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Categoria: Cartigliano

LA CAPPELLA DEL ROSARIO


LA PALA DEL MONTAGNA 


di VASCO BORDIGNON


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LA PALA E’ INSERITA ALL’INTERNO DELLA PARETE EST DELLA CAPPELLA DEL ROSARIO

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NOTIZIE STORICHE e DESCRITTIVE

(presento due scritti non molto lontani tra loro, che ci consentono di conoscere e di apprezzare questa grande opera d’arte)

CAPPELLA DEL ROSARIO – CARTIGLIANO – MADONNA IN TRONO CON IL BAMBINO TRA I SANTI

Madonna in trono con il Bambino tra i Santi

Parrocchiale di Cartigliano 1497-98

“Tela rinascimentale con la Vergine Maria e del suo Gesù Bambino in mezzo a San Simone Apostolo e a San Gianbattista del grande pittore vicentino Bartolomeo Cincani detto il Montagna (Orzinuovi 1449/50-Vicenza 1523) che si trova nella chiesa di Cartigliano. La datazione precisa del capolavoro montagnesco tiene, come al solito, gli storici dell’arte un po’ discordi, sebbene nessuno fino ad ora abbia trovato un documento scritto che ne attesti la data precisa di esecuzione per la chiesa cartiglianese. Facendo una media delle varie ipotesi, essa può essere collocata nell’arco di tempo tra il 1498 al 1503, inquadrandola così con i capolavori “belliniani, mantegneschi e antonelleschi”.

Poco conosciuto al grande pubblico, cresciuto nella bottega di Giovanni Bellini, Bartolomeo Montagna è stato uno dei più interessanti artisti minori del Rinascimento veneto, capace di rielaborare il classicismo formale del Mantegna con brillante originalità. Originario di Orzinuovi, presso Brescia, terra dalla quale partì il padre per trasferirsi al Biron di Monteviale, fu il primo grande pittore di Vicenza che avrebbe lasciato nelle sue Madonne e nelle sue Sacre rappresentazioni per le pale d’altare un saggio di straordinaria qualità sia per invenzione e ricerca formale, sia per colorito.

Il capolavoro montagnesco della pala cartiglianese, dopo la sua riscoperta critica e la contestuale presa di coscienza delle precarie condizioni conservative dell’opera, dava origine già nei primi anni del 1900, ad alcuni interventi di restauro, che furono determinanti per l’attuale assetto dell’opera.

Nel 1905 la pala era collocata nella cappella del Rosario all’interno di un altare settecentesco, che inglobava parti della cornice originaria; il dipinto risultava mutilo nella parte inferiore, probabilmente per consentire l’inserimento in passato di un tabernacolo o di un ciborio.

Il primo radicale intervento, voluto dal Fogolari ed eseguito dal Betto tra il 1906 e il 1915, comportò, oltre alle necessarie operazioni di restauro, la ricostruzione per via analogica della lacuna inferiore e la realizzazione dell’attuale cornice, che mantiene al suo interno le parti residue di quella originaria. Ne seguirono altri interventi, cambiò anche varie volte la sua collocazione all’interno della chiesa, ma fu nel 1952, dopo un nuovo intervento ad opera del Pelliccioli e dell’Arrigoni che la pala fu riportata nella primitiva collocazione ed inserita in posizione centrale, rispetto ai riscoperti affreschi di Jacopo e Francesco Bassano (1575) (Sgarbi, 1978).

Un ulteriore restauro, realizzato nel 1979-80 da Ottorino Nonfarmale, ha preceduto quello appena concluso (2010), progettato e diretto con finanziamento ministeriale dalla Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici delle provincie di Verona, Rovigo e Vicenza, ed eseguito dalla Ditta Akribeia di Maria Beatrice Girotto , con la direzione di Donata Samadelli.

Il giudizio espresso dalla critica nei confronti della pala di Cartigliano ha a volte risentito dell’inferiore valutazione della matura attività del Montagna. Il Longhi (1946) vi vide “una lieve materializzazione dell’antonnellismo”; a sua volta il Tanzi (1990) ha accennato a “uno scadimento d’ispirazione del Montagna, che corrisponde ad una sua penetrazione capillare nel territorio vicentino” avvicinando al dipinto di Cartigliano la pala di San Giovanni Ilarione, la Sacra Conversazione del Museo di Glasgow, proveniente da Bassano di Sandrigo e la Natività della parrocchiale di Orgiano.

In realtà la qualità altissima della tela di Cartigliano la pone, rispetto alla produzione dell’artista vicentino in “un momento decisivo nella parabola di Bartolomeo. La ferma saldezza dei nessi compositivi si allenta, e si viene ammorbidendo la cristallina stilistica materia in cui in precedenza erano modellate le forme”. (Puppi 1964). L’opera costituisce in realtà una sintesi formidabile della prima maturità dell’artista con esiti di straordinario equilibrio formale e compositivo e di estrema naturalezza, qualità distintive dell’arte del Montagna”.

Tratto da: Donata Samadelli, Un capolavoro di Bartolomeo Montagna per la chiesa dei santi Simone e Giuda a Cartigliano Bozzetto Edizioni s.r.l ottobre 2010. [straordinaria pubblicazione di grande formato con grandi e stupende  immagini] 

MADONNA CON IL BAMBINO IN TRONO TRA SAN GIOVANNI BATTISTA E SAN SIMONE APOSTOLO; nella lunetta PADRE ETERNO FRA DUE ANGELI.

Databile 1507-1510

Olio su tela, 187×154 CM; 77×154 cm

RESTAURI : agosto 1906-gennaio 1907: Luigi Betto; 1952: Mauro Pelliccioli; 1979-1980: Ottorino Nonformale; 2009: Maria Beatrice Girotto.

“ A seguito dell’ultimo intervento conservativo, la tela si presenta in buono stato di conservazione avendo parzialmente recuperato una felicità cromatica e attenta regia luminosa precedentemente offuscata dalle vernici ossidate che ottundevano e banalizzavano il magro strato di colore al di sopra della minima imprimitura, impedendone una corretta valutazione. 

La lunetta ha la sola parte estremamente patita, il Dio Padre benedicente, la mano sinistra con il globo in mano, ormai perduto negli incarnati, mentre in buono stato di conservazione appaiono la coppia di angeli oranti e le teste di angeli alati … A un sguardo attento resta poi visibile l’amplissimo taglio circolare praticato, nella parte inferiore, per collocare un tabernacolo, risarcito dall’intervento di Luigi Betto alla fine del1906.

Accolta in una cornice in parte originale – quanto salvato e ricostruito dai rimaneggiamenti subiti nel Settecento – la tela accoglie i sacri attori in un recinto marmoreo ove, da una splendida piattaforma marmorea, s’innalza un raffinato trono d’intarsi marmorei policromi coronato dai coralli rossi a prefigurare la futura Passione di Cristo.

Su di esso una Madonna dallo zendado turchese si rivolge al fedele insieme al pensoso Battista, il cui indice indirizza verso Maria e Figlio. Isolato nella lettura l’apostolo Simone, lo Zelota, copatrono della parrocchiale di Cartigliano, attentamente narrato nella definizione fisiognomica, il volto reso con qualità ritrattistica e la pelle raggrinzita  con lo sguardo dell’età.

Ampio e profondo il paesaggio, distinto a sinistra dalla torre diruta, a destra da lacerti classici.

Importante per il ripristino di tale opera fu la relazione di Fogolari dopo il suo sopralluogo dell’11 giugno 1906, relazione che fu ampiamente trascritta e resa pubblica da Vittorio Sgarbi nel 1978: “l’attento esame palesa nei punti sani un bellissimo smalto di colore, e quelle tinte forti , questi rossi granata, quelle carni calde, che sono proprie del grande maestro vicentino… Già la fotografia mia aveva persuaso  trattarsi di opera di Bartolomeo Montagna, e l’esame minuto della modellatura , così forte, quasi metallica in certi punti, e del colore intenso e splendente , mi hanno riconfermato in tale idea; benché come si disse, la visione generale del dipinto sia resa penosa da tanti guasti e dia una quasi dolorosa delusione”.

Un giudizio che porterà Fogolari a tentarne l’acquisizione per le Gallerie dell’Accademia, sventata dal secco diniego del vescovo di Vicenza Antonio Feruglio.

Tratto da: Mario Lucco, BARTOLOMEO CINCANI DETTO MONTAGNA – DIPINTI – ZeL Edizioni, 2014. (pagg 368-369)


L’OPERA


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LA PALA NEL SUO INSIEME 


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La Madonna, che sostiene alla destra un Bambino eretto sulle sue ginocchia, è seduta su un alto piedestallo, intarsiato a marmi policromi in accordo al pavimento sottostante. Il trono ha la spalliera fiancheggiata da pilastri decorati in blu e rosso su fondo oro e due braccioli dorati con decori foliati; lo sormontano una spessa architrave e in cima un articolato fastigio, con al centro un angioletto alato (forse un riferimento alla Vergine regina angelorum) coronato da due ampie volute e da una sorta di pinnacolo. Due fili di coralli rossi, allusivi alla futura passione di Cristo, lo collegano a due globi laterali.

L’estrema raffinatezza del trono trova piena rispondenza nell’immagine di Maria, il cui sguardo quieto e assorto si rivolge agli astanti e le cui vesti seriche, riccamente decorate da motivi floreali inseriti in rombi, su fondo oro, si intonano alla sontuosità sfolgorante del sedile regale, ma vengono nel contempo attenuate e accordate ad un registro più tenero e sobrio dal turchino del velo e dal blu del manto. Una decorazione di perle, accarezzata dal Bambino e il piccolo libro vermiglio, che la Vergine regge in grembo, alludono discretamente alla purezza e alla preghiera, esemplari virtù mariane. 


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La figura del Battista, santo ricorrente nelle pale del Montagna, è raffigurato in ampio panneggio e con una espressione che  si umanizza in uno sguardo pensoso rivolto agli astanti, nell’invito, materializzato dall’indice puntato, alla piena comprensione delta presenza divina e mariana.

