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Categoria: Personaggi, biografie ed altro

PIETRO FAVARO 

STANGHELLA (PD) 29-09-1912 – 07-05-2000

ILLUSTRE PITTORE PADOVANO DEL ‘NOVECENTO

Notizie Biografiche

Da Pinacoteca FAVARO, Comune di Stanghella, con la collaborazione della Associazione Culturale Athesis

 

Pietro Favaro è nato a Stanghella PD)  il 29 settembre 1912, primogenito di Giovanni e Amelia Miatton. Il padre faceva l’artigiano: lavorava il legno e riparava macchine agricole in una officina di sua proprietà, faticando non poco a mantenere la famiglia che con il passare degli anni, si era arricchita di altri sette figli.

Fin da bambino, Pietro mostrava una forte propensione per il disegno e la pittura e aveva presto cominciato a cimentarsi con piccole ma significative prove.

Con lo sguardo attento e curioso di quell’età, osservava gli operai addetti alle decorazioni di interni, che usavano un cliché con motivi d’Angeli; nel tentativo di riprodurli successivamente a mano libera.

Per motivi di lavoro la famiglia si trasferisce a Milano dove il padre trova occupazione stabile.

Aiutato dallo zio Nale Fruttuoso che lo ospita, a quindici anni Pietro Favaro si trasferisce ad Ivrea per studiare e approfondire la pittura a lui tanto cara, gettando le fondamenta per la sua futura carriera artistica.

Frequenta la Scuola d’arte Sacra “E. Reffo” di Torino; é allievo del Prof. Luigi Guglielmino, insieme ad altri giovani di futuro talento.

Diventa in breve tempo un assiduo collaboratore del Prof. Guglielmino e frequenta l’Accademia Albertina di Torino.

Di quel periodo un episodio curioso è riportato da L. Bianchi su “L’Osservatore Romano”: quando Pietro Favaro frequenta la scuola del nudo all’ Accademia, l’esperienza e la bravura accumulate con il continuo ed impeccabile esercizio alla Scuola d’arte Sacra lo mettono subito in risalto, suscitando lo stupore dei colleghi di corso accademico. “Ma dove trovi tu della carta così buona?” gli fu chiesto una volta, come se la delicatezza dei chiaroscuri dipendesse dalla carta. Pietro Favaro, per tutta risposta, il giorno seguente, disegnò su una semplice carta da pacchi, scatenando la gelosia dei suoi compagni.

Dopo aver partecipato, tra richiami e congedi, alla Seconda Guerra Mondiale, si rifugia a Stanghella nel periodo tra il 1943 e il 1945, presso le zie Filomena ed Evelina Miatton, dove rimane fino alla fine del conflitto. In seguito ritorna definitivamente a Torino e riprende la sua attività.

Il 29 dicembre 1946, presso la Chiesa dell’Istituto Artigianelli, sposa Carolina Careglio (Nuccia). Dal loro matrimonio nasce l’unica figlia Renata.

Pietro Favaro è già
un pittore affermato; le
richieste di lavoro che gli
vengono commissionate
aumentano di giorno in
giorno. Nel 1962, alla morte del Prof. Guglielmino, diventa Direttore della Scuola d’arte Sacra. Il Maestro non ama la pubblicità: di temperamento schivo, detesta tutto quello che mette in ombra l’arte per il denaro e con accuratezza evita di mescolare pittura e affari. Per questo motivo il suo nome è poco conosciuto dal grande pubblico, nonostante le sue opere si trovino in numerose città italiane ed estere: ad esempio, per citare solo i lavori più importanti, nel Santuario di S. Giovanni Bosco di Bombay in India, a Bogotà in Columbia, nell’America del Nord, oltre che nel Santuario di S. Giuseppe Vesuviano (Na), e nel duomo di Enego (Vi). Sono lavori consistenti per vastità ed impegno. Sue opere si trovano anche a Catania, Vercelli, Roma, Palermo e naturalmente a Torino. Il Maestro non ha mai voluto viaggiare all’estero, preferendo che fossero le sue opere a viaggiare, in involti cilindrici, grandi anche quattordici metri.

Nel 1988 dedica la sua attività al paese natìo, eseguendo nel marzo dello stesso anno, grandi composizioni corali nella chiesa Parrocchiale di Stanghella. Lavorando solo nei mesi estivi, ter- mina le sue opere nel marzo del 1991, prima della S. Pasqua.

Nel luglio 1991, inizia i lavori nella Chiesa di Conche di Codevigo (Pd) dedicata a S. Maria della Neve che porta a termine nel settembre dello stesso anno. Si definisce un artigiano, con umiltà e modestia che affascina, ma è anche consapevole del suo valore e dei propri mezzi: “Non sarò il primo, ma dopo aver viste tante pitture, non sono nemmeno l’ultimo”. Nel 1993 viene colpito da un ictus cerebrale che lo paralizza in metà del corpo, privandolo quasi totalmente dell’uso del braccio e della mano destra. Ciò avviene nel periodo di preparazione della sua personale di pittura, inaugurata a Stanghella il 18 luglio senza la presenza del Maestro. Vive i suoi ultimi anni a Torino con la figlia e nel periodo estivo ritorna a Stanghella, dove incontra amici e parenti, fino a quando colpito da grave malattia, il 7 maggio del 2000, muore all’età di 88 anni. I funerali vengono svolti a Stanghella, nella chiesa Parrocchiale, dove le sue opere fanno da cornice ad una cerimonia funebre commovente, che vede presenti numerose persone per l’ultimo saluto al Maestro. E’ sepolto nel Cimitero di Stanghella vicino alla moglie Carolina.

ANGIOLO MONTAGNA

 

UN GRANDE PITTORE DEL NOVECENTO


Angiolo Montagna nasce a Cornedo Vicentino il 22 febbraio 1920.

Si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Bologna dove insegnano Giorgio Morandi e Virgilio Guidi. Passato a Venezia, dove ritrova Guidi, si diploma nel 1947 sotto la guida di Bruno Saetti, espone per la prima volta a Vicenza nel 1945. 

Nel 1947 partecipa alla Mostra Nazionale Giovanile di Venezia e al Premio Auronzo.

Nel 1951 è tra i fondatori del “Calibano”, il circolo che riunisce giovani intellettuali che si propongono di rinnovare l’asfittico ambiente vicentino aprendolo alla cultura contemporanea europea. Nella città del Palladio, per iniziativa del Calibano, vengono esposte opere di artisti di fama internazionale, prestate dal gallerista veneziano Carlo Cardazzo e dalla collezionista americana Peggy Guggenheim, su richiesta di Angelo Carlo Festa.

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1952 – Angiolo Montagna 

Stringe amicizia con il giovane Goffredo Parise, che avrà in seguito parole di sincera ammirazione per il suo lavoro.

Espone al Premio Nuoro e viene premiato alla Biennale di Verona nel 1959.

Nei primi anni Sessanta è presente a Ferrara, partecipa al Premio Torino e alla Internazionale di San Marino, espone a Milano e alla Mostra Sicilia-Industria di Palermo.

Nel 1963 allestisce una personale a Venezia presso la Galleria “Il Canale” presentato da Licisco Magagnato. Prende parte al Premio Modigliani a Livorno, al Premio Michetti a Francavilla, alla Biennale di Verona. 

Ad Ancona consegue nel 1964 il Premio della Rai-TV, partecipa all’Internazionale di Zurigo e alla Biennale dell’Incisione e del Disegno di Padova.

Nel 1970 tiene una personale alla Galleria Ghelfi di Vicenza presentato da Gigi Ghirotti.

Nel 1970 una mostra di disegni è curata da Giuliano Menato alla Galleria Modigliani di Alte Ceccato.

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1971 – Angiolo Montagna 

Ha eseguito mosaici, vetrate, decorazioni murali per edifici pubblici e di culto in Italia e all’estero. Importanti sono le vetrate e gli arredi realizzati per le chiese parrocchiali di Cornedo, Spagnago, Ponte dei Nori, Arzignano, Valdagno, Zanè, Bassano, Vicenza, Pordenone, Venezia, Reggio Emilia.

Dipinge un grande quadro raffigurante in Beato Padre Salvatore Lilli, esposto nella Basilica di San Pietro a Roma per la beatificazione del frate francescano celebrata da Papa Giovanni Paolo II il 3 dicembre 1982.

Nel 1983, completati i lavori di restauro dell’antica chiesa del Primato a Tabgha in Terra Santa, realizza i bozzetti per le vetrate del sacro edificio.

Abilitato all’insegnamento del Disegno, insegna all’Istituto Statale V.E. Marzotto, alla Scuola Media e al Liceo Artistico di Valdagno e dirige la Scuola di Pittura Marzotto.

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1988 – bella immagine tra i suoi dipinti 

Muore a Cornedo il 25 gennaio 1998.

(Da “Angelo Montagna. Un Maestro dell’Astrattismo Veneto”, 2010)


SARTOR ANGELO E LA SUA PITTURA

 ALCHEMICA

A CURA DI VASCO BORDIGNON 

Metallo, calore e colore sono gli elementi di queste opere di Angelo Sartor. Egli con grande sapienza ed esperienza riesce a trasmettere al metallo nuove forme, nuovi colori, nuove virtù. Ecco allora che sorgono emozioni pittoriche del tutto particolari che vanno dall’ambiente naturalistico a schemi geometrici, a virtuosismi costruttivi. In ognuno traspare una forza “creatrice” che rende  l’opera stessa “magica” come è sempre stata fin dai tempi antichi la stessa Alchimia.


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80X70 cm , tecnica mista

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100×100 cm, tecnica mista

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120 x 30 cm  – tecnica mista

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60×80 cm, tecnica mista 

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80×80 cnm , tenica mista

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80×80 cm, tecnica mista

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80×80 cm. tecnica mista

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80×80 cm, tecnica mista

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80×80 cm, tecnica mista

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100×60 cm, tecnica mista

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100×60 cm, tecnica mista 

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80×80 cm, tecnica mista 

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60×100 cm, tecnica mista

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60×80 cm, tecnica mista 

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80×60 cm, tecnica mista 

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80×120 cm, tecnica mista

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80×80 cm, tecnica mista

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80×60 cm, tecnica mista

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80×80 cm, tecnica mista

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60×50 cm, tecnica mista

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120×60 cm, tecnica mista

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90×120 cm, tecnica mista

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90×90 cm, tecnia mista

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80×80 cm, tecnica mista

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80×120 cm, tecnica mista

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100×80 cm, tecnica mista 

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tecnica mista, 30×90 cm 


per contatti con l’autore: info@sartorangelo.it

 

SARTOR ANGELO E LA SUA


PITTURA


POETICA

a cura di Vasco Bordignon 


Perchè poetica? Perchè entrando con gli occhi e con la mente in queste sue particolari ambientazioni (prati, boschi, montagne, cieli, ecc.) provoca una emozione che muta ad ogni immagine. Ma questa emozione non ti lascia solo. In ogni suo quadro vi è uno spazio di coinvolgimento ora tra due entità arboree, ora tra profili montani e il cielo, ora in un avvallamento del paesaggio, ora tra un prato fiorito  e l’orizzonte, perchè ti invita ad immergerti, a lasciarti andare, a toglierti di dosso tutte le tue sovrastrutture per lasciar posto all’io puro, innocente, gioioso, religioso davanti al creato. 


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acrilico, 80×100 cm

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acrilico, 80×100 cm

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acrilico, 80×100 cm 

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acrilico, 70×60 cm

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acrilico, 60×100

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acrilico, 80×100 cm

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acrillico, 80×100 cm

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acrilico, 60×100 cm

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acrilico, 60×80 cm

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acrilico, 60×100 cm 

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acrilico, 80×100 cm

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acrilico, 70×100 cm 

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acrilico, 50×80 cm 

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acrilico, 60×80 cm

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acrilico, 80×100 cm

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acrilico, 60×100 cm 

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acrilico, 100×60 cm

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acrilico, 80×60 cm

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acrilico, 80×80 cm

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acrilico, 70×50 cm

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acrilico, 60×50 cm

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acrilico, 60×80 cm

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acrilico, 80×60 cm

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acrilico, 100×80 cm

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acrilico, 100×120 cm

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acrilico, 70×100 cm

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acrilico, 60×80 cm

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acrilico, 100×80 cm 

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acrilico, 60×80 cm

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acrilico, 80×100 cm

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acrilico, 70×100 cm

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acrilico, 60×80 cm

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acrilico, 60×100 cm

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acrilico, 80×60 cm


per informazioni: info@sartorangelo.it 


SARTOR ANGELO



UN GRANDE ARTISTA BASSANESE

      NOTE BIOGRAFICHE e ARTISTICHE

a cura di Vasco Bordignon 


Angelo Sartor, figlio di Giovanni Antonio e di Cremonesi Maria, nasce a Bassano del Grappa il 22 maggio 1941. Il padre svolgeva l’attività di amministratore.

Frequenta le normali scuole raggiungendo il diploma di perito industriale meccanico.

Fin da piccolo manifesta un carattere molto estroso, come gli appartenenti ai Gemelli.

La sua prima “opera pittorica” furono delle cartoline di paesaggi natalizi da offrire ai suoi genitori e parenti. Erano così belli che ne furono sorpresi tutti, anche lui stesso. Aveva solo 10 anni.

A 19 anni viene assunto alle Smalterie Metallurgiche Venete, e dopo aver espletato il servizio militare,  riprende a lavorare alle Smalterie dapprima come capo del  reparto montaggio, quindi del reparto stagnatore, e poi quello delle presse …. e infine, col passare degli anni, capo del reparto presse e trance gestendo il lavoro di circa 120 persone.

Alle Smalterie conosce Oscar Fedetto (un artista purtroppo poco conosciuto) che sovraintendeva agli smalti da utilizzare come addetto artistico per i disegni e per gli accostamenti cromatici.

Il 25 aprile 1955 si sposa con Maria Luisa Piotto. Ha quattro figli, tre femmine ed un maschio. 

Nel 1972 muore il padre. Per vari motivi nel 1974, a 33 anni, esce dalle Smalterie e negli anni seguenti apre un laboratorio di insegne luminose, successivamente a Pove con 7-8 collaboratori inizia la produzione di radiatori, e infine produzione di prodotti per imballaggio assieme ad un socio, al quale negli anni 1987-1988 lascia questa attività, decidendo di dedicarsi totalmente alla attività pittorica.

La sua attività artistica inizia ben presto, anche sotto la spinta di Oscar Fedetto, che in particolare lo indirizza e lo incita a guardare all’espressionismo tedesco.  Conosce successivamente anche il grande pittore Virgilio Guidi, che lo stimola ad addolcire le figure dissacranti ed aproporzionali della fase iniziale e a realizzarsi diversamente.

Altri artisti, i trentini Luigi Senesi ed Aldo Schmid, lo incitano all’uso di mezzi tecnici innovativi, ricchi di più ampia possibilità di manovra nell’esprimere atmosfere, volumi e preziosità formali; acquisisce quindi, con l’areografo e con lo spruzzo più in generale, un arricchimento tecnico, fino a pervenire allo “sgocciolamento”.

Con il critico d’arte Salvatore Maugeri a curarne i successivi transiti artistici, Angelo Sartor inizia, nell’indagare nel suo rapporto con la natura, a rivelare i suoi sbigottimenti, le metamorfosi, le illuminazioni improvvise, fino a pervenire alle nuove realtà che non sono più il riflesso di quelle còlte da ricognizione ottica, ma che risultano pregnanti di tutte le suggestioni e le trasmutazioni di ciò che diventa visione.

Nella sua attività pittorica fino al 1983-1984 ha utilizzato colori ad olio. I colori, opportunamente diluiti con un solvente, venivano applicati sulla tela mediante un aerografo (modificato). Ma il solvente ha una sua tossicità, e questa piano piano gli ha dato seri problemi alla salute, e ha dovuto non utilizzarli più.

Per tale motivo prende confidenza con l’acrilico, modificandone anche la tecnica di realizzo. Infatti inizia a utilizzare per il dipinto una tela “modificata” che consisteva nella applicazione alla tela stessa di un tipo particolare di carta (ricca di cellulosa)  che veniva bagnata più o meno a lungo. La carta così bagnata veniva incollata poi alla tela, e  asciugandosi si distendeva perfettamente sulla tela stessa divenendo un unico corpo. In questo modo non si avevano raggrinzimenti. Poi venivano  applicati i vari colori acrilici mediante un aerografo modificato (una specie di pistola a spruzzo simile a quelle dei carrozzieri). Il colore veniva diluito  ( con che cosa?) e a seconda della quantità di aria di miscelazione si otteneva superfici più o meno parcellari fino anche a goccioline più grandi (metodo dello sgocciolamento).


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Angelo Sartor, foto di Negrello Waleski, databile alcuni anni fa 

Dal 2008 inizia ad utilizzare un nuovo materiale: si tratta di fogli argentei dello spessore di un dodicesimo di millimetro che verranno incollati a vari materiali, cartone, tavola, tela. A questo sottilissimo foglie viene applicato il colore (acrilico)  e a questa unione in base alla temperatura (bassa) , al tempo (variabile) si ottengono  – dopo molti tentativi – dei risultati straordinari, dovuti sostanzialmente ad una ossidazione a caldo.

Nei due successivi files si potranno ammirare una serie di opere che ci permetteranno di ammirare e conoscere l’evoluzione dell’opera pittorica di Angelo Sartor.


PRINCIPALI MOSTRE PERSONALI

1975

Padova “Galleria La Cupola”; Milano “Galleria D’Essai”; Thiene “Galleria arte moderna”; Bassano del Grappa “Galleria San Marco”.

1976

Auronzo “Galleria il Gallo”; Caldonazzo “Centro la Fonte”; Vicenza “Galleria il Ponte”; Verona “Galleria il Prisma”.

1977

Milano “Centro Informazioni d’Arte Brera”; Ferrara “Nuova Galleria Estense”.

1978

Bolzano “Les Chances de l’Art”; Vittorio Veneto “La Sfera”; Pordenone “Galleria Grigoletti”.

1979

Treviso “Galleria Borgo”; Verona” Galleria il Prisma”; Desenzano “Galleria San Luca”;

Monaco di Baviera “Centro d’Arte Salvin”.

1980

Marostica “Al Castello Inferiore”; Montebelluna “La Saletta”.

1981

Monaco di Baviera “Istituto Italiano di Cultura”; Oderzo “Circolo Culturale 4 Cantoni”.

1982

Vicenza “Galleria iI Ponte”.

1983

Feltre (BL) “La Bottega del Quadro”; Bassano del Grappa  “Galleria San Marco”.

