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Categoria: Romano d’Ezzelino

ROMANO D’EZZELINO – LA CHIESA DEL SACRO CUORE


LA CHIESA DEL SACRO CUORE DI ROMANO


LA SUA STORIA 

di Vasco Bordignon 


Tutto nasce in sostanza il 22 agosto 1962 quando il Vescovo di Padova Mons. Girolamo Bortignon nomina un Vicario Cooperatore a Fellette (di Romano d’Ezzelino) per la zona del Sacro Cuore. Tale zona allora, per chi veniva dai centri vicini, sembrava in capo al mondo: campi, tanti, filari di viti, tanti, numerosi alberi e poche case.

A dimostrazione l’immagine della via principale di questa zona.

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Il 5 settembre arriva questo vicario nella persona di don Ottaviano Menato, che non si perde d’animo, anzi è pieno di entusiasmo e di capacità umane e religiose.

Il 17 febbraio 1963 un’assemblea della popolazione decide la costruzione di una chiesa.

il 26 ottobre 1963 viene approvato il disegno dell’Ing. Arch. Michele Caretta.

17 novembre 1963 giovani e uomini tutti, eccetto gli anziani, raggiungono il Brenta e caricano di sassi sei camion. I sassi servono per le fondamenta della chiesa che furono scavate il 14 e il 15 dicembre 1963 sotto una bufera di neve.

Il 13-18 gennaio 1964 si gettano le fondamenta della chiesa: vi partecipano almeno cento uomini.

Il 30 giugno 1964 riprendono alacremente i lavori e così il 15 luglio si benedice e si posa la prima pietra.

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la benedizione della prima pietra 

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i lavori procedono alacremente

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anche l’interno prende forma 

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La chiesa è terminata

Negli undici mesi successivi vengono alzati i muri mattone dopo mattone  (164.000 mattoni) con una ammirevole unità tra tutta la popolazione che conta 463 abitanti.

Il 27 giugno Il vescovo benedice la nuova chiesa, promettendo di erigere una nuova Parrocchia autonoma da Fellette.

Il 24 giugno 1965 il vescovo firma il decreto di erezione della Zona Sacro Cuore a Parrocchia con titolo “Parrocchia di S. Cuore di Romano”.

L’11 settembre don Ottaviano è il primo parroco.

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don Ottaviano Menato 


Don Ottaviano Menato, il «prete poeta», noto per il suo impegno pastorale, era nato a Casale di Scodosia il 18 maggio 1927. Venne ordinato sacerdote nel 1952 e dopo le prime esperienze pastorali a Conselve, Pontelongo e Montegrotto, nel 1962 giunse a Fellette di Romano d’Ezzelino. Specializzatosi in psicologia alla Lateranense di Roma, giornalista, ha scritto svariati articoli e lo splendido volume «Civiltà veneta, radici contadine». Nel 1992, nominato parroco della Guizza, vi è rimasto fino al 2002. Ritiratosi alla Mandria, è stato seguito con grande affetto dai suoi famigliari fino alla sua morte, avvenuta il 30 marzo 2010. Don Ottaviano Menato è conosciuto anche come poeta, tutto immagini, ricordi e sentimenti. Ha vinto diversi premi nazionali e nel 1986 quello internazionale Garcia Lorca di Roma.


Nel 1966 la chiesa viene unita alla Casa-Canonica e nel piazzale della canonica viene inaugurano un Monumento per i caduti delle grandi guerre.

Nel 1967 iniziano i lavori per la Scuola Materna, che sarà benedetta nel novembre del 1968.

Nel 1970 nell’occasione di avere un nuovo sacerdote di questa zona, la comunità si mette in moto per abbellire la chiesa che era rimasta allo stato rustico. Si decide pertanto di iniziare i lavori dal Presbiterio, che vengono ultimati per la consacrazione di un nuovo sacerdote locale.

