini e chiese private), situate in zone di Vicenza, Feltre, Treviso e nel Pedemonte, fra cui a Borso e a Semonzo.

In questo documento è ricordato anche il mercato di S. Felicita (1° Agosto), che aveva avuto inizio 85 anni prima, nel 1000, per concessione dell’imperatore Ottone III a Rambaldo di Collalto: forum sive mercatum aedificandi in Valle Sancte Felicitatis consensum damus …

A metà del secolo XII il Vescovo di Treviso era titolare oltre che della sua diocesi anche di diritti temporali più o meno estesi a Cornuda, Rovigo, Pederobba, Cavaso, Asolo, S. Zenone, Fonte, Semonzo e, più tardi, proprietario di terre in quel di Borso e S. Eulalia.

Merita a questo proposito di essere ricordato un documento datato 3 Maggio 1152 riferentesi a una Bolla di Papa Eugenio III con la quale si confermava al Vescovo di Treviso la Rocca di Semonzo con il villaggio e tutti i terreni ad esso attinenti (si tratta della chiesa di S. Martino con annesso castello di cui restano pochi segni, sulla sommità della collina).

Verso la fine del secolo XII tra i vassalli del Vescovo che avevano proprietà a Borso, Sant’Eulalia, Semonzo, Cassanego figurano gli Ezzelini e i Camposampiero ed è dal Pedemonte che, secondo i cronisti del tempo, ai Da Romano provenivano le truppe più fidate e devote.

Accanto al castello della Rocca di Semonzo, si deve ricordare anche quello di Borso. Incerta è la data o il periodo in cui fu eretto dagli Ezzelini. Nella spartizione dei beni della famiglia tra i fratelli Ezzelino ed Alberico, fu assegnato a quest’ultimo. La fortezza visse poi le tragiche vicende del suo possessore. Sconfitto ed ucciso nel 1260, i Trevigiani occuparono e saccheggiarono ogni suo dominio.

Il castello era situato sopra la chiesa parrocchiale e significativo è il toponimo Casteler. Nel secolo scorso, in quest’area, furono trovati interessanti reperti.

Sempre a Borso, il toponimo Appocastello, in zona più bassa rispetto alla precedente, richiamala presenza di un altro probabile maniero.

Secondo una testimonianza, un castello doveva sorgere anche a S. Eulalia, ma l’ubicazione è assai incerta. Dovrebbe, comunque, trattarsi di fortificazione risalente all’epoca romana.

Spentisi in modo violento i Da Romano, Borso e il suo territorio entrarono a far parte della Signoria della Città di Treviso, per poi finire definitivamente nella Repubblica di Venezia, incorporati nell’ambito della neocostituita podestaria di Asolo.

 

Età moderna

Il periodo della dominazione veneziana non appare segnato da vicende particolari, se si eccettua l’abbattersi su queste terre di alcune gravi calamità naturali, tra cui il disastroso terremoto di S. Costanza del 1695. A Borso, delle duecentonovantaquattro case, cento crollarono, le altre gravemente danneggiate. La Chiesa fu in parte distrutta e il campanile atterrato. A Semonzo su duecento, venti furono le case abbattute, le altre rese pericolanti. A S. Eulalia su centoventi abitazioni, trenta furono distrutte, le altre inabitabili.

Il terremoto ebbe gravissime conseguenze sulla scarsa economia del paese. Infatti, l’industria dei panni andò progressivamente scomparendo.

Con la fine della Repubblica Veneta (1797), Borso entrò a far parte del Ducato Veneto sotto l’Austria, quindi del Regno d’Italia (1805). Nei registri civili troviamo: Regno d’Italia, Dipartimento del Tagliamento, Distretto di Bassano, Cantone di Asolo, Comune di Borso-Sant’Ilaria. Semonzo rimane Comune a se stante fino al 1808.

Con decreto del 14 Agosto 1807, che prevedeva che i piccoli comuni dovessero essere riuniti in più ampie entità, anche Semonzo confluiva in un unico comune chiamato: Comune di Borso, Simonzo, Sant’Ilaria. Nel 1811, con il nuovo riassetto amministrativo voluto da Napoleone, il Comune passava al Dipartimento del Bacchiglione. Dopo il 1815 ritornò l’Austria. Nel 1819 la formula venne semplificata in Comune di Borso.