1984

Fontaniva (PD) “Antologica” a cura dell’Assessorato alla Cultura.

1985

Cittadella “Galleria al Teatro Sociale”; Bassano del Grappa  “Centro CEDIS”.

1986

Abano Terme (PD) al Kursaal “Abano Terme Arte”. 

1987

Katzenberg “Filialkirche” Impressioni Italiane” 1-12 Aprile; Bassano del Grappa Centro culturale Scremin 14-29 Novembre.

1988

Marostica “Castello Inferiore” Antologica ‘58-‘88 ; Estainbourg,  Belgio “Castello di Bourgogne”.

1989

Conegliano “Chiesa dell’Assunta”; Bologna “Arte Fiera”.

1990

Cassola Biennale d’Arte “Sogni e Dintorni”; Montebelluna “Accademia Montelliana”; Venezia “Centro d’Arte San Vidal”.

1991

Vicenza “Al Bacchiglione”; Padova “Arte Fiera ‘91”; Montegrotto Terme “Galleria Manzoni”.

1992

Bassano del Grappa “Chiesa dell’Angelo”; Pove del Grappa “Chiesa di San Pietro”; Padova “Arte Fiera ‘92”.

1993

Pordenone “artisti ‘93”; Vicenza “Arte ‘93”; Marostica “Galleria il Doge”; Nardò “Centro Studi Arte Cultura”; Voiron “Espace Ceve Ville de Voiron”.

1994

Annecy “Caisse D’Epargne des Alpes”; Belluno “Galleria Boito”; Marostica “Galleria il Doge”;

Camposolagna “Le Stagioni del Grappa”; Vicenza “Arte Fiera”.

1995

Torri del Benaco (VR) ”Galleria P.zza Calderini”; Verona “Galleria d’Arte La Meridiana”: San Martino di Castrozza “Galleria Lo Scoiattolo”.

1996

Bassano del Grappa “Galleria Fiore”.

1997

Campea di Miane (TV) “Saletta sul Roccolo”.

1998

Eriçeira, Spagna “Al Mulino a Vento”; Schio “Galleria Niselli Arte”.

1999

Bassano del Grappa “Palazzo Roberti”.

2000

Vasto (CH) “Sala Municipale Esposizioni Palizzi”.

2001

Bassano del Grappa “Chiesa dell’Angelo”; Asiago “Galleria Asiago”.

2002

Valstagna “Museo Civico A. Parolini”.

2003

Kupferzell (Stoccarda) “Galleria Reichert”.

2004

Sparti, Kelemata, Pirgos (Grecia) “Arte in Tour”.

2005

Marostica “Castello Inferiore”.

2006

Torrelavega (Spagna) “Sala Esposizioni Mauro Muriedas”; Santillana del Mar (Spagna) “Museo Jesus Otero”.

2008

Bassano del Grappa “Chiesa dell’Angelo”.


PER CONTATTI : info@sartorangelo.it


BONATO ORFEO

UN ARTISTA BASSANESE

DEL TUTTO PARTICOLARE

di Vasco Bordignon

 

NOTE GENERALI

Per tratteggiarne un profilo, se pur scarno, ho bisogno di ascoltare chi lo conosce da tanto tempo, fin dall’infanzia,  come Adriano Bergozza, scultore di grande valore, e anche chi lo conosce da un po’ di tempo dopo,  come un altro artista  di spessore (anche se non lo vuol sentire) come Antonio Padino, esperto della tecnica della microinfusione in generale.

Adriano Bergozza conosce Orfeo Bonato per puro caso, nel 1954, nel reparto di chirurgia dell’ospedale vecchio di Bassano: Adriano che ha 8 anni è stato operato di appendicite acuta, Orfeo che di anni  ne aveva 4 di più, vi era arrivato per cucire il pollice che sotto una pressa aveva lasciato tra gli ingranaggi una falange. Quindi Orfeo, nato il 6 marzo del 1942, già a dodici anni era già occupato presso una ditta meccanica e in quegli anni,  successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, erano numerosi  i ragazzi che dovevano lavorare a causa delle condizioni economiche famigliari. L’incontro dei due ragazzi divenne un’amicizia perpetua, anche perché il giovane Adriano si era accorto della spontaneità, della genuinità e della semplicità di Orfeo, e anche della particolare vocazione a far sentire la sua voce contro tutto ciò che poteva essere ingiustizia, sopruso, sfruttamento, e quindi evidenziava disprezzo per tutto quello che si identificava con il potere in senso lato e le persone che lo incarnavano. Era quindi aspro, sarcastico contro il potere politico, specie quello di “destra”, il potere economico, in specie le multinazionali, e contro il potere religioso, papa e preti compresi.

Orfeo poi si dimostrava un acuto osservatore, fornito di una grande memoria visiva in particolare verso la natura che lo circondava: un animale, una lucertola, un insetto, un filo d’erba. Ciò che vedeva lo vivificava, ne raccoglieva l’essenza vitale, ed  imprimeva dentro di sé l’attimo di un movimento, di una postura, di un colore… 

Ad esempio ricordava la pesca dei marsoni nel Brenta (un tempo molto numerosi). Era un rituale ben preciso: con un manico di una scopa e una forchetta, il piron, si allestiva una specie di fiocina che serviva per colpire il povero pesce acquatico, ed una volta infilzato veniva infilato su un filo di ferro che se lo legava alle mutande che così serviva da contenitore delle prede…  Ebbene, del marson,  come vedremo, Orfeo  aveva focalizzato i particolari  sul suo particolare muso e sulla sua coda, coda che prima di esalare l’ultimo respiro effettuava uno strano movimento, in una frazione di secondo, l’attimo di Orfeo.  Come pure una attenzione quasi parossistica sulle mosche: le rappresentava in ogni dettaglio, in ogni posizione con accuratezza anatomica, che mai si stancava di replicare sia stata essa una piccola mosca o un moscone….

Ma anche per un certo periodo si era appassionato ad un oggetto assai frequente in quegli anni nella mani dei ragazzi: la fionda. La fionda aveva bisogno, oltre che degli elastici, anche di uno strumento detto forcella e questa – la migliore – era prodotta dalla naturale crescita dell’orno, che spesso forma delle dicotomie arboree quasi matematiche … Quante fionde sono state costruite!

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Orfeo viveva una sua vita, si dimostrava come un tipo schivo, riservato, introverso. Non andava in bici, non andava  in auto…  frequentava prevalentemente  le stesse persone che lo conoscevano. Tuttavia in varie occasioni, dopo un iniziale isolamento, succedeva che si sentisse a suo agio e allora si apriva, esprimeva la sua naturalezza, la sua semplicità non solo con le parole ma anche con il suo corpo, con la sua mimica… alla Dario Fo.  Così succedeva anche quando con i suoi amici andava a visitare qualche mostra. Dopo un primo periodo di smarrimento, liberava la sua naturalezza, la sua curiosità, la sua sorpresa manifestando una espressione così gioiosa da apparire come quella di un bambino davanti ad una sorpresa, qualunque fosse.

NOTE BIOGRAFICHE ED ARTISTICHE

Orfeo abitava vicino alla Villa San Giuseppe dove vi era allora una folta presenza di gesuiti e anche di laici alla ricerca di consigli, di idee, di comportamenti vista la grande stima di cui da sempre i gesuiti godevano.

Lo zio di Orfeo poi era l’ortolano della Casa religiosa, che disponeva di grandi spazi di terra da coltivare. Lo zio provvedeva a fornire di frutta e verdura la mensa dei religiosi e ciò che sovrabbondava lo faceva portare di buon mattino al mercato settimanale allora al Terraglio dal  nonno di Orfeo. Questi aiutava il nonno nel faticoso e lungo percorso per arrivare al mercato, che già alle quattro del mattino iniziava ad avviarsi con l’arrivo di camion, furgoni e del carretto di Orfeo… che specie di inverno non gli mancava di essere percorso dai brividi del gelo tanto che raccontava che “la pee d’oca ghe tegneva sù le braghete”  che portava!

Dopo l’esperienza meccanica con la perdita di una falange, trovò occupazione in un laboratorio odontotecnico e qui imparò (allora non vi erano corsi di avviamento a quel lavoro) a lavorare la cera e a preparare le protesi … Infatti nella creazione di una protesi è necessario dopo aver ottenuto l’impronta dell’arcata esistente (il negativo), si doveva ricostruire su questo ricostruire quanto mancava: quindi Orfeo, dopo aver scelto i denti mancanti il più possibile esteticamente vicini a quelli reali applicava goccia a goccia cera fluida (riscaldata) che andava a rivestire di un velo sia la gengiva che i novi denti formando un tutt’uno ben fatto e funzionale utilizzando un apparecchio che mimava la masticazione detto masticatorio. Questo lavoro veniva poi rivestito di gesso speciale, e una volta solidificato il tutto veniva fatto bollire in un contenitore. Il calore faceva sciogliere e uscire la cera, lasciando un sottile spessore vuoto poi riempito sotto pressione dalla resina opportuna.

Nel 1963, Orfeo si trovava da 18 mesi a Belluno per espletare il servizio militare di leva, allora di 24 mesi, e nei precedenti due mesi dalla catastrofe del Vajont  Orfeo era stato messo  di guardia sulla diga, già oggetto di attenzione per alcune avvisaglie di smottamenti nelle zone a nord dell’invaso. E anche in quel 9 ottobre Orfeo avrebbe dovuto trovarsi sulla diga, ma il destino volle che il giorno precedente sia stato richiamato a Belluno per scontare un giorno di consegna. Il giorno successivo venne inviato nella zona sinistrata e  per alcune settimane la sensibilità e la fragilità di Orfeo fu messa a dura prova. Tutti i soccorritori furono toccati da questa esperienza. Non si poteva non sentire dentro di sé lo strazio dei resti umani tra un silenzio assordante e un odore di carne che marciva …

Tornato a casa, e al lavoro non riuscì a togliersi di dosso completamente tutta quella rabbia, tutta quella sofferenza di cui si era impregnato … e per parecchio tempo, ogni tanto, di notte, quando non riusciva più a trattenere la tensione, l’affanno, il dolore, raggiungeva l’alveo del Brenta proprio sotto il Ponte Nuovo e lì urlava con quanto fiato possedeva, urlava , urlava, finché piano piano quel fuoco distruttivo si  spegneva…

Tanto che nel 1966, con quella tecnica odontotecnica detta a cera persa realizzò otto formelle cm 10x10x4 in Ag 925, intrise di rabbia, di protesta, di sarcasmo contro tutto e tutti. In questi lavori utilizzò la cera fusa da una fonte di calore qualsiasi, e a goccia a goccia creò a poco a poco persone, volti, mani, scudi, corpi, genitali, ecc. modellati da una lancetta per smussare, togliere, appiattire a seconda delle figure rappresentate.  Un volta completati i quadretti di cera, venivano avvolti di gesso, e poi messi in forno: la cera si scioglieva e restava l’impronta riempita poi da argento liquido.

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A sinistra IL DIAVOLO TENTA LE DONNE. Le donne, a dx, stilizzate, stupite forse da un’espressione ambigua, cercano di resistere alle avance del diavolo che si offre nella sua forma genitale

Adestra LA MAFIA.  A dx il diavolo che uccide i predestinati del sacrificio mafioso, e a sx i volti dei mafiosi.

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A sinistra GLI ESORCISTI. Sono rappresentati dal papa, dal vescovo e da altri alti prelati che stanno eseguendo tutta la cerimonia su un indemoniato posto sopra un tabernacolo. Tra gli esorcisti uno ha il volto coperto dalla maschera usata dia medici nel tempo della peste.

A destra IL SESSO. Vi è un racconto esasperato di tutte le forme del sesso e delle sue realizzazioni più oniriche oggi abbastanza comuni …ammucchiate, sesso orale, autoerotismo, ecc.

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A sinistra SALOTTI BORGHESI. In questo ambiente vengono rappresentati solo i volti, come maschere,  una appiccicata all’altra per sussurrare il loro credo, da orecchio ad orecchio, maschere deformate, irriconoscibili, e le loro grandi mani voraci…

A destra LOTTE STUDENTESCHE. Un povero studente è schiacciato dalla forza e dalla virilità delle forze dell’ordine, che hanno gli attributi grossi e ben in vista, con un grande scudo fornito di una protuberanza appuntita, con coltelli, … I muri sono ovunque coronati di buschi delle pallottole.

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A sinistra CRISTO IN CROCE. Si interroga sui peccati umani e si vede dall’alto della croce morto nella bara posta sotto la croce. Alla scena sono presenti delle guardiew (lance) e spettatori incuriositi.

A destra LA SUA CASA. L’opera esprime uno stato di sofferenza: è lui solo attaccato alla mamma in un ambiente poverissimo, con una stufetta vuota e a dx il padrone (senza volto) che è venuto a riscuotere l’affitto.

L’anno prima, nel 1965 Orfeo si era sposato, e nel 1966 divenne padre di una femminuccia.


Negli anni successivi Orfeo oltre alla tecnica della cera persa iniziò anche a dipingere, con pastelli in cera (gessetti colorati della Rembrant) realizzando vari disegni su carton-cuoio cm 100×70, poi passò ai colori ad olio  e anche alle opere di collage.

Orfeo regalò un suo collage alla scrittrice francese Danielle Collobert [Rostrenen23 luglio 1940 – Parigi, 23 luglio 1978] che, il giorno dopo, gli raccontò di essere rimasta sveglia tutta la notte perché,  ammirandolo, le aveva risuscitato emozioni che col tempo si erano affievolite.

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tre pastelli su carton-cuoio, dimensioni 100×70, non datati e senza titolo

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due dipinti  olio su tela, cm 100×80, non datati e senza titolo

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pastello in carton-cuoio, cm 65×39, senza data e senza titolo

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altri due pastelli in carton-cuoio,  a sx  cm 48×39 senza data e titolo, e a a dx  “Il papa e l’operaio”, datato 1973, cm 46×63.

Sono gli anni anche della scultura in legno (ad es. il cane ), in osso (rane, marsoni), in rame  (rane) o in argento (marsoni, mosche, ecc.).

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A sinistra Cane che abbaia, in legno. cm 40×30 – a destra marson, in legno, cm 7 x2

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scorpione in osso, cm 9×4 

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 a sinistra marson in osso cm 7×3;  a destra un altro marson in osso cm 5×6  

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rana in osso cm 9×4

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marson, fusione a cera persa, cm 8×3

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mosche, sia a x che a sx, fusione a cera persa, cm 4×4 c.

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rane in rame, pezzi unici ritagliati come fossero fogli di carta, ognuno cm 4×1,5 circa


E poi la lavorazione dell’argilla (semirefrattario) senza sapere alcuna tecnica: realizzava degli oggetti ad es. con la tecnica della colombina e attaccava con lo sputo i vari pezzi che realizzava. Non solo, poiché fumava , utilizzava la cenere del mozzicone per stenderla sull’argilla creando una patina con sfumature del tutto particolari.(immagini sottostanti)

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A sx Piccolo totem, in semirefrattario, cm 15×4 – A dx L’urlo, in semirefrattario, cm 50×20

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Bambola, legno e semirefrattario, cm 40×30 

Come si può notare, anche in queste opere si riscontra una sensibilità non codificata, un messaggio ai più incomprensibile.  Ma a lui non interessa granché: lui crea per se stesso, per liberare da se stesso qualcosa che si incarna nella sua opera, e ciò gli dava un senso di felicità, di pace.


Nel 1971, un oggetto ceramico rappresentato da un gigantesco fallo chiuso in una gabbia di legno, creato da Orfeo per andar contro e per contestare le grandi multinazionali della benzina… fu oggetto di un episodio particolare oltre che a non essere stato compreso dai più che hanno intravisto in quest’opera solo un TOTEM. 


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Questa opera, su invito del Circolo Artistico Bassanese o CAB, sodalizio che raccoglieva i massimi esponenti locali delle varie arti,  venne esposta ad una mostra, alla Galleria ILFIORE, allora in Via Schiavonetti, gestita da Umberto Ilfiore. La scultura di Orfeo, senza cattiveria, casualmente, era stata posta accanto ad un’opera del grande Danilo Andreose, maestro indiscusso della scultura locale soprattutto religiosa. Questi entrato nella sala a dare un occhio alla situazione, vista la collocazione della sua opera accanto al “mitico” fallo, urlò a gran voce all’Umberto di tira via .. .”quel casso di opera che fa schifo… “  Ilfiore gli disse che è di Orfeo…ed essendo stato invitato dall’Associazione, non poteva fare nulla.  L’Andreose  allora si scusò e se ne andò indispettito. All’inaugurazione partecipò anche il grande Passamani il direttore del Museo (direttore per dieci anni (1966-1976) a Bassano) persona amabile, colta, signore con tutti, ecc. Cominciò a girare tra le opere, ad osservarle in ogni direzione tra il silenzio degli astanti… Guardò… riguardò… E alla fine, avvicinandosi alla Gabbia di Orfeo, affermò a gran voce  che quel “cazzo” … di Orfeo era l’unico lavoro interessante, innovativo  … Ma non basta. Si avvicinò ad Orfeo e gli disse di farne uno monumentale che lo avrebbe fatto esporre a Milano! (anticipazione di Cattelan!). Andreose restò male, molto male.

(Alcuni anni dopo, nel 1974, Orfeo lo donò al museo dell’Istituto d’arte di Nove dove attualmente si trova)


Dopo l’esposizione del fallo, Orfeo non fu più invitato alle mostre degli artisti bassanesi e, Adriano, per solidarietà con lui, non partecipò più alle altre manifestazioni. Tuttavia non volle che tutto finisse così.  Così nel 1972  organizzò da solo una grande mostra, l’unica a Bassano,  nelle vie e  nelle piazze del centro storico con centinaia di artisti di tutte le tendenze e senza nessuna censura o giuria, anche con anche opere provocatorie. E fu un grande successo.

Nel 1974 Orfeo, dopo aver lavorato per tutti questi anni “soto paron”, si mette in proprio come meccanico di precisione in Via Verci, a Bassano.


Adriano e Orfeo inoltre organizzarono nel 1974 una mostra dell’artista e ceramista Romano Carotti [Civita Castellana (VT) 21-04-1926 – Vicenza 18 gennaio1972], impegnato anche politicamente come segretario della Federazione del P.C.I. di Vicenza, in occasione della festa dell’Unità in prato Santa Caterina.

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Romano Carotti in lavoro nel suo studio [da”Romano Carotti, Antiga Edizioni, 2003]

In anni successivi i due amici, sempre per la festa dell’Unità, realizzarono delle cartelle con opere grafiche, che vendute servivano per creare momenti culturali aperti alla popolazione. 