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San Simone, da identificare con l’apostolo detto Simone lo Zelota o il Cananeo, diffusore della fede accanto a san Giuda Taddeo, copatrono della Parrocchiale di Cartigliano, legge quietamente un libro, quasi astraendosi dalla scena. Anche lui indossa sulla veste verde un ampio manto giallo, il cui panneggio è ottenuto attraverso una raffinata elaborazione grafica, che trova riscontro nell’estrema cura dei tratti del volto,  dettagliando persino le rughe e i vasi sanguigni e ha reso minutamente i filamenti della lunga barba canuta

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paesaggio di sinistra

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paesaggio di destra

Dietro la “sacra conversazione”, in continuità e senza stacco si dipana uno splendido paesaggio, rinserrato da montagne pietrose, erose dagli agenti atmosferici, le cui scheggiature sono delineate con straordinaria finezza disegnativa, cime che digradano a valle in massi o calanchi. Si distende al centro un paesaggio erboso, ancora solcato da dirupi dietro la figura dinoccolata e patetica del Battista, ma rasserenato, oltre la Vergine con il Bambino e san Simone, in un prato ridente di cespugli e d’erbe. La sagoma inquietante della torre squarciata, presagio di morte e di rovina, e i profili biancheggianti dei due edifici che coronano, ergendosi su una fitta boscaglia, lo sperone roccioso sulla sinistra, sovrastano un brano di abitato, con case, case-torri, torrioni ed una chiesa accanto alla quale svetta un campanile, tutti edifici ordinatamente inseriti nel fondale da una fitta cortina di cespugli tondeggianti. Sul lato destro, il digradare della giogaia montuosa si conclude sullo sfondo con una sorta di basilica romana, dalle alte arcate sormontate da un architrave prominente e da timpani triangolari. Sopra di essa il piano superiore è in rovina, infestato da arbusti, quasi visivamente assimilato alle rocce antistanti. La profondità dello scenario, solcato da sentieri serpeggianti e ricco di vegetazione a basso fusto, quasi occulta le rade presenze umane ed animali, limitate a poche figure schizzate in lontananza un cavaliere, un viandante e un cane, subito alla sinistra del trono: un cacciatore, due cavalli alla pastura e due cervi affrontati in fondo sulla destra


LA LUNETTA 

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La lunetta che sormonta la pala si articola, secondo una modalità più convenzionale, nella figura maestosa e purtroppo rovinatissima di un Dio Padre benedicente con il globo in mano, circondato da due diafani angeli oranti, con le ali cangianti e compatte capigliature bionde. Singolare è lo sfondo, in cui sul blu del cielo, purtroppo assai abraso, si scorgono ancora le figure a monocromo di due angeli alati.

FONTI DOCUMENTALI

BARTOLOMEO MONTAGNA. Madonna in trono con il Bambino tra iu Santi. Bozzetto Edizioni srl. Cartigliano (VI), 2010

Mario Lucco. BARTOLOMEO CINCANI DETTO MONTAGNA – DIPINTI – ZeL Edizioni, 2014. 

Lionello Puppi. BARTOLOMEO MONTAGNA, Neri Pozza Editore, Venezia, 1962




CARTIGLIANO – OGGI

CARTIGLIANO OGGI


di Vasco Bordignon

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LO STEMMA DI CARTIGLIANO 


DESCRIZIONE ARALDICA DELLO STEMMA

D’azzurro, al leon d’oro, posante su di una zolla verde, impugnante uno stocco d’argento, accompagnato in capo da tre stelle d’argento poste in fascia. Lo scudo sarà fregiato da ornamenti di Comune.

CENNI STORICI DELLO STEMMA

Nella seduta del Consiglio Comunale in data 2 maggio 1914 il Sindaco dopo aver informato che “ in seguito all’incendio che nel gennaio 1909 distrusse le scuole  e danneggiò il municipio, andò distrutto anche lo stemma civico … poi non avendosi potuto trovar … nessun documento dal quale si possa rilevare quale sia lo stemma di cui questo Comune ha diritto mentre invece risulta di fatto che venne sempre usato uno stemma “d’azzurro al leone d’oro posante in una zolla di verde, impugnante uno stocco d’argento accompagnato in capo da tre stelle dello stesso”, proponeva al Consiglio di deliberare l’adozione dello stemma da sempre usato e “di chiedere all’Eccelsa R. Consulta Araldica” l’approvazione.

Da un documento del 9 settembre 1941 risulta comunque che “lo stemma è stato regolarmente concesso con decreto reale in data 27 luglio 1928, datato a Roma il 14 marzo 1929, firmato da S.M. il Re Imperatore e dal Capo del Governo”.

Sembra che non si conoscano i motivi che hanno portato all’adozione di tale simbologia e di conseguenza ci si deve rifare al significato araldico di ciascun simbolo. Il leone, il più nobile degli animali del blasone, rappresenta la forza e il comando, virtù ribadite dallo stocco d’argento impugnato mentre le stelle, uno dei corpi celesti usati più frequentemente  in araldica, simboleggiano la guida sicura e le aspirazioni  a mete superiori e ad azioni sublimi.

(Dalla Negra Michele. I COMUNI DELLA PROVINCIA DI VICENZA E I LORO STEMMI. Amministrazione Provinciale di Vicenza, s.d.)

DA AMMIRARE

 

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LA CAPPELLA DEL ROSARIO DELLA CHIESA DI CARTIGLIANO



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LA VILLA MOROSINI-CAPPELLO 


ALTRI DATI 

Provincia: VICENZA

Regione: VENETO

Popolazione: 3.800 abitanti (01/01/2016 – Istat)

Superficie: 7,38 Kmq

Densità per Kmq: 514,91

Codice Istat: 024025

Codice catastale: B844

Prefisso: 0424

CAP: 36050

Nome degli abitanti: Cartiglianesi

Santo Patrono: Santi Simone e Giuda

Altitudine sul livello del mare: 86 m

Comuni confinanti: Bassano de Grappa, Nove, Pozzoleone, Rosà, Tezze sul Brenta


Bassano del Grappa, martedì 22 agosto 2016

CAPPELLA DEL ROSARIO di CARTIGLIANO


GLI AFFRESCHI DI JACOPO E FRANCESCO BASSANO


di Vasco Bordignon 


CENNI STORICI

Gli anni che precedettero la realizzazione della pittura di questa cappella, un tempo presbiterio del SS. Sacramento della piccola chiesuola dipendente dalla Chiesa madre di Santa Maria in Colle di Bassano, furono gli anni del Concilio di Trento (1545-1563) e della controriforma, intesa a ravvivare la Chiesa nei suoi principi basilari della fede e dei sacramenti in particolare quelli dell’Eucarestia e della Confessione, e ad una completa riorganizzazione delle figure ecclesiastiche, in particolare dei Vescovi, in risposta alle vicende di Martin Lutero e alle conseguenti basi teorico-pratiche del Luteranesimo. 

Orbene a Cartigliano il 22 luglio del 1553 venne affidata la parrocchia a don Iseppo Rolandi, facoltoso sacerdote bassanese, che subito  si dimostrò preparato e zelante.

Cinque anni dopo – come scrive il Signori – nel momento in cui le dichiarazioni dogmatiche e le riforme liturgiche del Concilio di Trento, affidate alla responsabilità pastorale dei vescovi , entravano nel vivo della vita diocesana e parrocchiale, il vescovo stesso Matteo Priuli fece visita alla chiesa di Cartigliano per rendersi conto personalmente di come era gestita  l’Eucarestia  e si soffermò principalmente davanti alla cappella del Santissimo e notò con un po’ di amarezza che era priva di qualsiasi decorazione e di tale sentimento fece partecipe lo stesso don Iseppo.

Alcuni anni dopo questo incontro, don Iseppo prese contatto con il pittore Jacopo Dal Ponte, già conosciuto ai cartiglianesi perché vi aveva lavorato altre volte nella loro chiesa assieme al padre Francesco. Riprendendo lo scritto del Signori, Don Iseppo chiese al grande pittore bassanese di raffigurare le grandi Verità di fede dichiarate solennemente nella parte finale del Concilio (1563) mettendo in evidenza il significato salvifico della Grazia divina, ma anche quello della Libertà umana che deve collaborare con la Grazia divina osservando la Legge data a Mosè ed espressa nei Dieci Comandamenti. L’opera quindi dovrà sottolineare il valore sacrificale dell’Eucarestia, sottovalutato da Lutero e dai protestanti, esaltando la Messa quale memoriale della Passione, Morte e Resurrezione di Gesù, ed infine dovrà evidenziare l’importanza delle Fede, frutto dell’ascolto della Parola di Dio, ma non affidata ad una libera propria interpretazione, ma letta e compresa in modo particolare per mezzo  degli Evangelisti, dai Padri della Chiesa e del magistero dei Pontefici.

Nel 1575, Jacopo, avendo avuto il consenso al suo progetto da parte di don Iseppo, con il figlio Francesco diede avvio al lavoro e lo terminò sicuramente nello stesso anno, come da data apposta dallo stesso grande maestro sulle tavole della legge tenute da Mosè.  

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la data 1575 presente nel dipinto delle Tavole della Legge

Scrive ancora Signori “L’insigne pittore bassanese impostò la decorazione a partire dall’alto, dipingendo sulla volta a vele della cappella riquadrate da fasce di fiori e frutta, gli Evangelisti e, accanto a ciascuno i Padri della Chiesa; sulle pareti, entro lunette, su uno zoccolo dipinto a finto tessuto, raffigurò a destra la storia del peccato originale e delle sue conseguenze (la cacciata da Paradiso), che, però, grazie alla passione e morte  di Cristo, prefigurate dal Sacrificio di Isacco, non sono così irreparabili da privarci dal colloquio con Dio come ci insegna Mosè che dialoga sul Sinai con il Signore. La parete di fondo è sfondata da una pilastrata con cornicione aggettante, davanti ai quali sono collocate le due figure apostoliche di San Pietro e San Paolo, rappresentanti della Chiesa”.

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lo zoccolo a finto tessuto da dove poi dipartono le lunette delle pareti laterali (nord e sud)

I lavori furono brevi per la grande esperienza e vigilanza dell’anziano Jacopo e per il vigore creativo ed operativo del giovane Francesco. E non mancò un preciso intervento di Jacopo su una eccessiva libertà espressiva sulle nudità di Adamo ed Eva, tanto che viene descritto da Ridolfi e ripreso dal Verci. Ricorda infatti Ridolfi nel 1648, scrivendo sulla vita di Francesco,  “ In Villa di Cartigiano  fece a fresco nella Cappella Maggiore i quattro dottori della Chiesa, e dalle parti il divieto fatto da Dio ad Adamo & Eva; e come indi vengono discacciati dal Paradiso dall’Angelo, per lo trasgredito precetto. Ed in queste ancora prestovvi alcun aiuto Francesco, il quale avendo fatto le parti pudende ad Eva svelate, le ricoperse il buon vecchio con un ramo di fronda, dicendo: non convenirsi in luogo sacro minima occasione di scandalo”. 

E proprio a Ridolfi (1648) appunto  che si deve la prima sintetica descrizione degli affreschi, tralasciando la parete di fondo forse perché coperta interamente da drappi appesi all’attuale altezza delle zone lacunose orizzontali. 