Questo presbiterio contiene delle opere dell’artista padovano prof. Luigi Strazzabosco quali il Crocefisso in legno, il tabernacolo sporgente da una mandorla, in rame, e anche il paliotto con l’ultima Cena in marmo per l’altare non visibile nella foto, ma che sarà posizionato successivamente.

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il presbiterio del 1970

Anni 1973 – 1975 sono gli anni del completamento interno ed esterno della chiesa. Oltre alla sistemazione della struttura (capriate, soffittatura) la chiesa viene abbellita con una pavimentazione  di cotto fiorentino “fanniti”, con un rivestimento in legno ”noce Daniela” delle pareti, con vetrate istoriate del presbiterio e delle navate, e con altre opere artistiche religiose quali la via crucis, l’ambone, statue della Madonna e del Sacro Cuore (vedi oltre). Anche l’esterno viene abbellito col rivestimento  in cotto fiorentino Impruneta con fasce in pietra di Custoza, all’entrata  un grande pannello del “ Discorso della Montagna”, soffitto in legno del soffitto all’ingresso della Chiesa e altri nelle strutture adiacenti (gradinate, perimetro, ecc.)

Il 3 maggio 1975 la Chiesa viene consacrata.

Negli anni successivi la Chiesa si arricchirà di altre opere quali l’acquasantiera all’ingresso e quelle laterali e infine del fonte battesimale arricchito di altre realizzazioni scultoree.


LA CHIESA OGGI 

L’ESTERNO 

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lato sud-est

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lato nord-est

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la facciata d’ingresso (lato est)

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lo sdoppiamento della facciata anteriore

La chiesa è posizionata sull”asse ovest-est. La facciata anteriore è suddivisa in due parti: la parte inferiore con la porta d’ingresso “monumentale”, e la parte superiore con il grande pannello di Gesù e del suo “discorso sulla montagna o delle beatitudini”. (vedi oltre). Le pareti sud e nord sono interrotte da due piccole appendici murarie che permettono all’interno della chiesa la presenza di due nicchie ove sono posizionate statue votive e uno spazio per la cantoria. Le due facciate laterali arricchite da lunghe fasce decorative terminano in alto con una sequenza di finestrelle colorate che danno una discreta luminosità interna. 

Come detto la facciata est o anteriore è suddivisa in due parti. Rivedendola più volte mi ha dato una vaga idea che tale struttura evochi in un certo senso la struttura di alcune vecchie case contadine nelle quali la parte inferiore, più bassa, rapprentava lo spazio vitale della famiglia, di solito numerosa, e al di sopra si apriva uno spazio più ampio che di norma era il fienile o lo spazio di raccolta e mantenimento di vari prodotti della terra.

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Il grande pannello della facciata anteriore, rappresentante Gesù sulla montagna delle beatitudini. L’opera, del 1973, misura 760x350x18 cm; i materiali utilizzati sono refrettario o gres ingobbiato con smalti colorati e oro. L’autore è Amedeo Fiorese (vedi biografia).

LE BEATITUDINI DELLA MONTAGNA

“Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

”Beati i poveri in spirito,
 perché di essi è il regno dei cieli.
 Beati quelli che sono nel pianto,
 perché saranno consolati.
 Beati i miti,
 perché avranno in eredità la terra.
 Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
 perché saranno saziati.
 Beati i misericordiosi, 
perché troveranno misericordia.
 Beati i puri di cuore,
 perché vedranno Dio.
 Beati gli operatori di pace,
 perché saranno chiamati figli di Dio. 
Beati i perseguitati per la giustizia,
 perché di essi è il regno dei cieli.
 Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli.”

L’INTERNO 

L’interno della chiesa è assai semplice, costituito da un’unica navata che si apre sia a dx che a sx in piccoli spazi ove sono state posizionate la statua del Sacro Cuore di Gesù ed una spazio per la cantoria a dx, e a sx la statua di San Giuseppe e della Madonna con Gesù, spazi già menzionati nella descrizione esterna. 