Nel 1979 per la festa dell’Unità realizzarono una scatola con quattro gioielli in argento (immagini sottostanti) realizzati da altrettanti artisti (Bonato, Bonaldi, Bergozza, Andolfatto). Il lavoro tutto a mano e sostenuto gratuitamente  principalmente dai due amici portò alla creazione di  100 scatole, costate ciascuna nel suo complesso circa 30 mila lire. Furono tutte vendute a 60 mila lire. Il ricavato, cioè tre milioni di lire, era finalizzato alla realizzazione di altre manifestazioni culturali. Invece… In quella circostanza venne invitato a cantare Lucio Dalla e seppero poi che gli fu dato proprio tutto il ricavato del loro duro lavoro …  cioè i tre milioni ! Amareggiati per dire poco non si dedicarono più a quelle iniziative dedicandosi ad altro.

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in alto a sinistra l’opera di Orfeo Bonato e a destra l’opera di Natalino Andolfatto

in basso a sinistra l’opera di Adriano Bergozza e a destra l’opera di Federico Bonaldi

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l’opera di Orfeo Bonato

Poi negli anni ’80, precisamente dal 1980-1986, si dedicò pure, per breve periodo e con poche opere,  all’incisione sperimentando anche la tecnica più difficile, quella a punta secca, nella quale fatta l’incisione sulla lastra, questa non la si poteva più modificare. 

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A sx La famiglia borghese, 1980, cm 23×28 – a dx La prostituta, 1985, cm 12,5×16

Orfeo è affascinato da quello che non conosce, e quindi sperimenta, vuole realizzare sempre qualcosa di diverso, come una continua creazione di se stesso… Orfeo crea solo per Orfeo.  Non gli interessa neppure che la sua opera abbia una funzionalità qualsiasi. Anzi … ad es. è l’unico artista che ha cambiato direzione alle collane: in genere la collana scende dal collo verso il petto della donna, lui invece dal collo la fa risalire, la innalza a mo’ di collo artificiale inamidato delle antiche dame medioevali … ma con altra sensazione.

E a ridosso degli anni 90, iniziò a frequentare un grande artigiano della microfusione, Toni Zonta che,  dapprima in via Zaccaria Bricito (quindi vicino al Brenta) e poi in Prato Santa Caterina,  lavorava l’argento con la microfusione. Ma il viraggio artistico avviene soprattutto dopo aver conosciuto un altro artista Antonio Padino, il quale riesce a sintonizzarsi con Orfeo e a migliorare notevolmente la tecnica della microinfusione, che diverrà il suo migliore mezzo di espressione artistica, tanto è vero che le sue creazioni, dapprima un po’ grossolane, pesanti … con Padino diventarono finissime, aeree, leggere … tanto da sembrare creazioni di Alexander Calder o di Fausto Melotti,  come i precedenti pastelli potevano essere stati lontanamente ispirati a Picasso che lui amava molto come artista.

Negli anni 1991, 1992, 1993, 1994 sia Padino che Bonato partecipano alle Mostre “L’evoluzione nell’arte orafa” allestite a Palazzo Agostinelli.

Nel 1993, su promozione di FerdinandoRigon che aveva ben visto la sua originalità, Orfeo dona al Museo una suo opera, intitolata “Asilo per adulti”, in semirefrattario, cm 60x50x20 (sotto)

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Nella mostra del 1994  a Palazzo Agostinelli Bonato vince il premio per la valenza artistica, e Padino per la valenza tecnica.Queste due opere sono visibili nel Museo Civico.

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Orfeo Bonato – “Fiore”. Collana in oro e argento, lamina martellata e brunita 

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Antonio Padino – Collana in oro gialla. Microfusione in un unico pezzo.

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foto della premiazione

[da sinistra a destra: FERNANDO RIGON, Consulente Museo Civico di Bassano, GIUSEPPE GRASER, Presidente Nazionale Artigiani Orafi CGIA, TOMMASINA ANDRIGHETTO, Ideazione e realizzazione della mostra; ANTONIO PADINO, ORFEO BONATO, e ADRIANO DEL VESCO, Assessore Attività  Economiche di Bassano]

Potrebbe essere il lancio artistico per Orfeo, ma Orfeo, come detto crea per Orfeo, per se stesso. Non ha in se stesso la forza di farsi avanti, di farsi conoscere. Ha bisogno di una finzione, deve essere un altro a sostituire se stesso. Per questo incaricava il suo amico Adriano a contattare la galleria d’arte, a stabilire un incontro per mostrare le sue creazioni.

Così nel 1995 è stato per il primo contatto con la Galleria Marjke Vallanzasca di Padova. Partì con la R4 di Adriano con cinque-sei borse di plastica, tipo quelle della spesa, nelle quali metteva  4-5 opere avvolte in una qualsiasi carta.   Giunti alla galleria, il titolare si accorse che la voce del telefono non era quella di Orfeo… Ma Orfeo, lo distrasse, mostrando le sue opere, e si creò lo stupore e l’innamoramento … è fu la mostra dove Orfeo vendette un pezzo! (come detto). Orfeo partecipava alla mostra non per piacere agli altri, ma a se stesso. A lui non interessava la valutazione di un altro artista, né di vendere la sua opera. Non ha mai messo in vendita nessun suo oggetto … Ma un pezzo in quella mostra venne venduto contro sua voglia. Infatti aveva posto un prezzo altissimo proprio perché a nessuno venisse il desiderio di comprarlo… Ma un signore lo comprò…  Era una collana denominata “Pene d’amore” realizzata con penne in oro e in argento. Egli raccontava in questa come nelle successive realizzazioni delle emozioni, dei riflessi poetici… tanto che Adriano lo definiva il poeta dell’oro. Saputo della vendita, Orfeo stette molto male, fu molto dispiaciuto che una sua creatura fosse in mani non sue  e così … poco dopo ne fece un altra uguale, tutta per se stesso (vedi sotto)

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“Pene d’amore”. Collana in argento brunito con inserimento in oro, lamina martellata a mano.

Anche negli anni successivi fino al 2000 partecipò in questa Galleria alle mostre annuali assieme ai più grandi orafi europei contemporanei.


La stessa gallerista, nello stesso 1995, lo invitò a Milano allo Showroom Baleri del gioiello contemporaneo. Ma come fare se Orfeo era un tipo schivo, non andava in bici, non andava in auto … Lo portò allora Antonio e come arrivarono a Milano con tutta la sua vita, con tutto il suo movimento, con tutte le sue bellezze… Orfeo diventò incontenibile nella sua gioia di vedere tutto quanto gli era intorno, tutte le cose da scoprire … in una continuità di emozioni, di meraviglie…. Come accadde quando Adriano ed Antonio lo portarono a Venezia a visitare il Guggenheim : qui Orfeo perdette la sua ritrosia e diventava un bambino che si divertiva a soffiare sulle opere di Calder per vederle in movimento….

Nel 1996 per la festa patronale di Bassano del Grappa esegue l’immagine del San Bassiano, in china.

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Nel 2001 gli orafi più famosi di Padova quali Giampaolo Babetto, Mario Pinton e Francesco Pavan, che negli anni precedenti avevano avuto modo di conoscere ed ammirare le opere di Orfeo con le mostre di Padova , vennero a vedere i suoi lavori nel suo laboratorio di via Verci,  e  gli proposero di presentarli alla Mostra di Monaco, come rappresentanza dell’Italia, vista l’originalità degli oggetti. La mostra di Monaco rappresentava una delle più importanti del mondo, dove affluivano praticamente tutti i direttori dei musei del mondo, e dove tutti gli orafi più importanti  del ‘900 trovarono il trampolino di lancio per affermarsi.  Antonio si propose di far tutto lui, di inviare i pezzi, di portarlo a Monaco ecc. Lui non doveva fare nulla. Orfeo disse di sì. Ma questo sì ben presto divenne il chiodo fisso, un’ossessione, un ostacolo insuperabile, un muro che lo schiacciava pesantemente … Non respirava la notte, non dormiva più, … e  così il mattino dopo contattava Antonio  e rifiutava l’offerta , rifiutava ogni coinvolgimento … Perché? aveva il terrore di perderli (i suoi lavori), la paura di non vederli più… ma nella realtà era lui che non voleva essere protagonista di quella mostra, non voleva essere sotto i riflettori, non gli era   congeniale essere al centro di interesse, e ciò lo faceva soffrire… terribilmente.


Nel 2001 Orfeo con il suo amico Antonio  venne invitato alla mostra “Il Valore della Mano” in occasione dei “Cento anni di evoluzione dell’Artigiano Orafo” ed la sua creazione ebbe  l’onore della copertina della brossure dell’evento.

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Collana “Filza”, in argento, fusione a cera persa, 1980.

Orfeo, poi nel 2002, ebbe il desiderio di far vedere le sue opere al signor Giovanni Ometto allora direttore della rivista L’Orafo Italiano e della casa editrice Aurum sita a Zurigo, in Svizzera, oltre che un grande collezionista di gioielli contemporanei. Questi era un grande omone.  Aveva uno studio a Milano ed uno a Vicenza.  Come al solito fece telefonare ad Adriano. “Sono Orfeo Bonato, vorrei farle vedere le mie opere…” Ometto disse di  sì, curioso di vedere queste opere.  Si organizzarono e in data stabilita andarono a Vicenza con diapositive e proiettore e con altre 5-6 borse di plastica con  dentro un certo numero di opere sempre avvolte in comune carta.  Raggiunsero il palazzo dove si trovava il signor Ometto, superarono  3-4 porte blindate (c’era di mezzo oro!) … e arrivarono nello studio … Orfeo depose sul tavolo alcuni suoi lavori,  e Ometto fu subito colpito da una collana, la prese e la indossò … Ometto rimase abbacinato dalle opere di Orfeo, e gli fece la proposta di scambiare 100 suoi pezzi con la stampa di una sua monografia, come già fatto con Babetto e altri.  Ometto però gli disse che prima di confermare questa proposta doveva sentire proprio il parere di Babetto, orafo, professore a Padova di oreficeria.   Il dover essere valutato da Babetto sconvolse Orfeo.  Scattò in un improvviso diniego, si prese tutti i suoi lavori, abbandonò Ometto e se ne andò.

Negli anni successivi  Adriano e Antonio, considerato da una parte il carattere di Orfeo e dall’altra la grande varietà di realizzazioni orafe, decisero di fotografare tutti questi pezzi e realizzarono un CD. Dopo aver effettuato la ricerca degli indirizzi dei Musei di Arte Decorativa più rappresentativi, decisero con Orfeo di inviare a tutti questi Musei il CD delle sue opere, quali ad es. quelli di New York, Londra, Olanda, ecc. Vari direttori gli scrissero che desideravano incontrarlo. Il Direttore del Dipartimento del Museum Albert di Londra rimase entusiasta di questi lavori e lo invitò ad andare a Londra perché voleva conoscerlo personalmente essendo stato emozionato da questi lavori. Quello di New York lo invitò  persino a fare una lezione agli studenti… Orfeo si fece tradurre le varie lettere… poi le mise nel cassetto del comò nella sua camera e … ogni tanto le rilegge… E ciò gli bastava.

Negli anni 2010-2012 Orfeo prosegue la sua vocazione artistica con  alcune opere  dove ricompaiono immagini e concetti già accennati nel passato  ma non così evidenti nella loro complessità interpretativa del suo animo e della sua mente.

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“L’acrobata“, terracotta, argento, fili di ferro, colori acrilici, cm30x30

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Il diavolo“, terracotta, argento, rete metallica, colori acrilici, cm 30×30

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Albero e foglie“,  terracotta, argento, colori acrilici, diametro 40 cm 

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Mosche e pesci“, terracotta, argento, rete metallica, colori acrilici, diametro 40 cm

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Foglie“, porcellana, argento, colori acrilici, diametro 40 cm

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Rana con fiori e farfalle”, fili, fiori e farfalle in argento, colori acrilici, cm 20×20.


Ora Orfeo vive un periodo di distacco dal mondo. Il nostro augurio è che nel suo io ci siano ancora le luci e gli splendori delle sue creature!


Ringrazio di cuore Adriano Bergozza, Antonio Padino e la figlia di Orfeo che mi hanno permesso di realizzare questo lavoro.

VEDI ANCHE IL FILE SUCCESSIVO sull’arte orafa, sulle creazioni orafe di Orfeo Bonato.

Bassano del Grappa, 20-05-2017

 

GINO PISTORELLO detto PISTO

Note biografiche

a cura di Vasco Bordignon

1923 – 29 gennaio – Nasce a Bassano del Grappa in Borgo Angarano da Giacomo e da Amelia Fontana. Dal padre, un abile sbalzatore di rame prenderà l’estro del disegno, dalla mamma, una sarta, bravissima a poetare, quello della poesia.

Dopo le elementari, studia all’Istituto tecnico, poi alla scuola per geometri.

1940 – Appassionato di natura e di libertà, attratto fin da piccolo del volo aereo, anche solo di un aquilone, consegue la patente di volo a vela e così può librarsi nel cielo con un aliante.

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1942 – Siamo nel mezzo della Seconda Guerra Mondiale e a 19 anni viene chiamato alle armi e da allora sarà sempre orgogliosamente un Alpino.

1945 e anni seguenti – Quando torna a casa, il periodo post-bellico è complicato, è difficile trovare un lavoro.  Amici e parenti gli “fanno strada” fino agli sportelli dell’Esattoria della Cassa di Risparmio, a due passi da casa. Qui però cartelle, numeri, conti non gli sono confacenti, si sente ammalare, e allora scappa in montagna ogni volta che sia possibile e qui trova la sua aria pura, rilassante, amica.

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Va via ben presto dall’ambiente esattoriale, fa per poco tempo anche il segretario scolastico, il ceramista e infine trova lavoro come disegnatore litografo nelle Smalterie Metallurgiche Venete [immagine sovrastante, anni ’50] dove viene apprezzato sia per il suo lavoro sia per disegni, scritti, interventi scherzosi sul foglio periodico dell’Azienda.

Intanto inizia a frequentare ambienti culturali, lega amicizie con disegnatori e pittori, ma anche appassionati dello scrivere, della poesia, della comunicazione.

Si diletta nel tempo libero a produrre qualche pezzo di rame, “sporca” qualche tela, si cimenta in qualche poesia sia in dialetto che in lingua.

1951 – 6  giugno. Nasce ufficialmente il C.A.B. , Circolo Artistico Bassanese. I primi soci fondatori furono oltre al nostro poeta-pittore anche i pittori Ennio Verenini e Vito Pavan, i ceramisti Federico Bonaldi e Romano Carotti,  gli scultori Danilo Andreose,  Toni Fabris e Sergio Schirato, la tessitrice Renata Bonfanti, l’intarsiatore Andrea Remonato. 

1952 – Espone alla Biennale Nazionale di Novara, selezionato con altri 21 espositori da una giuria composta da Casorati, Sironi e Carena.

1953 – 27 giugno. Si sposa con Giovanna Rodeghiero, la sua Giannina.

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1961 – Pubblica Strissi e ciacoe, stampato dalla Tipografia Vicenzi di Bassano. 

1964 – Viene invitato a partecipare alla Biennale di Venezia per le Arti Decorative con sei smalti su rame, che emigrarono in Australia con il loro acquirente.

Da qui inizia ad essere certo che la sua vera strada sia quella dell’arte.

1964. 17 dicembre. Troviamo Gino Pistorello nelle cronache dell’allora Coro A.N.A. Montegrappa Bassano quando componenti del Coro ebbero  l’idea di fare una serata che non fosse solamente una monotona esecuzione di cante alpine: pensarono così di raccordare tra di loro le varie canzoni con una storia raccontata da due “veci alpini” che rievocavano le molte notti trascorse di Natale con ricordi della propria vita. La serata venne chiamata “La leggenda di Natale”. I racconti fra i due “veci” magistralmente interpretati da Gino Pistorello e da Primo Luigi Soldo furono alternati ai brani eseguiti dal Coro. Fu un grande successo.

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Troveremo poi il Pisto molte altre volte sia partecipando con la declamazione di sue poesie in vari concerti del Coro, come pure in vari incontri conviviali dove non mancava di esprimere la sua verve poetica e ironica.

1966 – Si classifica secondo al concorso triveneto di poesia dialettale “Il Grappolo d’oro” di Bardolino, con lo pseudonimo di ”Alpino”.

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oggetto in rame e smalti, cm 16×8

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paesaggio natalizio, piastra in ferro e smalt, cm 10×10

Fine anni ’60 – Lascia il lavoro alle Smalterie, compra un forno e si mette in proprio producendo ora smalti, ora qualche pezzo di ceramica, un dipinto, ecc. e anche qualche composizione poetica, che di tanto in tanto inviava ad un concorso,  e non tardarono ad arrivare i premi.

1970 – Riceve il “Premio Abano” di poesia presieduto da Diego Valeri. Lo stesso Valeri consegnandogli il premio gli fece un lusinghiero commento, paragonandolo all’affermato poeta veronese Berto Barbarani.

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1971 – Pubblica Poesie per il Lions Club, Grafiche Moro, Cassola.

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la “mitica” foto fo Giovanni e Orlando Zanolla

1973 – 29 gennaio. Da questo giorno del suo cinquantesimo compleanno non si raderà più la barba che diventerà una imponente cornice al suo volto.

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una pagina dell’invito alla mostra 

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piccione, olio su tela, cm 40×50 (1973)

1974 – 16 febbraio. Viene inaugurata alla Galleria d’arte ILFIORE  una mostra di 15 suoi quadri, descritti nella presentazione “Quindese tee sporcae dal Pisto”.

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1974 – Pubblica Poesie, stampato dalla Tipolitografia Minchio di Bassano, dove i testi poetici sono resi più piacevoli alla lettura (come scrive G.P.) dalle opere di Borghi, Bosco, Brado, Breggion, Dalle Molle, De Poli, De Rossi, Domestici, Fedetto, Fiocchi, Furlan, Galuppo, Magnolato, Maso, Pavan, Salmaso, Voltolina e Zanellato. Il libro è senza data, ma comunque è del 1974.

1975. Da questa data Gino Pistorello abbandona del tutto rame e smalti, probabilmente per l’inizio della malattia alle mani (artrite reumatoide), che gli impedisce  tanti movimenti.

Si lascia coinvolgere allora pienamente dalla poesia che diventa tutt’uno con se stesso e con le sue emozioni, con la sua sensibilità, con il suo io più profondo, più radicato forse a quel mondo che stava piano piano scomparendo, transitando da un mondo agricolo al mondo industriale e quindi dalla scomparsa, in generale, dei valori umani solidaristici propri del mondo sociale rurale ad altri molto più egoistici e individualistici della competitività industriale ed economica.

