• Home

Categoria: Pove del Grappa

CENNI STORICI DI POVE DEL GRAPPA

di Vasco Bordignon

 ***

Pove del Grappa è un comune della provincia di Vicenza, posto alle estreme pendici del Monte Grappa all’imboccatura del Canale del  Brenta.  Vi vivono 3090 persone (Istat, 2014). L’altitudine a livello del mare oscilla da un minimo di 120 metri ad un massimo di 1520 metri. L’altitudine rilevata dove si trova il Municipio è di 163 metri. Gli abitanti del Comune di Pove si chiamano povesi.

Il comune di Pove del Grappa dista da Bassano del Grappa  km 6,9  in auto.

 ***

 Come tutte le popolazioni della pianura veneta, anche la progenie degli abitanti di Pove risale all’epoca preromana, quando la nostra regione, soprattutto nelle zone pianeggianti, era abitata dai Veneti, una popolazione di origine illirica, che passarono senza ribellarsi nel II secolo a.C. sotto il dominio di Roma che concederà loro nel 49 a.C. la cittadinanza romana.

 

Per parlare di Pove come di un luogo abitato però, bisognerà attendere, almeno, sino all’epoca dei Longobardi, giunti in Italia nel 568-569. Nella loro rapida avanzata occuparono, una dopo l’altra, le città della Val Padana; le popolazioni locali, intimorite al loro passaggio, abbandonavano i casolari di campagna e andavano a rifugiarsi sulle montagne o all’interno delle valli… Fu così, forse, che un piccolo nucleo di famiglie della campagna di Cassola arrivò, in cerca di protezione e di salvezza, dentro il Canale di Brenta, chiamato allora, per la sua orientazione a mezzogiorno, “Valle del Sole” o “Valle Solana”. Ebbero così origine l’abitato di Solagna e di Pove. 

Il più antico documento che nomina la “Villa di Pove” risale al 917 e ne attesta l’appartenenza alla Marca Trevigiana insieme col bassanese. A partire dall’alto medioevo Pove diventa una piccola fortezza, a confine del territorio di Bassano, per riuscire a difendersi con più facilità e contando solo sulle proprie forze dalle terribili invasioni degli Ungari. 

Un momento fondamentale per tutta la zona bassanese è il progressivo consolidarsi della Signoria degli Ezzelini, sin dalla metà circa del secolo XI. Sembra che il passaggio di Pove sotto la signoria Ezzeliniana risalga al 1160, quando il vescovo di Belluno nominò Ezzelino II come reggente di questo territorio. Con l’ultimo discendente della famiglia Ezzelino III, detto Il Tiranno, la potenza ezzeliniana raggiunse il culmine ma si avviò anche incontro alla propria definitiva rovina. La signoria comprendeva l’intera marca Trevigiana, la pianura padana e vicentina, tutta la vallata del Brenta e parte del Trentino. Ezzelino il Tiranno, uomo astuto ed aggressivo, si distinse subito per la propria abilità politica, ma anche per la propria ferocia, tanto da essere odiato da tutti e ricordato ancora oggi come un mostro di scelleratezza. Ezzelino III eresse ovunque castelli e fortini per salvaguardare i suoi territori, dei quali restano tuttora tracce a Bassano, Romano, San Zenone e Solagna.

 

Dopo la morte di Ezzelino III (1259) e l’eliminazione della famiglia dei da Romano (1260), tutti i paesi della vallata del Brenta si unirono con Bassano per creare un unico distretto (1312), spinti dal bisogno di una difesa più strategica ed organica. Passarono quindi sotto la giurisdizione degli Scaligeri di Verona (1320-1339), poi dei signori padovani dei da Carrara (1339-1387), quindi dei Visconti di Milano con Gian Galeazzo dal 1388 per passare infine nel 1404 sotto la Repubblica di Venezia. 

L’inizio del 1500 è caratterizzato dalla lega di Cambrai  (una cittadina della Francia nord-occidentale, sulle rive del fiume Schelda) dove viene stretta nel 1508 una alleanza fra l’imperatore Massimiliano d’Asburgo, Luigi XII di Francia, papa Giulio II e Ferdinando il Cattolico re d’Aragona per contrastare le mire espansionistiche di Venezia. I Veneziani, dopo vane trattative, colpiti dal papa con interdetto e scomunica, furono sconfitti dai Francesi ad Agnadello (comune della provincia di Cremona) nel maggio del 1509. Mentre Bassano tramava di prestare obbedienza all’imperatore Massimiliano abbandonando quindi Venezia, le popolazioni dell’Altipiano dei Sette Comuni e della Valle del Brenta rimasero fedeli a San Marco e si apprestarono a contrastare il passaggio delle truppe imperiali sulle loro terre verso Bassano.  Infatti appena entrati all’inizio di giugno del 1509  in Canal di Brenta i soldati tedeschi furono ostacolati in ogni modo dalla gente della vallata, tanto che quando giunsero a Solagna dettero sfogo alla loro rabbia appiccando il fuoco ad ogni casa, come poi accadde quando giunsero a Pove, e anche durante i mesi dell’occupazione tedesca vi furono angherie, sopraffazioni di ogni genere. Per fortuna le truppe imperiali nell’ottobre dello stesso anno ripresero la via del ritorno dopo essere state fermate dalla strenua resistenza di Padova. 

Nel 1600, dopo un secolo di relativo benessere, Pove come gli altri paesi della vallata si imbatté sicuramente in varie siccità e carestie come documentato dai provvedimenti di emergenza di acquisto di derrate alimentari per attenuare la fame e la povertà della nostra gente.  La fame e la povertà conseguente alle carestie aprivano spesso le porte alle malattie contagiose e alle conseguenti epidemie, in particolare quella della peste, che colpì il nostro territorio nel 1631. Carestie e malattie lasciavano, alla loro scomparsa, una popolazione spossata ed abbattuta. In questo secolo è poi da ricordare il raggiungimento di accordo con Solagna sul patrimonio territoriale indiviso causa da tempo immemore di infinite liti e ricorsi legali sia al podestà di Bassano che al Doge di Venezia,  e  il distacco da Pove del territorio di Cassola. 

Il 1700 (e precisamente il 1 novembre) si aprì con un avvenimento che colpirà profondamente Venezia e di conseguenza anche il nostro territorio: muore il re di Spagna Carlo II lasciando aperto il problema della sua successione.  Francia e Spagna si contenderanno il diritto all’eredità e il campo di scontro sarà il territorio veneto. Venezia infatti non assunse nessuna posizione e scelse la neutralità armata: non vietò nè concesse il passaggio sul suo territorio  lasciando ai due contendenti di darsi battaglia.  La guerra durò dal 1701 al 1713 e in questo tempo gli eserciti francese e tedesco passarono e ripassarono sul nostro territorio commettendo verso le nostre popolazioni soprusi, saccheggi, angherie.  Dopo vent’anni della fine della guerra di successione franco-austriaca, scoppiava in Polonia un’altra guerra di questo tipo che si propagò anch’essa in Italia con Venezia che adottò la stessa risoluzione della precedente e si ebbero le stesse conseguenze della precedente con un’ulteriore calamità, quella della moria di bovini per una malattia contagiosa. Oltre ai danni delle guerre, vi furono anche periodi di grave siccità (documentati da ricorrenti processioni in cerca di pioggia) che compromisero la produzione agricola  e quindi anche le risorse alimentari disponibili, come pure nubifragi e grandinate (viene ricordata la grandinata del 25 giugno 1764  nella quale “i grani ordinari e gli inferiori erano della grandezza di un uovo… Il frumento, il sorgo, l’uva e pomelle, tutto perduto … Gli alberi, olivari, viti e morari: tutti scorticati e pesti.”)(Signori,1985).  A tutto questo si deve aggiungere un nuovo flagello territoriale: l’invasione di bande armate, feroci e aggressive che rapinavano, violentavano, saccheggiavano,  verso le quali la giustizia appariva isolata e impotente. E questo avveniva perché Venezia, indebolita ed esausta, non era più in grado di garantire la propria protezione e l’ordine pubblico sia nelle città che nei paesi. 

Verso la fine del 1700, il ciclone della Rivoluzione Francese arrivò a travolgere il dominio di Venezia, che fu costretta a capitolare, abbandonando i territori della vallata del Brenta in mano agli eserciti austriaci e francesi, i quali si avvicendarono nel controllo della zona per diversi anni lasciando, da entrambe le parti,  una scia di sopraffazioni, di furti e di angherie con una popolazione sempre più povera e impaurita.  “Pove, in questo trambusto e andirivieni di eserciti, occupata com’era a ”proveder di legna, fieno e paglia” e a fornire di carne e pane, prima i francesi, poi “li soldati ustriaci dell’armata imperiale” e quindi di nuovo “l’armata francese” non aveva avuto, per così dire, neanche il tempo di accorgersi di quanto stava accadendo. Nel 1797 partiva da Bassano l’ultimo podestà veneziano Zuanne Contarini e i povesi, cogli altri distrettuali, passavano sotto l’amministrazione di Vicenza (16 giugno).” (Signori, 1985). 

Il 26 dicembre 1805 con il trattato di Presburgo (l’attuale Bratislava, capitale della Slovacchia) il Veneto tornò sotto il dominio francese e aggregato al Regno d’Italia.

Il 1 agosto 1803 il territorio bassanese venne aggregato al dipartimento del Tagliamento e quindi dipendente da Treviso e  Pove passò sotto il comune di Solagna.

Il 22 dicembre 1807 il territorio bassanese divenne parte del dipartimento del Bacchiglione tornando di nuovo sotto Vicenza e Pove ritornò ad essere comune indipendente. Questo ordinamento rimarrà fino al 3 novembre 1813, fino a quando gli austriaci non entreranno ancora una volta nel Veneto e porranno fine al Regno Italico.

Nella primavera del 1815 Pove, con la regione veneta, dopo una ennesima guerra fra la Francia e le potenze antifrancesi, entrò a far parte del Regno Lombardo-Veneto, che rimase in piedi sino al 1866, quando il Veneto, liberato dagli austriaci, fu annesso al Regno d’Italia.

Nel 1816 per la scarsità dei raccolti delle annate precedenti si abbatté su Pove una terribile carestia accompagnata da una epidemia di tifo petecchiale, buon compagno delle guerre e della miseria.

Nel 1817 Pove e tutta la sinistra Brenta poterono dedicarsi alla piantagione governativa del tabacco e ciò rappresentò un’altra fonte di sopravvivenza oltre alle cave e alla lavorazione della pietra, oltre alla agricoltura e alle attività di malga.

Nel 1836 scoppiò nel territorio una epidemia di colera con 58 morti a Pove.

Nel 1848  i moti indipendentisti sfiorarono appena Pove, che tuttavia risentì dell’aggravamento tributario e poliziesco austriaco.

Nel 1866 scoppiò la terza guerra di indipendenza italiana e fu combattuta dal Regno d’Italia contro l’Impero austriaco dal 20 giugno 1866 al 12 agosto 1866, originata dal desiderio dell’Italia di affiancare la Prussia nel tentativo comune di eliminare l’influenza dell’Austria sulle rispettive nazioni. Senza entrare in dettagli storici sulle operazioni belliche il 3 ottobre 1866 fu firmato  il trattato di pace, che comprendeva anche l’unione del Veneto al Regno d’Italia … e riconosceva che la volontà delle popolazioni venete, espressa con il plebiscito, fornisse il titolo giuridico del loro congiungimento all’Italia. Il Veneto liberato optò plebiscitariamente all’annessione all’Italia.

Finita la festa, restò per Pove una fragile situazione economica a causa di una agricoltura predominante arretrata, una industria isolata, pur con una crescente attività di lavorazione e di commercio di marmi.

Le speranze per una crescita economica tuttavia diventavano possibili per la presenza dal 1873 al parlamento italiano di Andrea Secco di Solagna e quindi conoscitore delle necessità della Valle del Brenta, e per l’arrivo nel 1877 a Bassano della linea ferroviaria, strumento importante per incrementare le attività economiche. 

Ma sul finire dell’Ottocento Pove si trovò in grande difficoltà economica e sociale in quanto il principale lavoro allora esistente, quello dello scalpellino e del cavapietre, che dava da vivere a  quasi metà del paese, entrava in crisi e peggiorò ulteriormente  allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.

In questo periodo (1915-1918) a causa della sua posizione alle pendici del Grappa, Pove visse tragicamente tutte le variazioni del conflitto bellico. Nel 1916 accolse i primi profughi dall’Altopiano di Asiago; nel capodanno del 1917 subì un feroce bombardamento di granate e alla metà di giugno dello stesso anno vide arrivare in paese le truppe italiane in ritirata di fronte all’avanzata degli austriaci fino ai Colli Alti, davanti a San Nazario e Solagna; il giorno dopo tali posizioni, in un tragico balletto, erano di nuovo in mano italiana ed il paese ritornava a respirare. Nel novembre la catastrofe di Caporetto si ripercosse fin qui ed il Comando della I^ Armata fece evacuare la popolazione, con masserizie e animali, verso Bassano per destinazione ultima Ravenna.  Il Grappa stava cadendo in mano austriaca e Pove diventò l’immediata retrovia, rifugio per i feriti, sosta per i morti raccolti nei campi di battaglia, concentramento per i prigionieri nemici che venivano assistiti dalla popolazione. L’armistizio del 1918 segnò la fine delle sofferenze. 

Anche nel corso del Secondo Conflitto Mondiale, Pove visse momenti drammatici, in particolare a partire dal settembre 1943, quando, in seguito ad alcuni rastrellamenti, molti giovani furono uccisi barbaramente e la popolazione dovette affrontare i rischi di continui bombardamenti. Nell’aprile del 1945 la guerra giunse alla fine, con la ritirata dei tedeschi e l’arrivo degli alleati. Le famiglie povesi si ritrovarono a fare un bilancio del prezzo di sangue e di sacrifici pagato alla guerra, ma la speranza di un futuro migliore le aiutò a riprendere il possesso della propria vita.

Poi è storia recente.

 

Curiosità: l’origine del nome.

Anticamente chiamata Povedum, sono due le teorie per la derivazione del nome Pove. Entrambe ricavano il nome dalla flora antica presente sul territorio. Povedum o Povedo sono contrazioni del latino povoledum ossia pioppeto da populus pioppo. La seconda teoria parte dalla Poa (Alpina), una graminacea frequente nel Veneto (plurale poe / Poe che è anche il nome veneto per Pove).

Nel corso degli anni il nome divenne Pove, nel 1950 assunse l’attuale denominazione di Pove del Grappa, in seguito, l’appellativo aggiunto di Conca degli Ulivi.

 

Principali fonti documentali

Brentari Ottone. Storia di Bassano e del suo territorio. Sante Pozzato, Bassano, 1884.

Pove del Grappa. L’anima della Pietra. Comitato Feste Quinquennali, 2005

Pove del Grappa. Il Veneto, paese per paese. Casa Editrice Bonechi, 1999

Storia di Bassano. Comitato per la Storia di Bassano, 1980

Storia di Pove e dei Povesi, di Franco Signori. Bassano del Grappa, 1985

it.wikipedia.org/wiki/Pove_del_Grappa

Approfondimenti sempre nella Sezione Pove del Grappa

 gli scalpellini: la storia

 gli scalpellini : le attività

POVE DEL GRAPPA – LA CHIESA DI SAN VIGILIO


LA CHIESA DI SAN VIGILIO


di Vasco Bordignon 

01-OK_-_FACCIATA_EST_CHIESA_E_CAMPANILE_-_POVE_-_CHIESA_-_DSCN9835

Cenni storici della Chiesa

L’ esistenza di questa Chiesa  (Ecclesia Sancti Villi) è del 1288  in un atto notarile, dove il padovano Forzaté  del fu Tedusio dei Forzaté chiede al vescovo di Padova  di essere investito di tutti quei beni decimali che i due fratelli Ezzelino e Alberico da Romano e i loro antenati avevano ricevuti come vassali dal vescodo diPadova.