Appena entrati dalla porta principale, incontriamo subito un’acquasantiera, in refrattario ingobbiato con smalti e oro, opera di Amedeo Fiorese del 1977. Dimensioni: 100x 44 cm. L’opera che ci accoglie rappresenta il battesimo di Gesù nelle acque del fiume Giordano mentre Giovanni il Battista vestito di pelli sparge l’acqua sul capo di Gesù. Nelle pareti laterali vi è l’acqua che sgorga, segno dell’abbondanza delle grazie di Dio. 

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dettaglio del battesimo 

Proseguendo verso il presbiterio, alla nostra dx troviamo la statua del Sacro Cuore, mentre a sx la statua di San Giuseppe e della Madonna. 

A dx al posto di una seconda statua vi è uno spazio per la cantoria. 

LA STATUA DEL SACRO CUORE DI GESU’ 

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Questa statua del 1975 è di Piergiorgio Rebesco. E’ in marmo, con le seguenti dimensioni 180x45x35 cm.

Rebesco fa uscire dal cuore di Gesù un flusso di sangue, segno del suo amore totale per noi.

Da segnalare l’infinita dolcezza di Gesù e la straordinaria tecnica di esecuzione.


LA STATUA DI SAN GIUDEPPE 


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Statua di San Giuseppe, opera di Amedeo Fiorese del 1981. Il Santo benedicente tiene con la mano destra un’asse segno del suo lavoro di falegname. Il suo sguardo rivela grande dignità nell’essere strumento della volontà di Dio. E’ in refrattario, smalti e ori. Misura 181x85x40 cm. 


LA STATUA DELLA MADONNA CON BAMBINO 


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Madonna con Bambino. Dimensioni 185x50x30,

L’opera rappresenta la Madonna con Gesù su una poppa di una nave: la madonna è colta  nell’atto di offrire suo figlio ai fedeli.Viene attribuita allo studio Berger di Milano. 

la VIA CRUCIS 


Lungo le pareti si snodano le formenlle della Via Crucis, opere di Amedeo Fiorese del 1973. Ogni stazione nisura 50×30 cm, è in refrattario ingobbiato e smalti. L’autore con grande spirito innovativo riesce a trasmetterci profonde emozioni nel dipanare pannello dopo pannello la via dolorosa che porta Gesù al Golgota.

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PRIMA STAZIONE : Gesù è condannato a morte

SECONDA STAZIONE : Gesù è caricato della Croce

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TERZA STAZIONE : Gesù cade per la prima volta

QUARTA STAZIONE : Gesù incontra sua Madre

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QUINTA STAZIONE : Simone di Cirene porta la croce di Gesù

SESTA STAZIONE : Veronica asciuga il volto di Gesù 

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SETTIMA STAZIONE : Gesù cade per la seconda volta

OTTAVA STAZIONE :  Gesù incontra le donne di Gerusalemme

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NONA STAZIONE : Gesù cade per la terza volta

DECIMA STAZIONE : Gesù è spogliato delle vesti

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UNDICESIMA STAZIONE : Gesù è inchiodato sulla croce

DODICESIMA STAZIONE : Gesù muore sulla croce

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QUATTORDICESIMA STAZIONE : Gesù è deposto dalla croce

QUINDICESIMA STAZIONE : Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro 



IL PRESBITERIO 


Il presbiterio è il luogo più importante della chiesa. In esso vi troviamo varie strutture ognuna delle quali con un preciso significato religioso.

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Alla nostra sx vi è l’ambone: da esso la parola di Dio viene trasmessa a tutti i fedeli. L’ambone è arricchito nel lato verso il pubblico da un pannello ceramico, opera di Amedeo Fiorese del 1973. Misura 90×78.

Nelle due immagini sottostanti evidenziano alla nostra dx l’ampia zona dove è situato al centro il fonte battesimale, che è circondato da tre opere che richiamano alla fede partendo a sx dall’albero del bene e del male, in mezzo vi è il dono dello Spirito Santo e alla dx la presentazione di Gesù al Tempio di Gerusalemme.