1977 – Primavera. Prende il via la prima edizione del premio “Aque slosse”, idea nata da Eusebio Vivian, nell’autunno del 1976 per valorizzare le lingue parlate dalla gente, cioè i dialetti, in particolare quelli del Triveneto.  Il nome “Aque slosse” nasce sia per provocazione che per metafora da una fonte jodo-salino-solforosa della collina bassanese da tempo abbandonata.  Infatti l’”aqua slossa” è un’acqua stagnante, maleodorante ma ricca tuttavia di fermenti vitali, come lo sono anche le nostre tradizioni.

Gino Pastorello è il primo commissario di questa manifestazione e lo farà per altre due volte

1977 – Per il Giornale di Vicenza pubblica ogni settimana, la domenica, una poesia.  E non sempre al sabato sera l’aveva portata al giornale. Allora come scrive Roberto Cristiano Baggio bisognava un po’ supplicarlo altrimenti lo spazio dedicato nel giornale sarebbe rimasto vuoto. Brontolando si ritirava allora in casa e dopo una mezzora usciva con la poesia!

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1979 – Esce la raccolta 52 Domeneghe, pubblicato a Milano dai Fatebenefratelli.

1992 – Natale. Espone al Pick Bar una serie di acquerelli. Gli acquerelli, per la loro scorrevolezza, restavano la sua unica risorsa artistica perché a causa dell’artrite reumatoide le sue mani erano sofferenti e non riuscivano più né a scrivere né a dipingere ad olio.


zz-pisto_-_COMUNE_BASSANO_-_LOGO_---_540X_------_382zz-pisto_-_AQUE_SLOSSE_-_LOGO_---_540X_--------3811995 – L’organizzazione del Premio “Aque slosse” e il Comune di Bassano del Grappa gli conferiscono l’”L’Alfiere d’oro” per la poesia.


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1997 – L’Editrice Artistica Bassano pubblica un’antologia dei suoi versi intitolata “Poesia” con saggi critici di Enzo Petrini e Giandomenico Cortese, che – secondo me – costituiscono gli scritti fondamentali per entrare nella conoscenza di questo uomo, artista e poeta.

1998 – Il Circolo Amici della Stampa di Bassano del Grappa gli conferisce per meriti culturali il premio “Vecchio Ponte” e in tale occasione l’Amministrazione comunale gli consegna una medaglia d’oro con lo stemma della Città.

1988 – Al concorso del Premio Letterario NantoPoesia vince il premio “L’Ulivo d’oro”, ma non poté presenziare alla cerimonia. Venne ritirato da alcuni amici che glielo portarono al pensionato dove si trovava da due anni.

1998 – 2 Settembre muore a Bassano.

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2000, gennaio. Esce per la serie “l’Illustre Bassanese “ dell’Editrice Artistica Bassano la sua monografia firmata da Enzo Petrini, dove viene con grande lucidità analizzato il percorso umano e poetico del Pistorello.

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2003, dicembre. Il Comune di Bassano del Grappa e l’Accademia Aque slosse ricordano il grande poeta bassanese con la pubblicazione ” “PISTO” Immagini e Poesia tra edito e inedito”. Il libro presenta una preziosa raccolta di poesie, di disegni, di dipinti del “Pisto” fornendo quindi una comprensione più ampia e approfondita della sua arte e della sua poesia.

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2008 – 29 luglio: la Giunta Comunale delibera l’intitolazione “Parco Gino Pistorello”  tra Via Monte Canin e Via Monte Rombon, Quartiere San Vito.

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2009, dicembre. L’Editrice Artistica Bassano pubblica il volume “Io, Gino. Poesie edite e inedite” a cura di Nicola Parolin con saggi di Giandomenico Cortese, Enzo Petrini, Nicola Parolin.

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2014 – 21 marzo: da parte dell’Amministrazione Comunale viene posta in via Gamba una targa in memoria del poeta Gino Pistorello. Purtroppo non è ben tenuta.

“Il luogo, a pochi passi dal Ponte Vecchio, ed il giorno, il primo di primavera, sembrano stati scelti proprio in ricordo di Pistorello che ha più volte cantato, nei suoi versi, i luoghi e le stagioni di Bassano, dando alla città, di volta in volta, una veste di tristezza, di delicata poesia, quando parla della sua Bassano, o di dirompente allegria quando tratta delle feste campagnole o di Carnevale”. (Ruggero Remonato).


Principali Fonti documentali oltre ai testi pubblicati 

L’Illustre bassanese. Numero speciale in occasione della mostra Circolo Artistico Bassanese . 40 anni nell’Arte, 1951-1991.

L’Illustre bassanese, n.63, gennaio 2000: Gino Pistorello. L’uomo e il poeta, di Enzo Petrini.

Vari articoli del Gazzettino e del Giornale di Vicenza

Documentazione offertami da privati

Blu Estate, n.10, 2002. Gino Pistorello: un poeta per amico, di Otello Fabris.

SESSANT’AN DE CANTE A BASSAN – Dal Coro Cai Marostica al Coro Bassano, A cura del Coro Bassano, Grafica EFFE 2, Romano d’Ezzelino,  2008.


pubblicato il 29 agosto 2017 


GINO PISTORELLLO – POESIE 

Nel 1961 e nel 1979 sono state pubblicate due raccolte di poesie, rispettivamente “Strissi e ciacoe” e “52 Domeneghe”.

Le dieci poesie di “Strissi e ciacoe” e venti di quelle presenti nelle “52 domeneghe” sono accompagnate ciascuna da un disegno dello stesso Pistorello. 

Ho pensato di associare disegno e poesia (Vasco Bordignon) 


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pubblicato il 29 agosto 2017


PISTORELLO GINO


POETA ED ARTISTA


APPROFONDIMENTI 


a cura di Vasco Bordignon


RICCARDO GALUPPO, 1974 –

PRESENTAZIONE MOSTRA “QUINDESE TEE SPORCAE DA PISTO”

Presentare Gino Pistorello, nella sua Bassano, è come giocare in casa. Tutti lo conoscono: tutti a bassano sanno tutto di Lui, ne conoscono l’opera e la grande bontà.

Ma Gino mi dice: mi fai due parole?

Con entusiasmo accetto perché il fatto mi onora e perché stimo profondamente Pistorello.

Che dire? parlare del poeta? del pittore?

La complessa, eclettica personalità richiederebbe una preparazione e una autorità che certamente io non ho. Però conosco da lungo tempo Pistorello e questo mi conforta.

Allora, cari amici, ecco il nostro Gino: spazi infiniti, un brevetto di pilota per volo a vela (acquisito giovanissimo), scrivere di gabbiani e venti gelidi, di personaggi quasi sempre raccolti dalla realtà, ricordare un grillo, oppure inventare una notte di luna posseduta e persa.

Ecco qui l’esistenza e la giustificazione dell’operare in arte di Pistorello!

I suoi quadri sono senz’altro una confessione accorata del proprio modo esistenziale: tutto abbandono, melanconia, entusiasmo e amore…

Il segno veloce, tagliente e umoroso di materia racconta storie di tutti i giorni: l’atmosfera dolce e calda della sua Bassano, delle strette vie, delle osterie, degli incontri con la Sua gente; i suoi uccelli così strani, ricchi di colore, ironici (tristi?). Animali inventati, simboli, creature libere da ogni schiavitù anatomica e ovvia; animali di un paradiso che è suo.

Il colore è usato esteso sulla tela bianca senza paura, senza pentimenti di sorta; rivela una chiarezza d’idee e una adesione totale al tema he di volta in volta s’impone come fonte di ispirazione.

La padronanza del mezzo e la conoscenza artigiana (nel senso più antico) nobilitano il suo operare. L’assoluta modestia, la grande sensibilità e l’indipendenza stilistica fanno del nostro pittore una delle voci più autentiche che ci sia stato dato d’incontrare.

Gino Pistorello non usa astuzie o sotterfugi (così cari ai mestieranti di oggi e di ogni tempo). Ricordo un grande angelo  dipinto su una parete di una tettoia della vecchia Bassano, feroce nel tratto, con gli occhi azzurri e grande spada.

Da chi, di che cosa lo avevi messo a guardia? chi stava schiacciando? Qualcuno potrebbe obiettare che … Ma la cosa non è molto grave.

Per quanto sia modesta la nostra opinione, ci conforta il fatto (invero raro) che la vita e l’opera dell’artista Pistorello portano in sé l’autenticità e la profondità delle cose vere.

Le uniche, mi pare, che da sempre giustificano l’esistenza dell’Uomo d’Arte.

Sono certo che gli amatori d’Arte bassanesi apprezzeranno queste raccolta d’opere.



DANILO ANDREOSE, 1974

IN OCCASIONE DELLA MOSTRA “QUIDESE TEE SPORCAE DA PISTO”

Nella difficilissima arte del comunicare, Gino Pistorello si sottrae coscientemente all’influenza degli schemi di una realtà prestabilita per liberare le sue fantasie ricche di sogno e di infinite possibilità di canto.

Nella sua opera pittorica è da prendere in considerazione il rapporto che intercorre fra le cose e i segni, i simboli delle cose, quando si tratta di portare alla luce non il testo, che già appare di per sé, ma l’extratesto che è nell’animo dell’artista con tutte le sue implicazioni poetiche, morali, esistenziali.

Un fatto psicologico quindi che riposa su un principio fondamentale: espressione in cui i termini di realtà e fantasia si confondono.

Espressionismo aspro, pieno di esasperate primitività, mosso da forme rette da un colore fatto di contrasti vivi, e spesso stridenti, immagini concrete e astratte a un tempo, ricerca dei valori umani e dei sentimenti con la potenza istintiva di un temperamento autentico che in una figura, in un tema religioso, in un paesaggio, non vede soltanto una data composizione di forme, di piani o di colore, ma un’occasione per trascrivere la forza naturale, un’estrinsecazione quasi pagana della propria esigenza interiore.

E così poesia e pittura sono continuamente sollecitate da una umanità drammaticamente vissuta e realizzata.


IL RITRATTO

MITICO VAGABONDO, POETA DEI COLORI


di GIANDOMENICO CORTESE 


da Gino Pistorello, POESIA, 1997

Mitico vagabondo, testimone agguerrito delle contraddizioni del tempo, Gino Pistorello è artista dalla solarità passionale.

“Amo camminare nel vento come un Dio decaduto

che non può resuscitare una cometa

né la fiaba di ieri”.

La sua è la superiore poesia del vivere.

Come dimenticare quegli altri versi, laddove dice:

E’ venuto il vento

ed ha percosso le nuvole

e le nuvole piansero sulle spalle della collina secca

per donarci un fiore.

O ancora, traggo da “Strissi e ciacole” del 1961, quella incredibile “Bassan, çità de vento” dove

“Do anzoli de aria

co’ le trombe de arzento

sonava strane storie in paradiso

supiando pian e forte

forte e pian:

cussì xe nato

el vento.

Ne la gran boca verde de montagna,

che basa el me Bassan,

adesso el sta de casa;

El siga, el sona, el pianze, el supia, el parla;

la foja zala el ninola sospesa,

el suga ‘e strasse de la pora zente;

forsi l’è ‘l fià de Dio

che disegna co’ ‘e nuvole le fiabe”.

Eccolo, Gino Pistorello, il volto e l’anima, in quello che ritengo sia il suo “testamento”, quell’ultimo, immenso desiderio:

“Mi spero che i me fassa,

quando che partirò vestìo de pesso,

un buso, un busetin, sora la cassa

par vedare da morto

un tocheto de çielo.

Me basta poca roba:

magari un quadrateo

grando cussì,

‘na macieta çeleste

su la gran macia nera … “

Col tempo, il ragazzo che scrisse i primi versi, alle elementari, allievo del maestro Matteo Vidale, ispirandosi al volo libero di un aquilone, è diventato crepuscolare, triste di velate malinconie, pur restando in fondo al cuore il poeta del colore, dei mondi incantati dell’innocenza, il cantore di una natura arcadica, capace di esprimere un mondo di dolcezza.

“Macino i miei giorni così

come una pietra

rivolta all’altra pietra

entrambe consunte.

Il grano dell’ inverno

è secco

anche l’erba tace”.

ha scritto di recente, raccontando di come, durante la vecchiaia, l’uomo si senta, ogni giorno di più, solo. E’ il suo rammarico più ripetuto.

Nato a Bassano il 29 gennaio del 1923, sotto il segno dell’ Acquario, figlio di Giacomo, sbalzatore di rame, uomo – ricorda il figlio – capace di “fare miracoli”, e di Amelia Fontana, una donna, ricordata da Gino, “di grande intelligenza, scriveva lei stessa poesia”, bassanese da generazioni, non disdegna di citare, quasi un aneddoto, come un suo avo – era il 1854 – fosse arrivato (a piedi) fino a Cittadella per accogliere ed accompagnare gli “italiani” che stavano per entrare a Bassano.

Se – a credere al Brentari – quella del Pistorello era una delle più antiche famiglie di Bassano, con il “nostro Pisto” finisce una discendenza. Lui viene come i suoi da Borgo Angarano (il nonno teneva al “Borghetto” officina per i carri agricoli). Un po’ di anni dedicati agli studi, a passare i giorni sui libri di scienze, di francese e di algebra e latino, un po’ di nozioni di geometria prima di finire, a 19 anni, militare. Non gli manca neppure l’esperienza all’Esattoria della Cassa di Risparmio prima di passare alle Smalterie Metallurgiche Venete – mitica meta – come disegnatore litografico.

Nel 1953, il 27 di giugno, ormai trentenne, aveva sposato Giovanna Rodeghiero, la “sua” Giannina. Nei primi anni Settanta pianta in asso le Smalterie e si mette in proprio. Compra un forno, comincia a realizzare smalti su rame.

Nel 1964 era già stato invitato alla Biennale di Venezia ad esporre nel padiglione Arti decorative. I suoi pezzi di allora? Tutti venduti in … Australia.

Nel 1970 è tra i vincitori del Premio Abano di poesia. Incontra Diego Valeri.

Dal 29 gennaio 1973, giorno del fatidico 50° compleanno, non si taglierà più quella che sarà una fluente barba. Prima teneva un arguto pizzetto.

Produrrà smalti fino al 1975, dipingerà, creerà qualcosa in ceramica, pezzi messi in mostra nella sua bottega accanto a quelli degli amici, Zortea, Nunzio Zonta, Federico Bonaldi.

Per trent’anni la sua casa sarà nel cuore della vecchia città, in via Menarola, per altrettanti troverà dimora, sempre nell’antica Contra’ del Sole, in salita Gamba, a due passi dal Ponte, entro la cinta del castello, sul colle di Bassano.

Col passare degli anni, quando quella sua mano intelligente ha cominciato a tradirlo e non gli riusciva più di scrivere, di disegnare, a sentirsi capace di produrre arte, è riuscito ironicamente a commentare: “Posso solo guardare un vaso, una campana dove più di trent’ anni prima avevo piantato un nespolo cinese”. Quella pianta era cresciuta fino a superare i 6 metri di altezza, carica di nespole. E’ stata quella segregazione a renderlo velato di soffusa malinconia: una “prigionia”, quasi insopportabile. In queste condizioni non rimangono che i ricordi e la poesia. “Per me – dice Pistorello – la poesia è fatta di immagini (ne abbiamo tutti di immagini)”.

La sua capacità è stata di trasmettere agli altri, in termini e con sensazioni universali, quel suo “essere”, parametri che pur erano del suo campo visivo, ma che sono tali da entrare in sintonia con l’orizzonte di ciascuno di noi. Poeta del colore ha amato Marc Chagal: “Ha sempre raccontato fiabe russe”, mi ha spiegato un giorno. E una sera, davanti al caminetto della sua casa in Contrà del Sole, alla mia domanda se avesse un messaggio da affidare ai suoi giovani della sua città, dopo aver riflettuto alcuni istanti, ha risposto: “Un messaggio forse ce l’ho, quello di invitarli questi ragazzi del Duemila, tutti telematica e informatica, con principale amico il computer, a non trascurare l’ umanesimo. E a loro suggerisco: leggete almeno Leopardi!”.

Bassano è cambiata? Gli ho ancora chiesto.

“Moltissimo” – mi ha risposto – “dal tempo delle ‘vecie strade’ strutturalmente in meglio, ma in essa si è perduto il contatto con la gente. Un tempo ci si conosceva tutti. Oggi non ci si conosce neppure se si abita una stessa casa, se si vive sotto il medesimo tetto. Dove abito io – ha aggiunto – vivono marocchini, persiani, albanesi. La mia casa è ormai multireligiosa: ci sono musulmani, mia moglie è ‘protestante’, io sono l’unico … cristiano”.

Qual’ è il tuo sogno? ebbi a chiedergli, che faresti se vincessi la lotteria?

“Andrei ad abitare in montagna, mi basterebbe anche Rubbio. Non è che disdegno il mare ma mi appare troppo statico, monotono. La montagna invece mi affascina. Mi farei costruire una piccola baita, con un grande camino, tutta a pianterreno (faccio fatica a fare i gradini)”.

Il suo resta un mondo di cose semplici, di tanta dolcezza, un fondo di innocenza, una natura arcaica. Qualche rimpianto?

“Quando ero piccolo avrei pagato chissachè per comprarmi una bicicletta (non ne ho mai avuta una di mia), o per comprarmi i pattini. Ora che potrei comprarmi venti bici e cinquanta paia di pattini sono costretto a stare in poltrona. Come è ingiusta la vita!”.

Non avrà avuto pattini e bici ma nel 1940 era stato uno tra i più giovani piloti “patentati” per il volo a vela, libero di librarsi alto in cielo sull’ aliante.

E’ difficile fare oggi un ritratto di “Pisto”. Gli ho chiesto un giorno di aiutarmi. Mi ha risposto tra il rassegnato e il riflessivo: “Ognuno è quello che è, non si può cambiare. Perché descrivere questi caratteri?” E dopo aver riflettuto, sospirato ancora, ha continuato: “Durante la vecchiaia poi si è sempre più soli”. Un rammarico di nuovo ripetuto prima di sbottare: “Ma si, vorrei essere ricordato come … un amico. E’ la cosa più bella che uno possa sognare”.