Nuove citazioni nel 1297 e nel 1303 in occasione dei passaggi del collettore delle decime pontificie.

Viene ipotizzato che si trovasse nello stesso sito attuale con l’abside  verso oriente secondo un antico costume, che fosse simile a quella di San Pietro e quindi piccola, sufficiente per la popolazione ivi residente allora.

Poi non sappiamo nulla fino al 12 ottobre 1488 quando arriva il Vescovo Barozzi in visita pastorale e la trova in buon ordine e non abbisogna di nulla.

Nel 1519 in occasione della visita pastorale di Girolamo De Sanctis sappiamo che è lunga circa 15 metri, larga 7, alta 7; ha una discreta illuminazione da tre finestrelle, e che ha due ingressi:  una porta ad occidente e una seconda a mezzogiorno. All’interno vi sono tre altari, di cui il maggiore collocato in un’abside a sezione poligonale. Vi è un campanile con due campane. Vicino alla chiesa il cimitero circondato da mura.

Non molti anni dopo, nel 1535, in occasione della visita pastorale del vescovo suffraganeo Callisto Amadeo, che procede anche alla consacrazione dell’altare di San Vigilio, si evidenzia la necessità di contribuire alle spese necessarie per un  restauro già iniziato dal Comune.

Verso la fine del Cinquecento con la crescita della popolazione si rende necessario un ampliamento.  I lavori diretti dall’architetto Vincenzo Scamozzi durano una decina d’anni : la chiesa viene sovraelevata di circa 1,8 metri, allungata con un presbiterio, e la facciata della chiesa viene riposizionata verso oriente: in pratica viene capovolta. Viene consacrata il 24 ottobre 1604.

Agli inizi del Settecento si inizia a progettare un nuovo ampliamento. Il cantiere sarà aperto nel 1763 e in occasione della visita pastorale del 9 ottobre 1763 il vescovo viene edotto circa il progetto di demolizione e di incorporazione parziale della vecchia chiesa nella nuova con una lunghezza di 36 metri, una  larghezza ed una altezza di 12 metri. Ma i tempi saranno lunghi e contrastati anche per le vicende del periodo napoleonico.

Nel 1816 sono ultimati solo il presbiterio e la sacrestia, nel 1832 si arriverà al tetto e così si potranno iniziare i lavori interni di decorazione e sistemazione degli altari, che fin già dal 1729-1730 oltre ai tre altari tradizionali di San Vigilio o del Santissimo, di Sant’Antonio abate (che diventerà altare di Sant’Antonio da Padova) e della Madonna del Rosario era stato aggiunto quello del Crocefisso.

Tra il 1845 e il 1848 il pittore bellunese Giovanni De Min o Demin (ma più corretto è De Min ) dipingerà illustrando , come lasciato scritto dal parroco don Bartolomeo Biasioni, sul soffitto della navata “la Creazione dell’uomo, il Natale divino, il supremo Giudizio”, su quello del coro la glorificazione di San Vigilio e i quattro evangelisti, e sulle pareti nord e sud  del presbiterio due grandi riquadri Gesù nell’orto consolato dall’Angelo e la deposizione della Croce.

Nel 1869 viene ultimata la decorazione in pietra della facciata.

Da allora la chiesa è rimasta come la vediamo oggi. L’unico cambiamento avvenuto è nell’altare maggiore dove il grande ciborio in pietra è stato rimosso e posto in una cappella accanto al presbiterio ora cappella del SS. Sacramento. Mi è stato detto che questo è stato necessario per dare una migliore visibilità alla pala di San Vigilio.


02-OK_-ANTICA_CROCE_MURATA

03-OKCHIESA_SEGNO_ANTICHISSIMO_-_MURO_PERIMETRALE_-_SEGNO_ANTICHISSIMO_-_DSCN1446

Sulla parete Sud all’esterno è murato un frammento scultoreo con una croce probabilmente databile prima dell’anno Mille. Nulla è conosciuto della sua provenienza e perché si trovi murata in questo posto.

 

L’interno della chiesa 

04-OK_-_pove_interno_della_chiesa_CIMG0526

L’interno della Chiesa è rappresentato da una unica navata rettangolare illuminata da 4 finestre poste a mezzogiorno. Un evidente cornicione a dentelli separa le pareti dalla volta a botte del soffitto.

Le pareti laterali della navata sono suddivise da 2 lesene  montate su pilastri di marmo realizzando sei spazi architettonici (campate), nelle quali si trovano le cappelle con i vari altari marmorei opere degli scalpellini povesi. Si sottolinea anche la bellezza dei vari palliotti d’altare.

Le prime due vicino al presbiterio sono due cappelle: a dx quella di Sant’Antonio e a sx quella della Madonna del Rosario.


Cappella di Sant’Antonio 

05-OK_-ALTARE_DI_SANTANTONIO_-_POVE_-_CHIESA_-_DSCN9844

06-OK_-_pove_palliotto_altare_santantonio_CIMG0529

07-OK_-_pove_pala_di_santantonio_CIMG0548

L’altare di S. Antonio dovrebbe essere costruito a metà del Seicento. Attualmente è dedicato a S. Antonio da Padova la cui statua prima sopra questo altare ora è in una rientranza a lato sx della entrata principale. Forse è stata spostata per dare maggior visibilità alla pala che raffigura in alto S, Antonio Abate (cui era l’altare originariamente dedicato) e in basso in vari atteggianti San Biagio, San Daniele, San Vigilio e San Girolamo. E’ di scuola dei Da Bassano.

Cappella della Madonna del Rosario 

08-OK_-ALTARE_DELLA_MADONNA_DEL_ROSAIO_-_VISIONE_TOTALE_-_A_SX_ALTARE_DELLA_MADONNA_STATUA_-_CIMG0470

09-OK_-_pove_palliootto_altare_della_madonnaCIMG0530

L’altare della Madonna del Rosario sempre arricchito da realizzazioni marmore di vario tipo rappresenta il segno della forte devozione mariana. All’interno di una nicchia vi è la statua della Madonna.

Le due cappelle centrali comprendono:  a dx  l’altare del Crocefisso e a sx la porta dell’ingresso laterale.


La cappella del Divin Crocefisso 

10-OK_-ALTARE_DEL_CRISTO_-_VISIONE_TOTALE_-_A_DX_PRIMO_ALTARE_DELLA_CROCE_-_CIMG0465

12-0K_-_ALTARE_DEL_CRISTO_-_DETTAGLIO_DEL_CRISTO_-A_DX_PRIMO_ALTARE_CROCE_VISO_DEL_CRISTO_-_CIMG0467

13-OK_-_pove_palliotto_altare_del_cristoCIMG0528

Altare del Crocefisso: costruito verso il 1730 è incentrato sul Cristo appeso ad una croce, in legno come descritto nel lavoro specifico. E’ circondato da forme e altre realizzazioni marmoree sempre di scuola povese.


Le ultime due cappelle  sono occupate da due spazi confessionali.

Ai quattro angoli della navata rientranti  a semicerchio si aprono  nella parte anteriore ai lati del presbiterio due porte: a sx quella della cappellina del SS.Sacramento con il grande ciborio marmoreo (qui sotto illustrata), e   a dx quella della  sacrestia, mentre nella parte posteriore della navata  la cappellina del battistero e la porta che dà accesso all’organo.


001-pove_cappella_del_sacramento_con_ciborio_antico_CIMG0531

PRESBITERIO E L’ALTARE MAGGIORE DEDICATO A SAN VIGILIO

14-0K-ALTARE_MAGGIORE_-E_PALA_VIGILIO_-_CIMG0471

15-OKALTARE_MAGGIORE_-_LA_GRANDE_PALA_-_CIMG0472

16-OK_-_pove_palliotto_altare_maggiore_CIMG0536_copia

Al centro del presbiterio  vi è l’altare maggiore sempre opera degli scalpellini povesi. Molto bello il  palliotto di questo altare rispetto a quelli degli altri altari: rappresenta la Fede che trionfa mediante la Croce e l’Eucarestia.  L’eucarestia anni or sono era custodita da un elevato e ricco ciborio marmoreo a forma di tempietto di grande effetto, che attualmente (come sopra illustrato)si trova nella cappella  a sx dell’altare maggiore.

Sopra l’altare di erge la tela dipinta nel 1536 da Jacopo dal Ponte detto il Bassano: viene raffigurato San Vigilio (il santo titolare della Parrocchia)  e in basso San Giovanni Battista  e San Girolamo, e tra i due si erge un  albero, un pioppo a significare la comunità che come un albero cresce ad imitazione dei suoi Santi nella vita di santificazione. 

La cupola e le pareti affrescate del presbiterio

17-0k-ABSIDE_-_SOFFITTO_-_TONDO_DEL_SOFFITTO_-_CIMG0473

la glorificazione di San Vigilio

20-OK-ABSIDE_-_SOFFITTO_TRIANGOLO__NORD-DX-_EVANGELISTA_CON_ANGELO_-_DSCN142921-OK-0ABSIDE_-_SOFFITTO_-_TRIANGOLO_NORD-SX_-_EVANGELISTA_AQUILA_-_DSCN1432














a sx l’Evangenlista Matteo e a dx l’Evangelista Giovanni 

18-OK--ABSIDE_-_SOFFITTO_TRIANGOLO_-_SUD-DX_EVANGELISTA_BUE_-_DSCN1430

19-OK-ABSIDE_-_SOFFITTO_-_TRIANGOLO_SUD-SX_-_EVANGELISTA_LEONE_-_DSCN1431
















a sx l’Evangelista Luca e a dx l’Evangelista Marco

22-OK_-0ABSIDE_PARETE_NORD_-_CRISTO_ORTO_ULIVI_-_CIMG0476

Gesù nell’orto degli ulivi

23-OK-0ABSIDE_-_PARETE_SUD_-_QUADRO_DEPOSIZIONE_DALLA_CROCE_-_DSCN1434

La deposizione di Gesù dalla Croce

Nella cupola del presbiterio, opere del De Min,  vi è un affresco in tondo che raffigura la glorificazione di San Vigilio, mentre i quattro pilastri della cupola raffigurano i quattro evangelisti; mentre sopra gli stalli del presbiterio nella parete a nord vi è Gesù nell’orto degli ulivi consolato da un Angelo e nella parete sud la deposizione di Gesù dalla Croce.


Il soffitto della navata 


POVE_SAN_VIGILIO_SOFFITTO

24-OK-0SOFFITTO_NAVATA_-_CREAZIONE_UOMO_-_PRIMA_VERSO_ALTARE_-_POVE_-_CHIESA_-_DSCN9852

26-OK-OK_-_pove_soffitto_giudizio_universale_CIMG0538

25-OK-0SOFFITTO_-_PITTURA_TERZA_DA_ENTRATA_-_LA_NATIVITA_-_CIMG0464

E’ opera del pittore bellunese Giovanni De Min (o anche Demin come è scritto nella targa presente a dx dell’entrata della Chiesa) che lavorerà a Pove dal 1845 al 1848.  Il grande affresco centrale rappresenta il Giudizio Universale che si suddivide in tre parti : il  Cristo trionfatore (più vicino all’altare), San Michele Arcangelo e Lucifero tra le anime dannate. A questo grande affresco centrale  altri due affreschi al capo nord e al capo sud del medesimo raffiguranti rispettivamente la Creazione dell’uomo e la nascita di Gesù. 


Fonti documentali 

Dal Mas Giovanni. Giovanni De Min 1786-1859. Istituto Bellunese di Ricerche Sociali e Culturali serie “Arte”n.7, 1992

Signori Franco. Storia di Pove e dei Povesi.Comitato per la Storia di Pove. Bassano del Grappa, 1985. (preziosa e indispensabile quest’opera).

www.osservatorio-canaledibrenta.it


POVE DEL GRAPPA – LA CHIESETTA DI SAN PIETRO

 

LA CHIESETTA DI SAN PIETRO 

di Vasco Bordignon 

01-chiesetta_di_san_pietro_-_ok_-_DSCN1442

CHIESETTA DI SAN PIETRO VISTA DALL’ESTERNO

Vicino alla sede del Museo dello Scalpellino, vi è la chiesetta di San Pietro, che fu eretta come cappella dipendente dalla chiesa matrice di Solagna. La sua origine non è certa, ma verosimilmente prima dell’anno Mille, a seguito del diploma di Berengario I del 915 e alla pratica dell’incastellamento come fattore difensivo alle incursioni degli Ungari assai frequenti in quei tempi. Tale struttura rappresentava in pratica il cuore dell’abitato sia ai fini religiosi che civili (assemblee, rifugio nelle incursioni, ecc.).

Nei secoli successivi ebbe periodi di abbandono come nel 1488 durante una visita pastorale viene descritta senza tetto, senza pavimento, e senza mezzi economici; come nel 1832 sempre in occasione di una visita pastorale risulta abbandonata; ecc.; ma anche periodi di fervore religioso con costruzione di nuovi altari oltre a quello maggiore:  nel 1587  vi era un altro  altare dedicato a Sant’Apollonia, altare  poi fatto eliminare dal Vescovo;  nel 1675  è presente un nuovo altare dedicato a San Rocco eretto quasi certamente in occasione della grande peste del 1631;  nel 1725  un  nuovo altare dedicato a San Bovo;  ma poi nel 1832 vi era un solo altare e solo dopo  la seconda metà dell’1800 si sono aggiunti gli altari di Santa Lucia e della Madonna della Salute.

Vari altri lavori sono stati eseguirti nei secoli es.  un restauro e ampliamento verso ovest tra il 1488 e il 1577;  il rifacimento in marmo dell’altare di San Pietro nel 1745 …

E’ stata recentemente restaurata ed è aperta sia al culto che a manifestazioni di carattere culturale.

02-chiesetta_-_interno_-SAN_PIETRO_-_VISIONE_GENERALE_INTERNO__DELLA_CHIESETTA_DSCN0221

La struttura attuale è semplice ad unica navata  ricoperta da tetto in legno a capriata semplice. Altare maggiore centrale in marmo (opera degli scalpellini povesi)  con piccola abside e due altari laterali, in legno, addossati alla parete.

Interessanti le  tre pale d’altare:

04-pala_di_SAN_PIETRO_-_ALTARE_CENTRALE_-_DI_SAN_PIETRO_-_DSCN0217

1 – pala di San Pietro, attribuita a Giacomo Apollonio (dal  Verci: “Esso nacque l’anno 1584 da Marina, figlia del nostro Giacomo famoso (cioè Jacopo dal Ponte, detto il Bassano) … Esso morì il primo di dicembre del 1654 in età di 70 anni”),  rappresenta in alto, seduto in cattedra, San Pietro con i simboli dell’autorità pontificia, e in basso ai suoi piedi l’apostolo San Paolo e san Carlo Borromeo, cui a Pove era dedicata la scuola di Dottrina Cristiana;

09-ASX_-_OK_OK_ALTARESAN_PIETRO_-_ALTARE_DI_SX_-_SANTA_LUCIA_SAN_BOVO_E_SAN_GIUSEPPE_-_DSCN0225

 

2 – Pala di Santa Lucia, San Bovo, San Giuseppe, di autore ignoto del sec. XVIII: al centro raffigura San Bovo , uno dei santi patroni dei contadini e del loro bestiame (sulla sua bandiera è effigiato un bue), a sx vi è San Giuseppe con il suo bastone fiorito; e a dx in ginocchio, in atteggiamento orante, sta Santa Lucia, patrona degli scalpellini, cui chiedere protezione e grazia per i loro occhi sempre a rischio nel loro lavoro;

08-ALTARE_A_DX_OK_OK_SAN_PIETRO_-_ALTARE_DI_SX_-_DI_SAN_ROCCO_-DSCN0227

3 – Pala con la Madonna della Salute e il Bambino in gloria  al di sopra di una scena di peste e di morti accavallati con a lato  a sx San Rocco e  a dx San Sebastiano, di autore ignoto del sec. XVII: rappresenta  un quadro votivo dei povesi verso la Madonna e i loro santi protettori in particolare contro la peste  che in quei tempi mietava gran numero di vittime.