La descrizione dei soggetti nel Verci nel 1775 è integrale, anche se le pitture risultano “assai danneggiate e guaste” e la parete di fondo largamente coperta dall’alzato dell’altare ligneo seicentesco, rimosso nei lavori degli anni 1954-55. Scrive infatti il Verci in relazione alle opere di Francesco su Cartigliano “ E’ questi un Villaggio del Bassanese, nella cui Parrocchiale assieme a Giacomo suo Padre dipinse  a fresco tutta la cappella a lato dell’Altare maggiore ora detta del Santissimo Rosario. Sotto il volto diviso con una larga fascia di fiori, di foglie, e di frutti in quattro specchi, si veggono i quattro Dottori della Chiesa in compagnia de’ quattro Evangelisti. Dal lato dell’Evangelio, Cristo in croce in mezzo a’ due ladroni, e a basso numero infinito di popolo, e di manigoldi, colla Vergine Madre svenuta in braccio alle sante Donne. Dal lato opposto, Adamo ed Eva che mangiano il Pomo, e come indi vengono discacciati dall’Angelo per il precetto trasgredito. Scrive il Ridolfi, che avendo fatto le parti pudende ad Eva svelate, le ricoperse il buon vecchio con un ramo di fronda dicendo: non convenirsi in luogo sacro minima occasione di scandalo. Di dietro all’Altare si vede il Sagrifizio di Abramo, Mosè che adora Dio nel Rovetto, e S. Simone Apostolo, e S. Andrea. Queste pitture esistono tuttavia, ma assai danneggiate, e guaste”.

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GLI AFFRESCHI


PARETE SUD

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Centralmente una finestra, dipinta con una serie ripetitiva di elementi di breccia gialla, divide in due episodi la scena del Peccato Originale: a sinistra Eva, vista di schiena con abbondanti carnosità rosate delle membra, offre il frutto proibito ad Adamo sotto l’avvolgente tentazione del serpente sull’albero del Bene e del Male, e a destra l’Angelo scaccia dal Paradiso i due progenitori accomunati dalla torsione dei corpi nella consapevolezza della disubbidienza e della colpa.


PARETE EST O CENTRALE (AD ESCLUSIONE DELLA PALA DEL MONTAGNA)

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Anche sulla parete centrale vengono raffigurate due storie bibliche: a sinistra la figura del patriarca Abramo che sta per immolare il giovane figlio Isacco, mentre a dx la figura di Mosè colto di schiena, che con il corpo si protende verso l’Eterno Padre che gli sta consegnando le tavole della Legge. Le due scene sono ambientate sul tappeto erboso di un verde terrapieno, mentre sotto vi sono le due figure di san Pietro e san Paolo che danno origine ad una serie di pilastri marmorei coronati da capitelli ionici, sormontati da un sottile pulvino, che vanno a costituire un ambiente semicircolare segno di apertura, di accoglienza. E’ possibile, tra altre ipotesi, vedere in questa rappresentazione come possa esistere una continuità tra il Vecchio e Nuovo Testamento, e una convivenza tra Ragione e Fede.


PARETE NORD

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E’ interamente occupata dalla Crocifissione, con zone dove l’umidità ha alterato il tessuto pittorico. Vi è una grande orchestrazione drammatica ben evidenziata da Fabrizio Pietropoli:  “le tre croci spinte verso l’alto incombono con i corpi immersi nel turbinio dei vapori arrossati del cielo; i gruppi laterali commentano l’evento tra le nervose criniere dei cavalli; gli sgherri si giocano a dadi la tunica di Cristo; il vecchio con turbante incede a capo chino sull’asino guidato dal giovinetto; le pie donne in primo piano assistono allo svenimento di Maria da cui si erge l’impietrita figura orante di Giovanni. Il tutto frammentato e agitato dalle scale, dalle lance, dallo stendardo rosso e dai perizomi svolazzanti; un’umanità assorbita dalle incombenze quotidiane, dall’avidità e dalla violenza su cui poggia il sacrificio del Salvatore”.

LA VOLTA

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vela ad est, centrale con l’evangelista Giovanni, l’aquila e il Papa Gregorio

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dettaglio della precedente

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vela a sud, con l’evangelista Luca, il bue e Sant’Agostino

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dettaglio della precedente

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vela ad ovest, con l’evangelista Matteo, l’angelo, e Sant’Ambrogio

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dettaglio della precedente

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vela a nord, con l’evangelista Marco, il leone e San Girolamo

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dettaglio della precedente

La volta è a crociera divisa in quattro vele contornate da una decorazione ben delimitata e lavorata da sembrare un lavoro di traforo. Le stesse lunette delle pareti si innestano nei costoloni della volta che si arricchiscono di una dovizia di festoni verdeggianti ricoperti di frutta e si congiungono al centro, come un cespo da cui sembrano originare, rappresentato  da un tondo dorato stellato. Riprendo lo scritto di Pietropoli su questo argomento: “Nei quattro campi triangolari si dispongono le grandiose visioni degli Evangelisti e dei Dottori della Chiesa. Le figure accoppiate degli estensori dei Vangeli e degli interpreti dei testi e difensori della fede si adagiano con grande naturalezza sulla curvatura dell’arco in un sapiente gioco di manieristica e pacata bilanciatura incernierata dai simboli dei quattro Evangelisti: Marco appoggiato al leone, scruta il grosso tomo della Vulgata su cui insiste l’infuocata nota del vestiario cardinalizio di Girolamo; Matteo intento alla lettura del volume retto dall’angelo, con le grosse gambe muscolose ostentate in primo piano si piega verso l’imponente e ben piantata stazza di Ambrogio che impugna il flagello a tre code allusivo alla Trinità e alla condanna dell’eresia ariana; Luca con il volto di un eroe pagano, riverso sulla schiena del toro, regge un cartiglio e ripete in controparte l’abbandonata posizione di Agostino, che sulla piega del manto indica il cuore ardente, simbolo del suo fervore religioso; Giovanni, proiettato in avanti con la gamba che esce sul cornicione, sembra accosciarsi sull’aquila in contrasto nella sua freschezza giovanile con la rubiconda e sbilanciata massa di papa Gregorio, quasi appesantita dalla tiara, dal piviale e dalla mole del librone ben squadernato sulle ginocchia”.

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Mi è parso di trovarmi in una piccola Cappella Sistina, e sono rimasto incantato. (VB)

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FONTI DOCUMENTALI

Muraro Michelangelo. Il ciclo di Cartigliano e altri affreschi di Jacopo da Ponte. Ente Provinciale per il Turismo, Vicenza, 1960.

Pietropoli Fabrizio. Gli affreschi di Jacopo e Francesco Bassano. In: Cappella del Rosario. Affreschi di Jacopo e Francesco Bassano. Parrocchiale di Cartigliano 1575. Bozzetto Edizioni, Cartigliano, 2008. [questa pubblicazione rappresenta sia dal punto di vista conoscitivo che dal punto di vista artistico il più bel lavoro pubblicato sull’argomento]

Ridolfi Carlo. Le maraviglie dell’Arte, overo le Vite degl’Illustri Pittori Veneti e dello Stato. Parte prima. Venezia, 1648.

Signori Franco. Cartigliano nella Storia. Comitato per la pubblicazione “Cartigliano nella Storia”. Artegrafica Sociale Cittadella, 1998.

Verci Giambatista. Notizie intorno alla vita e alle opere de’ Pittori Scultori e Intagliatori della Città di Bassano. Venezia, 1775.

******** NB. se ci fossero errori o integrazioni da fare, sono sempre a disposizione. (VB)

Bassano del Grappa, martedì 23 agosto 2016

CARTIGLIANO – CENNI STORICI

CARTIGLIANO


CENNI STORICI DALL’EPOCA PRE-ROMANA

ALLA SECONDA GUERRA MONDIALE

 

di ANGELINO LINO BORDIGNON

Epoca Pre-Romana

3500 anni fa  (1500 anni a.C.)

Primi abitatori del vicentino e del veneto in generale di cui si ha notizia furono gli Euganei.

Secondo l’opinione di Catone tramandataci da Plinio il Vecchio erano popoli di stirpe indoeuropea scesa dai territori nord orientali. La documentazione è scarsa ed è data unicamente dall’archeologia. Vivevano prevalentemente in grotte e stazionamenti situati a ridosso di pareti rocciose costituiti da capanne costruite con pietre accatastate a secco.

(1300 anni a.C.)

3300 anni fa un altro popolo si insediò al posto degli Euganei, i Veneti. Gli storici antichi  (Tito Livio e Erodoto) individuarono nella Paflagonia in Asia Minore la loro Terra d’origine. Secondo Catone i Veneti sono di stirpe troiana mentre Virgilio nell’Eneide riferisce di Antenore, un principe troiano al seguito di Enea, che dopo essere penetrato nell’insenatura dell’Adriatico settentrionale conquistò l’intera regione e fondò Padova.

Secondo gli storici, l’epoca in cui i veneti si insediano va posta dopo la guerra di Troia tra il XIII e XII secolo a.C. (periodo di passaggio tra l’età del bronzo e quella del ferro)

Esempi dei loro insediamenti sono dati dal ritrovamento di necropoli, il culto dei morti era molto sentito, ne è testimonianza nella nostra zona la necropoli di Angarano. Il centro più importante è quello di Este.

Un altro ritrovamento è il piatto ritrovato alcuni anni fa a S. Pietro di Rosà e tuttora presso la soprintendenza per il restauro.

Epoca Romana

Tra i Veneti, popolo mite, e i romani esisteva un patto d’amicizia. I Veneti infatti aiutarono i Romani nel 390 a.C. contribuendo a frenare l’avanzata dei Galli Senoni: una popolazione di origine celtica che proveniva da nord-ovest. E così più tardi nel 225 aiutarono Roma nel fronteggiare i Galli.  Nel 222 Roma vinse sulle popolazioni galliche cisalpine e questa vittoria aprì ai Romani le porte della valle Padana. I Veneti, pur con l’occupazione romana, continuarono a mantenere una certa autonomia.

A protezione dell’area dall’Adige al Livenza  i Romani fondarono nel 181 a.C. la colonia di Aquileia cui seguì a partire dal 148 a.C. la costruzione della strada Postumia che univa Genova ad Aquileia passando per Vicenza.

Cartigliano e il suo territorio

La configurazione del territorio formatosi in epoca remota è legata alle numerose alluvioni del fiume.

Il territorio di Cartigliano faceva parte come tutta la zona, del Municipium di Padova che, in epoca romana, si estendeva dal Brenta al Piave e dall’Adige al Pedemonte Asolano.

E’ evidente, nella nostra zona, la suddivisione dei terreni e dell’assetto stradale della campagna che ci riporta alla centuriazione romana.

Al tempo dell’impero Romano era consuetudine pagare i veterani di ritorno dalle campagne militari assegnando loro delle terre da coltivare.

In seguito a queste spartizioni, che venivano effettuate dagli agrimensori del posto con la supervisione dei sacerdoti, sorsero il fundus Cartilianus insieme al fundus Baxianus e a quello Rossianus. Questi i principali “fundus” della riva sinistra del fiume Brenta o Medoacus  (fu chiamato Brenta durante la dominazione Longobarda).