In questa verità ritrovo tutto il piccolo, grande “Pisto”, quest’uomo dall’età sempre un po’ imprecisa, un uomo che della vita ha sempre saputo gustare la musicalità. Mite, scherzoso, ironico, delicato artista lirico. Sì, l’ultimo bohemien di Bassano, casa e bottega sul ponte, rude e stravagante, capace di raccontare umori, amori, fede, illusioni, certezze, con l’estasi dell’ eterno bambino, la freschezza e il candore del saggio, la grazia della mitezza, la gioia dell’uomo nuovo. In lui c’è, e traspare, il desiderio immenso di luce, di un’alba, attesa, forse ancora di là da venire. I suoi occhi profondi, ricchi di virile tristezza, le sue mani creatrici, il suo passo cadenzato quasi al ritmo imposto dallo scorrere del Brenta: non sono solo ricordi. Ogni sua opera ha inciso nel profondo. Dal suo cuore sono uscite pennellate d’arcobaleno ad illuminare giorni. I suoi versi, nati spontanei a raccontare tante storie di Bassano, in italiano, in dialetto – la lingua più salda, umana ed incisiva – ma anche in francese, a seconda di come venivano pensati direttamente, cantano e scandagliano valori genuini, vicende autentiche, istanti mai appassiti. Pistorello ha filtrato con la modesta semplicità degli umili le testimonianze che esaltano e fanno autentica l’arte. I distratti lo hanno confuso con una macchietta. Ma la sua battuta, sempre pronta, graffiante, ironica e scherzosa non lascia pace. Un esempio? Quel “More i mosconi, more i cavai, ma i rompicoioni no’ more mai”, non dà scampo. Volete invece un segno della sua delicatezza? pensate alla “Montagna nana”, quella del grillo, che egli definisce il “poeta delle notti d’estate”. C’è un neo, una carenza nel poetare di “Pisto”. Non ha mai raccontato l’amore, una passione per una donna. Per un uomo eclettico come lui, certo è una carenza da capire. Soprattutto per uno che riesce a raccontare, sfiorando la tastiera dei ricordi, a emozionarsi di fronte ai sospiri della vita, ad indicare “quando un omo el xe straco, co’ tuti i ossi roti, el se fa ‘na valiza, che pesa squasi gnente, co’ dentro quatro strasse de sogni e ‘l va”. Malinconico? Macché!. Natura e umanità lo entusiasmano. E’ dissacrante, dirompente la sua .verve satirica. E’ la sua cultura antica della nostra gente, quella più semplice che emerge prepotente. Volti, immagini, luoghi non svaniscono se non per ritornare, unirsi rivivere, insieme in un caldo contatto. Gli “eroi” di “Pisto” sono trasparenti. Non c’è angoscia nemmeno nella morte. Nessuno è mai buffo. Balzac li direbbe: “Sono i capolavori della Commedia Umana … “. Narratore ineguale, poeta a sbalzi, Gino è un uomo fuori dalla storia se è vero che nella storia emergono e prevalgono le figure energiche, i grandi volitivi, i grandi impulsivi, i grandi negoziatori. La storia che lo appassiona è quella che si sgrana sotto, davanti ai suoi occhi. Egli ha narrato sempre se stesso e noi, in lui. All’ arte è sempre ritornato per un diletto personale, anche quando ha ritratto scherzosamente i vecchi amici, i vecchi mestieri, le vecchie contrade fuori dal tempo. Le favole di Tolstoj, i versi di Trilussa, i sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli, che fanno parte della sua conservazione, quasi quanto la saggezza di Totò – che in parte torna in Pistorello rievocata, penso alla mordace satira de “La fabrica dei vermi” – non solo fanno cessare la solitudine, ma infondono una grande, irrinunciabile “nostalgia di pulito”.

E’ stato un personaggio scomodo per questa città, perché no, un grillo parlante (e come il “suo” grillo un poeta per le notti d’estate), solo con una modesta ambizione quella di veder fregiato il suo ormai logoro cappello d’alpino con i sempre promessi – e ancora mai concessi – “gradi” di caporale. Non vorremmo che, come succede per le sue “Careghe de paja”, in questi nostri tormentati giorni “se fruasse anca i ricordi”.

Ha scritto Pistorello, più di recente:

“Smarrite cose

io vi ritrovo oggi

nel grigio

di un giorno senza nome.

Ho scritto sui tuoi sassi

con la cenere

addio”.

Ascoltando Gino Pistorello, artista ed ispiratore di artisti, è facile ricordare con Puskin l’eterna verità: “Siamo nati per i dolci suoni e le preghiere”. Rileggendo i versi di questa antologia di “Pisto” si può ben dire che i nostri limiti possono convivere con le nostre speranze. Forse sarà il mistero dei sentimenti e della bellezza: possono essere vissuti, non spiegati. Ed è per questo che riesce facile rubare a Eutusenko la descrizione che egli fece di Boris Pasternak per ringraziare Gino Pistorello e chiedergli scusa di tante ingratitudini: “Dava l’impressione di non essere un uomo, ma un profumo, un raggio di luce, un fruscio. E chi si accorge di un fruscio in un mondo in tempesta?”.

Giandomenico Cortese

 


GINO PISTORELLO. L’UOMO E IL POETA

di ENZO PETRINI

DA ”Illustre bassanese” – gennaio 2000


Non molto prima che si chiudesse il Novecento se n’è andato Gino Pistorello lasciando qualche messaggio d’immagini fatte di parole o di colori e il ricordo, in chi lo ha conosciuto, di una immedesimazione col suo ambiente nativo e col frammento di umanità di cui lui stesso aveva imparato a farsi specchio ed eco. Pistorello, anzi il Pisto, è stato davvero il cantore moderno di questa nostra città guardata alle spalle dal massiccio del Grappa e affacciata da cento finestre sulla veloce corrente del Brenta. “Bassano la dolce” diceva Giorgio Bocca, quando nel 1942 era allievo ufficiale degli Alpini nella caserma di Viale Venezia; forse la confrontava con le angolature forti della sua Cuneo o si sentiva alleggerito dalle fatiche nella morbidezza di Col Roigo e delle colline ricamate intorno.

Nel ’42 Pistorello aveva 19 anni e nel giro di qualche mese avrebbe avuto anche lui il cappello alpino con la penna nera; poi le vicende di chi lascia la casa con lo zaino sulle spalle, vada come vada. Però il cappello alpino si conserva o si ritrova, come accadde al Pisto quando con quel cappello venne coronata la sua definitiva immagine di cantafiabe vagabondo giorno dietro giorno per i canesei e i saisi delle strade più vecchie della sua Bassano, di qua e di là dall’ antico ponte di legno, che Pisto ben conosceva sin da bambino.

I Pistorello stavano di là dal ponte Vecchio sulla riva destra del Brenta, dove il nonno faceva ilcarrador smartellando sulle tavole e sulle ruote dei carri agricoli a pochi passi dalla casetta dove un bel po’ di anni prima, d’estate, soggiornava Jacopo Vittorelli, un altro illustre cantore di Bassano. I vecchi ricordavano che certe sere dalle finestre aperte, il Vittorelli faceva scuola di poesia a tutto il Borghetto: 

Guarda che bianca luna! / Guarda che notte azzurra! / Un’aura non sussurra / Non tremola uno stel.

Le donne quei versi li cantavano durante le feste, i maestri li facevano imparare a memoria nelle scuole: erano rimasti appesi nell’ aria su in alto tra Ponte Vecchio e Castello: ogni tanto qualcuno provava a tirarli giù in una sera estiva di luna, poi volava via insieme. Già, volare, forse il filo rosso per arrivare al segreto di un uomo che ha costruito la sua poesia come evasione.

Alle elementari Pisto ragazzo aveva avuto per maestro Matteo Vidale, che certamente conosceva la lezione del “fanciullo artista”, cara al Lombardo Radice alla scuola di San Gersolé, quella di Maria Maltoni: composizioni anche in versi si alternavano ai disegni, come quelli che andavano ad illustrare il Calendario della Montesca. Un aquilone in volo fu una poesia di successo dello scolaro Pistorello, un promemoria custodito gelosamente fino alla realizzazione di un sogno, quando nel 1940 arrivò la patente di volo a vela e fu possibile gettarsi nel vento col grande aquilone, con l’aliante.

Ormai era un ragazzo grande Gino, nato il 29 gennaio 1923, con un diploma secondario ottenuto studiando con passione di lettere e di scienze. Il padre, Giacomo, lavorava il rame a sbalzo, era capace di far miracoli, come ricordava il figlio, ma il miracolo vero fu tenersi vicino quel ragazzo ansioso di spazi e scalpitante d’indipendenza, di obbligarlo a imparare il mestiere mentre studiava, a farsi la mano come battirame e ad esercitare l’occhio nel disegno.

Quando i cipressi alti / drento le man del vento / sponcia co’ ‘e ponte / nel scuro de’ ‘a note … / de fora del balcon / mi sento ‘a to canzon.  / Pare / canzon del to marteo … / canzon de ani duri / canzo n del nostro pan / e te torni da mi / cussì / da forte / co’ la man alta par domare et rame / come che ‘el fusse crea / come te fussi un Dio … (PARE)

Anni duri quelli del primo dopoguerra, non c’era posto per il superfluo; Gino sognava una bicicletta, un paio di pattini, ma doveva accontentarsi di averli qualche volta in prestito e tante volte di guardare. Lo consolava, come poteva, mamma Amelia, che era una donna di forte carattere e di vivace intelligenza: è possibile che lei stessa abbia dato al figlio, con qualche esempio, un invito incoraggiante verso il comporre ritmico e l’evasione fantastica .

… anni fa / me mare xe partia / e co’ ea se moria / la vera giovinezza / serta maniera / de misurare ‘l tempo. / La morte de ‘na mare / la xe un strisso / nero sul soe / le paroe se fa dure / e la mente / comissia / a secare i ricordi / del to ritrato / de sora ‘l comodin /  descioà / come un Dio che cascasse … (MARE)

Quando il reduce tornò a casa, bisognava trovare un impiego e intanto non stare con le mani in mano; però le giornate erano corte a lavorare coi modelli della bottega paterna e la resa ancora più corta. Bisognava cercare un’altra strada e a Pisto lo diceva anche la Giannina Rodeghiero che nel 1953 sarebbe diventata sua moglie. Con lei avrebbe trovato casa poco più in su del Ponte Vecchio, lasciando Via Menarola che scende storta dalla Bassano più antica, giù dal Piazzotto dove si faceva mercato secoli prima che venisse costruito il Monte di Pietà con lo stemma a raggi di San Bernardino da Siena. In quegli anni qualcuno deve aver dato una mano al Pisto che era “ciapà mae”, “ciapà pal colo come un secio al bigolo”; si era ricordato di aver tanti parenti e che a chiedere si poteva provare:

… Me barba merican / me impresta mie / el todesco altretanti / la me àmia francese / xe un fià dura de recia / queo de ‘a da Cortina / el russa anzi el ronchesa / ma par sia sempre stato / un fià tiran. / Invesse me zerman / che lavora a Brussèe / prima che ghe lassa ‘a pee / me slonga sinquesento. / Desso che i go tirai / me vardo dentro al specio / a me struco de ocio / e me spio / e rido da mi solo / tanto i’ o sa /che no’ i ga marcia indrio. (PARENTI)

Amici o parenti dovettero fargli strada fino ai banchi della Esattoria della Cassa di Risparmio, però con cartelle, numeri e conti Pisto si sentiva ammuffire, scappava in montagna tutte le volte che poteva e respirava il silenzio a pieni polmoni: Montagna / Mare mia / dess / che se sfassa / l’ultimo dì d’istà, / dess / che s’impissa rossi i fagari / e ingiotie da le basse / taxe ormai / bastarde musiche, / te torni /Mare mia, / vergine ‘ncora / co’ l’antica amicizia del silenzio … (MONTAGNA)

Via allora dall’Esattoria, a due passi da casa, e fuori in periferia, dove ancora c’erano campagne aperte, occupato nelle Smalterie Metallurgiche Venete come disegnatore litografo. Poteva essere quello un porto d’arrivo e di quiete dietro le robuste spalle della struttura industriale, che aveva anticipato i successi dell’incontro tra tecnica e lavoro a Bassano prima della grande ripresa del secondo Novecento. Il disegnatore col pizzetto non tardò a farsi apprezzare non solo per quello che faceva sul banco, ma anche per disegni e scritture occasionali, per interventi di solito scherzosi sul foglio periodico dell’Azienda; però aveva sempre in mente le esperienze fatte col rame nella bottega paterna, pensava di poter passare dall’artigianale all’artistico.

Gli anni Sessanta furono fervidi con assaggi e ricerche in campi diversi, però tutti raccordati da esigenze di impegno artistico creativo, di originale comunicazione espressiva. Aveva molti amici tra i disegnatori e i pittori, tra gli appassionati dello scrivere poetico che avevano dato origine agli incontri e ai premi delle Acque slosse, tra i fedeli alle camminate in montagna.

Non mancavano le riunioni nella casa di Contrà del Sole, la ripida Via Gamba, che dopo il Terraglio corre giù verso il ponte, dove il Pisto si era trasferito da Via Menarola.

Quasi sempre affiorava il motivo del battirame, anche perché qualche pezzo nuovo da far vederePisto ce l’aveva sempre e da solo si domandava se non fosse giusto lasciar perdere il disegno litografico e mettersi a una prova di fondo col rame. Ne parlava con amici del Circolo Artistico Bassanese, di cui era allora presidente lo scultore e ceramista Danilo Andreose; lo incoraggiavano Federico Bonaldi, Vito Pavan, Nunzio Zonta, Zortea.

Pistorello voleva tentare una ripresa dello smalto su rame che aveva avuto grande fortuna nel Medioevo col sacro, poi tra Cinquecento e Settecento col profano ornamentale e con oggetti decorati o graziosamente rivestiti.

Ci voleva mano leggera, ma forte; un disegno nitido e arioso per sostenere il rilievo; il colpo d’occhio sull’insieme e la pazienza per la finitura dei particolari. Pisto già nel 1964 era stato invitato ad esporre nel Padiglione delle Arti Decorative della Biennale di Venezia e finì per concludere che quella era la sua vera strada.

Nonostante la “sua Giannina” avesse fatto a lungo resistenza, Pistorello ai primi degli anni Settanta lasciò l’impegno alle Smalterie, comprò un forno e si mise in proprio alternando agli smalti qualche pezzo di ceramica, talvolta un dipinto di paesaggio da incorniciare, un ritratto.

Di tanto in tanto venivano graffite anche sequenze di versi e un mazzetto venne mandato nel 1970 al Premio Abano presieduto da Diego Valeri. Proprio Valeri consegnò all’autore un diploma accompagnandolo con un lusinghiero riconoscimento, perché lo paragonò al poeta veronese Berto Barbarani, ben conosciuto.

Così di evento in evento si giunse anche al 29 gennaio 1973, giorno del 50° compleanno del Pistocon festa grande e ancor più grande impegno: non tagliarsi più la barba; sarà quella cascata fluente a diventar ornamento caratteristico del personaggio e motivo emblematico dei suoi numerosi ritratti, taluno anche di buona firma.

Non è mai facile ricostruire il percorso segreto di una persona:

Perché / ci son uomini / e uomini … / e ogni uomo ha una voce / ogni barca il suo remo / ogni fiume / il suo mare. (Congedo di 52 DOMENEGHE)

Bisogna leggere e interpretare il libro nascosto per decidere se la conclusione di una esistenza è stata una macchietta o un personaggio, se il suo vero perché stava nel prima o nel poi, cercando di mettere insieme i frammenti di un messaggio. Dal 1975 Gino Pistorello non si occupò più di smalti e di rame; già allora dovevano esserci avvisaglie di quella malattia impietosa che dall’inizio cominciò a corrodere la possibilità di fare con le sue mani. Prese allora a poco a poco il sopravvento, come bisogno esistenziale, la comunicazione poetica che trasformava l’occasione personale o sociale in azione, tuffando nel vissuto e nelle relazioni con gli altri una peculiare qualità del vedere e del far vedere. Sentiva fortemente il bisogno di aprirsi ad un abbraccio per un vigoroso impulso di partecipazione al faticare e al pensare delle vicende umane in cammino verso l’ineluttabile scadenza della morte. Una possibile consolazione? Pisto stesso ne dava un esempio volando libero in giochi di sole e di ombre, in una giornata d’immagini secondo i capricci del vento.

Un campionario delle sue emozioni apparve nel 1977 sul Giornale di Vicenza ogni settimana e ne derivò il volumetto 52 Domeneghe pubblicato a Milano dai Fatebenefratelli. 

Lorenzo Manfré, nella Presentazione del volume Poesie che la Tipografia Minchio stampò a Bassano alcuni anni prima col concorso grafico illustrativo di alcuni amici pittori, definì Pistorello un contemplativo dominato da un “devoto candore”.

“Le nuvole vaganti, il verzicare delle zolle a primavera, una vela incendiata di sole, un petalo rosa che si culla nell’aria sono i motivi semplici ed eterni che più lo commuovono e quasi lo sgomentano, ché lo turba il prodigio di tante caste apparizioni”.

Qui la risorgiva del suo far poesia: Un santo fumegà / el xe poesia / ‘na false ruzenia / ‘na siesa co’ ‘na viola / sconta drento nel core / el specio dei lo oci / le paroe dei colombi / de sora ‘l cornizon / el fiume e ‘l so silenzio / che deventa canzon / un bandieron intrigà / ne l’ albaro del vento. / El resto / el resto no. (POESIA)

Questa poesia non ha un modello, affiora come un altorilievo dallo scalpello che aggredisce la pietra oppure si dispone come il disegno di foglie colorate che lasciano i rami col vento. Che si tratti di leggende o di rievocazioni, di monti o boschi e prati, di insenature lacustri o marine piuttosto di intingere i pennelli nell’olio colloso sembra che 1’autore scelga di preferenza la leggerezza e la trasparenza degli acquerelli, non lavora per l’eternità, ma gioca o ride o piange sulle occasioni. Già le occasioni; ma non è il caso di assidersi sul sofà alto delle Muse, quando basta una bona carega. Di quelle occasioni si trovano tracce per tutta Bassano e più in là a cominciare dal Pick bar del Piazzotto Montevecchio, dove per anni si sono dati convegno pittori locali e foresti, incrociando a gara dipinti e brindisi. In più Pisto era sovente invitato a cene e pranzi, a comunioni e battesimi e sempre lasciava un ricordo, una sequenza di colori, un saluto da riprendere in canto, una composizione da musicare. Erano di solito festose improvvisazioni o riprese di motivi ritmici tipicamente suoi con gli estri e le coloriture giullaresche di chi si era affezionato al modello esterno del cantastorie e dell’amico pubblico, quasi un vivente simbolo collettivo. Poi, da solo con se stesso, cambiava il repertorio e anche la poetica. Diego Valeri, al Premio di Abano, accennò, come modello, a Berto Barbarani, ma quella del veronese è una poetica ben diversa, che ha forme mutuate dai poeti laureati, con coloriture a metà tra naturalisti e crepuscolari, con quadretti distesi sulle sinopie della città scaligera. Pisto non mancò di far omaggio a Sior Berto Barbarani in una sequenza scritta e cantata con un goto in man de recioto, ma è possibile che il Barbarani gli facesse venire in mente il Renato Simoni de La madonnina blu, che quando lui era scolaro veniva recitata a memoria con enfasi patriottica: “In una chiesa non lungi dal Piave … “. La stessa modulazione la ritroviamo nel primo Pistorello, quello ancora stretto alle radici familiari del suo sentire:

Mi qua vegnevo co’ la me nona / dopo la piova de primavera / çercar le viole par la Madona./ Sì me ricordo quel vaso: el gera / macià de verde, col Cristo nero / pa’ ‘l lume soto che ardiva a çera. / ‘Desso me nona l’è in çimitero, / el vaso roto, se che le viole, / e la Madona da drio del vero / coi oci dolçi no’ ga parole. / Pora Madona no, no’ te scondo / un fià de pianto pa’ i dì de sole / che più no’ torna, ma forsi, in fondo, / che passe un anno, un giorno, un mese, / mi lo go sempre quel vecio mondo: / basta sognarle co’ le so siese / basta pensarle senza gnessuna / nova bellezza, senza pretese: / fate de polvare e ciaro de luna. (VECIE STRADE)

Quel “vecio mondo”, il mondo della sua infanzia era lo spartito principale del suo racconto cantato, prima che maturasse con le prove e con l’età una consapevolezza del suo far poesia più alta dei ricordi e degli affetti.