****

per visitare la Chiesetta chiamare i numeri sottostanti

Telefono Biblioteca: 0424-80659

Telefono Municipio: 0424-80333


****

PRINCIPALI FONTI DOCUMENTALI

Brentari Ottone. Storia di Bassano e del suo territorio. Sante PozzatoBassano, 1884.

Filippi Antonio. Storiografia di Pove del Grappa. Errepi, Riese pio X (TV), 1972.

Signori Franco. Storia di Pove e dei Povesi. Comitato per la Storia di Pove. Bassano del Grappa, 1985.

Verci Giambatista. Notizie della vita e delle opere dei pittori, scultori, intagliatori della città di Bassano.Giovanni Gatti, Venezia 1775.

www.osservatorio-canaledibrenta.it

 

 


POVE DEL GRAPPA – GLI SCALPELLINI : LA STORIA

POVE DEL GRAPPA E GLI SCALPELLINI 


di Vasco Bordignon 


PARTE PRIMA : LA STORIA DI UN LAVORO E DI UN’ARTE 

In un atto notarile del 13 agosto 1570 viene chiamato a testimoniare  nella piazza di San Pietro di Pove un certo mastro Zuanantonio fu Gregorio, di professione “lapicida”, vale a dire tagliapietra. Non è di Pove, ma risiede a Pove (altrimenti non sarebbe stato chiamato a teste) ed è un maestro, un maestro della lavorazione della pietra e del marmo, uno scalpellino. 

1_-_SCAMOZZI_VINCENZO_POVE_-_PARTE_SECONDA_Ciò non ci meraviglia in quanto nel Cinquecento è già ben chiara la fama di Pove per i suoi marmi e per i suoi scalpellini.  Infatti il grande Scamozzi dice “ A Poe ne’ monti di Bassano, terra di qualche nome e dell’antica giurisditione di Vicenza, posta alle radici dell’ Alpi, ove esce la Brenta, si cavano grandissima quantità di pietre vive di molto nervo e bianche, e sonore, e di belle lunghezze e grossezze, ma alquanto vetrigne, delle quali si servono communemente e si è rinovata di nostro ordine la Pieve di quel luogo …. Ritrovano parimenti honesta quantità di pietre vive di convenevolezza e grossezza e saldezza: macchiate di color rosso e scuro, e altre miste di giallo, che ricevono molto pulimento e lustro, delle quali se ne fanno porte e nappe da foco e altre delicatezze.”

2_-_altare_e_ciborioPOVE_-_PARTE_SECONDA_La costruzione della nuova chiesa parrocchiale di Pove dapprima (1604) e poi la ricostruzione degli altari lignei in grandiosi altari marmorei (verso metà dello stesso secolo) rappresentano le opere più antiche e importanti per gli scalpellini povesi. La loro preziosa attività nel bassanese è già fiorente nel Settecento dove nel frattempo erano sorte importanti botteghe quali quelle dei Furegon, dei Montin e dei Marinali per accennare ai più importanti. Gran parte delle pietre e dei marmi di queste botteghe  provenivano dalle cave di Pove. Ne dà testimonianza un geografo tedesco, Anton Friedrich Buesching, in visita allo stato veneto, verso la seconda metà del Settecento, passando per Pove annota: “Nelle montagne di questa villa si trovano alcune cave di superbissimi marmi di varj colori, cinerizio, rosso carico, rosso chiaro e bianco. Questo ultimo singolarmente per la sua bianchezza singolare, e per la sua lucidezza viene assai stimato dagli artefici. È denominato Biancon di Pove, ed assomiglia moltissimo al marmo di Carrara.”

Verso la fine del Settecento e inizio Ottocento continua ad aumentare l’attività estrattiva e lavorativa. Ne è testimonianza come all’anagrafe della comunità povese, nei primi decenni dell’Ottocento, i capifamiglia (esclusi i figli o altri membri di casa), che vivono di quest’arte o di questo lavoro, appaiono circa una quarantina, fra cui due cavadori, cinque lustradori e trentatré tagliapietra. In gran parte essi svolgono la loro attività in casa o al laboratori. Abitano, dunque, quasi tutti al centro del paese e appartengono in genere alle famiglie dei Bosa, Caron, Donazzan, Fusaro, Marcadella e Zanchetta, a cui si aggiungeranno a metà dell’Ottocento altri provenienti dagli Andolfatto, dai Menini, dai Murari e dagli Scotton.

3_-_PARATIE_POVE_-_PARTE_SECONDA_Da queste famiglie Napoleone, durante il Regno ltalico (1807-1813) trarrà la maestranze, che vedremo al lavoro per le Procuratie di San Marco a Venezia, il Canova gli scalpellini per il suo tempio a Possagno (nella costruzione del tempio di Possagno, ricorda il Brentari, lavorarono quasi mille operai, in buona parte scalpellini, affidati dal Canova stesso alla direzione del povese Stefano Marcadella) e l’imperatore Guglielmo i valenti artisti per la sua cattedrale di Colonia.


POVE_-_BOSA_ANTONIO_-_PARTE_SECONDA_Inoltre da ricordare come nei primi anni dell’Ottocento uno scalpellino di Pove, Antonio Bosa, riesca ad emergere al di fuori di questo territorio, discepolo e ammiratore del Canova, nella difficile arte dello scultore e lasciando, soprattutto a Venezia, numerose opere di grande valore. Tanti altri lo seguiranno in una migrazione talora spontanea talora necessaria  dapprima all’interno del paese e stagionale e poi all’estero, in Europa oppure oltre l’Oceano.

Pure nella prima metà dell’Ottocento il lavoro di estrazione e di lavorazione delle pietre e dei marmi a Pove  risulta ancora in piena espansione. Il materiale proveniente dalle cave di Pove ma anche di Romano e di Solagna è ancora abbondante e i comuni fino ad allora non richiedono alcun canone di affitto. E’ solo nel 1859 che il comune di Pove applica agli scavatori del paese un regolamento e imponga loro un regolare contratto di affittanza, che verrà poi rinnovato e aggiornato negli anni successivi sino al 1889, quando diventerà novennale e in quest’anno sono ben 29 i concessionari delle cave povesi. Il Comune nel frattempo(1865) sistema la strada di accesso alle cave e così il trasporto del materiale diviene meno rischioso.

POVE_-_FUSARO_-_PARTE_SECONDA_

In qPOVE_-_LONGO_-_PARTE_SECONDA_uesto periodo caratterizzato dalla unificazione dell’Italia, emergeranno altri illustri artisti povesi quali Giovanni Fusaro e Pietro Longo.

E’ sul finire dell’Ottocento che questo lavoro, che dà da vivere a  quasi metà del paese, entra in crisi. La migrazione stagionale degli scalpellini specie in Austria, Germania e Francia, va crescendo e darà origine a vari problemi non solo sociali quali l’inattività degli stessi nel periodo invernale, il problema delle famiglie con tanti bambini lasciati per lunghi periodi in custodia solo alle donne sole, ma anche per la stessa attività delle cave come denunciato nella seduta del 15 maggio del  1906 quando il sindaco espone al consiglio “come per la generale emigrazione di questi operai che annualmente viene verificandosi, le cave di pietra di questo comune rimangono nelle migliori stagioni dell’ anno quasi intieramente abbandonate; ond’ è che i laboratori di pietra qui esistenti non possono dar corso alle varie richieste di pietre lavorate, non potendo essi ottenere dalle cave i relativi materiali; fatto questo che non può apportare che gravissimo nocumento al principale commercio che si abbia nel comune…”

Vengono ipotizzate delle soluzioni che però naufragarono per la mancanza di mezzi economici.

La situazione  nel comune di Pove peggiora ulteriormente per il notevole aumento del numero dei senza lavoro  a causa del rimpatrio forzoso già dal 1914 di numerosi scalpellini dalle nazioni belligeranti (Austria, Germania e Francia): almeno 250 famiglie sono alla fame.

10_-_GUERRA_15-18POVE_-_PARTE_SECONDA_Tanti scalpellini partono per il fronte sperando di tornare presto, e soprattutto di non andare più raminghi per il mondo.  Ma al rientro, dopo anni di guerra e quindi di grandi sofferenze, la loro sorte non sarà migliorata anzi sarà peggiore.

Così con la riapertura nel 1922 delle frontiere europee, l’emigrazione povese riprende nuovo vigore. Molti vanno e vengono; partono in primavera e tornano colla stagione invernale, adattandosi ad ogni genere di occupazione… Alcuni rimangono in Italia, specie in Piemonte, Trentino,  Veneto e Lombardia, altri superano le Alpi e si recano in Francia, Svizzera, Germania, altri ancora travalicano gli oceani per giungere negli Stati Uniti, in Brasile, in Argentina e in Australia.

Ovunque il loro lavoro viene considerato e apprezzato.  

 

12-_lisieuxPOVE_-_PARTE_SECONDA_

Fra le innumerevoli opere ricordate con maggiore insistenza e fierezza dagli scalpellini povesi segnaliamo:  la Basilica di Santa Teresa a Lisieux in Francia; il monumento alla Regina Elisabetta in Germania; i grandi cimiteri ai soldati inglesi, caduti in Francia durante la

prima guerra mondiale; il Palazzo del Governo a Berlino; e, infine, dopo l’ultima guerra, il Monumento all’Europa a Bruxelles. E  in Italia: il Tempio Ossario di Bassano del Grappa, l’Ossario di Asiago e quello del Grappa; e infine, dopo l’ultima guerra, il monumento a De Gasperi a Trento.

Con la migrazione del primo dopoguerra (1921-1924) a Pove l’attività estrattiva e di riflesso la lavorazione della pietra e del marmo continua ad essere in crisi.  Negli anni del fascismo peggiora ulteriormente: nel 1934 le cave aperte restano solo cinque e sono quelle di Corsoduro,  Priarola, Piombino, Fontanella e Pierazza.

14_-_CAVA_ABBANDONATA_POVE_-_PARTE_SECONDA_Nel periodo fra le due guerre i laboratori di marmo ancora in esercizio a Pove sono una dozzina : quelli con maggior numero di operai sono la ditta Angelo Zanchetta e figlio, quella dei fratelli Giuseppe e Gaspare Donazzan e quella di Franco Cavallini.

Finita la seconda guerra mondiale alcuni scalpellini di associano in cooperativa per poter sfruttare ancora le due cave ancora presenti “Campanileto e Guaregno”, ma i più riprendono la strada dell’emigrazione e per qualcuno senza più ritorno, perché piano piano la meccanizzazione delle varie fasi di estrazione (vedi filo elicoidale, martello pneumatico, ecc.), le varie fasi di trasporto (miglioramento delle vie di accesso, l’uso di camion, ecc.), la lavorazione  con strumentazione automatica  e  anche la minor richiesta di materiali lapidei specie per le costruzioni edili a vantaggio dell’uso del cemento o di altre soluzioni più economiche, l’antico lavoro a Pove viene lentamente a morire.

13-_andreose_senza_datePOVE_-_PARTE_SECONDA_9_-_ANDOLFATTO_POVE_-_PARTE_SECONDA_

Ma anche dopo la guerra l’anima dell’arte povese, come una fiamma che perennemente arde e si trasferisce per mille misteri in alcuni eletti, sorgerà in almeno due figure di altissimo livello quali lo scultore Danilo Andreose e il suo allievo Natalino Andolfatto.

*******

Il Comune di Pove ha realizzato un piccolo “Museo dello Scalpellino” intitolato ad Antonio Bosa, uno dei più grandi scultori povesi e italiani.

Questo ambiente vuole mantenere un legame storico e affettivo con i suoi concittadini del passato che per secoli hanno vissuto di questo durissimo lavoro.  Purtroppo ho avuto la sensazione (ma vorrei sbagliarmi) che tale legame si sia molto affievolito. Ahimè. 

_MUSEO_poeve_e_scalpellini_

Il museo è visitabile nei giorni di apertura della Biblioteca :

Lunedì, Martedì, Giovedì dalle 14,30 alle 17,30

Mercoledì dalle 14,30 alle 19,30.

Telefono Biblioteca: 0424-80659

Telefono Municipio: 0424-80333

 

 

Bibliografia alla fine della seconda parte: POVE DEL GRAPPA – GLI SCALPELLINI: LE ATTIVITA’


POVE DEL GRAPPA E GLI SCALPELLINI 

 

PARTE SECONDA: LE ROCCE, LE CAVE,

GLI STRUMENTI , LE LAVORAZIONI

di Vasco Bordignon


1. LE ROCCE: GENERALITA’

La pietra in senso generico e la roccia in senso più specifico convivono da sempre con l’uomo e la sua vita. E’ un connubio che si esprime dall’antichità fino ai giorni nostri e interessa molti aspetti della vita umana che accenniamo con breve pennellate: l’aspetto religioso con le prime materializzazioni di simboli, di cattedrali, chiese, santuari, altari, statue…; l’aspetto difensivo-offensivo con le prime armi fatti di schegge, le lapidazioni, le grandi cinte murarie e i castelli  e  le torri, le macchine lanciatrici di pietre (pietroboli), le protezioni antiaeree, la rete delle trincee durante le guerre di posizione, …; l’aspetto civile con le vie di comunicazione ad es. le strade, le grandi difese sugli argini dei fiumi e dei torrenti o delle onde marine, i grandi edifici della politica e delle istituzioni, i palazzi delle grandi città storiche patrimonio delle bellezze italiche, i monumenti dei grandi della storia o gli ossari degli orrori della guerra…; l’aspetto personale della vita famigliare nella casa a partire dalla sua recinzione e dal  suo abbellimento esteriore alla pavimentazione ricca e colorata, alla zona di cottura e di pulizia della cucina (secchiaio), alle vasche del bucato o della raccolta delle acque, all’intimità del bagno e del benessere personale… fino al termine della vita terrena con la tomba che ci ricorda … Vita, morte, … e pietra.

Orbene in una cava, oltre agli scalpellini, troviamo queste pietre, queste rocce che saranno estratte, trasportate, lavorate.

Sulle rocce pertanto è necessario qualche accenno.

Le rocce sono definite come aggregati di minerali. Di frequente vi è un minerale dominante e altri sono presenti in tracce o in deboli percentuali.

Secondo la petrografia, la scienza che le studia, le rocce, in base alle modalità con cui si formano, sono divise in tre gruppi principali:

_X_INTERNET_ROCCIA_VULCANICA_-_OSSIDIANA_1. rocce magmatiche o rocce ignee: si originano per il consolidamento e per la cristallizzazione di una massa fusa fluida (=magma) presente o formatasi all’interno della crosta terrestre. A loro volta vengono suddivise in effusive se si formano  da magma vulcanico  emesso in superficie (ad es. basalto, pomice, ossidiana) e in intrusive quando il consolidamento e la cristallizzazione del magma  avviene al di sotto della superficie terrestre (es. granito, diorite, sienite).

_X_INTERNET_MARMO_ROSSO_AMMONITICO_-_Documento2

2. rocce sedimentarie: originano per compattazione e cementazione di sedimenti di origine detritica, chimica e organica.  Queste rocce rappresentano il risultato finale di un lungo processo che inizia dalla alterazione e dalla disgregazione di rocce preesistenti (siano esse magmatiche, metamorfiche o sedimentarie già formatasi), con il trasporto dei materiali così prodotti in genere su fondali marini o nel profondo di grandi laghi dove si depositano e si compattano. Rappresentano il 75% delle rocce emerse  sulla superficie terrestre. Si presentano generalmente in strati.

Vengono suddivise 

  in rocce sedimentarie clastiche quando derivano da materiale roccioso preesistente e comprendono sia i sedimenti sia le rocce derivanti dalla litificazione dei sedimenti : dalle ghiaie si ottengono i conglomerati; dalle sabbie si ottengono le arenarie; da sedimenti minerali argillosi si ottengono le argille; 

  in rocce sedimentarie di deposito chimico da sedimentazione di sostanze chimiche sciolte in acqua ad es. i calcari, il travertino, le dolomie non organogene, le evaporiti come il gesso e il salgemma, ecc.; 

  in rocce sedimentarie di origine organica da sedimentazione di materiale organico quale scheletri, conchiglie e gusci di organismi che vivono in ambiente acquatico, ad es . le scogliere coralline, i calcari bituminosi, la maiolica (calcare organogeno), le selci (rocce silicee non detritiche), le dolomie organogene. Anche i carboni e gli idrocarburi solidi (asfalto, bitume, liquidi (petrolio) e gassosi(metano) sono derivati dalla trasformazione organica. 