Il Fundus della centuriazione romana aveva un centro aziendale in cui, intorno ad una corte centrale, si raccoglievano le case in cui abitavano i proprietari, i loro agenti, i loro servi e i locali in cui venivano depositati e lavorati i prodotti agricoli. Tutt’intorno si estendevano i campi coltivati  e anche zone incolte a bosco che servivano come pascolo e fornivano il legname necessario.

Tracce di cippi confinari della centuriazione romana ce ne sono ancora di esistenti nel territorio del Bassanese:

Rosà – giardino privato in via Ca’ Dolfin (sicuramente portato da altro luogo)

Rosà – S. Pietro di fronte la chiesa

Romano d’Ezzelino – Fellette di fronte al cimitero e un’altra, sempre a Fellette, nella via che prosegue a est del cimitero.

Alessio de Bon in “Romanità del territorio Vicentino” cita “un altro cippo confinario romano giace rovesciato nella corte del palazzo già Cappello ora Vanzo Mercante”.

Il nome Cartigliano è riconducibile alla gens Cartilia nominata in parecchie iscrizioni conservate nei musei di Este e di Padova e in particolare una stele funeraria dedicata a Cartilius e Luxonia Terzia

Età medioevale

568 – 774  Longobardi

589 –  L’inondazione più memorabile che la storia ricordi è narrata nella “Historia Longobardorum” di Paolo Diacono.  E’ avvenuta nel 589 durante l’Epoca dell’invasione longobarda (popolazione germanica della Pannonia) che durerà dal 568 al 774 con la discesa dei Franchi nella nostra penisola.

Con questa alluvione il Brenta modificò il suo percorso e si spostò dalla zona di Travettore  all’attuale alveo.

Durante il periodo della dominazione Longobarda i territori prima appartenuti al Municipium di Padova passarono dapprima al Municipium di Asolo e poi dal 969 alla marca e diocesi di Treviso.

 969 – Con il diploma di Ottone I del 969 il Municipium di Asolo, cui sarebbe appartenuto anche Cartigliano, fin dal 602, passa sotto Treviso.  Nel 998 viene citata per la prima volta la chiesa di S. Maria di Bassano da cui dipendevano le cappelle campestri di Cartigliano e di Rossano, appartenute ecclesiasticamente a Vicenza ma ancora sotto la Marca Trevigiana.

1189 – L’aggregazione civile a Vicenza avverrà nel 1189 con il giuramento di fedeltà dei Comuni del territorio Bassanese a Vicenza.

La signoria del Vescovo di Vicenza si estendeva allora, nei primi secoli del millennio, su oltre 20 castelli e Comunità disposti a raggiera rispetto al cuore della diocesi (riscuotevano rendite e decime).

La famiglia degli Ezzelini  era fortemente legata alla Chiesa. Questa signoria si estendeva da Onara a Romano, comprendendo Bassano,  Solagna, Rossano, Cartigliano. A Cartigliano era proprietaria dell’unico mulino cui doveva rivolgersi tutta la gente della zona e obbligava i sudditi a tenere pulite le rogge e ad effettuare la manutenzione del mulino.

 1085 Cartigliano esisteva sicuramente prima dell’anno 1000 ma lo troviamo citato come paese solo nel 1085 con un suo prete e una sua chiesa: “Villa qual dicitur Cartelianum” Atto di donazione di alcuni masi di Cartigliano all’abbazia benedettina di S. Eufemia di Villanova, vicino a Camposampiero, da parte della famiglia degli Ezzelini.

Con la caduta dell’impero di Carlo Magno (888-962) si resero più facili le invasioni barbariche.

Verso la fine del I millennio le popolazioni si difendevano cercando di costruirsi ripari, cinte murarie intorno alle chiese che venivano chiamate comunemente “castelli”.

Sembra che anche Cartigliano avesse il suo castello e che a costruirlo avesse contribuito la famiglia degli Ezzelini.  Questa famiglia infatti già nel 1085 possedeva a Cartigliano  4 fattorie (masi di circa 3 ettari di terra) di cui una affidata in affitto a un “prè” Domenico che, con molta probabilità si curava della chiesa e della comunità di Cartigliano.

In questo periodo, oltre agli Ezzelini, altre famiglie avevano proprietà a Cartigliano: i Da Camposampiero con Ecelo di Arpone e i Da Baone. Queste notizie le apprendiamo dagli atti di donazione che questi signori facevano ai conventi come suffragio per i defunti e per assicurarsi il clero. Nella nostra zona erano presenti tre monasteri benedettini: S. Eufemia di Villanova, S. Lucia di Brenta e S.Croce di Campese.

899 – Verso l’anno 1000 gli Ungari, popolazione seminomade asiatica, invadevano in armi le nostre zone.

Durante la loro prima spedizione (898-900) il re e futuro imperatore del Sacro Romano Impero Berengario I aveva cercato di fermarli dapprima sul Ticino a Pavia e poi sulle sponde del Brenta dove veniva travolto nel 899 ( 24 settembre)  nel guado tra Nove e Cartigliano. Per secoli il luogo conservò il nome di “vadus Ungherorum”.

Ancora oggi in via Rive c’è il tumolo degli Ungheri. Quasi sicuramente parte di più fosse comuni nelle quali vennero sepolti i soldati ungheresi caduti nella battaglia.

 Con la morte di Ezzelino III Vicenza confiscava tutti i beni degli Ezzelini e dal 1259 al 1262 redigeva il registro inventario di questi beni. A Cartigliano figuravano il Mulino di Via Prè, 3 masi con 11 case e 41 appezzamenti di terreno e la famosa terza parte del castello.

Finchè avvenivano queste operazioni il Vescovo di Vicenza concedeva i beni vescovili di Cartigliano  (investitura decimale) alla famiglia dei Da Romano, estinta nel 1260.

In questo periodo verso il 1259-1260 Cartigliano si eresse in libero Comune.     

1278  – Nel 1278  (17 ottobre) viene stipulato un accordo per definire i confini con Bassano  ed è in questo documento che compare citata a riferimento la chiesetta di S. Giorgio, già citata anche nell’inventario dei beni degli Ezzelini (1262).

1320-1339 – Dominio Scaligero

Nel 1312 Cangrande della Scala, signore di Verona entra in guerra con il Comune di Padova.

Dopo anni di devastazioni la guerra si conclude con la sconfitta di Padova e la resa di Bassano agli Scaligeri nel 1320. In questo periodo per Cartigliano continuerà la vita di sempre. Nel 1314 contava circa 19 fuochi per un centinaio di abitanti. Ancora in questo periodo non c’erano i cognomi e gli abitanti si distinguono tra loro con il nome del padre. Vengono citati infatti: Nicolò Fabro fu Gaspare, Ognibene fu Giovanni (il sindaco del documento del 1278) il notaio Belinaso, Domenico fu Lazzaro, Andrea fu Benvenuto ….. La dominazione scaligera sarebbe durata fino al 1339 anno in cui Venezia vinse la guerra con gli scaligeri e permise ai Bassanesi e ai Cartiglianesi di tornare con Padova fino al 1387.

In questo periodo Cartigliano dovette sopportare numerose alluvioni  e la peste bubbonica del 1348 che avrebbe dimezzato la popolazione europea.

Sempre in questo periodo Cartigliano dovette sopportare pure le scorribande di un reparto di Mercenari tedeschi al soldo dei Veneziani che si accamparono lungo il Brenta nella zona dei Ligonzi quei prati per secoli assunsero il nome di “pra Tedeschi”.

Verso il 1365 i Cartiglianesi potenziarono la roggia del Beccato (attuale Bernarda) che azionava il Mulino delle Prè già di Ezzelino e la prolungarono lungo le rive del Brenta fino a raggiungere i confini con Tezze.

 

1387 – 1404 – Dominio dei Visconti

Gian Galeazzo Visconti duca di Milano chiamato in aiuto dai Carraresi, simulando di stare dallo loro parte, li mise in mano a Venezia. In questo periodo di belligeranza tra i Visconti e i Carraresi  l’economia agricola ne soffrirà per la voglia di predominio sulle acque d’irrigazione.

E’ da ricordare il tentativo di deviare il corso del Brenta con lo scopo di lasciare senz’acqua il padovano e allagare le pianure estensi dove i padovani avevano le loro migliori tenute agricole.

Il Brenta veniva deviato verso il vicentino e fatto confluire nell’Astico e nel Bacchiglione.

L’opera faraonica era stata realizzata mediante la costruzione di un ponte con saracinesche all’altezza degli attuali Scalabrini. La chiusura delle saracinesche prevedeva l’innalzamento del livello dell’acqua ben oltre il livello naturale per raggiungere l’imboccatura dell’apposito canale realizzato. La notte dell’inaugurazione una piena improvvisa travolse l’opera.

Il Visconti ordinò che i danni fossero riparati al più presto ma nel 1402 si ammalò di peste e morì lasciando la vedova con due figli minorenni.  Due anni dopo, nel 1404, Venezia riusciva ad ottenere l’intera regione Veneta.

 

1404-1797 – Dominazione Veneziana

Questo fu un periodo discretamente tranquillo per la gente di Cartigliano se lo riferiamo ad assenza di guerre.

Solo nel 1411 Sigismondo re d’Ungheria indispettito da rifiuto dei Veneziani gli impedirono attraversare i loro territori per recarsi a Roma per farsi incoronare, inviò in Italia alla testa di un grosso esercito di cavalleria il condottiero fiorentino Filippo Scolari alias Pippo Spano per investire il Friuli e la Marca Trevigiana. Il condottiero si spinse fin sotto le mura di Bassano ma, respinto, si diresse verso Cartigliano e guadò il fiume per dirigersi verso Marostica.

In questo periodo vengono bonificate le terre con l’apporto di capitali bassanesi e vicentini.

Cartigliano figura attraversato da un’unica strada principale che lo collega con Bassano intersecata da diversi “trozzi”.

Compaiono in questo periodo le prime contrade.

E’ in questo periodo che si insediano a Cartigliano i Morosini con i loro folli per la lana, le segherie, il mulino, il maglio….

Nell’inverno del 1443 scoppia a Cartigliano un incendio che distrugge quasi tutte le case, e rovina anche la chiesa. Con l’incendio vengono distrutti anche tutti i registri contabili e l’inventario dei beni. Sarà forte la solidarietà del territorio tanto che anche il consiglio comunale di Bassano deciderà di aiutare la popolazione. Le case verranno costruite in muratura da maestri murari arrivati appositamente da Como e da Belluno.

La chiesa stessa alla fine del 1493 sarà completamente ricostruita e sarà consacrata il 13 giugno 1496. Per questa consacrazione sarà in chiesa anche la Pala del Montagna.

Nel XV secolo Venezia cercò di incrementare la sparuta popolazione dei villaggi dell’entroterra veneto, decimato nel secolo precedente da guerre, razzie ed epidemie, incoraggiando quegli slavi, da poco assoggettati, a stanziarsi nelle campagne venete per contribuire a dare nuova linfa all’attività agricola.