Mi ‘ndavo co’ me mama, / ricordo, dopo scola / verso ‘na montagnola / ‘na s-ciantafora man …. //  La “montagna del grijo” / l’avevo batezada / parché dentro ghe stava / un grijo nero nero.  //  Frugnando ne la tana / co’ un toco de bacheto /  ciapà mi gò l grijeto / e a casa l’ ò portà; e mi la mantegnevo / sta povara bestieta, / dentro de ‘na gabieta, / co’ foje de radicio.  //  Ma un giorno verso sera / no go sentido el canto; /  ricordo che go pianto: / el grijo gera morto, / le sate verso el çielo / dove la prima stela / façeva da candela / a la camara ardente.  //  Go fato ‘el funerale / dentro ‘na casettina / de solfo de cusina / impituria de nero / co’ sora scrito “Grijo … “(LA MONTAGNA DEL GRIJO)

Poi il poeta prende il largo e fa quadro come nell’Alba a Ciosa, là dove “se stua la Brenta /come un baso / su la boca del delta” o si diverte nei capricci de La caccia o de La pipa.

Cresciuto fuori di schemi e di modelli Pistorello era un creativo spontaneo, geloso della sua autonomia, un battitore libero con casuali richiami a rimatori medievali o a qualche tardo poeta ellenistico, ma tutta sua è la trasparenza del vedere le cose, il “candore” di cui diceva Manfré, e irripetibili le modulazioni emotive del rapporto natura-uomini, vita-morte.

Il motivo della morte ha riprese continue, diventa meditazione e racconto:  

Forsi la morte / xe sto nostro andare / coi brassi sbandonai / verso la sera. / Forsi la morte / la xe tuto / e gnente: / un urlo de la vita / el silenzio de un sogno / che se perde.(FORSI)

E’ fatto di struggente malinconia questo congedo solitario dalla sequenza dei giorni vissuti a rincorrere sogni: Quando un omo / el xe straco / co’ tuti i ossi roti, / e’ se fa ‘ na valisa / che pesa squasi gnente / co’ dentro / quatro strasse de sogni / e ‘l va. (DOMAN)

Il traguardo della morte è la carta di tornasole della verità, il finale in passeggiata della carnevalata dell’esistenza, il momento in cui sempre tutti si diventa uguali.

A mi me fa da ridare pensare / che in fondo in fondo semo tuti uguali: / zente de lusso, bechi, cardinali, / servi, paroni, conti, lavandare: / el grasso co’ la pansa in sospensorio, / el re del lardo e quelo del butiro, / el magro che me par ‘na pena biro, / e la ganga che sta a Monteçitorio … //  Ma non vedi dove se va a finire: / ‘na bona ontada d’ojo degli infermi, / quatro sospiri, un s-cioco e ciao, mia cara! //  Vestio de pesso mi, ti de nogara, /  ma soci ne la fabrica dei vermi. (LA FABRICA DEI VERMI)

In poco spazio un dipinto grande, nell’ immaginario, come certi affreschi che si allargano nei sottoportici di vecchi conventi. Cose importanti sono dette sottovoce da Pistorello con un guizzo di luce negli occhi e un accenno di sorriso, vicende di ogni giorno sono messe in mostra come stendardi ricamati in oro di una giostra cavalleresca, mentre i sentimenti profondi e appassionanti come l’amore o la tenerezza rimangono segreti, non possono essere regalati dal cantore al suo pubblico.

Soltanto ora si cominciano a capire le motivazioni della accettazione di Pisto da parte dei suoi concittadini, quelli che lo conoscevano e lo ascoltavano, forse anche per ridere divertiti o per sorridere con garbata comprensione. Leggerlo oggi è un’ altra cosa, perché questo poeta dialettale fa pensare, dà una ricchezza d’immagini così vere che si finisce per appropriarsene. Non tutto di Pistorello è stato conservato, però il più e il meglio è stato raccolto in antologie, mentre in luoghi da lui frequentati resistono alcune carte murali talvolta con illustrazioni che integrano e decorano i testi: il battirame artista fa sempre capolino.

I testi ricapitolano gli scalini di un passato, ma vanno anche sicuri verso il futuro col messaggio di un uomo “dall’età sempre un po’ imprecisa, rude e stravagante, capace di raccontare umori, amori, fede, illusioni, certezze, con l’estasi dell’eterno bambino, la freschezza e il candore del saggio, la grazia della mitezza, la gioia dell’uomo nuovo”, 

Così Giandomenico Cortese nella Introduzione all’ultima antologia del Pisto intitolata, come un umile inchino e insieme lo sventolio trionfale di un vessillo, Poesia (Bassano, Editrice Artistica, 1997).

Il tempo farà le sue prede con l’instancabile rodio sulle coste lasciate dagli uomini dietro di sé, ma resisterà a lungo la struggente dichiarazione d’amore del cantore per la sua città alzando gli occhi su dai saisi e le case e le torri verso il cielo:

BASSAN çità de vento

Do anzoli de aria /  co’ le trombe de arzento / sonava strane storie in paradiso / supiando pian e forte / forte e pian: cussì xe nato / el vento.

Ne la gran boca verde de montagna / che basa el me Bassan / adesso el sta de casa. 

‘Na sberla, sberla bona / supio san / che spaùra i caivi, / che lustra le contrade,/ che sburna su le costole del monte/  scavejando ‘i olivi / e slonga el sbatociar de le campane.

Ne la notte d’inverno, nel camin, / le ciàcole del vento / pare storie lontane. / El sìga, el sona, el pianse, el supia, el parla: / la foja zala el ninola sospesa, / el suga ‘e strasse de la pora zente, / forsi l’è ‘l fià de Dio / che disegna co’ ‘e nuvole le fiabe: un nissolo de gnente / dove se cuna dentro le sisìe.

Come finale sintesi valgono forse questi versi molto limati, dedicati al volatore notturno, al pipistrello (El Barbastrijo), ma con riferimenti sicuramente autobiografici, da confessione con la bocca stirata in un sorriso ma con le lacrime agli occhi:

La rondini xe siore / e le sverna in riviera / ma quando in primavera / le torna nei so gnari / le trova za nel blu / el barbastrijo griso / che ga finio / el so sono / ranicià / dentro ‘l buso de un copo / al riparo da neve / e tramontana / col muso verso tera / squasi ‘l gavesse / la paura del çielo. / ‘L vola da imbriago / come ‘l voesse / descatijare ‘l cao / tuto intriga / del gemo dei pensieri. / Forsi ‘l xe nato / un anzolo / sbalià.

Torna alla memoria il poeta nei suoi ultimi anni, quando aveva maturato nel viso, nell’espressione, nelle parole una figura antica, diventato com’era il simbolo della sua gente e della sua città. 

Enzo Petrini 

GINO PISTORELLO UN POETA PER AMICO

Otello Fabris da Blu 2002 – Estate n.10


Bastava passare verso sera al Pick-Bar in “Piassoto dei socoi” o al bar da “Bisteca” ai gradini della Salita Ferracina per trovare Pisto. Quasi tutte le sere erano questi i suoi luoghi di ritrovo. Così dopo il lavoro qualche passavo a salutarlo. Una chiacchiera, un bicchiere assieme, quattro passi, un saluto e via. In certe occasioni trovavo anche la mogie Giannina, di ritorno dalle spese o dalla messa, che gli faceva compagnia prima di tornare a casa.

Al Pick Gino aspettava il passaggio degli amici, dei pittori Ilfiore, Breggion, Pavan e altri.

Da tempo aveva smesso l’attività di ceramista. A lungo la sua bottega vicino al Ponte Vecchio era stata un posto acaratteristico. Era Gino che la faceva tale.  Quest’uomo con la lunga barba grigia, era ormai conosciuto. Spesse volte aveva rappresentato Bassano , anche nelle televisioni nazionali, con i suoi versi, con le sue battute.

L’avevo conosciuto circa trent’anni prima. Lui era artigiano e io impiegato appena assunto all’Associazione artigiani. Ho cominciato a frequentarlo però un po’ più tardi quando con Eusebio Vivian, poeta dialettale, abbiamo fondato il gruppo “Amissi de ‘a poesia Aque Slosse” e subito abbiamo pensato di nominare presidente questo nostro patriarca. Era l’anno 1980.

“Però ognuno scrive come vuole – mi ha detto un giorno Gino – io non sono maestro di nessuno”. Ma i suoi versi, il suo modo di recitare mi restavano dentro. Non mi ha mai detto quali sono state le sue letture, i suoi “maestri”, ma certamente amava D’Annunzio e Garcia Lorca. A me sembrava  che per qualche sua frecciata, qualche suo verso illuminante, qualche suo atteggiamento, avesse anche un po’ di Ungaretti. Era amico di tanti, degli alpini, dei coristi, dei pittori, dei poeti, della gente. Si sentiva soprattutto un alpino, e non mancava mai alle sfilate degli annuali raduni.  Amicissimo del maestro Piotto, aveva fatto parte del Coro Monte Grappa, con il quale era stato anche all’estero. Coltivava la pittura. Aveva esposto in varie collettive e personali. Nel 1952 alla biennale di Novara  una sua opera era stata selezionata da una giuria formata da Casorati, Sironi e carena. Nel 1964 aveva partecipato alla Biennale di Venezia, per le arti decoratyive, esponendo sei smalti su rame. E’ stato tra i fondatori del “Circolo artistico bassanese”.

Amava la poesia. Anche qui aveva avuto grosse soddisfazioni e grandi riconoscimenti. Quello più di spicco è stato il premio Abano, ricevuto dalle mani del grande Diego Valeri. Altri premi al “Bragosso” di Chioggia, al “Grappolo d’oro” di Bardolino e prima ancora a Predazzo.

E’ innegabile che Gino è stato soprattutto un poeta, dovrei dire il poeta di Bassano. Era logico allora che i bassanesi, che ben lo conoscevano, a volte gli chiedessero qualche verso per un anniversario o per una particolare occasione e lui qualche giorno dopo arrivava con il foglietto scritto.

La riprova di questa sua disponibilità  l’ho avuta, dopo la morte di Gino avvenuta il 2 settembre di tre anni  fa, quando la moglie Giannina mi ha dato alcuni suoi appunti, quelli inediti: tantissime dediche.

Tanti fogli, ritagli, biglietti abbiamo ora che il gruppo “Aque slosse” si sta attivando per riportare tutto al computer; non molte poesie intere perché tante sue composizioni le conservava solo nella memoria.

Per carpirgli quelle che non erano state pubblicate, bisognava aspettare le occasioni speciali, quando le recitava e magari avere un registratore o prendere appunti. Il dialetto è stato il suo grande amore e il percorso dei testi editi assai lungo.

Nel 1961pubblica il suo primo opuscoletto, che contiene una decina di poesie, intitolandolo “Strissi e ciacoe”. Tutta la raccolta viene poi ripresa nella nuova pubblicazione del 1974, intitolata “Poesie”, per i caratteri di Minchio e illustrata da cari amici pittori, come Borghi, Breggion, Fedetto, Galuppo, Magnolato e presentata anche al museo di Milano.

Nel 1979 è la volta della raccolta “53 Domeneghe”, con poesie scritte settimanalmente nel 1977 per “Il Giornale di vicenza” ed infine nel 1997 ecco l’antologia “Poesia, data alle stampe qualche mese prima della sua morte.

Pur essendo stato uno dei primi poeti dialettali, non ha mai avuto l’onore di essere inserito nelle antologie della critica ufficiale, ma lui non ne ha fatto mai un cruccio.

Per il suo modo di affrontare la vita, dal giornalista Giandomenico Cortese è stato definito “L’ultimo bohemien di Bassano”.

Dei suoi vecchi tempi ci ha raccontato tanto quando certe sere ci trovavamo a casa di Eusebio Vivian sulle colline delle Acque, per programmare gli incontri, le iniziative, le recite, il premio di poesia “Aque slosse”. Ci diceva delle sue esibizioni nei grandi teatri del Veneto con gli amici poeti Giano Perale di Belluno, e Emanuele Zuccato di Vicenza.  Di quella serata di gala a Orgiano invitato dal conte Piovene, dove aveva conosciuto Giovanni Comisso e Orio Vergani, e, finita la festa, per un disguido era dovuto rientrare a piedi a Bassano partendo dalla Piazza dei Signori di Vicenza. Di quando a Primolano, perché ormai era notte e il treno non proseguiva fino a Bassano, aveva chiesto aiuto alla polizia stradale per fermare e convincere qualche automobilista a dargli un passaggio fino a casa.

Gino era straordinario e alla sua maniera era di compagnia. Quando penso a lui non posso dimenticare alcuni momenti particolari come quella sera che alla fine di una recita alla Biblioteca comunale di Galliera Veneta, in piazza a mezzanotte si è messo a declamare davanti alla chiesa, alla luce dei lampioni, la poesia in italiano “Il tempio di Dio”: Il tempio di Dio/ era nel bosco/ il tempio di Dio/ è canto  al ruscello/ e nel ruscello stesso/ ovunque era il tempio di Dio/ e le sue colonne/ erano di pietra viva/ e di nubi gli archi/ ma gli uomini stolti/ non lo videro/ e ne distrussero le colonne/ per fabbricarne un altro./ Ahimè! come può vivere/ una grande aquila/ in una gabbiuzza per grilli”. Ed è stata una folgorazione.

Da anni aveva smesso di partecipare ai concorsi, però, finché è stato in salute, è venuto con il gruppo delle “Aque slosse”  alle varie recite, ai vari incontri.

Ma basta pubblicazioni, basta poesie nuove. Negli ultimi anni la sua vena si esprimeva prevalentemente nella satira. Ecco allora le composizioni satiriche di forte attualità, che messe in bella copia dal pittore Nico Lorenzon, venivano appese alle pareti del Pick Bar a disposizione di tutti. La sua era una penna pungente, sapeva avere il guizzo e la sferzata della vera satira. Era un verso che colpiva sia la la politica che i personaggi. 

Non era tanto propenso a dare un suo giudizio alle poesie, ma aveva accettato di far parte della giuria di importanti premi e non poteva certo mancare a quello delle “Aque slosse”. Sapeva subito individuare le poesie valide, per le quali si batteva fino alla fine.

Con sua grande soddisfazione e quasi di sorpresa, ad una festa di San Bassiano, l’Amministrazione comunale conferisce a Gino Pistorello una targa di benemerenza al premio cultura “Città di Bassano”. Nel 1995 l’organizzazione del premio “Aque slosse” e il Comune di Bassano gli assegnano il premio “Alfiere d’oro” per la poesia. Nel 1998, il Circolo amici della stampa di bassano, per i meriti culturali, gli attribuisce il premio “Vechio Ponte” e in quella occasione l’Amministrazione di Bassano gli consegna una medaglia d’oro con uno stemma della città. Infine sempre nel 1998 , gli viene assegnato “L’ulivo d’oro” al premio di Nanto.

Gino a volte sembrava un duro, uno scontroso, ma era invece capace di commuoversi davanti ad un tramonto, al mutare delle stagioni, era un uomo  provato dal dolore, che credeva nei valori dell’amicizia, dell’amore ai patria, della famiglia.

La sua poesia è stata comunicazione di immagine, così come faceva per la pittura, con tratti essenziali, ma il tutto velato spesso con un filo di tristezza. La sua bravura è consistita nel condensare in poche parole la molteplicità dei sentimenti  e delle emozioni che gli pulsavano dentro.

Per la sua alta qualità Gino Pistorello deve essere considerato il vero cantore di bassano. Alcune sue poesie sono state addirittura musicate dal maestro Marco Crestani, e vengono eseguite ancor oggi dai migliori cori del comprensorio.

Oltre alla speranza che i suoi versi inediti possano essere pubblicati quanto prima, sarebbe auspicabile che qualche giovane studente universitario pensasse ad una tesi di laurea su questo importante autore bassanese, per una giusta e definitiva valorizzazione.

(Su un pezzo di carta)

Ho scelto

nella mia vita

un giorno

per il corpo

ed un giorno

per l’anima.

Ma mentre

quello per il corpo

lo dedico

alla buona cucina,

l’altro

lo lo dedico al bere

poiché

ho l’animo

assetato…

di giustizia.

(Ultima poesia)

Amo

camminare nel vento

come un dio

decaduto

che non può

resuscitare una cometa

né la fiaba di ieri.

***

pubblicato 02-09-2017



GIUSEPPE DE FABRIS UN NOVESE


TRA I GRANDI SCULTORI


DELL’OTTOCENTO


di Vasco Bordignon

 

1790 — Nasce a Nove (Vicenza) il 19 agosto da Gioacchino Fabris (fu Girolamo) e da Domenica Moretti, di Treviso. Il “de” anteposto al cognome, conseguenza di una onorevolenza commendatizia o cavalierato,  è attestato solo a partire dall’inizio degli anni trenta. Il padre, nativo di Bassano, si è trasferito a Nove ed è uno dei direttori della Manifattura di ceramiche degli Antonibon. Dimostra fin da piccolo doti artistiche non comuni ma viene ostacolato in ciò dal padre. Giuseppe ha tre fratelli: Girolamo, Marco e Caterina.