_X_INTERNET_-_ROCCE_METAMORFICHE_-_MARMO_CARRARA 3. rocce metamorfiche: sono quelle la cui composizione mineralogica ha subito importanti trasformazioni a seguito dell’azione di alte temperature e di forti pressioni.  I processi metamorfici avvengono in genere a grandi profondità della crosta terrestre su rocce di qualsiasi tipo.  Pressione e temperatura agiscono in concomitanza ma uno dei due fattori può essere prevalente sull’altro inducendo sulle rocce effetti diversi. Possiamo distinguere 

  Metamorfismo regionale interessa una grande estensione di rocce in aree sottoposte a movimenti orogenetici che inducono un aumento generalizzato di temperatura e di pressione, dando origine a nuove e particolari tessiture. Il metamorfismo da carico è un tipo particolare di questo metamorfismo regionale e dipende dall’aumento di pressione indotto dal peso delle rocce sovrastanti (anche alcuni chilometri di spessore) in zone sottoposte a movimenti orogenetici. Dà origine a nuovi minerali e a nuove strutture. Intorno all’intrusione si viene a formare un aureola di contatto e si creano nuovi minerali e nuoive strutture.

  Metamorfismo di contatto: coinvolge zone con spessori di pochi metri come di centinaia di metri: questo metamorfismo è determinato dall’aumento di temperatura per intrusioni magmatiche. Intorno all’intrusione si viene a formare un’aureola di contatto creando  nuovi minerali e nuove strutture.

  Metamofismo dinamico: causato dall’aumento di pressione in prossimità di zone di fratture o di faglia (aree tettoniche). Interessa zone molto limitate. Origina nuove strutture e tessiture. Vengono suddivise in 

 a- rocce metamorfiche scistose quando evidenziano la proprietà di dividersi in lastre o lamelle. Comprende gli argilloscisti, es. l’ardesia, rocce con proprietà di dividersi in sottili lastre, talora usate come tegole;  gli scisti :  rocce cristalline caratterizzate dal fatto che i singoli minerali sono visibili a occhio nudo; le gneiss: rocce scistose a grana grossa con granuli che superano i 2 mm di diametro;  le filladi:  rocce che si dividono facilmente in sottilissime lastre di aspetto fogliaceo 

 b- rocce metamorfiche granuliti che comprende i marmi (o calcari cristallini) derivati dal metamorfismo di rocce calcaree; le quarziti costituite esclusivamente o principalmente da quarzo; le cornubianiti e gli skarn derivati da metamorfismo di rocce sedimentarie detritiche.

L’utilizzo commerciale delle rocce si basa su criteri diversi quali la lucidabilità, la lavorabilità, ecc.  distinguendo 

  pietre : rocce compatte o porose, non  lucidabili = basalto, trachite, conglomerato, arenaria,  argilla, tufo, calcare tenero, dolomia, ecc. 

  graniti : rocce resistenti di natura silicatica, lucidabili = granito, diorite, porfido, gneiss, ecc. 

  marmi:  rocce compatte di natura carbonatica, lucidabili = marmo, calcescisto, calcare compatto 

  travertini: rocce ricche di cavità, compatte, lucidabili come il travertino

 

2. LE ROCCE DI POVE e DINTORNI

a. In base ai documenti rinvenuti

1895 – I vari tipi di roccia estratti nella cave di Pove (le più vicine all’abitato di Pove erano quelle di Pragolin (un tempo Prà Gollin)  e del Monte Gusella) nel 1895 come riferisce il Signori citando l’Elenco descrittivo dei marmi delle cave esistenti nei dintorni di Bassano del Crivellari, erano riportando la nota n.99 di pag.210:

“La macchia di Pove era un calcare ammonitico, estratto in località Priarola: gli strati maggiori raggiungevano i quattro metri quadrati per cinquanta centimetri di grossezza. Il corsoduro era un calcare estratto in località Campaniletto, e raggiungeva le dimensioni di sei metri quadrati per metro e mezzo di spessore. Il guaregno_-_OK___MARMO_-_CORSODURO_-_OK_-__DSCN0042 era pure un calcare scavato in località Prà Gollin , dalle dimensioni di tre metri quadrati per trentacinque centimetri di spessore. Sempre a Prà Gollin si estraevano anche il biancone delle dimensioni massime di quattro metri di superficie per cinquanta centimetri di grossezza, ed un’altra macchia di Pove,  calcare titonico variegato in lastre di cinque metri quadrati e cinquanta centimetri di spessore”. In questo manoscritto non vi è una descrizione morfologica di questi marmi.


1930 – Da Ramiro Fabiani (1930)  riporto esattamente quanto scrive in riferimento al nostro argomento:

_-_OK___MARMO_biancone_x_internet_233_copia“ Dal Cretaceo inferiore si estrae quasi esclusivamente del marmo bianco o bianco avorio, detto Biancone, che talora (Crespadoro, Pove) può prestarsi per fornire pietre litografiche, mentre è usato generalmente per gradini e balaustre, di preferenza per interni, essendo di frequente gelivo. I più importanti giacimenti di marmi del Secondario si trovano nell’estrema propaggine sud-ovest del massiccio del Grappa, cioè nel monte La Gusella e poi in numerosi punti dell’Altipiano dei Sette Comuni. I giacimenti del M. La Gusella, son noti sotto la denominazione di S.a Felicita quelli sul versante est e di Pove quelli sul versante opposto. Rappresentano ciascuno l’affioramento sui due lati di una stessa pila di strati del Giurese medio e superiore e del Cretaceo inferiore, la quale , con disposizione pressoché tabulare, costituisce da circa quota 700 in su il monte La Gusella.  Dalla parte superiore dei giacimenti si trae il Biancone, immediatamente sotto il Barettino che è bianco-celestino (strati di passaggio dal Cretaceo inferiore al Giurese più elevato) con una potenza complessiva di una decina di metri e in strati spessi da cm 20 a cm 60. Sotto vengono marmi rosati mandorlati e gialli nel gruppo di Pove, mentre dal lato della valle di S. Felicita sotto al “Barettino” giace il Guaregno color rosso-vinoso, potente di 7 m. e in strati da 25 a 45 cm di spessore. Sotto ancora con una potenza di m.12, viene il tipo Macchia Rossa, color rosso mattone e chiazze più chiare, molto simile al Rosso di Verona, ma più compatto.”

…  “Pove. Le cave sono aperte da molti anni sul versante montuoso sopra all’abitato di Pove, alla quota di circa 700 metri. Vi si sfrutta il solito fascio di marmi lastrolari _-_OK___MARM0_-_campaniletto_BASSANO_OSSARIO_-_CAMPANILETTO_-_DSCN0273_copiadel Cretaceo e del Giurese. Il gruppo di cave di Pove si può considerare diviso in 4 cantieri denominati: Del giallo, Campaniletto, Biancone e Barettino. Una via di lizza di Km 3 circa (mulattiera) allaccia le cave col paese di Pove.  Vi lavorano affittuari, essendo le cave di proprietà comunale. Le escavazioni si estendono per circa 500-600 metri. Si pensa collegarle con la strada del Grappa per eliminare la lizzatura e trasportare i marmi con carri e autocarri. La cava Campaniletto in regione Monte Gusella è esercitata dalla ditta Alberton Pietro e Marco e produce in media mc 200 di marmo annui. La Cava Biancone è esercita da Marcadella Domenico. La cava barettino è esercita da Zanchella (leggasi Zanchetta) Francesco. Oltre le cave predette per marmi, nello stesso territorio, in località Montagnola, trovasi aperta una cava che produce pietra da costruzione, esercita da Favero Gaspare.”

1966.Riportiamo da “Marmologia. Dizionario di marmi e gramiyi italiani ed esteri” di Pieri Mario edito nel 1966 esattamente le voci relative a questo argomento:

“ POVE DEL GRAPPA (Vicenza). Vi sono cave di calcare “Pietraforte” di campaniletto, di piombino, di Verdello, di giallognolo e di biancone. V. Piertraforte di Pove

PIETRAFORTE DI POVE. Così è detto un più o meno brecciforme calcare di aspetto marmoreo, localmente distinto in Campaniletto, Piombino, Verdello, Giallognolo, Biancone. Si escava nell’omonima località in prov. di Vicenza (Pove del Grappa) a qualche chilometro da Bassano sulle più basse pendici del M. Grappa. Questi materiali appartengono al sistema Giurassico dell’Era Mesozoica o Secondaria ed hanno le caratteristiche dei marmi dell’altopiano di Asiago.

BIANCONE. Nome che si dà al calcare compatto di Nuvolera (Brescia), di Treviso, di Asiago e di Crespadoro (Vicenza), di Pove, di Romano d’Ezzelino, ecc. Il fondo di quello escavato in questa ultima località, presso le pendici del M. Grappa, è bianco con rare venature chiare.

CAMPANILETTO. Nome dato ad una varietà della Pietraforte di Pove (V.) escavata presso Bassano (Vicenza) sulle pendici del M. Grappa. Si tratta di un calcare compatto marmoreo, talvolta brecciforme.

GIALLOGNOLO DI POVE. (Vicenza). E’ il nome di una delle varietà della Pietraforte di Pove, calcare compatto più o meno brecciforme, scolpibile e lucidabile. V. Pietraforte di Pove.

PIOMBINO. Nome dato alla varietà di Pietraforte di Pove (V.), escavata presso Bassano (Vicenza) sulle pendici del M. Grappa. Si tratta di un calcare compatto marmoreo, talora brecciforme.

VERDELLO. Varietà di pietraforte di Pove (V.) , escavato presso Bassano, sulle pendici del M. Grappa in prov. di Vicenza.”

Come si può rilevare, in queste tre fonti documentali ci sono  delle differenze sulla presenza di tipi di marmo, possibile anche per una diversa denominazione degli stessi. E’ difficile oggi identificare con certezza quali potevano essere le varie identità marmoree, celate sotto nomi diversi.

Certamente è interessante dal punto di vista quantitativo (vale a dire l’entità del banco e del corsi) nelle descrizioni del Crivellari e del Fabiani.  Le voci del Pieri mi sembrano un po’ devianti specie sulla denominazione generale di “Pietraforte di Pove” e di specifiche voci quali Giallognolo di Pove e Piombino.

b. In base alla tradizione orale locale

Ho cercato delle fonti che in qualche modo mi potessero dare notizie al riguardo o tramite esperienza diretta o tramite tradizione orale da padre a figlio. Attraverso alcuni amici ho potuto contattare e parlare con due autorevoli persone che io chiamerei “artisti del marmo”: Kobe (Giacomo) Todesco e Natalino Andolfatto i quali mi hanno confermato  che i marmi provenienti dalle cave di Pove, per quanto appreso dai loro padri,  erano sicuramente

biancone_x_internet_233

MARMO_-_CORSODURO_-_OK_-__DSCN0042

MARM0_-_campaniletto_BASSANO_OSSARIO_-_CAMPANILETTO_-_DSCN0273

varegno_x_internet_234

MACION_x_internet_235

 

 

 

 

 

 

Ho riportato, da sx a dx , le immagini di campioni fornitimi da Kobe Todesco ad eccezione del Campaniletto

– il Biancone: calcare compatto bianco, simile al marmo di Carrara

– il Corsoduro: calcare di color biancastro o con striature verde chiaro

_-_OK___MARMO_varegno_x_internet_234_copia_-_OK___marmo_-_MACION_x_internet_235

– il Campaniletto: calcare bianco con sfondo verdino. Ho riportato l’immagine di quanto resta di questo marmo con cui sono stati realizzati gli stipiti e i rosoni del Tempio Ossario

– il Varegno (chiamato anche Guaregno come si trova scritto in una tabella presso la Cava Didattica, ahimé in condizioni di abbandono) : calcare compatto con fondo rosato uniforme, più o meno intenso: vari altari sono esempi di questo marmo

– il Macion di colore sul marroncino o sull’aranciato: probabilmente è uno dei marmi più antichi locali, basti pensare che le colonne del porticato di Piazza Libertà sono di macion, e  sono antichissime.

Leggendo gli scritti del Crivellari e del Fabiani, i miei due illustri “consulenti” ricordano sicuramente il Barettino, non riescono a identificare con quanto sopra presentato le due macchie descritte dal Crivellari come pure l’identificazione del Guaregno e di altri marmi descritti dal Fabiani o dal Pieri. Mi escludono che il varegno si chiamasse anche guaregno, come ho scritto sopra riportando la tabella del Comune di Pove; tuttavia la descrizione è simile.

c. Produzione

Nel 1914 la produzione annua di marmo nel territorio vicentino è così distribuita :

(raffaello vergani l’utilizzazione del sottosuolo storia dell’altipiano dei settecomuni pag409volume I)

Tonnellate

percentuale

Valle del Chiampo

17310

89,82

Sette Comuni

1020

5,29

Romano d’Ezzelino

540

2,80

Conco

200

1,03

Pove

200

1,03

Il Fabiani riporta nel suo testo del 1930 per la cava Campaniletto una produzione di 200 mc annui. Non dice nulla delle altre cave descritte.

L’abbandono delle cave a Pove non avvenne solo per l’emigrazione di tanti scalpellini (come vedremo) ma anche per la maggiore coltivazione delle cave dell’Altopiano di Asiago molto più redditizie dal punto di vista economico per la caratteristica di una maggiore consistenza dei corsi marmorei più adatti alle nuove tecnologie (filo elicoidale ad es.).  Infatti i corsi dei marmi povesi erano modesti e risultavano adatti a lavorazioni di dimensioni modeste….. Questo lo vedremo anche nella tecnica di estrazione in cava.


3. Gli strumenti del cavapietre

 

e dello scalpellino


_--_KOBE_-_STRUMENTI316

Gli strumenti principali nelle cave di Pove erano principalmente : la punta o subbia, la mazzetta o mazzuolo,  la martellina, la gradina, l’ungetto e vari tipi di scalpelli, oltre ad altri per la lavorazione delle pietre in base alla richieste commerciali (sopra disegno di Kobe Todesco).

__________01-PUNTE_O_SUBBIE_-_poeve_e_scalpellini_

__________02-SCALPELLI_-_poeve_e_scalpellini_

__________05-SCALPELLO_RICURVO_-_poeve_e_scalpellini___________06-SCALPELLO_A_TESTA_ROTONDApoeve_e_scalpellini_

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PUNTA o SUBBIA: E’ un ferro con una semplice punta, preferibilmente di forma piramidale.  La sua lunghezza dipende dal solco da realizzare.  Importante l’inclinazione della punta e gli spigoli che la determinano. Utensile impiegato sia per l’estrazione, sia per la sgrossatura sia per la finitura di materiali lapidei e per questo può essere di maggiore o minore grossezza.

SCALPELLO. Lo scalpello costituisce  uno degli strumenti più utilizzati; la sua caratteristica risiede nel bordo da taglio rappresentata da una superficie piatta, affilata perpendicolarmente alla linea dell’asta. Le sue lunghezze e le sue forme possono essere assai variabili in base al suo utilizzo.

SCALPELLO RICURVO o  UGNETTO : è caratterizzato dalla parte terminale che si ristringe rispetto all’asta e cambia direzione incurvandosi . Utile per particolari lavori su pietra o marmo.

SCALPELLO A TESTA TONDA o UNGHIETTO od ONGETTA o FERROTONDO : è un attrezzo con Il bordo della lama arrotondata,  simile alla forma di un dito. Questo strumento ha una sezione stretta che parte dal fusto dello scalpello che si allarga formando un ampio semicerchio.