 

Prima guerra mondiale

L’offensiva austro-ungarica del maggio ’16 sull’altopiano dei sette comuni, la Strafexpedition, rese per prima necessarie strutture difensive sul Grappa, fino ad allora seconda linea del conflitto che infuriava dal 1915, per rafforzare lo sbarramento della valle del Brenta: vennero realizzati la strada Cadorna, due teleferiche, serbatoi d’acqua e postazioni di batterie.

Solo in seguito alla rotta di Caporetto (24 novembre ’17) il massiccio assunse vitale importanza per il nuovo fronte: cardine e perno tra le linee del Piave e dell’altopiano di Asiago.

Sul Grappa, ancora sguarnito di uomini e strutture, fu inviato il XVIII Corpo d’Armata, che riuscì a fermare, il 13 novembre, l’avanzata austriaca, giunta pochi giorni prima ad occupare Feltre.

L’inverno incombente rese inefficaci due successive offensive austro-ungariche, così, tra il dicembre ’17 e il maggio ’18, il Genio fu in grado di trasformare il massiccio in un’unità bellica completamente autonoma: dalla grande galleria Vittorio Emanuele lunga più di 5000 metri, alla galleria Conca Bassano (tutta in territorio di Borso), mulattiere, teleferiche, oltre ovviamente a decine di chilometri di trincee e reticolati, costituirono un sistema difensivo che avrebbe dovuto resistere alla ripresa delle offensive nemiche, giunta il 15 giugno del ’18 (la celebre Battaglia del Solstizio).

Durante questo attacco reparti austriaci occuparono temporaneamente le postazioni più avanzate dell’esercito asburgico in Italia durante il primo conflitto: ponte San I il costone Pertica-Grappa, prospiciente la pianura veneta. La dinamica delle operazioni è ben descritta nelle parole del generale Giardino, comandante della IV armata del Grappa: Alle dieci del mattino [del 15 giugno] s’era sul punto di essere perduti, a metà pomeriggio si era salvi, a sera era già la vittoria.

Nelle settimane successive gli eserciti, in battaglie continue e a costo di un numero esorbitante di vittime, si fronteggiarono lungo una linea nel complesso immutata.

Il 24 ottobre iniziò la battaglia di Vittorio Veneto, quasi interamente combattuta sul massiccio (la IV armata subì da sola il 75% delle perdite dell’esercito italiano negli ultimi dieci giorni di guerra), decisiva per le sorti del conflitto: la pressione sul Grappa impedì infatti agli austriaci di rafforzare le linee sul Piave, rendendo più agevole l’attacco italiano in pianura. Il 31 ottobre gli austriaci iniziavano la ritirata; il 4 novembre la guerra finiva.

Impossibile tracciare una stima complessiva dei caduti sul massiccio dal 1917 al 1918. Il ritrovamento, pochi anni fa, dei corpi di altri soldati sulle pendici del monte sacro alla patria rende drammaticamente l’idea di una tragedia senza fine.

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foto aerea di Antonio Varetto

Il Sacrario militare del Grappa raccoglie le salme di 23.000 soldati di entrambi gli eserciti; nel Tempio-Sacrario di Bassano trovano riposo i corpi di altri 5400 caduti italiani. Nello scenario bellico, il destino di Borso del Grappa fu simile a quello degli altri comuni della pedemontana: tra il ’16 e il ’17 il comune divenne un vero centro di raccolta delle divisioni che si dirigevano verso le zone calde del conflitto.

Il danno per il territorio fu notevole, essendo i campi utilizzati per le esercitazioni o per gli accampamenti.

La posizione del comune di Borso però lo proteggeva dal tiro dell’artiglieria austriaca, che invece sfuriava, a pochi chilometri, su Romano e San Giacomo.