Nel 1503 (alla morte di papa Alessandro VI) Venezia cercò di impossessarsi delle terre della Romagna, da poco conquistate dal figlio del defunto papa Cesare Borgia. Questo fu il punto di partenza di una nuova guerra  che vede Venezia sconfitta nel 1509 ad Agnadello (CR) dalla “Lega di Cambrai” (Papa Giulio II, Spagna, Francia, Austria, Savoia, Este e Gonzaga).

Bassano  si sottomette all’Austria ma non succede lo stesso per Cartigliano, Solagna, Pove, Rossano che si rivolgono al Doge Leonardo Loredan per informarlo del comportamento di Bassano e del fatto che Bassano aveva addirittura istigato contro di loro Massimiliano Imperatore d’Austria. 

Venezia nel frattempo entra a far parte di una nuova alleanza la “Lega Santa”.

Con la vittoria Veneto-Francese di Melegnano (MI) nel 1515 si concluse un periodo turbolento per nostre zone con il ritorno del dominio Veneto.

Il XVI secolo è famoso per altri eccezionali avvenimenti:

– in campo religioso la riforma protestante e la successiva controriforma cattolica sancita dal Concilio di Trento (1545-1563);

– in campo politico le guerre tra gli stati Europei e la minaccia dei Turchi.

Questi erano riusciti dopo un assedio durato 11 mesi a sconfiggere la resistenza Veneziana a Cipro, territorio della Serenissima. Venezia si alleò con la Spagna e, con una flotta potentissima, il 7 ottobre 1571 distrusse quella Ottomana a Lepanto.

Questa vittoria destò un tale entusiasmo preso le genti venete che dotarono di un altare della madonna del Rosario tutte le chiese che ne erano prive tanto più che il giorno 7 ottobre 1571 distrusse quella Ottomana a Lepanto.

Questa vittoria destò un tale entusiasmo preso le genti venete che dotarono di un altare della madonna del Rosario tutte le chiese che ne erano prive tanto più che il giorno 7 ottobre fu dichiarato da Papa Pio V festa di precetto e di riconoscenza a Dio per lo scampato pericolo.

 Il 30.1.1517 i nobili Morosini da Venezia sono investiti per feudo della metà delle decime di Cartigliano.

Venezia andava ormai verso il declino, il patriziato veneto che fungeva anche da classe dirigente peccava di immobilismo e tirava a campare aggrappandosi alle rendite degli investimenti fondiari della terraferma. Risultava sempre più chiaro che l’unico obiettivo era quello di sopravvivere e sarebbe bastato un turbine politico di una certa consistenza per cancellare uno stato ormai sfinito.

1797 – Napoleone Bonaparte

Le cronache Bassanesi a partire dal novembre 1796 sono piene delle scorribande di truppe austriache scese in fretta da Bassano con i loro cannoni per fronteggiare l’armata napoleonica sulle rive del Brenta.

Lo scontro più memorabile noto come battaglia del Brenta sarà quello del 6 novembre 1796 sulla sponda novese all’altezza di Marchesane, dove i Francesi lasceranno sul terreno qualche migliaio di morti. Sarà un  brutto periodo per le nostre popolazioni; i Francesi pretesero le migliori argenterie delle chiese, i cavalli più belli ma anche panni, coperte, vestiario e tutto ciò che desideravano.

Anche Cartigliano  come gli altri paesi del distretto di Bassano si troverà all’improvviso abbandonato a se stesso vittima esposta alla prepotenza armata delle due parti in conflitto.

Con la pace di Campoformido (UD) del 17 ottobre 1797 e la cessione di Venezia all’Austria anche Cartigliano si troverà parte dell’Impero Austriaco. 

Il paese pensa ad un periodo di pace ma ben presto Austria e Francia entrano in guerra tra di loro  con un nuovo periodo di devastazioni e rapine.

Nel 1805 con la vittoria dei Francesi sugli austriaci, il Veneto viene aggregato al Regno Italico (nuovamente con la Francia).

Nel 1811 il comune viene declassato da autonomo a dipendente di Rosà e questo fino al 1817 anno nel quale viene restituita l’autonomia.

Un periodo di grande miseria dove la gente vende pezzo a pezzo le misere proprietà per campare.

Periodo nel quale si arricchiscono alcune famiglie del paese che acquistano sottoprezzo i terreni in vendita: Albertoni, Bravo,  Pivato, Bertoncello.

07.04.1815 – Aggregazione al Regno Lombardo Veneto e ritorno ad un consiglio di Amministrazione che governa il paese, anche se di fatto composto da pochi possidenti .

1833 – Scalchi e Casaline vengono inserite nel territorio Comunale di Cartigliano con la definizione dei confini con Rosà.

Già nel 1449 troviamo il cognome Scalco. La famiglia abitava in Piazza. Più tardi si sposteranno in contrà del Capitello e poi in  campagna. Ci sarà quindi la distinzione degli Scalco del Capitello e degli Scalco di campagna che daranno origine alla località Scalchi.

Insurrezione del 1848 contro l’Impero d’Austria. L’insurrezione è aiutata dallo stato pontificio ma ben presto dopo l’abbandono da parte di quest’ultimo, gli Austriaci riprendono il comando nei nostri territorio. Tra i numerosi giovani che anche a Cartigliano erano insorti contro l’Austria c’era anche un giovane prete l’abate Jacopo Ferrazzi. Nei quindici anni che seguirono la situazione in paese era tesa e ovunque si respirava un clima poliziesco.

La Brigata Estense a Cartigliano

1860 – 1863

Il Piemonte, appoggiato dalla Francia, il 29 aprile 1859 dichiarava guerra all’Austria. Nella guerra si sentì subito coinvolto il ducato di Modena. Il duca Francesco V, accusato di essersi legato all’Austria, partirà in fuga verso la fortezza di Mantova e dovrà ripiegare poi in esilio con le sue truppe in Veneto. Prima a Padova e poi nel 1860 nel Bassanese (Breganze, Sandrigo, Thiene, Schio e Cartigliano nella Villa messa a disposizione Giambattista Vanzo Mercante.

La Brigata Estense sarà sciolta davanti alla Villa di Cartigliano il 24.9.1863

Il 12 maggio del 1894 gli abitanti di Cartigliano si liberano definitivamente delle decime, che pagavano fin dal medioevo, con un accordo stipulato con gli eredi di  Ca’ Cappello.

24 maggio 1915 – inizio prima guerra mondiale

Dal paese partono circa  400 giovani: chi per le caserme chi per destinazioni ignote.

Cartigliano diventa un vero e proprio retrovia di guerra. Posto di stazionamento e ristoro per chi va e chi viene dal fronte. Vi è passaggio continuo per le strade di soldati di tutte le armi, cavalleria, fanteria artiglieria e di mezzi della croce rossa. I soldati pretendono di tutto, diventano padroni nelle case e nei fienili, nelle cucine e nelle stalle.

La situazione sarà ancora più triste dopo la disfatta di Caporetto nel novembre del 1917. Notte e giorno arrivavano in paese soldati allo sbando che hanno perduto ogni legame con compagnie e reggimenti e chiedono aiuto. Il nemico incombe sulla Linea del Piave, guarda il Grappa e preme per scendere in pianura. Molte famiglie in questo periodo lasciano il paese per dirigersi, profughe, verso diverse destinazioni. Il 4 novembre 1918 con la firma dell’armistizio con l’Austria la guerra è dichiara conclusa.

Durante la guerra la Villa viene utilizzata per l’allestimento del sessantunesimo ospedaletto da campo che opererà  dal 1 maggio al 15 dicembre 1918.

Nel 1919, al ritorno dei profughi, il paese si presenta con i danni evidenti della guerra: strade dissestate e piene di buche per il transito dei mezzi bellici, pozzi resi inservibili, edifici pubblici e abitazioni  con imposte scardinate, casolari incendiati. Solo la chiesa e il campanile non avevano subito danni. Nel gennaio del 1919 aveva contributo a creare ulteriori danni lo scoppio della polveriera di Marsan. Inizia la ricostruzione sia privata che pubblica che sarà portata a compimento dal Genio Militare e dalle due leghe o cooperative esistenti in paese quella “bianca” sostenuta dalla chiesa e quella “rossa” sostenuta dal partito socialista.

Periodo Fascista

Dopo la  I^ guerra mondiale  il paese conta 2600 abitanti. Nuovo periodo di migrazione, fra il 1921 e il 1924 per Francia, Stati Uniti e Messico. Saranno 37 le famiglie che lasceranno il paese.

Il 14 agosto del 1921 viene inaugurato il Monumento per i caduti della prima guerra mondiale.

IL 26 ottobre 1922 Mussolini con la Marcia su Roma ottiene dalla camera pieni poteri in materia economica e amministrativa.

Con le elezioni a lista unica del 1923 anche a Cartigliano, come in tutti gli altri comuni, uscirà Sindaco Borso Luigi ma di fatto in quel periodo la gestione amministrativa dei paesi è in mano al Segretario del partito fascista.

Il 24 maggio del 1924 il Sindaco Borso con un discorso elogiativo conferiva a Mussolini la cittadinanza onoraria di Cartigliano comunicata all’interessato per via telegrafica.

Il sindaco Borso rimarrà in carica fino al 1926 data nella quale verrà insediato dal commissario prefettizio, senza elezioni, il primo Podestà Francesco Toffanin  al quale seguiranno altri podestà fino alla conclusione della seconda guerra mondiale.

Seconda guerra mondiale

Il 10 giugno del 1940 l’Italia entra in guerra i giovani,  gli stessi che fino ad allora erano chiamati a fare gli esercizi ginnici sulle rive del Brenta, riceveranno la cartolina per presentarsi alla più vicina caserma per indossare la divisa e partire per il fronte.

La popolazione rimanente senza le giovani risorse dovrà più che mai lavorare i campi per poi portare la produzione all’ammasso di guerra e ritirare poi con la tessera annonaria il necessario per vivere come: pane, carne, olio e sale nella misura appena sufficiente per il fabbisogno famigliare.

Caduta del fascismo e resistenza

Con la caduta del fascismo 25.7.43 anche Cartigliano vive momenti di incertezza. Dopo l’8 settembre del 1943 con il ritorno del potere fascista che da questo momento diventa nazifascista  l’incertezza si deve dissolvere e, per tutti inevitabilmente, dovrà essere fatta una scelta di campo: fascisti o antifascisti.

A Cartigliano all’indomani del settembre  43 su iniziativa di Ferruccio Caldana comincia a formarsi la prima “banda” partigiana. Verso la fine di ottobre nasce ufficialmente il Comitato di Liberazione Nazionale che entrerà subito in rapporto con quello di Cittadella per organizzare la resistenza contro l’invasore tedesco. Fin dai primi mesi la compagnia di Cartigliano, che aggrega anche giovani dei paesi vicini, conta più di cento uomini. Tramite una radiotrasmittente clandestina piazzata in casa Caldana si riuscirà a mettersi in comunicazione con gli alleati e ottenere le armi necessarie che troveranno ospitalità in alcune tombe del cimitero.