__________15-CUNEIpoeve_e_scalpellini_

CUNEI : strumenti in ferro (ma anche di legno)  utilizzati in cava principalmente per il distacco di grossi massi di marmo o di pietra.

__________07_-08_-MAZZA_E_MAZZUOLOpoeve_e_scalpellini___________09-PUNCIOTTI_poeve_e_scalpellini_

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

MAZZA: attrezzo  costituito di norma da una lunga asta di legno lunga 60-80 cm alla cui estremità vi un martello di vario peso (da 1 a 4 kg) la cui testa è a sezione quadrata con un lato di 6-8 cm. Utilizzato in cava prevalentemente per la frantumazione dei blocchi marmorei.

MAZZETTA o MAZZUOLO è un attrezzo  di dimensioni minori e quindi più maneggevole con teste uguali adatto in qualsiasi operazione dove sia necessario percuotere un altro attrezzo (scalpello, gradina, punta, ecc.)

PUNCIOTTI o PONCIOTTI : sono dei grossi e tozzi scalpelli  più larghi nella parte superiore, poi diminuiscono di larghezza senza tuttavia arrivare a formare una punta. La loro azione trasmessa dalla mazza o dalla mazzetta si esercita sulle pareti laterali dei fori (“busi”) effettuati nella massa marmorea.

__________16-LEVA_E_LEVARINpoeve_e_scalpellini_

LEVA: strumento assai semplice costituito da un’asta di ferro di varia lunghezza e di vario spessore e di peso  utilizzata per alzare e/o smuovere in cava materiale marmoreo di una certa grandezza e peso.

LEVARIN: strumento somigliante alla leva ma più piccolo e più leggero. Così veniva chiamato nelle nostre cave.

__________03-GIANDINO_-_poeve_e_scalpellini___________04-GRADINA___________11-MARTELLINA_-_poeve_e_scalpellini_

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

GIANDINO O GIANDIN è uno scalpello con la parte finale piuttosto tozza e serve per sgrezzare  superfici marmoree togliendo parti di una certa grossezza che risultino in eccesso.

SCALPELLO DENTATO O GRADINALa gradina è uno scalpello dentato che serve per lavorare prevalentemente nel senso del piano più che nella profondità. Si ottiene una superficie a striature, a linee parallele. L’incrocio di vari solchi ottenuti con la gradina dà una superficie variata e di bell’effetto. 

MARTELLINA. La martellina è una specie di martello di ferro con teste a taglio dentato: da una parte denti più grandi e dall’altra più minute. Può essere usato al posto della gradina quando si tratta di lavori ordinari o di superficie piane.

__________10-TESTU_poeve_e_scalpellini___________12-SGRAFON-BROCCApoeve_e_scalpellini___________17-BOCCIARDApoeve_e_scalpellini_


 

 

 

 

 

 

 

TESTU’ : assomiglia ad una comune mazza solo che si differenzia in quanto una faccia è concava realizzando due spigoli taglienti più o meno lunghi mediante i quali si può ottenere un’azione precisa di distacco di una parte non necessaria in un un blocco marmoreo. Per ottenere questa azione è necessario che venga colpita da un’altra comune mazza. Sono necessarie due persone.

SGRAFON/BROCCA o PICA : strumento che può essere chiamato o con l’uno o con l’altro nome. La sua caratteristica è quella di terminare con teste in ferro temperato da una parte  larga terminante con denti più o meno lunghi (sgrafon), e dall’altra stretta terminante con una punta (brocca). Strumento che va impugnato a due mani. Utile in modo particolare nella sgrossatura. Viene indicato in altre località con il nome di “pica”.

BOCCIARDA : assomiglia ad un robusto mazzuolo di 2-3 kg di peso con estremità dentate rettangolari  con una superficie di percussione di circa 10-15 centimetri.

La sua azione sulla superficie marmorea determina un particolare effetto di tipo granuloso.

__________13-TRAPANO_AD_ARCHETTOpoeve_e_scalpellini___________14-TRAPANO_A_MANOVELLApoeve_e_scalpellini_


 

 

 

 

 

 

 

TRAPANO AD ARCHETTO O A VIOLINO: costituito da un’asta in legno con un pomello girevole, sulla quale veniva fissato un rocchetto. Sul rocchetto (o direttamente sull’asta se questo mancava) veniva avvolto il filo dell’archetto. Una  mano reggeva il pomello , l’altra faceva scorrere avanti e indietro l’archetto : l’asta girava in un senso e nell’altro. La punta che veniva alloggiata alla fine dell’asta girando avanti e indietro produceva il foro.

TRAPANI A MANOVELLA. Strumento in ferro con parte centrale sagomata ad U a manovella. Ad una estremità vi è un pomello in legno per la presa e all’altra estremità vi è un mandrino per accogliere la punta.  Una volta che si è montata una punta del diametro voluto e fatta combaciare sul punto da forare, con la mano sinistra si spinge sul pomello verso la foratura e con la mano destra si gira manovella. Si possono effettuare dei fori di non grandi dimensioni.

__________20-COMPASSI_ORDINARIpoeve_e_scalpellini_

__________21-COMPASSI_A_BRACCIA_poeve_e_scalpellini_

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

COMPASSI ordinari: possono essere in legno o in ferro e servono per determinare le distanze da un punto all’altro, per misurare e dividere linee, per descrivere circonferenze ed archi.

COMPASSI a braccia curve convergenti: servono per prendere le misure dei volumi delle forme. Si può ingrandire due o più volte la forma spostando conseguentemente la vite che ferma le due braccia.

__________22-RASPEpoeve_e_scalpellini___________23-SQUADREpoeve_e_scalpellini_

 

 

 

 

 

 

 

RASPE : sono lime in ferro  in svariate sagomature e forme. Possono essere usate a secco per levigatura di superfici  lapidee,  oppure  utilizzate  con  sabbia bagnata per una levigatura di finitura.

SQUADRE in legno o in ferro per tracciare linee parallele o perpendicolari.

__________18-RASCHIETTIpoeve_e_scalpellini___________19-LIVELLO_O_BOLLA_DARIA_poeve_e_scalpellini_

 

 

 

 

RASCHIETTO: è un doppio scalpello con fusto piegato ad esse le cui estremità smussate ed acciaiate sono piatte e taglienti. Si usa senza il soccorso del mazzuolo premendolo fortemente con le mano per togliere dalla superficie le più piccole irregolarità rimaste.

LIVELLO O BOLLA D’ARIA : importante per disporre orizzontalmente un piano di lavoro


4. L’ATTIVITA’ DI CAVA 

L’attività di cava consisteva nell’estrazione di blocchi di marmo, nella loro riquadratura e nel loro trasporto  fino alla bottega del paese. Lo scalpellino, un tempo, di solito era sempre presente in tutte queste attività fino alla lavorazione stessa. Alcuni – vedi più avanti – saliranno agli onori dell’arte per indubbie capacità scultoree. La maggioranza degli addetti fino all’epoca della meccanizzazione svolgeva una vita durissima, dall’alba al tramonto, spesso in condizioni ambientali estreme e di perenne rischio in particolare nelle fasi di estrazione e di trasporto, come vedremo. Per alcuni secoli per Pove e dintorni aleggiava una base sonora talora rapida, veloce ritmata dall’azione della punta sulla roccia o sul pezzo marmoreo da sbozzare, talora più lenta e più rumorosa dall’azione delle martelline o degli sgrafon e talora muta, rappresentata dai silenzi della sola pura forza delle braccia e dell’abbondante sudore. Per secoli abbiamo avuto due soli protagonisti l’uomo e la roccia. Ad essi la nostra perenne ammirazione.

A – L’ESTRAZIONE DEL MARMO A POVE

_--estraz_canalettapoeve_e_scalpellini_

_scainettopoeve_e_scalpellini_Le stratificazioni o i corsi delle rocce nelle cave di Pove in generale avevano spessori  che non superavano i 30-35 cm e ciò era sufficiente per la maggior parte delle richieste almeno nel periodo dell’ultima guerra e del dopoguerra. Nel gergo locale infatti  si indicavano gli strati  con nomi indicanti già gli utilizzi : ad es. strato delle “piasse” quelli di  6-7 cm che ovviamente servivano per la pavimentazione di superfici pubbliche o lo strato dei “scaineti” quello di circa 5 cm dal quale su traevano i pezzi per la pedata di un gradino (“scaineto”), mentre l’alzata poteva essere di altro materiale (disegno di Kobe Todesco). E’ verosimile  poi che nel Settecento e nell’Ottocento ove i corsi delle rocce avevano spessori molto più grandi gli scalpellini-tagliapietra abbiano usato cunei di legno o di ferro come avveniva in altre grandi cave (ne parlerò nel successivo capitolo).

La parte più laboriosa da staccare rappresentava quella a diretto contatto con la massa rocciosa, mentre lateralmente di solito una parte era già libera e dall’altra parte non si aveva grande difficoltà a trovare una fissurazione (assai frequente in queste rocce) come pure non difficoltosa era la parte inferiore a livello di una stratificazione quasi sempre segnalata dalla presenza da materiale argilloso pietrificato e quindi facile da staccare anche con la leva meno pesante chiamate “ levarin “(piccola leva in ferro).

Pertanto il distacco per questi corsi veniva affrontato eseguendo  delle strette cavità, delle  canalette, a forma di V,  con punta e mazzetta e una volta raggiunta la profondità desiderata della punta della V su questo punto colpivano ripetutamente sempre con punta e mazzetta finché il marmo si spaccava. (Todesco e Andolfatto). Per corsi più grandi si usava fare una serie di fori sempre a V ma più ampi e lunghi  e su questi venivano inseriti i punciotti che erano dei grossi cunei tronchi fatti così in modo tale che si inserissero nei fori senza arrivare al fondo della V e la loro azione attuata dai colpi della mazza interessava solo le pareti  laterali e non il  fondo. La forza sulle pareti determinata dai punciotti staccava il pezzo dalla parete (disegni di Kobe Todesco).

 

B – ESTRAZIONE DEL MARMO IN GENERALE : storia

L’estrazione del marmo e di altre pietre fino al Settecento è stata esclusivamente manuale, affidata alla sola forza delle braccia dei cavatori, in pratica uguale a quella degli antichi romani, e come questi, non esistendo altri sistemi di estrazione, potevano solo utilizzare le lesioni naturali, le fratture, e i punti deboli dei piani di sedimentazione della roccia per introdurvi a colpi di mazza cunei sempre più grossi e lunghi fino al distacco dei blocchi di varia misura e qualità.

_______vestigia_del_passatoNelle cave la tecnica che permetteva il distacco di un blocco di pietra dall’ammasso roccioso (dal banco) oltre che di origini antiche, come detto, era molto lunga e molto molto faticosa.  In base alle caratteristiche della roccia e quindi delle stratificazioni, si sceglieva dove effettuare le linee di frattura: in generale  la massa rocciosa da  staccare, pulita sul fronte e sulla parte superiore, veniva isolata effettuando tre tagli uno a monte e due ai fianchi. Con la punta  e la mazza  si realizzavano le cugnare [immagine a lato](o cuniere o anche scarséle) ossia dei fori di dieci-venti centimetri (ma che potevano essere ancora di più a seconda dello strato della pietra) a forma di cuneo (ricordando l’antica tecnica romana chiamata caesura o “tagliata”) . In questi incavi, con l’aiuto di una mazza di sei-sette chili circa, si facevano entrare a forza dei cunei di legno (che poteva essere di fico, o di gelso o di faggio o di rovere ben secchi )  oppure  di metallo: I cunei di legno venivano utilizzati prevalentemente nelle linee di frattura esistenti (litoclasti) e nelle linee di demarcazione dei corsi: venivano bagnati di acqua,  questa faceva così  aumentare di volume il legno e ciò causava il distacco della pietra.  Nelle altre zone si utilizzavano i cunei di metallo, tra questi e la pietra  si ponevano della lamine metalliche (foje), più lunghe del cuneo stesso, che servivano ad impedire la frantumazione dei lati interni dei buchi; i cunei erano poi percossi con la mazza fino a provocare il distacco del blocco che poteva avvenire anche dopo due giorni di lavoro.  (Viene riportato come ci voleva quasi un’ora di lavoro per staccare il blocco di 2-3 mm!).

______varata_con_polv_ere_ok_

Questa attività estrattiva rimase completamente manuale almeno fino al ‘700, quando iniziarono le prime estrazioni con l’uso di esplosivo,  in particolare con la polvere nera o polvere da sparo o polvere pirica. L’uso dell’’esplosivo trovò inizialmente ampi consensi in quanto abbatteva enormi quantità di roccia in tempi relativamente brevi. L’esecuzione di questa tecnica era attuata dai “fuochini”, uomini con grande esperienza nel portare a termine le varie operazioni. Innanzitutto realizzavano un foro lungo e stretto nella massa marmorea da abbattere mediante una lunga barra di ferro con punta forgiata a scalpello;  questa veniva sostenuta da alcuni operai mentre veniva fatta penetrare nel marmo mediante o rotazione manuale o percussione attuata sulla estremità libera con una mazza di ferro. Realizzato il foro profondo in genere qualche metro, vi si introduceva la polvere nera nella quantità necessaria, si applicava la miccia, si chiudeva il foro con terra stracci e altro per contenere l’energia dello scoppio il più possibile all’interno della massa rocciosa.  Quindi si accendeva la miccia e si attendeva il risultato. Una variante che produceva risultati colossali veniva detta “varata”  e differiva da quella ordinaria per la formazione sul fondo del lungo foro  di una cavità utilizzando secondo le varie esperienze o l’acido muriatico o l’acido cloridrico fatto arrivare sul fondo con un tubo: qui agendo sul calcare corrodendolo formava una cavità a forma di fiasco di ampiezza tale da poter consentire l’azione anche di 300/400 kg di polvere nera. L’esplosione causava sì l’abbattimento di grandi porzioni di roccia ma comportava anche il difetto di produrre una enorme quantità dì materiale dì scarto che ingrossava a dismisura i “ravaneti” cioè la zona del materiale di scarto che realizzavano dalla cava verso il basso una enorme discesa di materiale lapideo non utilizzato e non utilizzabile.

Si dovette aspettare fino alla fine dell’ ‘800 perché ci fosse una vera rivoluzione nella tecnica estrattiva e ciò avvenne per le invenzioni dapprima del filo elicoidale e poi della puleggia penetrante. Infatti nel 1889 all’Esposizione Internazionale di Parigi fu presentato un impianto con filo elicoidale  che consentiva il taglio di grandi dimensioni marmoree direttamente al monte. Nel 1897 fu inventata da Monticolo la puleggia penetrante.  

impianto_filo

L’impianto consisteva in un filo di circa 5 mm dì diametro, formato dall’avvolgimento a forma elicoidale di tre piccoli cavi d’acciaio, disteso amezzo di una serie di pulegge di rinvio montate su tubi di ferro (“poteaux”) sull’intera area di cava. Vi era poi un motore elettrico (cabina motore) che attraverso una frizione collegata a una serie di pulegge montate su un telaio fisso, imprimeva il movimento al filo. Nella sua corsa il filo veniva fatto passare, solo per una minima parte della sua lunghezza, a contatto della superficie rocciosa da tagliare a mezzo di altre due pulegge installate su montanti cui era consentito un movimento discendente. Il taglio avveniva per la discesa progressiva nella massa rocciosa della parte di filo compreso tra i due montanti. Contrariamente a quanto si potrebbe immaginare non era il filo che incideva e quindi tagliava la roccia: la sua funzione era solo quella di trasportare nel solco elicoidale determinato dall’avvolgimento dei tre cavi che lo costituivano, una miscela abrasiva di acqua e sabbia silicea che veniva fatta costantemente colare sul filo a contatto della roccia. Ciò che determinava il taglio della roccia quindi, era solo la sabbia che, strusciando sulla superficie marmorea, ne abradeva minutissime particelle immediatamente evacuate dall’acqua della miscela. 