Dopo Caporetto giunse l’ordine di evacuazione, destinazione località della Romagna e delle Marche. La direttiva non venne rispettata appieno dalla popolazione; nondimeno furono molte le famiglie ad allontanarsi dalla propria terra. Le lettere e i diari dell’epoca parlano di una quotidiana convivenza con il caos della guerra: incidenti, morti, feriti, mutilazioni, sia tra i militari che tra i civili, ma anche disordini sociali, crisi familiari, in uno stato di angoscia e scoraggiamento forse non drammatico come la vita in trincea, ma sicuramente altrettanto tragico: gli abitanti di Borso infatti furono tra i pochi sfortunati a dover sopportare la Grande Guerra nelle proprie case, sulla propria terra, in un rapporto diretto con la distruzione e la morte che segnò nel profondo il territorio.

 

La resistenza

I primi nuclei partigiani del Grappa furono costituiti il 23 settembre 1943, in concomitanza con la nascita della Repubblica di Salò.

La principale brigata partigiana operativa nella zona del massiccio era la “Martiri del Grappa”, capeggiata da “Masaccio”; nondimeno, stessa complessità morfologica della zona favorì una sorta di frammentazione dei nuclei operativi, spesso operanti autonomamente in azioni di disturbo e sabotaggio, sebbene sempre in collegamento tra loro.

In particolare, nel territorio di Borso del Grappa operò un gruppo partigiano nato come costola della brigata “Italia libera”, definito “Italia libera Campo Croce”, comandato dal dott. Vico Todesco, medico presso l’ospedale di Crespano del Grappa.

Il territorio di Borso del Grappa fu decisamente in prima linea nella lotta di liberazione partigiana, come del resto attestano i lanci di materiale ausiliario da parte di aerei alleati proprio in zona Campo Croce e Cassanego, tra il luglio e l’agosto 1944.

Borso del Grappa, come tutta l’Italia, conobbe in questo periodo le profonde contraddizioni della guerra civile. La Brigata “Italia libera – Campo Croce” operò alcune catture di gerarchi fascisti nelle zone limitrofe, durante le quali si ebbero anche dei morti (29 agosto ’44); sul fronte opposto, all’alba del 21 settembre ’44 venne dato inizio, con un’ operazione su larga scala, dalla valle del Brenta, da Feltre, da Arsiè, fatta precedere da fitto bombardamento delle zone del massiccio ritenute ripari dei partigiani, al rastrellamento nazifascista, ricordato come uno degli episodi più tragici della Resistenza.

 

Si racconta ancora

Nel 1836, dopo un inverno e una primavera inconsuetamente rigidi, si scatenarono, nel corso dell’estate, violenti temporali accompagnati a grandinate eccezionali che distrussero ogni tipo di cultura, riducendo i contadini all’estrema miseria. Ma il colpo di grazia si abbatté su Borso nel mese di giugno di quell’anno. Una serie di violente scosse di terremoto terrorizzò l’intero paese, causando crolli e irreparabili danni.

Questo terremoto si fece sentire quasi ogni giorno, sempre più leggermente, per circa nove mesi. Per completare, infine, questa situazione già di per sé drammatica, giunse, nel luglio, l’epidemia di colera che in Italia aveva già mietuto migliaia di vittime. Nuovi fatti epidemici si verificarono nel 1855.

Merita di essere ricordato il 1848, anno in cui i Semonzesi inoltrarono domanda per costituirsi come stato autonomo, arrivando a coniare monete che, naturalmente, nella zona nessuno voleva.

Il 4 Novembre 1866 il Veneto venne annesso al Regno d’Italia.

Dal Novembre 1917 all’Ottobre del 1918, con il Grappa, estremo baluardo di difesa, Borso si trovò, per così dire, in prima linea.

La popolazione non dovette sgomberare, ma non per questo si ebbero a contar meno le ore di angoscia e di ferite profonde che, forse, furono superate solo da quelle del 1944. Resterà tristemente famoso il settembre di quell’anno, quando il furore nazifascista razziò e incendiò case, seviziò e terrorizzò inermi cittadini, lasciando piaghe insanabili in quanti ebbero, fra i loro cari, giovani deportati, fucilati, impiccati. Borso diede, in percentuale, il più alto contributo di sangue della provincia di Treviso.

Con regio decreto del 7 marzo 1920 n. 374 al Comune di Borso è stato aggiunto il predicativo “del Grappa”. Il re Vittorio Emanuele III concesse lo stemma e il gonfalone il 16 maggio 1940

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