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immagine d’insieme della zona battesimale (vista di fronte)

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immagine d’insieme della zona battesimale (vista da lato sud)


L’ALBERO DEL BENE E DEL MALE 

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L”albero del bene e del male ricorda il peccato di Adamo ed Eva. L’autore (Amedeo Fiorese) simboleggia il male con l’immagine del serpente  e poi simboleggia la vittoria del bene  a mano a mano che si sale nel percorso di purificazione (materializzato dall’ascesa  verso l’alto) con squilli di tromba.

Quest’opera è datata 1981, e misura 200×50 cm, ed è realizzata in refrattario, smalti e oro. 

LA DISCESA DELLO SPIRITO SANTO


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Attraverso il dono dello Spirito Santo (che scende dalla montagna) si ha la forza di realizzare le beatitudini mediante le quali ogni cristiano realizza il regno dei cieli. Nella figura centrale Gesù dà l’esempio abbracciando i più deboli, i bambini. L’opera di Amedeo Fiorese è del 1981, misura 100x150x18 cm. E’ realizzata in refrattario, smalti e oro. 


LA PRESENTAZIONE DI GESU’ AL TEMPIO 

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Maria e Giuseppe seguendo la legge portano Gesù al tempio dove vi è l’incontro con il vecchio sacerdote Simeone e con la profetessa Anna, significando come sia necessario per ogni cristiano adempiere alle norme della Chiesa. E’ opera di Amedeo Fiorese del 1981, misura 120x100x7 cm; è realizzata in refrattario, smalti e oro.


IL FONTE BATTESIMALE 


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lato est, con la dicitura “Chi crede in me avrà la vita”

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lato ovest, la strada che porta alla redenzione attraverso la Crocifissione e morte, qui evidenizata dalle tre croci presenti sul Golgota, è stretta

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lato nord con la Resurrezione di Gesù: Gesù vince la morte e circondato dagli Angeli abbandona il sepolcro, mentre le guardie dormono

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lato sud, con l’immagine del sepolcro vuoto e le pie donne in angoscia, non sanno ancora che Gesù è risorto


L’ALTARE 


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Al centro del presbiterio vi è l’altare sacramentale che sembra  congiungersi materialmente con il Tabernacolo e con la grande Croce di Cristo Crocefisso. 

Il crocefisso è opera di Luigi Strazzabosco del 1969, ed è in legno. Le misure non sono note, anche se – come si vede – sono notevoli.

Il paliotto dell’altare ci offre l’atmosfera dell’ultima cena dove Gesù si offre a tutti noi nel pane e nel vino, che nella santa Messa diventeranno vera carne e vero sangue di Gesù.

L’autore, Luigi Strazzabosco, coglie l’attimo dello spezzare del pane attorniato dai suoi discepoli. L’ opera marmorea misura 80x110x65 ed è datata 1969.


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Per la biografia di Amedeo Fiorese vedi la sezione Bassano del Grappa alla voce Persone – FIORESE AMEDEO 

Per la biografia di Luigi Strazzabosco vedi la Sezione Personaggi, Biografie e altro alla voce STRAZZABOSCO LUIGI


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Fonti documentali

Catalogo generale delle opere di Amedeo Fiorese. Primo volume. Testi di Paolo Levi. Editoriale Giorgio Mondadori, 2007.

Sacro Cuore di Romano d’Ezzelino. Una comunità in cammino. Le tappe 1965 -1990. A cura di Ottaviano Menato. Edizioni Il Nuovo Ezzelino, Romano d’Ezzelino, 1990.

Luigi Strazzabosco. Sculture dal 1923 – 1980. Comune di Padova. Assessorato ai Beni Culturali. Palazzo della Ragione 18 maggio – 13 luglio 1980. 

Vari articoli in Internet. 

Ringrazio per la collaborazione il Prof. Gabriele Farronato. 