_____circuito_e_filo_La principale innovazione apportata a questo impianto dopo la sua comparsa (dopo sei anni dalla presentazione)  nelle cave di Carrara fu ideata dall’Ing. Monticolo nel 1897 e consisteva in un accorgimento che ne aumentava notevolmente le potenzialità di taglio. Infatti col sistema prima descritto era impossibile eseguire tagli senza prima aver fatto lateralmente alla bancata da tagliare, lo spazio necessario al passaggio dei montanti che portavano le pulegge mobili: ciò obbligava ad aprire dei profondi canali con grande dispendio di tempo ed energia. L’Ing. Monticolo ideò allora una “puleggia penetrante” (immagine a dx) in grado, oltre che di portare il filo per il taglio, anche di--_puleggia384 farsi strada direttamente nella roccia, previa esecuzione di un solo foro guida necessario al passaggio del supporto della puleggia. Il foro veniva realizzato facilmente con la cosiddetta “macchinetta”, una macchina perforatrice in grado di eseguire nella massa rocciosa fori di grande diametro fino a molti metri di profondità. La “Puleggia Penetrante Monticolo”, montata al posto di entrambi i montanti, permetteva così di realizzare anche i cosiddetti “tagli ciechi” cioè direttamente nella bancata vergine senza dover ricorrere a nessun sbancamento.

Come si può capire l’installazione dì un impianto di filo elicoidale non era cosa semplice (vedi immagini a sx). La sistemazione del filo ad esempio, chiamata in gergo lastesaed eseguita dal “filista”, un operaio specializzato addetto a questa particolare funzione, richiedeva tempo e doveva tener conto di molti fattori di grande importanza: ad es.  la lunghezza dell’intero circuito (che poteva essere anche di 2 Km) doveva essere calcolata in base alle superfici di taglio che si volevano realizzare in modo da evitare un consumo troppo veloce del filo e quindi per ridurre la frequenza di reinstallazione di un nuovo circuito. Inoltre un’installazione costituiva in un certo senso una struttura fissa che non consentiva una grande versatilità nella programmazione della escavazione e doveva quindi essere prevista in modo conveniente. Un altro grosso problema, anche economico, era rappresentato dalla necessità di disporre di grandi quantità di sabbia silicea. La miscela di acqua e sabbia doveva poi essere calibrata esattamente sia nella composizione che nella portata. 

Al giorno d’oggi il filo elicoidale tradizionale è stato sostituito dal filo diamantato che assicura un taglio molto più veloce; lo schema dell’impianto invece rimane quello tradizionale.

C – SPOSTAMENTO E TRASPORTO DEL MARMO ESTRATTO A POVE

Come già detto, le pietre richieste dalle attività edili o funerarie non avevano dimensioni particolarmente grandi e  quindi anche il materiale estratto non richiedeva particolari accorgimenti per farlo arrivare al piano di cava per la prima lavorazione. Veniva di norma fatto scivolare piano piano su quella specie di piano inclinato, di solito non molto lungo, che nel tempo si creava dai pezzi di scarto o di rottura sempre presenti in questa attività.

Una volta qui arrivati iniziava già la sgrossatura ed eventualmente anche la sagomatura. Vedremo più avanti le varie operaziomi che si attuavano nei confronti delle varie tipologie richieste sia per la edilizi sia per l’ornato.

 

_______SLITTApoeve_e_scalpellini_

-----mulattiera_pove349Una volta che si aveva ottenuto  i pezzi da trasportare si caricavano su una specie di slitta  (la “slita”) (vedi disegno a lato di Kobe Todesco), un po’ simile a quella che utilizzavano i valligiani per trasportare a valle i carichi di fieno.  Questa slitta è fatta solo di legno, senza nessun chiodo, e le varie parti (sci e traversine) venivano tra loro incastrate e tenute insieme da dei perni sempre di legno chiamate “caece o caice” (= caviglie) . La slitta veniva tirata a strascico mediante una bandoliera di cuoio . L’insieme di questo mezzo di trasporto non era per nulla rigido, anzi manifestacva una certa flessibilità quando si muoveva su sentieri sconnessi. Il timone consentiva di segiuire la giusta via.  Talora per carichi particolari poteva venir trascinata da un  paio di buoi. La via di trasporto (detta anche via di lizza)  era rappresentata dalle mulattiere che in genere non avevano tragitti particolarmente scoscesi ed in alcuni tratti (immagine) è ancora possibile vedere i segni lasciati sulla pietra dal passaggio di queste slitte. Pertanto il guidatore che conosceva bene la strada e le zone di maggior difficoltà  riusciva a controllare agevolmente la velocità e la direzione. In casi di trasporti eccezionali o per condizioni particolari del percorso poteva essere utile collegare la slitta con funi ad  un albero oppure ad un “levarin” infisso nella stessa pietra della mulattiera  in fori appositamente eseguiti: le corde venivano liberate a poco a poco in modo da superare e lasciato andare lentamente per superare la difficoltà senza danni.

D – SPOSTAMENTO E TRASPORTO DEL MARMO ESTRATTO IN ALTRE CAV E

Nelle cave dove venivano staccati grossi blocchi di marmo, dopo che questo si era staccato si inseriva nella parte inferiore  il piede di una grossa leva del peso di oltre 30 kg che mossa contemporaneamente da 5-6 persone sollevava il pezzo. Una volta sollevato si inserivano dei rulli di legno, generalmente di faggio, e lo si faceva scivolare facilitati anche dalla inclinazione naturale presente.

_BINDA_-_OK_-_ATTREZZI_-_BINDA_CHE_ALZA_E_SPOSTA_IL_MARMO_Il sollevamento del blocco poteva avvenire anche per mezzo di una binda (una specie di cric) (immagine a sx) dapprima di legno e poi in ferro.

Veniva così ribaltato sul un letto di detriti  della cava in modo da attenuarne l’urto.

Dal luogo di estrazione sino alla “piazza” della cava il blocco estratto veniva trasportato di solito tramite argani con rulli di legno, disposti a spina di pesce e insaponati per limitare l’attrito tra pietra e legno. Qui ,depurato delle parti lesionate e difettose,  veniva ridotto in blocchi minori quadrati o a parallelopipedi (riquadratura) per essere poi trasferiti a valle, con maggiore facilità.

In generale il trasporto dei blocchi dalla cava ai laboratori poteva essere di due tipi a seconda della distanza e delle strade presenti: 

 – mediante carri di legno con ruote in ferro trainati da buoi dove lo consentivano i collegamenti tra cava e paese di lavorazione

– mediante scivoli o canali, detti vie di lizza. Si preparava _____lizzatura_andreauddapprima la carica (cioè i blocchi da trasportare) un po’ rialzata da terra su piccoli massi o cumuli di detriti. La carica, che variava dalle 15 alle 20 tonnellate, doveva essere sistemata con cura per non aver problemi nella discesa. Sotto ogni blocco si facevano scorrere delle piccole travi di legno, disposte trasversalmente alla direzione del movimento, e  al di sopra di queste due o tre tronchi, di solito ricavati da faggio, con punta rialzata o ricurva (lizze).  Inserite le lizze, i blocchi dovevano essere legati accuratamente con  cavi di canapa. La via lungo la quale il blocco percorreva la discesa era fiancheggiata da pali corti e molto solidi, fatti in legno o in pietra, piantati direttamente nel terreno (dove possibile) oppure in buchi fatti in grossi massi interrati, rinforzati con zeppe a forme di cuneo che aumentavano la stabilità , posti a distanza di 200-300 metri l’uno dall’altro, LIZZA_-_MOLLITORI_attorno ai quali si avvolgevano le tre o le quattro funi di canapa (e dopo il 1920 sostituite dai cavi del filo elocoidale) di ritenuta ( a seconda del carico e della pendenza), due delle quali dovevano essere sempre in tensione. Durante il movimento, il capo lizza che stava davanti alla carica ordinava agli addetti alle funi di allentare o di stringere in modo che il movimento fosse fluido e omogeneo durante il quale poi  le travi trasversali che  nel movimento venivano a trovarsi dietro il blocco, insaponate nelle zone di appoggio, venivano tolte e portate avanti. Così il blocco scivolava  fino a raggiungere la meta stabilita. Per tutte queste operazioni servivano non meno di sei lavoratori e varie ore di duro lavoro che non era scevro da pericoli soprattutto per la rottura delle funi o per un repentino cambio di pendenza .

Giunti in paese i blocchi erano trasportati su bassi carri nei vari laboratori.

E – LAVORAZIONE DEL MARMO ESTRATTO A POVE

Sgrezzatura

E’ normale che quanto è stato estratto, non sia perfetto: anzi presentava di regola delle  rugosità, sporgenze, e altre varie irregolarità, spesso riferibile alle linee di sedimentazione. La sgrezzatura consisteva proprio nel togliere le irregolarità più grossolane, le parti lesionate o inadatte per una certa lavorazione, ecc. e di solito avveniva già nella “piazza” della cava dopo la estrazione.

Gli strumenti più utilizzati erano il Testu’ per delle sgrezzature discretamente voluminose, ma anche lo sgrafon/brocca soprattutto per parti sporgenti e anche punta e mazzetta per irregolarità più modeste.

Squadratura, spianatura e rifiniture

Era fondamentale dare l’impostazione del pezzo da lavorare in base alle dimensioni richieste e, poiché di norma il materiale estratto aveva bisogno di aggiustamenti  per varie irregolarità  delle superfici, in particolare la superficie riferibile al piano di cava, era necessaria prima di tutto una squadratura, che consisteva nel portare i vari lati del blocco allo stesso livello.

--_squadra__lavori386Richiedeva varie operazioni: dapprima si sceglieva il lato con il piano più basso esistente (per ovvi motivi) e su questo lato, dopo aver segnato una linea retta,  con mazzetta e scalpello si effettuava una fascia di qualche centimetro allo stesso livello della linea tracciata, e lo stesso veniva effettuato su un  lato accanto.(vedi le immagini a lato  di Kobe Todesco). Eseguite queste fasce su due lati, su un lato già allineato di poneva una pertica di legno e un’altra pertica veniva posta sul lato opposto che non era ancora stato trattato. Sempre con mazzetta e scalpello si toglieva materiale in eccesso finchè  ad occhio le due pertiche non venivano a trovarsi allo stesso livello. Questa operazione veniva poi eseguita per l’altro lato ancora da trattare.

Una volta allineato tutto il contorno di una superficie,  si iniziava a togliere il materiale in eccesso all’interno di questo allineamento e ciò veniva chiamata spianatura). Le parti più alte venivano trattate con punta e mazzetta, poi con lo sfrafon o con la martellina prima grossa poi media e poi fine e da ultima la bocciarda fine. 

Con queste operazioni una superficie era squadrata, spianata e anche rifinita.  A seconda dell’utilizzo queste operazioni potevano essere richieste anche per altri lati del pezzo marmoreo.

Per la levigatura poi si utilizzava uno strumento detto Orso (vedi oltre).

Kobe Todesco ha voluto realizzare le principali rifiniture per materiali del settore edilizio: con l’ausilio di punta e mazzetta (spuntà), con l’aiuto di gradina e mazzetta( gradinà) e con l’aiuto della parte appuntita della brocca (broccà) 

x_internet_-_003_-_kobe_-_SPUNTATURA260x_internet_-_001_-_kobe_-_GRADINA261

x_internet_-_002__kobe_-_BROCCA262

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Potevano richiedersi anche altre lavorazioni per ottenere risultati più plastici, quali quelli ottenuti con la martellina o con la bocciarda, qui sotto evidenziati.

x_internet_-_004_-kobe_-_FINE_MARTELLINA263x_internet_-_005_-_kobe_-_MEDIO_MARTELLINA264_copia

x_internet_-_006_-__kobe_-_FINE_BOCCIARDA265

x_internet_-_007_-kobe_-_MEDIO_BOCCIARDA266

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Levigatura e lucidatura

La maggior parte dei pezzi per l’edilizia era sufficiente quanto ottenuto o con la spuntatura o con la martellinatura o con la bocciardatura.

Ma poteva essere stato richiesto anche la levigatura e la lucidatura.

Per la levigatura venivano utilizzati materiali abravisi. Abrasivo (dal lat. abrado, “raschio via“) è detto di sostanza che è in grado di raschiar via, di portar via, di asportare da una superficie (nel nostro caso di marmo) uno strato più o meno profondoLe sostanze più utilizzate erano lo smeriglio e la pietra pomice, e e anche (vedi oltre) la farina fossile. Per la lucidatura in genere si utilizzava l’acido ossalico.

_________smeriglio_e_pomicepoeve_e_scalpellini_

Lo smeriglio è un minerale di color nero, varietà granulare del corindone, costituito da ossido di alluminio con percentuali più o meno elevate di ossido di ferro, ematite e magnetite. La sua azione dipende anche dalla composizione e quindi viene distinto in grana grossa, media e fine a seconda degli effetti voluti : da una levigatura più   grossolana iniziale fino ad una azione finale  più dolce.

La pietra pomice è una roccia magmatica effusiva, leggerissima per la sua elevata porosità, dovuta alla formazione di bolle di gas (come una schiuma) all’interno della matrice vetrosa. Viene impiegata dopo lo smeriglio.  La sua azione abrasiva è più delicata.

____LUCIDATURA_A_ORSO336

Per la levigatura di piccoli pezzi si usava il raschietto per le alterazioni più grossolane, quindi smeriglio con grana grossa, media e fine,  e da ultimo una levigatura con pietra pomice naturale.

Quando però la superficie era molto estesa si metteva in campo uno strumento chiamato Orso (vedi i disegni di Kobe Todesco qui a lato). Questo strumento era costiuito da un robusto parallepipedo di legno. La superficie che doveva --_ORSO_INFERIORE387entrare in contatto con il marmo era attrezzata con delle grosse strisce di ferro 3,0 x 3,0 di dimensioni, che venivano ancorate con dei chiodi sulle facce laterali. Tali strisce  erano distanziate tra loro da uno spazio vuoto sempre di 3 cm. Sulla superficie da trattare si poneva della sabbia silicea di color rosso detta anche farina fossile ad azione abrasiva, e acqua. Sulla faccia superiore dell’orso, dove spesso si aggiungevano dei pesi per aumentarne l’azione, vi era collegata un’asta in modo da poterlo trascinare su e giù nelle varie direzioni. Tale trattamento durava anche ore ed ore. Alla fine la superficie era levigata.

Per la lucidatura per le suddette superfici così ottenute bastava una pietra pomice finissima e/o un passaggio di acido ossalico per renderle luminose.

Se si dovevano effettuare pezzi a scopi ornamentali di solito vi erano quattro passaggi qui di seguito raffigurati (campioni fornitimi da Kobe Todesco):

A – una finitura con scalpello a lama fine

B – una levigatura con smeriglio a grana grossa, poi a grana media e a grana fine

C – una levigatura con pietra pomice naturale

D – una lucidatura con acido ossalico

KOBE_-_01_-_FINITURA_CON_SCALPELLO_-_DSCN0313

KOBE_-_02_-_LEVIGATURA_CON_TIPI_SMERIGLIO_-_DSCN0314

KOBE_-_03_-_LEVIGATURA_CON_PIETRA_POMICE_NATURALE_-_DSCN0315

KOBE_-_04_-_LUCIDATURA_CON_ACIDO_OSSALICO_-_DSCN0316

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RINGRAZIAMENTI  PARTICOLARI

A Simone Zanchetta della “Zamchetta Marmi” di Pove che ha avuto la pazienza di “iniziarmi” al grande e interessantissimo mondo delle pietre e dei marmi.

Al Comune di Pove, nella persona del Sindaco Orio Mocellin e della bibliotecaria sig.ra Fiorella,  che mi hanno  concesso ampia disponibilità nell’ambito del Museo dello Scalpellino e della documentazione presente.

A “Kobe” Giacomo Todesco, ragazzo del “1927”, ancora sempre presente con passione nella “Todesco Fratelli Artistica Marmi” di Solagna, che ha accompagnato i suoi ricordi con precisi disegni di attrezzi, di attività, di campioni di marmi, campioni di lavorazioni di finitura e di lucidatura, che mi hanno permesso di capire e di offrire a tutti questi argomenti con grande chiarezza. Il suo prezioso aiuto è stato fondamentale nella realizzazione di questo lavoro.