Nell’estate del 44, mentre le SS hanno il loro quartier generale a Villa Dolfin, arrivano da radio Londra i primi messaggi in codice diretti alla compagnia di Cartigliano

I tedeschi continuano a rastrellare la zona con crescente accanimento data la mancata risposta della gioventù di leva ai proclami di arruolamento.

Una domenica mattina del luglio del 44 durante la messa principale del paese una pattuglia di miliziani fascisti  scende a Cartigliano da Bassano con l’ordine di accerchiare la chiesa.

Il parroco avverte i parrocchiani sul controllo che avrebbero subito alla conclusione del rito. I giovani comunque con l’aiuto del parroco e del sacrestano riescono a evitare il controllo.

I partigiani riescono a sottrarre all’ammasso 400 q.li di frumento che nascondono nelle cantine degli Zonta che abitavano nelle barchesse della Villa Morosini Cappello.

I Fascisti lo cercano ma non lo trovano. Minacciano di incendiare il Palazzo e portano via dal paese 12 giovani sette dei quali verranno deportati in Germania e cinque imprigionati a Bassano in attesa di processo.

Arrivano nel frattempo a Cartigliano due sbandati che vogliono contatti con i partigiani; vengono individuati come spie provenienti dal comando di Villa Dolfin, messi al muro ed uccisi.

A seguito della sparizione del grano e delle due spie, all’alba del 26 settembre 44 il paese viene circondato dalle SS di Ca’ Dolfin, da altri reparti fascisti e Tedeschi. Vengono piazzate mitragliatrici pesanti sulle strade d’accesso al paese e un cordone di uomini che non permettesse la fuga a nessuno. Il paese viene perquisito in ogni casa, ogni fienile, ogni stalla e tutte le persone uomini e donne senza distinzione d’età vengono portate in piazza. Tutto il paese è in piazza. I primo interrogatori non danno esito finchè arriva un side-car tedesco con a bordo un uomo incappucciato, un partigiano torturato selvaggiamente qualche giorno prima, che indicherà il luogo delle riunioni segrete dei partigiani e il luogo dove era nascosto il grano. Il grano dovrà essere caricato su camion dagli uomini presenti e trasportato a Ca’ Dolfin. Le SS vogliono sapere anche dove sono sparite le due spie e dove sono nascosti i capi partigiani diversamente minacciano di incendiare il paese. Quella sera stessa dalle famiglie di Cartigliano saranno strappati 200 uomini trasferiti chi verso Bassano chi verso Ca’ Dolfin. Il paese rimarrà deserto e in preda alla rappresaglia tedesca per una settimana. Saranno rubate tutte le 150 biciclette del paese. Dei duecento uomini 40 vennero inviati in Germania come lavoranti grazie all’intercessione da parte di padre Nicolini, altri saranno rinchiusi nei sotterranei di Villa Dolfin e duramente torturati.

Il 22 ottobre del ‘44  i Tedeschi affiggono a Cartigliano un nuovo bando che invita i partigiani a presentarsi al comando di Villa Dolfin con la promessa che sarebbero stati perdonati e avviati al lavoro. Se nessuno si fosse presentato avrebbero bruciato le case dei partigiani e in caso di  resistenza avrebbero raso al suolo il paese.  Nessuno rispose all’invito. La collera dei fascisti e dei tedeschi si riverserà ancora una volta sul paese incendiando 18 case.

Con la liberazione del 25 aprile 1945 finisce la II guerra mondiale. Il 30 aprile il Comitato di Liberazione Nazionale di Cartigliano che fa capo a Bassano del Grappa in virtù dei poteri che gli derivano dal Governo Nazionale “Alta Italia” nomina una Giunta Comunale presieduta dal Sindaco Caldana Ferruccio. 

CARTIGLIANO – LA CHIESA DI Ss. SIMONE E GIUDA

LA CHIESA DEI Ss. SIMONE E GIUDA

di Vasco Bordignon

 Cenni storici

1085. Il trasferimento della Pieve di Bassano dalla soppressa diocesi di Asolo a quella di Vicenza (secolo X) e la successiva investitura fatta dal Vescovo di Vicenza in favore dei da Romano spiegherebbero la donazione fatta da Ecelo da Romano (atto notarile del 29 aprile 1085) al monastero trevigiano di Sant’Eufemia di quattro fattorie esistenti in territorio di Cartigliano, una delle quali gestita da un certo pre’ Domenico. E’ pertanto possibile che a questa data ci fosse già a Cartigliano una cappella dedicata a Santi Apostoli Simone e Giuda.

Secoli XII e XIII. E’ certo che nei secoli  XII – XIII  questa cappella dipendeva dalla Pieve di Santa Maria in Colle di Bassano. A questa cappella vi era collegato un beneficio costituito da 13 campi, che proseguì anche dopo la tragica fine dei da Romano [1259 morte di Ezzelino III, e 1260 il massacro di Alberico e di tutta la sua famiglia], assieme al diritto di percepire a nome del vescovo di Vicenza  il quartese, la quarta parte cioè della decima vescovile riscossa in quel territorio (1288).

Secolo XIV. E’ un secolo contrassegnato da continue guerre, carestie terremoti, pestilenze e anche da un profonda crisi religiosa, tanto che le varie cappelle rurali, compresa la nostra, venivano affidate a sacerdoti occasionali di dubbia o carente formazione scesi dal Nord (che poteva essere anche la Valsugana e il Trentino facenti parti della Germania, della Alemagna di allora)  per compiere gli studi a Padova e che accettavano questi incarichi per il proprio mantenimento,

Secolo XV. Si viene a conoscere il primo rettore ufficiale della Chiesa di Cartigliano: si chiamava Gerardo di Alemagna, quindi tedesco, cui seguirà un altro prete tedesco di nome Giovanni, e poi ancora Gregorio. Durante il rettorato di quest’ultimo nell’inverno del 1442 un improvviso incendio scoppiato al centro del paese ridurrà in cenere tutte le abitazioni fatte di legno e coperte di paglia. Questo furioso incendio del 30 novembre 1442 colpirà anche la Chiesa sia dal punto di vista murario, in quanto dovrà essere rifabbricata, ma anche dal punto di vista amministrativo perché nell’incendio fu distrutto l’inventario della Chiesa (registro dei beni e delle fittanze parrocchiali) che sarà ricostruito con tanta fatica nel 1464.

La Chiesa venne ricostruita a partire dal 1480, terminata nel 1493, e consacrata il 13 giugno del 1496.  Vi era un altare maggiore e un altro altare dedicato a “Santa Maria, San Gottardo e San Lorenzo. Si ritiene che questo sacro edificio occupasse lo spazio oggigiorno occupato dalla Cappella del Rosario e dalla Cappella di Sant’Antonio. Nell’anno della consacrazione, l’altare maggiore venne impreziosito dalla pala del Montagna che rappresenta la Vergine in trono tra i santi Simone e Giovanni Battista.

Secolo XVI. A seguito delle raccomandazioni impartite in occasione delle visita pastorali, il pievano di allora Zuanne Geghi di Alessio (che faceva seguito ad altri pievani di origine albanese in quanto provenienti dalla città di Alessio) decise, nel 1529,  di prendere accordi per una serie di decorazioni pittoriche all’interno e all’esterno della Chiesa con il conosciuto e celebre pittore Francesco dal Ponte. Nel 1539 Francesco moriva e la bottega dei dal Ponte passava al figlio Jacopo poco più che trentenne. Nel 1544 don Zuanne commissionò a Jacopo una nuova pala d’altare per la Cappella della Madonna, e dopo due anni questa pala era al suo posto.

La visita del vicario vescovile del 1556 [vi è un nuovo pievano Iseppo Rolandi di origine e famiglia bassanese] ci viene così descritta:” la chiesa è bella e ben tenuta… I tre altari – a quello principale del Santissimo Sacramento – si trovano affiancati gli altari di San Lorenzo [eretto per devozione dai Morosini verso la metà del Cinquecento] e della Madonna – di cui solo il maggiore consacrato, sono eleganti e in ordine”.

Trascorsero alcuni anni durante i quali venne celebrato Il Concilio di Trento [indetto da papa Paolo III nel 1545 e chiuso nel 1563 dopo molte interruzioni] , e le sue conclusioni iniziarono a diffondersi nella Chiesa anche a livello capillare.

 E don Iseppo prese contatto con Jacopo dal Ponte per un ciclo pittorico “a fresco”  da dare alla cappella principale, quella del Santissimo, seguendo ed esaltando le grandi verità espresse solennemente da quel Concilio. L’accordo fu firmato nel 1575. Jacopo dal Ponte assieme al figlio Francesco portò a compimento la grandiosa opera in pochi mesi destando una grandissima ammirazione.

A don Iseppo, seguirà suo nipote don Cristoforo Rolandi, che caratterizzerà il suo ministero per favorire la devozione della Madonna e la pratica del Rosario, prospettando anche una ristrutturazione della Chiesa e la creazione di un nuovo altare alla Madonna del Rosario… ma passeranno ancora molti anni.

Secolo XVII. Nel 1608 visita pastorale del vescovo e per quanto riguarda la Chiesa: “passa in rassegna i tre altari della chiesa: il maggiore di pietra con la elegante pala del Montagna, chiuso da una cancellata, con i suoi due altari laterali: quello di San Lorenzo dal lato del Vangelo … e l’altro a destra di chi guarda il maggiore, intitolato alla Immacolata …”

Nel 1620 iniziarono (finalmente) i lavori di ricostruzione della nuova chiesa e termineranno nel 1640.  Questa nuova chiesa corrisponderà nella sua struttura e nel suo aspetto a quella attuale, sottolineando come il suo primitivo orientamento, da est a ovest, ne risulterà completamente cambiato. Infatti il coro della vecchia chiesa con l’altare del Santissimo in questa nuova è diventato cappella laterale , e il corpo del vecchio edificio l’attuale transetto.

1646 visita pastorale del vescovo: passa in rassegna le varie parti del nuovo edificio, a partire del “bel tabernacolo” in marmo costruito a regola d’arte, all’interno della vecchia cappella della Madonna. Gli altari che prima erano tre adesso sono quattro: oltre al nuovo altare maggiore e i due laterali, quello alla sua sinistra dell’Immacolata dotata della elegante pala di  Girolamo dal Ponte e quello alla sua destra  già dedicato a  San Lorenzo, ora intitolato a San Mercurio, rimane ancora in piedi al suo posto nella vecchia cappella del Santissimo il vecchio altare con la pala del Montagna.

Nel 1666 subentra don Iseppo Castellini, e completa  la sistemazione dell’ex-cappella del Santissimo, già iniziata dal suo predecessore, dedicandola alla Madonna del Rosario.

Il 13 giugno 1670 vi sarà la consacrazione della nuova chiesa.