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1806 — La famiglia si trasferisce a Vicenza dove Gioacchino va a dirigere una manifattura di ceramiche. Qui Giuseppe frequenta lo studio del pittore Giacomo Ciesa (1733-1820), specialista in “pitture di statue” e di interni,  approfondendo lo studio della figura. Modella per conto proprio, ispirandosi a un’incisione, il Toro Farnese, il celebre gruppo scultoreo antico conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli (come da immagine a lato).


1808 — Nuovo trasferimento del padre, questa volta a Milano, dove è chiamato a dirigere un’altra manifattura di ceramiche. Mentre il resto della famiglia fa ritorno a Nove, Giuseppe rimane a Milano dove si inserisce nell’ambiente artistico, anche quando il padre rientrerà a Nove. Lavora, per mantenersi, nello  studio dello scultore Gaetano Monti (1750-1827), che però abbandonerà non molto tempo dopo, non solo per poter frequentare l’Accademia di Brera ma soprattutto perché si era accorto che il Monti si attribuiva le sue opere.

Svolge un’intensa attività di disegni a colori dell’anatomia del corpo umano.

Modella dei ritratti in cera come pure esegue figurine per vari argentieri milanesi, nonché modelli in creta per degli scalpellini che poi li eseguivano in marmo per la fabbrica del Duomo.

1810 — Ventenne, comincia un’importante attività nel grande “cantiere” del duomo, dove per ordine di Napoleone si lavorava al completamento delle guglie ancora prive delle statue. Sono documentati molti suoi bozzetti per statue poi realizzate da altri scultori.

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1811 — Inizia a scolpire in marmo il San Napoleone martire, la statua dedicata al martire cristiano Neapolis che Napoleone (Ajaccio 15-08-1769 – Isola di Sant’Elena 05-05-1821) aveva voluto a suo nome.  All’Accademia di Brera, dove il De Fabris frequenta il corso di scultura, viene a conoscenza di un programma di pittura che proponeva “L’incontro di Ettore e Andromaca alle porte di Troja”. Questo argomento lo affascinerà in modo particolare, e sarà oggetto negli anni successivi della sua creatività.

1812 — A giugno termina la grande statua del San Napoleone, che, collocata sulla guglia n. 65, è rivolta verso Palazzo Reale, la dimora del viceré d’Italia Eugenio di Beauharnais.

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(Accademia di Brera, cortile interno)

L’11 agosto gli viene conferito il premio per “l’azione semplice” dal presidente dell’Accademia Luigi Castiglioni (Milano 03-10-1757 – Milano 22-04-1832, alla presidenza dell’Accademia dal 1807 fino alla morte). Partecipa poi al Concorso del Premio Italico sul tema: “Coriolano incontra la madre e la moglie”.  Non riceve il primo premio, ma comunque gli viene dato un premio in denaro dal Ministro dell’Interno per i progressi nella sua arte. Prosegue l’attività per il duomo con altre statue. In tre anni ha lavorato, senza sospendere gli studi accademici, a 14 sculture per il duomo, di varie dimensioni e in materiali diversi, dalla terracotta al marmo, dalle piccole dimensioni dei modelli fino al marmo di circa due metri del San Napoleone martire.

1813 — L’Accademia di Brera gli consegna il premio per la scultura “a norma del programma dello scorso anno 1812”. La scultura premiata è Sansone che sbrana il leone.  In data 11 agosto gli viene conferito il “gran premio” della scultura a cui se ne aggiunge un altro “per la sua invenzione” presentata nei concorsi di seconda classe (“Gruppo del nudo in plastica). Il conseguimento del primo premio gli garantisce, oltrechè una particolare segnalazione nell’ambito degli allievi di Brera, la garanzia dell’esenzione del servizio militare.

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1814 — Sposa Camilla Piantanida (Milano 1790 – Roma 1847) figlia di un intagliatore in legno e decide di trasferirsi a Roma, perla  possibilità di conoscerne direttamente sia  l’enorme patrimonio artistico, sia l’illustre e famosissimo scultore Antonio Canova. La lettera di presentazione al Canova è firmata dal Conte Giacomo Mellerio (Domodossola 09-01-1777 – Milano 10-12-1847, grande figura nel contesto politico-ecomomico e sociale di Milano di quel periodo), che oltre ad essere assai vicino al Canova, segue con grande passione l’evoluzione del giovane artista, tanto da sostenerlo economicamente con un sostanzioso assegno triennale. Anche l’Accademia di Milano stimola il De Fabris con una pensione mensile perché a Roma si dedichi allo studio dei grandi maestri del passato.

Prima di partire consegna al Mellerio il bassorilievo Pietà, appositamente commissionato all’artista ormai in partenza per Roma e un Crocifisso (in terracotta,) e altre piccole opere, oggi disperse.

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Gli eventi politici segnano la fine dell’età napoleonica: con la sconfitta di Lipsia, e il trionfale ritorno a Roma di Pio VII (Chiaromonti Barnaba, Cesena 14-08-1742 – Roma 20-08-1823 – Papa dal 21-03-1800) e l’occupazione austriaca del Lombardo-Veneto la storia europea è ad una svolta decisiva. Il viaggio a Roma subisce rinvii fino alla fine del 1814. Poco prima del De Fabris  a Roma arrivano altri due giovani scultori destinati a diventare, con il nostro, i tre più importanti della seconda generazione” neoclassica”: Adamo Tadolini (Bologna 21-12-1788 – Roma 16-02-1868) e Pietro Tenerani (Torano di Carrara 11-11-1789 – Roma 14-12-1869). Anche il padovano Rinaldo Rinaldi (Padova 1793 – Roma 1873) era ormai stabile a Roma dove aveva lo studio – che era stato di Canova – in via delle Colonnette.

1815 — Arriva a Roma il primo giorno dell’anno con la moglie Camilla Piantanida e si stabilisce provvisoriamente nel convento di Trinità dei Monti. Inizia a frequentare la Scuola del Nudo a Palazzo Venezia.  Si origina anche una intensa competizione artistica con Tenerani e Tadolini: Tadolini è più vicino a Canova, Tenerani a Thorvaldsen, mentre De Fabris è più intenzionato a rendersi autonomo, anche per la sua completa indipendenza economica.

[Bertel Thorvaldsen o Alberto o Albrecht T. , Copenaghen 19-11-1770 – Copenaghen 24-03-1844. E’ stato un grande scultore neoclassico. Ha lavorato in Italia in vari periodi (dal 1805 al 1818 – dal 1830 al 1838 – dal 1841 al 1842) lasciando varie importanti opere]

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De Fabris assiste poco dopo il suo arrivo all’assegnazione dei premi dell’Anonimo, istituito da Canova, per i lavori eseguiti nel semestre precedente dagli allievi dell’Accademia di Palazzo Venezia: Tenerani si aggiudica il premio della scultura con l’opera Il Redentore risorto, mentre il pittore romano Giuseppe Della Valle (senza dati) vince il concorso per la pittura, che aveva come soggetto “Milone crotoniate con ambedue le mani incastrate nell’albero e da un leone investito”, soggetto questo che lo impressiona molto, tanto che ne farà oggetto alcuni anni dopo del suo colossale Milone crotoniate.

1816 — De Fabris si aggiudica il primo premio al “Premio dell’Anonimo”, bandito dalla Pontificia Accademia di San Luca. Il premio, una medaglia d’oro del valore di 60 zecchini, era stato istituito da Antonio Canova a beneficio dei giovani artisti. La premiazione dell’Anonimo avviene in una cornice eccezionale, l’11 giugno in Campidoglio, alla presenza delle massime autorità pontificie in coincidenza con la restituzione ufficiale allo Stato Pontificio delle opere d’arte che erano state sottratte da Napoleone a seguito del trattato di Tolentino, e recentemente recuperate da Canova nel suo viaggio a Parigi.   Ai primi di giugno invia in dono all’Accademia di Milano una copia in gesso del Nettuno, come aveva fatto lo scorso anno con una copia de il Polluce, dando così  prova del suo costante progresso nella scultura.

1817 — E’ un anno di grande lavoro: per Giacomo Mellerio porta a termine il marmo dell‘Ettore e Andromaca, precedentemente realizzato in gesso, e per il conte Giuseppe Archinto (Cremona 14-09-1783 – Milano 16-01-1861) il marmo di Venere che scherza con Amore, come pure il Busto di Gian Giorgio Trissino (Vicenza 08-07-1478 – Roma 08-12-1550, uno dei letterati più importanti della prima metà del Cinquecento) per la raccolta della Protomoteca Capitolina commissionatogli, tramite Canova, dai conti Trissino di Vicenza. Oltre ai buoni rapporti con Canova, si consolidano le conoscenze con artisti come il pittore Vincenzo Camuccini (Roma 22-02-1771 – Roma 02-09-1844) , di cui frequenta lo studio, con il pittore Filippo Agricola (Roma 12-04-1795 – Roma 02-12-1857) e con l’incisore e pittore Bartolomeo Pinelli (Roma 20-11-1781 – Roma 01-04-1835).

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da sinistra a destra, Camuccini, Agricola e Pinelli

1818 — Termina e consegna per la spedizione il grande Vaso con il bassorilievo delle Nozze di Alessandro e Rossane, commissionatogli lo scorso anno da Antonio Canova nell’ambito dell’Omaggio delle Provincie Venete. L’opera arriva a Venezia – via mare – nella prima metà di maggio e viene esposta all’Accademia di Venezia assieme alle opere di Canova, Zandomeneghi, Hayez, Roberti, Borsato.

1819 — L’imperatore d’Austria Francesco I d’Austria (Firenze 12-02-1768 – Vienna 02-03-1835), accompagnato dal principe di Metternich, visita Roma. Forse è da collocare in questa data la modellazione del busto dell’Imperatore.

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Il gruppo Ettore e Andromaca, in marmo, arriva a Milano dove viene ammirato prima del trasferimento in villa Gernetto a Gerno di Lesmo (Provincia di Monza e Brianza) (sopra), dove si trova tuttora. De Fabris – accompagnato dalla moglie – intraprende un lungo viaggio che lo porta dapprima a Milano, dove il conte Mellerio lo ricompensa generosamente per il gruppo marmoreo. Lo scultore e la moglie si recano poi a Nove e quindi a Venezia, dove incontrano Leopoldo Cicognara (Ferrara 26-11-1767 – Venezia 05-03-1834, storico e critico d’arte), per fare quindi ritorno a Roma ai primi di novembre. 

1820 — In settembre De Fabris viene  annoverato fra gli Accademici di merito dalla “insigne Romana Accademia di Belle Arti detta di San Luca”. Riceve la visita del conte Mellerio che posa per un ritratto, oggi disperso e che commissiona allo scultore il ritratto della figlia Giovannina.  

Una delle opere più importanti di questo momento, per ora dispersa, è “il gruppo raffigurante Amore che ha ferito Venere, commissionatogli dal principe Esterhazy Nicola II (1794 – 1833), una delle ultime opere a soggetto mitologico realizzate dall’artista, sulla scia della precedente Venere che scherza con Amore.

1821 — Modella in creta e “getta” in gesso la grandiosa scultura Milone crotoniate che espone in un padiglione di legno appositamente eretto nei pressi del suo studio al n. 130 di via Felice: la scultura, che verrà ammirata da un numeroso pubblico anche per le dimensioni colossali fino allora insuperate, vi rimase per oltre trent’anni.. L’artista lavora nel contempo alla sua prima stele funeraria, quella per monsignor Ugolino Mannelli Galilei, già uditore della Sacra Rota per la Toscana, collocata nella chiesa di San Giovanni dei Fiorentini: un’opera di notevole qualità e impegno alla quale ne faranno seguito molte altre nelle chiese di Roma, sempre di committenza ecclesiastica.

1822 — L’Accademia di Belle Arti di Milano lo nomina socio corrispondente. 

Il 16 febbraio muore Giovannina Mellerio, primogenita del conte Giacomo, al quale erano già mancati tre figli e la moglie Elisabetta di Castelbarco. Viene sepolta nella chiesetta della Colombara, dove è stata collocata laPietà che De Fabris ha modellato nel 1814.

Il Mellerio si reca a Roma alcuni mesi dopo allo scopo di predisporre, assieme allo scultore, il progetto di un mausoleo dedicato alla moglie e ai quattro figli.

Da fine marzo a giugno il celebre letterato abate Antonio Cesari (Verona 1760 – Ravenna 1828, membro della Congregazione dell’Oratorio di San Filippo. E’ stato un linguista ed uno scrittore), è a Roma e vi conosce, tramite Canova, anche De Fabris di cui visita lo studio e ammira il Milone e le opere a carattere religioso, comel’Addolorata e il Divin Salvatore. Il 24 maggio De Fabris gli modella dal vivo un efficace ritratto dal quale in seguito ricaverà l’erma in marmo per la Protomoteca Capitolina.

Il 13 ottobre muore, a Venezia, Antonio Canova, per il quale si inizia a predisporre un adeguato omaggio scultoreo.

1823 — Il 31 gennaio si svolgono i solenni funerali in onore di Canova nella chiesa dei Santi Apostoli.

La Congregazione Accademica [di San Luca] elegge il  23 marzo a pluralità di voti il De Fabris in membro del Consiglio. Nella primavera si trova a Venezia per lavorarvi “il Genio” per il monumento da erigere a Canova, nella chiesa dei Frari. Vi resta per alcuni mesi nella città lagunare dove Leopoldo Cicognara ha fatto allestire un modello in legno, a grandezza reale, della piramide sepolcrale che dovrà fungere da mausoleo ad Antonio Canova. La regia di Cicognara è indispensabile trattandosi di un’opera “collettiva”.

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Papa Leone XII (Annibale Sermattei della Genga, Genga (Ancona)  22-08-1760 – Roma 10-02-1829 – Papa dal 5-10-1823

Il 20 agosto muore il Sommo Pontefice.  Il 28 settembre viene eletto il nuovo Papa nella persona del Cardinale della Genga  con il nome di Leone XII. Il cardinale della Somaglia è nominato Segretario di Stato.

Mellerio gli commissiona il monumento ai figli da collocare a Gerno di Lesmo nella cappella della villa Gernetto  (eretta nel secondo ‘700 da Simone Cantoni e ampliata nel 1815 dall’architetto Gianluca della Somaglia) accanto ai monumenti dello zio Gio Batta e della moglie Elisabetta Castelbarco, opere di Canova.

Attorno a questa data De Fabris lavora anche ai busti di Mellerio stesso, della moglie e della figlia, ora dispersi. Ancora di De Fabris una testa di giovane donna cinta di fiori, Maddalena della Somaglia, morta tisica, scultura posta su un cuscino di pietra dietro l’altare della suddetta cappella .

Nell’autunno di quest’anno esegue altri due busti, ora dispersi,  quelli di Maria Luisa di Borbone-Spagna (Madrid 06-07-1782 – Roma 13-03-1824) e di Ludovico I° di Borbone duca di Parma e di Piacenza (Colorno 05-07-1773 – Firenze 27-05-1803). [Si erano uniti in matrimonio nel 1795. Nel 1801 Ludovico  fu costretto da Napoleone ad accettare il trono di Toscana con il titolo di re d’Etruria. Morì due anni dopo per crisi epilettica.  Maria Luisa, dopo le varie vicende napoleoniche e conseguenti trattati tra le parti, accettò solo nel 1817 di divenire la duchessa del piccolo ducato di Lucca]. 

1824 — Modella  una serie di busti delle Eminenze i cardinali Giulio Maria Della Somaglia (Piacenza 27-07-1744 – Roma 02-04-1834decano del sacro Collegio e segretario di Stato, e Placido Zurla (Legnago 02-04-1769 – Palermo 29-10-1834) vicario generale della medesima Sua Santità; e anche  il busto di Monsignor Giovanni Ladislao Pyrker, di origine ungherese, patriarca di Venezia (Nagyláng 02-11-1772 – Vienna 02-12-1847).

1825 — Con il nome di “Mirone Srnirneo” viene ammesso a far parte, a Roma, del “Saggio Collegio di Arcadia”. 

De Fabris esegue il ritratto di papa Leone XII, e lavora inoltre al grandioso Monumento alla contssa Maria Elisabetta Prassede Tomatis-Robilant (Nacque nel 1764 dal Conte Francesco Antonio Maria Ottavio e fu l’ultima discendente della nobile famiglia Tomatis. Sposò nel 1780 il cavaliere Benedetto Nicolis dei conti di Robilant in seconde nozze (era nato nel 1724) che morì nel 1801. La contessa morì nel 1824 senza eredi) e al Monumento al Cardinale Lorenzo Litta (Milano 23-02-1756 – Monteflavio 01-05-1820). 

Partecipa con alcune incisioni (tra cui quella del Milone) alla “Mostra degli artisti bassanesi”, organizzata a Bassano in occasione della visita dell’imperatore Francesco I.

1826 — Lo scultore sta lavorando, in questa fase, al grande Genio per il Monumento a Canova da collocare ai Frari: il marmo viene ultimato tra settembre e ottobre, e spedito via mare a Venezia.

1827 — Il 2 giugno viene inaugurato a Venezia, nella chiesa dei Frari, il Monumento a Canova: per l’occasione esce a stampa un importante volume esplicativo dell’impresa.

Bartolomeo Malacarne (Vicenza 27-12-1782 – Venezia 07-01-1842, architetto e urbanista) si reca a Roma e fa visita a De Fabris: probabile che il tramite di questo incontro sia il conte Girolamo Egidio di Velo (1792 – 1831, nobile vicentino,  archeologo dilettante e appassionato collezionista di antichità greche e romane), allora impegnato negli scavi archeologici alle Terme di Caracalla (non è da escludere che in questa occasione si siano gettate le basi del progetto per un monumento a Palladio).

1828 — Ha l’incarico da papa Leone XII di erigere il monumento a Canova da collocare in Campidoglio. L’artista si impegna alla consegna entro quattro anni.

Muore a Ravenna l’abate Cesari.

de_fabris_-_papa_pio_viii_foto_-340x_----_Documento81829 — Il 10 febbraio muore Leone XII. 

Il 31 marzo viene eletto il nuovo papa, Pio VIII (Castiglioni Francesco Saverio, Cingoli, località del maceratese  20-11-1761 – Roma 30-11-1830 – Papa dal 5-04-1829). Nel marzo è al lavoro per tradurre in marmo il Busto dell’abate Cesari che il De Fabris aveva modellato nel 1822. In settembre porta a termine il Busto del cardinale Giuseppe Albani (Roma 13-09-1750 – Pesaro 03-12-1834), segretario di Stato di Pio VIII. Porta a termine, dopo alcuni anni di lavoro, il grande monumento dedicato alla contessa Prassede Tomati, in Sant’Andrea della Valle.