Ringrazio inoltre Natalino Andolfatto, Flavio Marcadella, Toni Marchesini, Gabriele Farronato : in vario modo mi hanno dato suggerimenti, documenti, indicazioni per rendere più completo questo lavoro.

 

FONTI DOCUMENTALI 

AA.VV. Andreose scultore 1922-1987. Gilberto Padovan Editore, Vicenza, 1993

AA.VV. Picasass. Storia del mestiere e degli uomini che hanno fatto la storia di Viggiù. Macchione Editore,1995

AA.VV. Pove del Grappa. L’anima della Pietra. Comitato Feste Quinquennali, Pove del Grappa, sd ma 2005

AA.VV. Storia dell’Altipiano dei Sette Comuni. Banca Popolare di Vicenza, Neri Pozza, Vicenza,1994. 

Alpago-Novello Adriano. Castellavazzo. Un paese di pietra, la pietra di un paese. Neri Pozza e Giunta Regionale Veneto, 1977

Baldinucci Filippo. Vocabolario toscano dell’arte del disegno. Franchi, Firenze, 1681.

Bossi Luigi. Dizionario portatile di Geologia, Litologia e Mineralogia. Giegler, Milano, 1819.

Civiltà rurale di una valle veneta. La Val Leogra. Accademia Olimpica, Vicenza,1986 

Fabiani Ramiro. Le risorse del sottosuolo della Provincia di Vicenza. Vicenza, 1930

Filippi Antonio. Storiografia di Pove del Grappa. Errepi, Riese Pio X (TV), 1972

Fontana G. Luigi, Bernardi Ulderico. Cultura popolare Vicentina. Mestieri e Saperi fra città e territorio. Neri Pozza, Vicenza, 1999. 

Gruppo di Ricerca sulla Civiltà Rurale. La sapienza dei nostri padri. Vocabolario tecnico-storico del dialetto del territorio vicentino. Accademia Olimpica. Vicemza, 2002.

Humbert Raymond. Artigiani. Gesti, strumenti opere. Ulisse Edizioni, Torino, 1988

L’Illustre bassanese, n.33 – Gennaio 1995. Danilo Andreose. Vita ed Opere, di Bruno Passamani. Editrice Minchio Bassano, 1995

L’Illustre bassanese, n.97 – Settembre 2005. Pietro e Giuseppe Longo. Gli scultori dei Papi, di Agostino Brotto Pastega, Editrice Artistica Bassano, 2005

L’Illustre bassanese, n.112/113 – Marzo-Maggio 2008.Guglielmo Montin “Professor d’Altari”, di Maira Collavo, Editrice Artistica Bassano, 2008

Lievore Lorenzoni M.Luisa. “Gli Illustri Povesi”. Comune di Pove del Grappa e Museo dello Scalpellino “Antonio Bosa”. (senza data)

Perco Daniela (a cura di). Uomini e pietre nella montagna bellunese. Provincia di Belluno Editore, Belluno 2002

Pieri Mario. I marmi d’Italia, graniti e pietre ornamentali. Hoepli, Milano, 1964.

Pieri Mario. Marmologia. Dizionario di marmi e graniti italiani ed esteri. Hoepli, Milano, 1966

Purger Lattanzi Cristina. Lizzatura marmifera. Società Editrice Apuana, 1997

Rigoni Chiara (a cura di). Scultura a Vicenza. Cariverona Banca spa, 1999

Rodeghiero Gianna Francesca. Suggestioni del Mondo Rurale. La Pietra e L’uomo nella Pedemontana Vicentina. Think , Vicenza, 2003 .

Scarzella Aldo. Il Marmista. Hoepli, Milano, 1923

Sergent Ernesto. Nuovo Vocabolario Italiano d’Arti e Mestieri. Pagnoni, Milano, sd (1870 ?)

Signori Franco. Storia di Pove e dei Povesi. Comitato per la storia di Pove. Bassano del Grappa, 1985

Simonato Giuliano. Mestieri de ‘na volta. Camera di Commercio Industria Artigiano e Agricoltura , Vicenza, 1986

 

siti internet

http://blog.intoscana.it/illavororaccontato/files/2011/09/Loro-delle-Apuane.pdf.

http://san.donato-val-di-comino.blogspot.it

www.plaka.org/scultura/ESTRAZIONE/htm

www.universitadeimarmorari.it

www.treccani.it

www.wikipedia.org

 

 

 

LA PROCESSIONE DEL DIVIN CROCIFISSO

 

di Vasco Bordignon 

 

ok_-_gesu_cade_processione-cristo_cade_

Sappiamo dai libri spesa comunali dei secoli XVII e XVIII secolo come ci siano state numerose processioni con il Divin Crocifisso.  Queste processioni venivano compiute da tutta la collettività povese: partivano tutti il mattino interrompendo ogni lavoro, ogni attività e si recavano a piedi ora a questo ora a quel Santuario vicino o lontano,  e tornavano alla sera sicuri che quel Cristo non li avrebbe abbandonati nelle difficoltà della vita siano queste una pestilenza o una siccità o una guerra.

Ma anche nella vita privata era Lui solo che poteva dare conforto alla malattia, alla disgrazia, alla morte. Era a Lui che ogni sguardo si rivolgeva in ogni periodo della vita collettiva e individuale.

Nel suddetto periodo questa processione collettiva con il Cristo veniva effettuata solo per avvenimenti straordinari,  e col passare del tempo il suo percorso sarà confinato tra le strade del paese.

1763: la comunità povese si attiva per rimettere a nuovo la sua chiesa: demolizione delle vecchie strutture murarie del Seicento e loro parziale incorporazione nel nuovo tempio che  alla fine sarà quello che noi oggi vediamo.

1795: quando ancora l’impresa non è completata (manca il completamento del campanile) e quando ormai le risorse finanziarie sono esaurite, Pove si trova a vivere un vero calvario con il continuo passaggio prima di truppe austriache e poi di truppe francesi con relativi saccheggi, confische, ruberie, e violenze di ogni cosa … fino al 1813 a parte alcune tregue come quella del 1797 quando i povesi compiono un’altra grande processione per chiedere conforto, per chiedere la grazia della fine delle ostilità e quindi delle loro sofferenze. Ne abbiamo notizia quando in data 15 agosto 1797 si registra una spesa per “… far nettare la strada di Calentiga per la Processione del Cristo”.

1832. Nell’anno 1832 giunge a Pove per la visita pastorale il vescovo mons. Modesto Farina e viene a sapere dallo stesso parroco Bartolomeo Biasioni come ogni cinque anni, da alcuni lustri, ci sia una solennità la prima domenica di settembre in onore del Santissimo Crocifisso.

E’ quindi una processione che conclude questa particolare domenica, nella quale tutto il popolo si snoda lungo le vie del paese partendo dalla chiesa e tornando alla  chiesa ricordando ed esaltando tutti i simboli della passione. E’ quindi una processione di preghiera e di esaltazione della Croce e quindi non è una rappresentazione del dramma della Croce né una sfilata di personaggi.

1885: nella ricorrenza di questo anno i povesi iniziano ad affiancare alla processione tradizionale per le vie del paese anche una specie di rappresentazione sacra verosimilmente sul tipo di quelle già in voga ad Oberammergau in Baviera. L’iniziativa suscita  grande impressione ma non viene ripetuta. I tempi e i costi non erano favorevoli.  Siamo negli anni di grande povertà e grande emigrazione.

1910: è l’anno delle “grandi feste quinquennali a Pove in onore del SS. Crocifisso”.  La festa o “sagra” occupa tre giorni: inizia il sabato sera con l’intronizzazione del Cristo nella sua carretta processionale; alla mattina di domenica si ha la messa Pontificale celebrata dal vescovo o da un suo rappresentante, accompagnata dalla corale del paese, proseguita poi nel pomeriggio con la tradizionale processione del Cristo, e conclusa lunedì sera con una rappresentazione in teatro da parte dei giovani del circolo cattolico povese.

1920:  è da poco terminata la prima guerra mondiale, e  questa processione assume un aspetto spettacolare, con immenso concorso di popolo.  L’attenzione della folla  – a detta dei cronisti di allora – in questa prima Festa del dopoguerra sembra essere attratta oltre che dai soliti festoni e archi trionfali ornati di palloncini per la illuminazione alla veneziana, anche dalle novità della illuminazione elettrica della chiesa parrocchiale con duecento lampadine illuminanti l’altare maggiore e della sua facciata esterna classicheggiante, nonché della torre campanaria.

Una folla calcolata in circa 15000 persone al sabato sera non solo spinta dalla devozione, ma anche attratta dalla curiosità di vedere (le luci), di sentire ( mortaretti, concerti) … E questa folla ritornerà anche il pomeriggio per assistere assiepata lungo le strade allo svolgersi della “Sacra rappresentazione” che piano piano si snoda per le vie del territorio povese.

E già in questa festa si assiste ad un preciso ordine di svolgimento della processione.

Viene aperta da un fanale, cui si accompagnano un Bambino Gesù vestito di rosso con il mondo in mano e un Giovanni Battista, vestito di pelli,  con la croce e l’iscrizione “ Ecce Agnus Dei”, poi intervallate da cinque terne di angeli le varie rappresentanze e i vari gruppi della parrocchia e del vicariato con stendardi ed insegne. In posizione centrale sfilano, preceduti da un angelo, i simboli della Passione del Signore, a cui seguono, a breve intervallo, occupato dalla banda locale, i dodici Apostoli , il Crocefisso e le tre Marie. Da ultimo, dopo un breve intervallo occupato da cantori, viene il Clero con il baldacchino e la reliquia della Santa Croce, e poi le autorità civili e il popolo.

 

ok_-_foto_procession_eok_-_cristo_processione

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

1965. La festa e la Processione del Cristo muta profondamente: da un discorso sacro affidato quasi esclusivamente ai personaggi e ai simboli della Passione si passa ad una visione del cammino della Salvezza più ampio e globale, che prende le mosse dai primordi della umanità per arrivare agli eventi della Resurrezione e della  Pentecoste.  Così ai tradizionali personaggi e interpreti della Passione vengono ad aggiungersi un po’ alla volta altri personaggi tratti sia dal Nuovo che dal  Vecchio testamento.  Così dai 150 personaggi del 1965, si passa ai 340 del 1980, e ai 600 del 2010!

Col passare dei lustri e l’avanzare di nuovi gusti e mentalità, accanto ai segni della tradizione religiosa vengono ad affiancarsi e talora sovrapporsi altri segni e altre tradizioni non meno interessanti e folcloristiche, come si può constatare nell’ultimo svolgimento del 2010, dove possiamo constare come dai tre giorni delle prime feste quinquennali nel 2010 siamo passati a dieci giorni (3-13 settembre 2010).  E’ per questo che l’organizzazione e la gestione di tutto ciò nei decenni è diventata sempre più complessa e laboriosa ed è stato necessario fin dal 1960 creare delle commissioni, ognuna della quali orientata a  preparare uno specifico settore. Nel 1960 erano quattro, oggi sono dieci (vedi sotto).

PER DARE UNA SOMMARIA IDEA DELLA ORGANIZZAZIONE riprendo dal Comitato Feste Quinquennali in onore del Divin Crocifisso le varie commissioni 2010 e il programma eventi realizzato nel 2010.

Comitato 2010

Presidente: Patrizia Campagnolo

Vice Presidente: Amedeo Michele Alberton

Direttore Area Finanziaria: Pierenzo Grigoletto

Direttore Area Religiosa: Don Romeo Zuin

Direttore Area Tecnica: Sandro Pegoraro

Segretaria: Anna Gazzola

Pres. Comm. Archi, Impianti e Logistica: Sandro Pegoraro

Pres. Comm. Bilancio: Pierenzo Grigoletto

Pres. Comm. Costumi: Gaetana Boscato

Pres. Comm. Economato: Maurizio Fiorese

Pres. Comm. Interpreti: Fiorella Zonta

Pres. Comm. Liturgica: Amedeo Michele Alberton

Pres. Comm. Personaggi Biblici: Don Francesco Farronato

Pres. Comm. Pesca: Ottavio Bianchin

Pres. Comm. Pubblicità: Luca Cortese

Pres. Comm. Stand Gastronomico: Maurizio Andolfatto

Foto: Adriano Boscato, Riccardo Gianola

Elaborazione grafica: Luca Cortese

 

 

ok_-_feste_quinquemmali_mg134

 

PROGRAMMA AVVENIMENTI 3-13 SETTEMBRE 2010

Venerdì 3 settembre

20.00 CHIESA –  Intronizzazione del Divin Crocifisso con  S. Messa Solenne celebrata da Mons. Antonio Mattiazzo, Vescovo di Padova, ed animata dal Coro Parrocchiale S. Vigilio diretto da Oxana Prihodko. Durante questa celebrazione il crocifisso ligneo del XV secolo viene tolto dalla teca che lo accoglie normalmente per essere deposto sul trono che lo porterà lungo le vie del paese A seguire, il concerto del Coro Cantate Domino di S. Giuseppe di Cassola diretto dal M° Claudio Rigon con la collaborazione del M° Claudio Ongaro alla tromba. Un concerto per coro, organo e tromba che ha proposto con maestria brani di Morricone, Haydn, Mozart, Webber, Vivaldi e molti altri.

19.00 Apertura bar presso il palatenda

Sabato 4 settembre

19.00 – Arrivo della fiaccola della pace accompagnata dal Complesso Bandistico A. Boscato di Fontanelle di Conco. Accensione del tripode e cerimonia di apertura.

E’ il giorno della cerimonia di apertura delle Feste del Cristo 2010, ufficializzata dall’accensione del tripode da parte del  Sindaco Orio Mocellin con il fuoco portato dai quattro angoli da vari gruppi sportivi ed accompagnati dalla musica del Complesso Bandistico A. Boscato di Fontanelle di Conco. Il Presidente del Comitato Organizzatore, Patrizia Campagnolo, il Parroco Don Romeo Zuin ed il Sindaco Orio Mocellin esprimono poi i loro migliori auspici per le Feste appena iniziate.

20.00 CHIESA –  S. Messa celebrata da Don Albino Bizzotto, responsabile Associazione Beati i costruttori di pace, ed animata dal Coro Vicariale

21.30 PIAZZA EUROPA – Rockquiem presentato dal Coro ed Orchestra Giovanili di Treviso e del Veneto La Réjouissance diretti dal M° Elisabetta Maschio seguito con attenzione da oltre 700 persone, ed in collaborazione con il Coro Jupiter Voices di Marino Vettoretti e la Rock Band Moulin Rouge. Il Rockquiem, scritto nel 2002 da Stefan Wurz, è una rilettura in chiave rock del Requiem di W.A.Mozart, un’opera cross-over di classica e hard rock.

In caso di maltempo lo spettacolo sarà annullato

22.30 PALATENDA Balli di gruppo, latino e revival con il gruppo Fiestamania e le Holiday Girls

15.00 Apertura stand gastronomico

domenica 5 settembre

10.30 CHIESA  – S. Messa Solenne celebrata da Mons. Adriano Tessarollo, Vescovo di Chioggia, ed animata dal Coro Parrocchiale S. Vigilio diretto da Oxana Prihodko

16.00 VIE DEL PAESE  – Solenne Processione storico biblica con oltre 600 personaggi in costume raffiguranti il Vecchio ed il Nuovo Testamento. Un pubblico numerosissimo, partecipe e spesso commosso ha assistito in attento silenzio allo snodarsi della processione per le vie del paese addobbate a festa da magnifici archi, che di notte – se possibile – sanno regalare ancor più emozioni. Neonati di 4 mesi fino a uomini di quasi 80 anni hanno reso al meglio la storia della salvezza, ognuno interpretando il proprio personaggi con rispetto e serietà, senza eccessi o protagonismi. Costumi realizzati con cura sartoriale ed accessori preziosi hanno arricchito il tutto.
Forse è proprio questo ciò che rende le Feste del Cristo di Pove del Grappa un evento unico nel suo genere: la serietà profusa da tutti per mettere in primo piano i personaggi e la storia da raccontare, non se stessi

Commento audio di Don Francesco Farronato.