Dopo la sistemazione della nuova cappella del Rosario, don Iseppo inizierà e completerà dal 1679 al 1683 la cappella a Sant’Antonio da Padova con tutti i suoi arredi.

Secolo XVIII. 1718 visita pastorale del Vescovo: la chiesa di San Simone e Giuda, oltre ai quattro altari, del Santissimo, della Immacolata Concezione, del Rosario e di San Lorenzo … ne ha un quinto eretto e dedicato nel 1683 a Sant’Antonio da Padova: è situato nella cappella di fronte a quella del Rosario.

Nel 1755 Pietro Andrea Cappello di ritorno da Roma, recava a Cartigliano dentro un’urna marmorea reliquie del corpo del santo martire Mercurio, scoperto allora di recente nellae catacombe di Santa Ciriaca. Sarà data onorata dimora sotto la mensa dell’altare  di famiglia dedicato in passato a San Gottardo, poi a San Lorenzo e infine, dopo la peste del 1631, a Sant’Osvaldo.

Le visite pastorali vescovili del 1768 e del 1787 confermano la situazione dell’inizio del Settecento.

Secolo XIX. Nuova consacrazione della chiesa il 9 dicembre 1894 dopo essere stata allungata verso nord e costruita la nuova facciata.

Secolo XX. Nel marzo 1914 viene inviato a Cartigliano Mons. Tiziano Veggian per esaminare le reliquie di San Mercurio custodite nell’altare di Sant’Osvaldo. I vari frammenti del martire saranno sigillati in un’urna metallica e ricollocati nello stesso posto.

Nel periodo 1911-1928  si ripara l’organo, si restaurano i quadri del soffitto, e Giuseppe Rossi pittore di Cittadella dipinge due tele, Gesù nell’orto degli ulivi ed una pietà, che verranno rimosse nel 1960 e da allora scomparse.

Nel periodo marzo 1954 settembre 1955, viene eseguito il restauro della cappella del Rosario; e nello stesso periodo si porta a compimento il nuovo campanile inaugurato il 2 ottobre 1955, e nel 1971 si effettua il restauro pittorico della chiesa

Nel 1976 viene ristrutturato l’organo dalla ditta Piccinelli.

Nel 1982 viene consacrato un nuovo altare  dedicato ai SS. Simone e Giuda.

Nel 1986 rinnovando il pavimento della chiesa per realizzare l’impianto di riscaldamento, negli scavi effettuati si ritrovano le fondamenta della chiesa del quattrocento.

Nel 1995 si effettua un restauro del campanile del 1955.

Nel 1997 restauro delle facciate esterne della chiesa.

Nel 2004 -2005 restauro degli interni e del tetto della chiesa.

ESTERNO DELLA CHIESA E CAMPANILE

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la facciata principale della Chiesa

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la facciata est con l’esterno della Cappella del Rosario e la facciata nord

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alcuni dettagli: la lunetta e il capitello pensile

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tempietto centrale con Gesù risorto

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a sx la statua di San Pietro e a dx la statua di San Paolo

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a sx la statua di San Simone e a dx la statua di San Giuda 

La facciata è strutturata in due parti: quella inferiore, a sviluppo verticale suddivisa da quattro pilastri in tre settori. Questi pilastri partono da un alto basamento e terminano con un capitello pensile un po’ al di sotto di un cornicione che segue l’andamento di tutta questa parte,  staccando in tal modo la parte superiore.  Nello spazio centrale vi è l’ingresso principale della chiesa delimitato da emicolonne marmoree e da una lunetta incorniciata di marmo. Dentro la lunetta un affresco non ben conservato rappresenta verosimilmente  Dio Padre.

La parte superiore si sviluppa centralmente in un tempietto che accoglie al suo interno una nicchia con la statua di Cristo Salvatore. Da questa nicchia lateralmente partono  due curvilinee ai cui punti superiore e inferiore sono poste d’ambo i lati due statue: a sx San Pietro con le chiavi del Regno e san Simone che tiene una lunga  sega, strumento del suo martirio, e a dx San Paolo con la spada di difensore della Chiesa e san Giuda con i testi sacri sul suo petto, che arde di amore. Le statue sono del XIX secolo in pietra di Vicenza.

Sono ben  evidenti esternamente i volumi architettonici  delle cappelle del Santo Rosario e di Sant’Antonio.

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Distaccato dalla chiesa si erge vertiginoso il campanile, assai semplice nella sua struttura, ma molto alto: misura metri 81,80, come dallo scritto del 1955 dell’ingegnere G.B. Boschetti, autore del progetto : “… e da questo balza la cuspide quadrangolare che raggiunge, nella sfera terminale, l’altezza di m. 77. Ivi spicca il volo la croce a quattro braccia in tubo d’acciaio rivestito di acciaio inossidabile, alta m. 4,80, e poi ancora la punta del parafulmine“.

Una lapide ricorda il parroco don Casto Poletto artefice della sua costruzione.

INTERNO DELLA CHIESA

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interno della chiesa da nord verso sud

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interno della chiesa da sud verso nord 

E’ ad unica navata, con soffitto a superfici piane intonacate e con riquadri a stucchi decorativi che fanno da doppia  cornice a tre grandi tele. L’asse della chiesa è nord-sud.

La porta principale fornita di bussola si trova a nord come detto, e subito dopo vi è una specie di soppalco, curvilineo, nel cui spazio inferiore all’estrema dx si trova una cappellina dedicata a Santa Rita, e all’estrema sx  sulla superficie perimetrale si trovano delle lapidi storiche, mentre nello spazio superiore ha trovato posto l’organo e la cantoria.

A poca distanza si apre una parete composta da tre archi, il centrale ampio e alto fin quasi il soffitto, e due archi più stretti e più bassi. Questa parete in pratica delimita l’allungamento della chiesa di fine Ottocento.

Da qui si apre l’unica spaziosa navata interrotta da  un transetto che sfocia nelle due cappelle contrapposte: a sx la Cappella del Rosario e a dx quella di Sant’Antonio.

Proseguendo si entra nel presbiterio.

IL PRESBITERIO e L’ALTARE MAGGIORE 

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Ha una struttura architettonica poligonale, non molto ampia, dominato dall’altare maggiore , del 1982, con il suo grandioso tabernacolo (ciborio) a tempietto. Ai suoi lati le due statue lignee dei SS. Simone e Giuda. Dietro all’altare una graziosa vetrata artistica, e ai lati due affreschi sulle pareti laterali. In alto la cupola “a specchio”.


LE STATUE DEI SS. PATRONI SIMONE E GIUDA


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 A sx la statua di san Simone e a dx la statua di San Giuda

Le due statue dell’altare maggiore appartenevano probabilmente al vecchio altare maggiore della primitiva chiesa seicentesca. Era un altare ligneo e lo possiamo vedere ancora oggi nella cappella a dx dell’abside: lo descriveremo tra poco. Queste statue sono state per tanto tempo credute essere di marmo dal loro colore “marmoreo” risultato di ben sei strati di smalto bianco: con il restauro della Chiesa del 2005 sono state riportate ai loro colori originali che possiamo oggi ammirare.  Di queste statue lignee non si conosce l’autore. Rappresentano i santi: a sx  San Simone e a dx  San Giuda. [Simone era soprannominato Cananeo o Zelota, e l’altro, chiamato anche Taddeo, figlio di Giacomo. Nei vangeli i loro nomi figurano agli ultimi posti degli elenchi degli apostoli e le notizie che ci vengono date su di loro sono molto scarse. Di Simone sappiamo che era nato a Cana ed era soprannominato lo zelota, forse perché aveva militato nel gruppo antiromano degli zeloti. Secondo la tradizione, subì un martirio particolarmente cruento. Il suo corpo fu fatto a pezzi con una sega. Per questo è raffigurato con questo attrezzo ed è patrono dei boscaioli e taglialegna.

L’evangelista Luca presenta l’altro apostolo come Giuda di Giacomo. I biblisti sono oggi divisi sul significato di questa precisazione. Alcuni traducono con fratello, altri con figlio di Giacomo.
 Matteo e Marco lo chiamano invece Taddeo, che non designa un personaggio diverso. È, invece, un soprannome che in aramaico significa magnanimo. Secondo san Giovanni, nell’ultima cena proprio Giuda Taddeo chiede a Gesù: «Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi e non al mondo?». Gesù non gli risponde direttamente, ma va al cuore della chiamata e della sequela apostolica: «Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui». L’unica via per la quale Dio giunge all’uomo, anzi prende dimora presso di lui è l’amore. Il 28 di ottobre la Chiesa commemora la loro festa liturgica]_013_CORO_-_VETRATA_ABSIDE_-_CIMG4470_-_abside_-_vetrata_

Dietro l’altare, come detto  vi è una vetrata artistica, di cui non si conosce l’autore.

PARETI LATERALI DEL PRESBITERIO 

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Il Battesimo di Gesù a dx 

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Gesù nell’Orto degli ulivi  a sx 

Sono due  affreschi realizzati nel 1964  e firmati  L. Pesavento [Leandro Pesavento: Bressanvido 1921 – Camisano 2000, pittore, incisore e disegnatore attivo a Camisano Vicentino, con particolari realizzazioni nell’arte sacra]: a sinistra Gesù nell’orto degli Ulivi, e a dx il Battesimo di Gesù, che hanno sostituito due tele di Giuseppe Rossi che sono state trafugate e non più trovate.

SOFFITTO DEL PRESBITERIO

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 l’Ascensione al cielo di Gesù

La cupola, a specchio, è adornata dal dipinto (olio su tela) dell’”Ascensione al cielo di Gesù” unanimemente attribuita a Giambattista Volpato (1633-1706) [Vedi anche Sezione Biografie…]. Anche l’elaborata cornice lignea del quadro è del XVII secolo.

CAPPELLA DEL ROSARIO

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A sx del presbiterio vi è la cappella del Rosario, un’opera straordinaria dove un insieme di affreschi di Jacopo dal Ponte di particolare bellezza racchiudono una pala del Montagna di altrettanta bellezza. Un “unicum” che a mio parere non viene sufficientemente valorizzato e per questo dedicherò un file esclusivo.

CAPPELLA DI SANT’ANTONIO

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la cappella nel suo insieme

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l’altare attuale nel suo insieme 

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particolare ligneo dell’altare 

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particolare ligneo dell’altare 

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altro particolare

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lo straordinario  paliotto ligneo 

A dx del presbiterio vi è la Cappella di Sant’Antonio. L’attuale altare è in pietra ed è quello originale, ricomparso durante la realizzazione del nuovo pavimento della chiesa quando si smontò il paliotto ligneo che lo ricopriva.  Questo paliotto è stato restaurato e posto sulla parete sud della stessa cappella. Tutta la parte lignea dell’altare, sempre del XVII secolo, dopo il restauro, si fa ammirare nella sua bellezza costruttiva e nella sua luminosa doratura.