Il 13 dicembre è eletto reggente per il 1830 alla Congregazione dei Virtuosi del Pantheon. 

ln data 22 dicembre viene nominato, assieme ad Antonio Minardi, sovrintendente della Galleria dell’Accademia di San Luca dove sono conservate importanti opere d’arte, tra cui i ritratti degli accademici e un importante nucleo di terrecotte seicentesche.

1830 — Il 20 novembre, dopo un pontificato di un anno e mezzo, muore papa Pio VIII.

Vincenzo Camuccini dipinge il ritratto di De Fabris e lo scultore ricambia scolpendo in marmo il ritratto dell’amico pittore. Il poeta Angelo Maria Ricci (Mopolino, L’Aquila 24-09-1776 – Rieti 01-04-1850) pubblica le sestine scritte per la Najade di De Fabris, una scultura attualmente dispersa: a sua volta la scultore scolpisce i ritratti del letterato e della moglie Isabella, morta l’anno prima, oggi al Museo Civico di Rieti.

Lavora al monumento per la sorella di monsignor Nicola Maria Nicolai (Roma 14-09-1756 – Roma 1833, letterato, archeologo, economista), Maria Nicolai, da collocare nella chiesa di Frascati, dove appare una delle prime immagini dell’Angelo custode, in sostituzione del Genio di derivazione neoclassica.

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1831 — Il 2 febbraio, dopo un lunghissima conclave, il bellunese Bartolomeo Alberto Cappellari è eletto a papa con il nome di Gregorio XVI (Belluno 18-09-1765 – Roma 01-06-1846, Papa dal 6-02-1831). Il giorno dopo la sua nomina scoppiano i moti rivoluzionari di Modena e il giorno 5 è la volta dei moti di Bologna, che saranno soffocati con l’intervento austriaco il 26 maggio.

Proprio in quel frangente, De Fabris esegue il primo dei molti ritratti del pontefice.

È nominato da Gregorio XVI coadiuvante di Antonio D’Este (Burano, Venezia1754 – Roma 1837, scultore, restauratore, allievo e aiuto del Canova, direttore dei Musei Vaticani dal 1822 fino alla morte). Il 28 maggio l’erma di Antonio Cesari è posta in  Campidoglio, in seguito al permesso concesso dal papa. Il primo di settembre muore  all’età di 76 anni a Nove il padre dello scultore, Gioacchino Fabris (Bassano 17-08-1755 –Nove 01-09-1831).

1832 — È nominato – in conseguenza del ruolo dirigente ai Musei Vaticani – consigliere nella Commissione Camerale Consultiva di Belle Arti e Antichità. Nei giorni 16, 17 e 18 ottobre, in occasione della festa di San Luca, patrono degli artisti, espone all’Accademia di San Luca il Ritratto di Gregorio XVI entrato a far parte della collezione.

1833 — Ai primi dell’anno si reca a Napoli chiamatovi dall’architetto  Pietro Bianchi (Lugano 26-03-1787 – Napoli 06-12-1849, anche ingegnere e archeologo) che lo incarica di realizzare la statua di San Marco Evangelista da collocare nella chiesa ormai ultimata di San Francesco di Paola.

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Nella sua veste di Reggente alla Congregazione dei Virtuosi al Pantheon, De Fabris diventa protagonista di uno degli “eventi” più eclatanti di quel tempo: il ritrovamento delle spoglie di Raffaello Sanzio (Urbino 06-04-1483 – Roma 06-04-1520, genio dell’arte rinascimentale), sepolto all’interno di Santa Maria ad Martyres (il Pantheon) ma della cui collocazione precisa si erano perse le tracce. Dopo 5 giorni  di lavori iniziati il 9 settembre le ricerche ebbero esito positivo. Il l5 si apre la cassa e De Fabris invita Vincenzo Camuccini, lì presente, a “ritrarre in disegno le spoglie dell’immortale Raffaello”. Il 18 ottobre lo scheletro viene ricomposto entro un sarcofago donato da Gregorio XVI.

1834 — II 28 ottobre il cardinale Placido Zurla muore a Palermo durante una visita pastorale. II papa incarica De Fabris di eseguirne il monumento funebre.

1835 — II 2 di aprile muore il suo amico Bartolomeo Pinelli, che aveva inciso per De Fabris sia il progetto per il Monumento a Canova sia il Monumento Tomati Robilant. De Fabris porta a termine il Monumento al cardinale Placido Zurla.

1836 — Lavora al Monumento di Leone XII voluto da Gregorio XVI in segno di riconoscenza per averlo fatto cardinale. L’opera viene solennemente inaugurata il 22 dicembre alla presenza di Gregorio XVI.

1837 — Il 2 febbraio ha luogo l’inaugurazione del Museo Vaticano Etrusco voluto da Gregorio XVI, dove il De Fabris vi ha svolto un ruolo non secondario. Per l’occasione viene collocato nell’emiciclo del Museo il busto di Gregorio XVI scolpito da De Fabris con alcune varianti rispetto a quello del 1831.

Riceve l’incarico dal conte Rudolf von Lützow (Salzburg, Austria 04-06-1779 – Monza 28-10-1858, ambasciatore d’Austria presso la Santa Sede dal 1826 al 1848), di scolpire il Busto dell’imperatore d’Austria Ferdinando I.

In giugno viene incaricato di dirigere le operazioni di organizzazione del “nuovo Museo Gregoriano Egizio”.

Il colera provoca migliaia di morti in città: il 13 di settembre muore, a causa dell’epidemia, il direttore dei Musei Vaticani Antonio D’Este.

Il 14 settembre riceve la nomina di Direttore del Museo Vaticano subentrando al defunto Antonio d’Este, godendo del soldo, onori, e privilegi annessi a tal carica.

Riceve l’incarico, da parte del Comune di Vicenza, di scolpire il Monumento ad Andrea Palladio da collocare nel Cimitero Monumentale.

1838 — Il 2 febbraio, ricorrenza dell’elezione a papa, presenta a Gregorio XVI un complesso omaggio in cui il pontefice è raffigurato “assiso in sedia gestatoria e vestito degli abiti pontificali in atto di impartire la benedizione”. Viene nominato direttore dei Musei Vaticani.

De Fabris, dopo l’ultimazione del Museo Etrusco, lavora senza pause al riordino del museo Egizio.

Ultima il modello della statua colossale di San Pietro destinato inizialmente alla basilica di San Paolo.

Fa dono alla Congregazione dei Virtuosi al Pantheon del Ritratto che Vincenzo Camuccini gli aveva fatto nel 1830 e che doveva essere destinato alla collezione dell’Accademia di San Luca, dove invece confluisce la copia eseguita dal pittore Sotta: ai “Virtuosi”, nella stessa occasione, dona anche una copia in gesso del Busto di Gregorio.

In dicembre muore la madre dello scultore, Domenica Moretti, all’età di 82 anni (Treviso 13-03-1756 – Nove 28-12-1838).

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1839 — Lo scultore accompagna la regina Maria Cristina di Borbone, regina di Sardegna “colla sua corte” nella visita ai Musei Vaticani. In questa occasione  è probabile che abbia avuto  l’ultima importante committenza di carattere religioso, la trasposizione in marmo della Deposizione dalla Croce in gesso[Maria Cristina di Borbone, regina di Sardegna: Reggia di Caserta 17-01-1779 – Aix-les-Baines 11-03-1849. Figlia del re di Napoli Ferdinando IV e di Maria Carolina d’Austria. Nel 1807 sposò a Palermo l’allora Duca di Genova divenuto nel 1821 re di Sardegna  con il nome di Carlo Felice. Nei periodi estivi dimoravano principalmente nel Castello Ducale di Agliè,Torino, almeno fino al 1831 anno della morte di Carlo Felice].

In questo periodo ha l’incarico di restaurare uno dei più importanti monumenti antichi d Roma imperiale: il basamento della Colonna Antonina, un lavoro che si protrarrà fino al 1845.

1840-1842 —  Si dedica al lavoro di sistemazione del palazzo del Laterano, destinato a raccogliere una parte delle collezioni di scultura antica e di pittura rinascimentale.

1843 — Il Monumento a Palladio è ultimato in marmo entro il 1843.

È impegnato nei lavori di restauro dell’interno della chiesa di Santa Maria dell’Anima.

In vista del viaggio che lo porterà l’anno dopo in Veneto (a Vicenza, a Nove e a Belluno), scolpisce il Monumento ai genitori e il Monumento al parroco Contri, entrambi da collocare nella chiesa parrocchiale del suo paese natale.

1844 — Il 14 gennaio viene eletto vicepresidente dell’Accademia di San Luca.

L’11 aprile, dopo un lungo e complesso lavoro di restauro, diretto dal De Fabris, si ha la riapertura solenne della chiesa nazionale austriaca di Santa Maria dell’Anima. In maggio il Museo Lateranense viene aperto al pubblico. 

Il 2 settembre muore a Roma Vincenzo Camuccini , il grande pittore” neoclassico” che era stato in varie occasioni molto vicino a De Fabris.

Il 3 settembre inaugurazione del Busto di Antonio Maria Traversi (Venezia 21-02-1765 – Roma 23-09-1842, studioso di una grande varietà di scienze, in particolare di fisica,  fu vescovo di Nazianzio e patriarca di Costantinopoli). L’opera fu donata dal Papa Gregorio XVI al Liceo-Convitto di Santa Caterina di Venezia.

A novembre: il “Palladio” arriva a Vicenza, via mare e poi via Bacchiglione, e viene collocato alla presenza dell’artista nella cappella appositamente predisposta, al cimitero.

A dicembre De Fabris è a Nove, dove vengono inaugurati, con grande solennità,  alla presenza dello scultore e della moglie i due monumenti – l’uno dedicato ai genitori di De Fabris e l’altro al parroco Ermete Contri (Foza 1760 – Nove 03-07-1839) – donati dall’ artista e installati per l’occasione rispettivamente a destra e a sinistra della grande navata, all’altezza del transetto. De Fabris poi prosegue il viaggio, per Primolano, fino a Belluno, città natale di Gregorio XVI: nella cattedrale era confluito uno dei busti del papa donato già nel 1840.

1845 — Il 19 agosto si effettua la traslazione delle (presunte) ossa di Palladio e l’inaugurazione del Monumento a Palladio nel Cimitero Monumentale.

Trasferisce in marmo la grande Deposizione dalla Croce commissionatagli da Maria Cristina di Borbone: il 14 luglio Gregorio XVI fa visita allo studio dell’ artista prima della partenza del grande marmo per il castello ducale di Aglié.

DE_FABRIS_-_LABATE_GIUSEPPE__JACOPO_FERRAZZI_----_340XL’abate  Giuseppe Jacopo Ferrazzi (Cartigliano 19-03-1813 – Bassano 03-05-1887, sacerdote, letterato, dantista e studioso del Tasso), gli fa visita a Roma.

Dal 13 al 17 dicembre è a Roma lo zar di Russia Nicola I (Carskoe Selo 06-07-1796 – San Pietroburgo 02–03-1855, divenne zar alla morte di Alessandro I, nel 1825) che durante questa permanenza ha occasione di conoscere lo scultore e alcune sue opere, tra le quali è particolarmente colpito dal Milone crotoniate. 

Muore a Venezia lo scultore Antonio Bosa (Pove del Grappa 23-10-1977 – Venezia 13-07-1849), allievo del Canova, e amico di De Fabris,  noto soprattutto per il monumento sepolcrale o Cenotafio a Winckelmann eretto a Trieste.

1846 — Il 2 febbraio, anniversario dell’elezione al soglio pontificio, hanno luogo due importanti cerimonie, una a Roma e l’altra a Venezia. A Roma viene presentato il restauro del piedistallo della Colonna Antonina, e a Venezia, nell’isola di San Lazzaro, viene solennemente inaugurata la scultura Gregorio XVI nella sedia gestatoria, donata dal papa stesso all’inizio dell’anno ai padri mechitaristi [così chiamati perché questo ordine religioso venne fondato nel 1700 da Mechitar un  monaco benedettino armeno].

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Il 1° di giugno muore, all’età di ottant’anni e dopo 15 anni di pontificato, Gregorio XVI, il papa di origine bellunese che aveva protetto e aiutato l’artista. Il giorno 16 giugno viene eletto papa Giovanni Maria Mastai Ferretti, col nome di Pio IX (Senigallia 13-05-1792 – Roma 07-02-1878, Papa dal 21-06-1846); il nuovo pontefice, rispetto al suo predecessore, avrà solo rapporti di cordialità con il De Fabris e non di “amicizia”. .

Il 21 luglio muore  a 57 anni la moglie dello scultore, Camilla Piantanida, dopo breve malattia.

1847 — Il 3 marzo De Fabris viene nominato socio onorario dell’Ateneo di Bassano.

Scolpisce il monumento della consorte con la quale aveva vissuto 32 anni e lo colloca il 21 luglio nel cimitero di Santa Maria in Camposanto, in Vaticano, nel primo anniversario della morte.

In occasione delle festività di Pasqua vengono fatte trasportare in piazza San Pietro le due colossali statue diSan Pietro San Paolo, opere rispettivamente di De Fabris e di Adamo Tadolini. Le due sculture, del peso di circa 34 tonnellate, erano state lavorate nel cantiere della basilica di San Paolo, in previsione di quella collocazione. Mutata la destinazione, furono trasportate fino al Vaticano “a furia di argani, facendo scorrere le statue sui curri”, cioè su rulli. E ciò perché si ruppe il carro sul quale erano state collocate.

È eletto presidente dell’Accademia di San Luca per il biennio 1847-1849.

Il 10 dicembre si spegne a Milano il suo benefattore il conte  Giacomo Mellerio in età di settant’anni.

1848-1849 — Durante il periodo della Repubblica Romana, mentre viene temporaneamente allontanato dalla direzione dei Musei Vaticani, si prodiga in difesa della comunità “tedesca” che faceva  riferimento alla chiesa di Santa Maria dell’Anima.  Con la fine dell’esperienza della Repubblica viene ricollocato al suo posto di direttore dei Musei Vaticani.  Alla data del 2 febbraio 1848 risulta iscritto alla Confraternita di Santa Maria della Pietà in Camposanto,  il che indica la sua volontà di essere sepolto accanto alla moglie.

1850 — Riceve da Pio IX , in data 14 maggio, la nomina di cavaliere dell’Ordine Piano di seconda classe.

Dall’imperatore austriaco riceve la “Corona di ferro di seconda classe” per l’impegno dimostrato, durante la Repubblica Romana, per i lavori alla chiesa di Santa Maria dell’Anima.

Il 1° di aprile muore a Rieti il suo amico letterato Angelo Maria Ricci.

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1851 — L’incisore bassanese Angelo Balestra (Bassano 04-09-1803 – Roma 05-05-1881) incide a Roma un ritratto dello scultore in litografia.(sopra)

Ultima il monumento per l’amico letterato Angelo Maria Ricci, scomparso l’anno precedente: verrà collocato a Rieti nella chiesa di Sant’Agostino.  Porta a termine anche la versione in marmo da quella in gesso dellaDeposizione dalla Croce, che veniva collocata nel castello ducale di Aglié: per il pagamento di questa scultura ci saranno lunghi strascichi.

1852 — Esegue una copia del busto del cardinale Giacomo Antonelli (Sonnino, Latina 02-04-1806 – Roma 06-11-1876, ultimo segretario di Stato dello Stato Pontificio) per conto del conte sig. De Bouteneff, cancelliere e plenipotenziario dello Zar, e ciò documenta le buone relazioni tra la Russia, lo Stato Pontificio e lo stesso De Fabris.

1853 —  Scolpisce un “Divin Salvatore” per una chiesa di Vienna.

DE_FABRIS_-_NICOLA_1_-_OK_-_340X__1854 — Detta, in una forma in seguito modificata, le sue volontà testamentarie. Da questo testamento si evince che aveva sposato la nipote di sua moglie, anch’essa di nome Camilla (figlia di Onofrio Piantanida), e che sua sorella Caterina da vario tempo abitava con lui. Questa sorella sarà l’unica dei fratelli a ricevere una parte dell’eredità. Lo zar di Russia Nicola I visita lo studio dell’artista e mostra di gradire l’omaggio del Milone crotoniate che l’artista intende fargli. Scolpisce il Monumento a Francesco Antonio Guglielmi (1771-1854, già priore della chiesa dei Santi Ambrogio e Carlo al Corso, Roma), anche per riavere, in cambio, il rame originale dell’incisione del Milone crotoniate. Il 9 novembre viene inaugurato da Pio IX, al Laterano, il Museo Pio Cristiano dove confluiscono i monumenti paleocristiani di antica e di recente acquisizione.

1855 — Lavora all‘Autoritratto, di cui realizza varie copie (una è donata ai “Virtuosi al Pantheon”).

1857 — Il 25 aprile nella chiesa di Sant’Onofrio le ossa di Torquato Tasso vengono traslate nel monumento scolpito da De Fabris, il quale, contrariamente all’intenzione precedente di essere seppellito accanto alla moglie al Camposanto Teutonico in Vaticano, decide di essere sepolto qui a Sant’Onofrio. Nel frattempo viene trasportato a San Pietroburgo il grande gesso del  Milone, donato a S. M. l’Imperatore di Russia. L’artista, per seguire i lavori, parte a giugno e vi rimarrà sei mesi. L’opera viene collocata nel Palazzo di Tauride dell’Hermitage.

1858 — Rientra a Roma all’inizio dell’anno, soddisfatto del buon esito del viaggio in Russia e della collocazione della sua opera prediletta.

1860 —Verso metà agosto non sta bene e decide di fare delle modifiche al testamento. Muore nella sua casa, il 22 agosto, alle quattro del pomeriggio.


FONTI BIBLIOGRAFICHE

GIUSEPPE DE FABRIS. UNO SCULTORE DELL’OTTOCENTO, di Nico Stringa, Electa, 1994.

LA STORIA DELLE NOVE, di Matteo Stecco,  Bassano. Arti Grafiche Bassanesi, 1925

ILLUSTRE BASSANESE, periodico editoriale della EDITRICE ARTISTICA BASSANO 

IL MUSEO DELLO SCALPELLINO del Comune di Pove del Grappa

Per le voci riguardanti i numerosi personaggi citati mi sono avvalso di tante fonti internet specifiche e generali tra le quali 

– www.santiebeati.it

– www.treccani.it

– it.cathopedia.org

– it.wikipedia.org

– ecc.

– ecc.

– ecc. 

Pubblicato domenica 4 giugno 2017


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