19.00 CHIESA  – S. Messa

21.00 PIAZZA EUROPA – Concerto con il Complesso Bandistico Teofilo Folengo di Campese

In caso di maltempo lo spettacolo si terrà in chiesa

22.30 PALATENDA Spettacolo di cabaret con Edo e Cristian

11.00 Apertura stand gastronomico

Lunedì 6 settembre : Giornata dello Sport e dei Chierichetti. Chierichetti provenienti dal comprensorio hanno rallegrato il centro del paese con canti e giochi fin dal mattino.

19.00 CHIESA – S. Messa celebrata da Don Marco Galante, responsabile vocazionale della Diocesi di Padova, ed animata dal Coro Giovani di Pove del Grappa

19.45 SALA POLIVALENTE – Tavola rotonda Vincere senza inganni né palliativi: dopo cinque anni cos’è cambiato? condotta da Nicola Argesi ha visto grandi campioni dello spot, ori olimpici e campioni d’Italia e del mondo in diverse discipline confrontarsi sull’importanza dello sport come forma di crescita e di arricchimento per i giovani, anche toccando scottanti argomenti come il doping.

21.30 PIAZZA EUROPA – Spettacolo incamminiAmoCi dei ragazzi dell’Azione Cattolica di Pove del Grappa: la storia narrava di un pellegrino che si incontra, lungo il suo cammino, con dei giovani d’oggi, con i quali si confronta su tematiche che di certo interessano tutti i ragazzi di oggi e di ieri. Il tutto accompagnato dalla musica di De Andrè. La piazza, gremita, ha apprezzato moltissimo lo spettacolo, di livello, e… chissà che non ci sia ancora modo di goderne!

In caso di maltempo lo spettacolo si terrà in chiesa

18.00 Apertura stand gastronomico

Martedì 7 settembre  – Giornata dell’Anziano

17.30 CHIESA –  S. Messa celebrata da Mons. Alfredo Magarotto, già Vescovo di Chioggia e di Vittorio Veneto

19.00 PALATENDA – Incontro conviviale per la terza età offerto dall’Amministrazione Comunale di Pove del Grappa

20.00 VIE DEL PAESE –  Quadri biblici viventi

21.00 CHIESA – Concerto di musica rinascimentale del gruppo Conserto del desiderio del Prof. Florindo Gazzola

22.30 PALATENDA –  Sigle TV e Cartoons in Rock con i Freeway

18.00 Apertura stand gastronomico

Mercoledì 8 settembre – Giornata del Migrante

19.30 VIE DEL PAESE – Via Crucis celebrata da Don Dante Carraro, direttore del CUAMM, fondato da Mons. Antonio Moletta, in ricordo della Dott.ssa Sara Alessio di Bassano del Grappa

PALATENDA – Cena etnica

22.30 PALATENDA – Concerto street folk dei Wicked Sensitive Crew

18.00 Apertura stand gastronomico

Giovedì 9 settembre – Giornata del Volontariato e delle Associazioni

18.30 CHIESA S. Messa celebrata da Don Patrizio Bortolini

21.00 PIAZZA EUROPA – Concerto pop, Gospel e Spiritual con il Gruppo Strumentale e Corale Note in Blu diretto da Lodovico Bernardi

In caso di maltempo lo spettacolo si terrà in chiesa

22.30 PALATENDA – Tributo ai Nomadi: live di Denny Mastel

18.00 Apertura stand gastronomico

Venerdì 10 settembre – Giornata della Passione

17.00 CHIESA – S. Messa celebrata da Mons. Flavio Carraro, già Vescovo di Verona, con la partecipazione del Gruppo Francescano

 

ok_-_passione_di_cristo

21.30 PARCO DELLE ROSE – Rappresentazione della Passione, Morte e Resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo con più di 100 figuranti in costume. Regia di Fiorella Zonta con la collaborazione di Terenzio Bonato ed il commento audio di Don Francesco Farronato

(Per accedere al parco è necessario un biglietto d’ingresso: posti a sedere nelle prime file

(20,00€), posti a sedere nelle seconde file (10,00€) e in piedi (5,00€). I posti non sono

numerati.)

18.00 Apertura stand gastronomico.

Sabato 11 settembre

10.00 PIAZZA EUROPA – Concerto didattico per bambini e ragazzi con il Complesso Bandistico di Pederobba

15.00 Torneo di calcio per ragazzi

19.00 CHIESA – S. Messa celebrata da Don Paolo De Zuani, Vicario di Valstagna

21.00 PIAZZA EUROPA – Concerto La Grande Musica per il Cinema con il Movie Trio del M° Fabiano Maniero

In caso di maltempo lo spettacolo si terrà in chiesa

22.30 PALATENDA Karaoke con i Brumada di Campese

18.00 Apertura stand gastronomico

Domenica 12 settembre

10.30 CHIESA – S. Messa celebrata da Mons. Luigi Bressan, Vescovo di Trento, ed animata dal Coro Parrocchiale S. Vigilio diretto da Oxana Prihodko

16.00 VIE DEL PAESE – Solenne Processione storico biblica con oltre 600 personaggi in costume raffiguranti il Vecchio ed il Nuovo Testamento. Commento audio di Don Francesco Farronato.

19.00 – CHIESA S. Messa

20.00 VIE DEL PAESE – Quadri biblici viventi

21.00 PIAZZA EUROPA – Concerto del Coro Polifonico di Salvarosa

In caso di maltempo lo spettacolo si terrà in chiesa

22.30 Cerimonia di chiusura delle Feste Quinquennali

PALATENDA Spettacolo di cabaret con Edo e Cristian

18.00 Apertura stand gastronomico

Lunedì 13 settembre

19.30 CHIESA – S. Messa di ringraziamento detta “delle barbe”, per la presenza di tutti i maschi adulti con la barba fluente, resasi necessaria per le processioni e le manifestazioni religiose.

 

ok_volto_cristoimg135

Tutto bello, tutto interessante, tutto entusiasmante, da vivere almeno una volta.

Tuttavia desidero ricordare qui fra gli avvisi per la processione del Divin Crocifisso del parroco don A. Baron per la festività del 4 settembre 1965 alcune norme riguardanti soprattutto i partecipanti alla processione stessa:

 – Tenere ben presente che si tratta di onorare il Crocifisso e fare del bene spirituale alla gente, e non servirsi del Crocifisso e della gente per ambizione, amor proprio, vanità;

 – Il contegno sia molto raccolto: si seguano con la mente le preghiere e la meditazione sui dolori del Signore, in modo che la presenza dei simboli e dei personaggi diventi espressione della propria fede  e richiamo ai grandi misteri della Redenzione;

 – Non guardare in giro, non preoccuparsi delle fotografie, delle amicizie, delle conoscenze; mantenere le distanze e soprattutto non prendere atteggiamenti , né fare gesti arbitrari,  che potrebbero causare il ridicolo;

 – Naturalmente si richiede anche la massima precisione e puntualità nell’osservare l’orario fissato e notificato”

Solo così rimane anche un Festa Religiosa.

 

FONTI DOCUMENTALI

www.festedelcristo.com 

AA.VV. IL CROCEFISSO LIGNEO DI POVE DEL GRAPPA. Comitato Feste Quinquennali. Editrice Minchio Bassano, 1990.

Franco Signori. STORIA DI POVE E DEI POVESI. Edizione a cura del comitato per la storia di Pove del Grappa. 1985

 


POVE DEL GRAPPA – IL DIVIN CROCEFISSO

 

IL DIVIN CROCIFISSO

 

OK_-_CRISTO_E__ALTARE_-_POVE_-_CHIESA_-_DSCN9849

di Vasco Bordignon  

 

 

 

All’origine della Festa Quinquennale del Cristo (ne parleremo in altro file), c’è un crocefisso.

Da secoli è custodito in un altare laterale della chiesa parrocchiale, appositamente costruito per lui. Rappresenta il Cristo, con il volto incorniciato da due lunghe ciocche di capelli, il capo coronato di spine e grondante sangue leggermente clino sul braccio destro, il viso affilato, gli occhi semichiusi e la bocca aperta negli ultimi aneliti dell’agonia.

 L’immagine, nel suo realismo espressivo, ottenuto con un intaglio accurato e incisivo, ricalca suggestioni e forme stilistiche d’Oltralpe.

 

 

 

OK_CRISTO_CROCEFISSO_INTERO_-img128

 

LA SUA STORIA

Del Divin Crocefisso non si sa chi sia l’autore e quando sia stato realizzato. Ci viene, in qualche modo  in aiuto,  una leggenda: un pellegrino del nord (chi lo dice di nazionalità boema e chi austriaca), diretto a Roma, in un anno santo del Quattrocento, stanco del viaggio, sarebbe venuto a bussare alla porta della canonica di Pove, in cerca di ospitalità. Nell’andarsene, volendosi sdebitare, in qualche modo, con il parroco dell’accoglienza ricevuta, non sapendo che cosa fargli, gli avrebbe scolpito, in una sola notte, su un tronco di ulivo, messogli a disposizione dagli abitanti del posto, un meraviglioso crocefisso, lasciandolo poi in dono.

Ma la leggenda potrebbe avere anche dei dati di maggior certezza.  Quel pellegrino che viene dal nord e che si ferma per qualche tempo a Pove  – secondo dati certi – potrebbe essere un individuo concreto in carne ed ossa, vissuto per qualche tempo tra i povesi come rettore o curatore d’anime della chiesa stessa di San Vigilio. I documenti storici recentemenre (1990) trovati lo chiamano Pellegrino e lo definiscono di Alemagna.  Infatti sia agli inizi che alla fine dell’anno 1427 egli figura presente a Pove come testimone agli atti del notaio Giacomo Carli di Bassano, in occasioni di  tre deposizioni testamentarie in cui gli interessarti nell’atto di lasciare questo mondo gli lasciano chi uno chi due ducati d’oro a suffragio della loro anima, dopo la morte, con la intenzione esplicita che vengano impegnati per la compera di una Croce per la chiesa stessa del paese. Da quanto scritto appare chiaro come questo presbitero (presbiter Pelegrinus de Alemana ) non sia l’artista ma colui che di questo Cristo è stato l’ispiratore e il promotore .

1519.  In occasione della visita pastorale del vescovo suffraganeo di Padova Girolamo De Sanctis fra i vari arredi della  chiesa parrocchiale viene descritto “unum crucifixum magnum in medio ecclesiae”. Quindi in mezzo alla chiesa si trovava senz’altro  già un grande crocefisso esposto alla devozione degli abitanti.

1611.  Viene rinnovata la chiesa con l’aggiunta di un pulpito.  Accanto a questo verrà posto  il Crocefisso, il quale si troverà proprio in mezzo alla chiesa, nella linea di separazione che allora esisteva fra uomini e donne. Questo fatto significa che la devozione dal “divin crocefisso” cresce sempre di più, diventa il centro, il perno di tutta una comunità. In Lui viene riposta ogni speranza, ogni consolazione.  Infatti nei libri spesa del comune nei secoli XVI e XVII siamo in qualche modo informati delle numerose processioni che la comunità povese effettuava con questo Crocefisso per implorare la grazia contro la peste o contro la carestia o la siccità. In Lui quindi veniva incarnato lo Scudo protettivo contro tutti i mali della vita.

1729. In questo anno viene a costituirsi in Pove la Confraternita del Crocefisso o del SS. Redentore. Tale confraternita aveva lo scopo di mantenere viva la devozione del Crocefisso, di provvedere alle necessità del culto  e delle celebrazioni della messa. Già all’inizio del secolo si era provveduto ad erigere un altare di legno per dare una maggiore rappresentatività a tale Cristo. Ma la confraternita negli anni successivi riesce a rendere ancora più importante e viva questa devozione con una maggiore diffusione  in ambito bassanese e valligiano,  e a realizzare un altro altare tutto di marmo, di grande effetto,  artistico, cui certamente si son dedicati i migliori scarpellini del luogo.

1745 – 1763 . L’altare in marmo con il suo Crocefisso è certamente presente e richiamato in occasione delle visite pastorali  di quegli anni.  In quella del 1763 viene posta nella mensa dell’altare un piccolo tabernacolo in pietra racchiudente alcuni frammenti del Legno della Croce, reliquia donata dal Cardinale Cibo. Questo è anche l’altare che possiamo ammirare oggi.

1832. Si trova la prima menzione scritta relativa ad una festività quinquennale  o lustrale  del Cristo. Ma probabilmente era già iniziata decenni prima.

Vedremo poi nella descrizione della processione le varie fasi di questa Processione e le varie integrazioni o modificazioni avvenute nei secoli scorsi.

 

OK_-_CRISTO_DETTAGLIO__-_ALTARE_POVE_-_CHIESA_-_DSCN9838

 

 

L’OPERA

 

OK-CRISTO_INTERO_-img129OK-_VISO_img132

 

Il 24 settembre 1989 il Divin Crocefisso – attorniato a tutta la popolazione povese – rientra nella Comunità  dopo il periodo di restauro (1988-1989), durante il quale si sono potute effettuare indagini sui materiali utilizzati e lo stato di conservazione. E’ questo il Cristo che possiamo trovare nella Chiesa parrocchiale nell’altare di dx appena entrati. Non vi è nessun segno di pietismo né di truce realtà, ma un affettuoso, delicato realismo foriero oltre la morte di una resurrezione eterna.

Il Cristo ha queste dimensioni :  altezza cm 132, apertura massima delle braccia cm 110. Rappresenta Gesù in croce nel momento antecedente la sua morte. Il corpo è rifinito anche sul retro; è fissato alla croce con 3 chiodi in legno (uno eseguito in epoca successiva): 2 penetrano nel palmo delle mani ed uno nel dorso dei piedi che sono sovrapposti.

Il corpo è appeso alla croce con le braccia leggermente più alte rispetto alla testa e le gambe flesse.

Il capo è leggermente inclinato ed è incorniciato da lunghe ciocche di capelli che lasciano scoperto l’orecchio sinistro e da una folta barba bipartita.

OK_-_CRISTO_MACRO_img125La  bocca semichiusa lascia intravedere i denti e la lingua; gli occhi sono socchiusi. Sul capo poggia una corona di spine  e un nimbo (=aureola) intagliato a traforo.  Il Cristo veste un perizoma bianco a righe verticali verdi e rosse con risvolti e bordure dorate. E’ legato ai fianchi al di sotto della vita con un fiocco laterale che scende lungo il fianco destro.

Sull’intero corpo sono fissate mediante cavicchi in legno 15 gocce di sangue intagliate e policromate

Come già detto l’epoca di realizzazione è verso la metà del Quattrocento.

La specie legnosa impiegata per la testa, il  tronco, il perizoma, le  gambe, i piedi e le braccia è il tiglio.  Anche il nimbo è intagliato in un massello di tiglio, tuttavia ilcuni elementi sono stati rifatti con altre specie (abete e noce).

La croce, non è coeva all’intaglio del Cristo, e risale con ogni probabilità ai primi decenni del secolo successivo. Misura cm 178 x 115, e porta in alto ancorato con un chiodo il cartiglio con la scritta INRI.  E’ costituita da due sottili assi di noce che si incastrano con 4 cavicchi.

 

FONTI DOCUMENTALI

AA.VV. IL CROCEFISSO LIGNEO DI POVE DEL GRAPPA. Comitato Feste Quinquennali. Editrice Minchio Bassano, 1990.

Franco Signori. STORIA DI POVE E DEI POVESI. Edizione a cura del comitato per la storia di Pove del Grappa. 1985

Bassano del Grappa e dintorni - Via Torquato Tasso, 7b - 36061 Bassano del Grappa (Vicenza)
Tel. 0424 228203 - Cell. 340 4873148 - E-mail: info@bassanodelgrappaedintorni.it - Admin