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l’ ultima cena del Bernardoni

Sulla parete nord vi è un grande dipinto rappresentante l’ultima cena. L’autore è Girolamo Bernardoni (1640-1718), allievo di Giambattista  Volpato [Vedi anche Sezione Biografie].

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l’affresco della Gloria di Sant’Antonio

Nel soffitto un affresco della “Gloria del Santo”, eseguito da un certo “Zuanne Stom pitore” di cui non si sa molto. Ho trovato questo appunto dal Pallucchini  (1960) “Il Mauroner (1947) ha richiamato l’attenzione su di una famiglia di paesisti e vedutisti originaria dalla Val Gardena, quella degli Stom (Stoom). Il più anziano, Matteo, morì cieco a Verona nel 1702 (da non confondersi con l’altro Matteo Stom o Stomer , fiammingo operante nella prima metà del Seicento, in Italia): nei vari elenchi delle Fraglie pittoriche veneziane sono citati Zuane (nel “1707 fuori”), Giuseppe (dal 1707 al 1728) e Antonio (nel 1733).”

A. Lino Bordignon avanza una diversa  ipotesi “L’affresco del soffitto è attribuito, dai documenti della confraternita del suffragio ad un certo ”Stom pitore”. Gli Stom erano dei pittori olandesi. IL fatto che un olandese avesse potuto dipendere nella nostra chiesa  potrebbe incrociarsi con la permanenza a Cartigliano, in quegli anni, di un commerciante olandese, Giovanni Colomb, che aveva affittato il setificio dei nobili Cappello e commercializzava  la seta Cartiglianese in tutta Europa e ad Amsterdam in particolare” (da “Restauro della Chiesa Parrocchiale”).

AULA

È una struttura rettangolare semplicissima che si allarga a sud verso le due cappelle a mo’ di transetto e a nord in una parete ad archi e in una successiva struttura architettonica (soppalco) che crea lo spazio per l’organo e la cantoria.

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a sx l’altare della Madonna del Rosario e a dx l’altare del Sacro Cuore di Gesù 

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l’urna di San Mercurio

Nello spazio tra l’inizio delle cappelle e l’inizio del presbiterio vi sono due altari: a sx  l’altare votivo alla Madonna del Rosario, e a dx alla cappella di Sant’Antonio, vi è l’altare al Sacro Cuore di Gesù, che conserva sopra la mensa entro una grande teca l’ urna con le già citate reliquie di San Mercurio [Figlio di un cristiano che gli aveva dato il nome di Filopatròs (“che ama il padre”), fu un soldato sotto gli imperatori Decio (249-251) e Valeriano (253-260), la cui carriera lo portò al rango di generale. Quando i due imperatori decisero di iniziare le loro persecuzioni contro i cristiani, Mercurio rivelò all’imperatore la propria fede. Fu per tre volte torturato ma per tre volte venne miracolosamente guarito da un angelo. Infine fu condotto in Cappadocia, sua patria d’origine, e lì decapitato]. L’urna è del 1914, opera di Mario Faggi argentiere di Vicenza.

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Gesù caccia i mercanti dal Tempio 

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affresco in gran parte offuscato dalle canne dell’organo

Nel settore nord, nel soffitto, al di sopra dell’organo, vi è un affresco di Noè Bordignon del 1903 raffigurante Gesù che caccia i mercanti dal tempio, e un altro affresco, purtroppo in grande parte coperto dalla struttura organaria raffigura Santa Cecilia firmato Bizzotto (forse Luigi Bizzotto da Rossano Veneto) [Noè Bordignon, pittore, 1841-1920, vedi anche Sezione Biografie..]

LE PARETI INTERNE

Le pareti della chiesa hanno una fascia superiore attraversata da motivi lineari interrotti nella parete sud e nord da due tondi dipinti  e dalla sommità della struttura ad arco presente, e nelle pareti est ed ovest da altri due tondi e da altrettante finestre a vetri colorati di tipo termale. La fascia inferiore, molto più ampia, alterna strutture colonnari ad arco a strutture piane,  delimitate da stucchi decorativi.  Le strutture piane sono abbellite dai dipinti degli Evangelisti opera del 1894 di Noè Bordignon, mentre le strutture ad arco anteriormente delimitano zone di transito, mentre posteriormente delimitano superfici murarie ingentilite da grandi tondi di ceramica, collocati nel 2005, opera di Lino Agnini di Nove. [Agnini Lino, nato a San Giorgio Jonico (TA) il 21 marzo 1940, dagli anni sessanta risiede a Nove da dove partecipa con passione alla vita artistica locale e italiana. Personaggio di grande fascino per le sue creazioni caratterizzate un particolare dinamismo di linee, forme e colori portando nel 1998 alla nascita del “neoforismo” particolare concezione dell’arte che va ad escludere ogni forma di staticità. Numerose le sue opere in bronzo, terracotta e ceramica, anche in campo religioso.]

Parete est

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Evangelista Matteo e l’Annunciazione 

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Evangelista Marco e la Resurrezione

Nella parete est possiamo vedere, partendo dalla zona della cappella del Rosario, in serie da dx a sx : l’Evangelista Matteo con l’Angelo; l’Annunciazione in ceramica, l’Evangelista Marco con il Leone, e infine la Resurrezione in ceramica.

Parete ovest

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Evangelista Luca e la Natività 

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Evangelista Giovanni e la Deposizione di Gesù nel Sepolcro

Nella parete ovest possiamo vedere, dopo la Cappella di Sant’Antonio,  in serie da sx a dx: l’Evangelista Luca con il Bue, la Natività in ceramica, l’Evangelista Giovanni con l’aquila, e Deposizione di Gesù nel sepolcro in ceramica.


In pratica possiamo
dire che sono tra loro speculari

l’Evangelista Matteo (a sx) con l’Evangelista Luca ( a dx)

la Annunciazione (a sx) e la Natività  (a dx)

l’Evangelista Marco (a sx) con l’Evangelista Giovanni a dx

la Resurrezione  (a sx) e la Deposizione di Gesù nel sepolcro

Le  Virtù

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 virtù virtù teologali: fede, carità e speranza

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 le virtù  cardinali:  fortezza, prudenza, temperanza

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 quindi la giustizia, e la costanza, altra virtù .

Nella fascia superiore delle quattro pareti, come già detto, vi sono in ognuna due tondi ove sono state dipinte, a partire dalla parete sud (al di sopra dell’Altare della

Madonna del Rosario) , poi parete ovest, nord ed est , in progressione  le tre virtù teologali (fede, carità e speranza), le quattro virtù cardinali (fortezza, giustizia, temperanza e prudenza), alle quali per completezza pittorica è stata aggiunta una virtù minore la Costanza. (fonte diretta della pittrice). Seguendo i tondi vediamo di seguito una donna che tiene in mano un calice e nell’altra brandisce una croce, ed è  la Fede con il suo colore caratteristico bianco, quindi una donna che allatta il suo bambino, ed è la Carità, con il suo caratteristico colore rosso; poi una donna vestita di verde che prega con mani giunte e sguardo rivolto verso l’alto, ed è  la Speranza.

Quindi a seguire le virtù cardinali: la Fortezza, come una donna che indossa un’armatura, e come una colonna che sostiene chi vuole essere forte; la Prudenza, come una donna che regge in una mano uno specchio con il quale si guarda alle spalle e nell’altra un serpente seguendo il motto di Gesù “Siate dunque prudenti come serpenti e semplici come le colombe” (Mt 10,16); la Temperanza, come una donna che stempera il vino con l’acqua;

e infine la Giustizia, come una donna che sostiene una bilancia simbolo di equità, e la Costanza, una virtù considerata minore, derivante dalla fortezza e dal coraggio, come una donna in attitudine combattiva che brandisce una lancia appoggiandosi ad una colonna, visibile tra le pieghe delle vesti.

Questi tondi sono stati dipinti con la tecnica del falso affresco da Compostella Marlene (nata a Bassano del Grappa 22-02-1975; dopo vari percorsi formativi ha sviluppato una grande esperienza nel restauro e nella decorazione in ambito privato e pubblico). I tondi ovali erano affrescati anche in passato ma poi erano stati coperti con un restauro della chiesa del 1971. Nel 2005 non è stato possibile ricuperarli per il tipo di prodotti utilizzati precedentemente.

SOFFITTO

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il Martirio di Santa Caterina

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l’Ascensione al cielo della Vergine Maria

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la Santissima Trinità

Entriamo dalla porta principale, quindi da nord, e ci appare davanti  la visione di tutta la chiesa che tuttavia non ci distoglie lo sguardo dal soffitto abbellito da tre grandi quadri, che  in progressione verso il presbiterio rappresentano  il Martirio di Santa Caterina, l’Ascensione al cielo della Madonna, e quindi la Santissima Trinità.

Sono tutti dipinti del XVIII secolo e l’autore è ignoto. Mentre Bordignon Favero Elia, studioso del Volpato, parrebbe propendere come esecutore di queste tre tele lo stesso Volpato, A. Lino Bordignon ravvisa in questi quadri varie analogie formali e pittoriche con la mano che ha eseguito l’affresco nella cappella di Sant’Antonio, cioè lo stesso “Zuane Stom pitore”. 

Dopo aver visto e rivisto i tre dipinti e avendo considerato altre tele del Volpato, mi pare che non sia certamente il Volpato l’autore di quei quadri.


Ringrazio per la preziosa collaborazione A. Lino Bordignon.


Fonti documentali

AA.VV. Cartigliano, 21 novembre 1972, 300mo anno della Chiesa Parrochiale; 8 dicembre 1972, 25mo anno di vita Parrocchiale del nostro Arciprete. Tip. G. Rumor, Vicenza, 1972

AA.VV. Cartigliano. Inaugurazione del campanile e di un concerto di sei nuove campane. 2 ottobre 1955.

AA.VV. La diocesi di Vicenza 1981. Panorama storico organizzativo della Diocesi e delle Parrocchie al primo gennaio 1981. Stato personale del Clero al 30 novembre 1981. Curia Vescovile di Vicenza. Tip. G. Rumor, Vicenza, 1981

AA.VV. Parrocchia dei SS. Apostoli Simone e Giuda di Cartigliano (Vi). Restauro della Chiesa Parrocchiale 2004-2005. 6 Marzo 2005

Elia Bordignon Favero. Giovanni Battista Volpato. Critico e pittore. DE’ LONGHI SpA, 1994.

Franco Signori. Cartigliano nella Storia.  Comitato per la pubblicazione “Cartigliano nella Storia”. Artegrafica Sociale Cittadella, 1998

Giambatista Verci. Notizie intorno alla vita e alle opere de’ Pittori Scultori e Intagliatori della Città di Bassano. Venezia, 1775.

Rodolfo Pallucchini. La Pittura Veneziana del Settecento. Istituto Per La Collaborazione Culturale, 1960

it.wikipedia.org

www.santiebeati.it

Aggiornato il 26 agosto 2016.

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