LA   CHIESA PARROCCHIALE   


DI   FELLETTE 


di Vasco Bordignon 

CENNI STORICI

Le ricerche del Prof. Gabriele Farronato, gentilmente comunicatemi, hanno allargato le conoscenze antecedenti  alla visita pastorale del 30 giugno 1669 da parte del cardinale Gregorio Barbarigo, data cui fanno riferimento altre pubblicazioni.

“ In una documentazione del 1374 si certifica il toponimo Le Bonine, ma non Fellette … Al principio del secolo XV la situazione del comune di Romano a sud dell’attuale strada statale 248 è molto ridotta… la zona di Fellette è rappresentata solo da qualche casa, è ancora priva di una grande villa signorile. .. Il toponimo di Fellette si scopre dalla prima metà del secolo XV in maniera indiretta in quanto  nel 1444 un certo Pietro Dall’armi da Felette (da le Felete) e suo figlio Giovanni cedono una pezza di terra aratoria … Anche in altre compravendite del 1448, del 1480 viene citato  sostanzialmente lo stesso toponimo, come pure nell’estimo del 1484 del nobile Nicolò Quirini e de nobile Andrea Gradenigo.

Circa l’origine del toponimo Fellette allego quanto scritto dal Menato nel suo libro del 1964.

Il nome Il Fellette” deriva, forse, dalla trasformazione della parola latina “cellettae” – cioè, celle o cellette? Se ciò fosse, significherebbe che a Fellette c’erano delle cellette sacre e dei sepolcreti. Veramente a Fellette furono trovate delle monete in bronzo raffiguranti l’Imperatore Caligola (37-41 d. Cr.). E queste monete furono trovate dentro a dei sepolcreti di mattone con resti di scheletri umani. Da “cellette” – quindi – si passò al nome l’Fellette”?

Non tutti i critici accettano questa derivazione.

Non si può provare “scientificamente” il passaggio della gutturale  “C” di cellette nella labiale “F” di Fellette. Secondo il prof. Toller di Udine, il termine o toponimo “Fellette” deriverebbe dalla voce latina: “filix” (felce) e propriamente da”filictae”, cioè cespugli di felci.

Dante Olivieri dell’Istituto Culturale “Cini” (Venezia) sostiene la derivazione di Fellette da “filictum” (il felceto). (Nel friulano il felceto viene chiamato felèt-felète).

Ai lontani tempi la zona di Fellette, molto più di oggi, costituiva la campagna propriamente detta di fronte al resto del paese – comune di Romano di Ezzelino prettamente collinoso e premontano. – Certamente (come risulta dalla descrizione geologica del suolo nel primo capitolo) tutta questa zona colonizzata sovrabbondava, specialmente in quei tempi antichi, di “felci” e di”felceti” o di “falzadi”. (Anche oggi troviamo un centro abitato non lontano dal Piave, posto sul lato opposto, chiamato “Falzè”.)

A Fellette c’è ancora una delle più vecchie vie del paese chiamata “le Marze”. Era l’antica via delle “Marcite ” o delle zone acquitrinose. Naturalmente è proprio nelle zone acquitrinose che crescono le “filictae” o “felci”. E’ appunto, a queste voci (filix = felce; filictum = felceto) che bisogna rifarsi per spiegare il nome “Fellette”.

Abbiamo citato il nobile Nicolò  Quirini che da tempo stava aumentando sempre di più il suo patrimonio in questa zona. Ma aveva un problema: i suoi discendenti erano tre femmine e un maschio mentecatto. Nel 1501 il Querini per vari motivi cedeva ai fratelli Ambrogio e Bonetto del fu Bianchino de Bellaviti un fondo di 56 campi alle Fellette e  un altro terreno “ una pezza di terra arativa prativa, piantata con viti e alberi e parte prativa con la sua casa da muro coperta a coppi con corte, tezza coperta a paglia, con forno e orto, posta in Romano in contrada delle Fellette …”  E’ verosimile che vi siano stati nei decenni successivi un aumento delle suddette costruzioni realizzando quella che venne successivamente chiamata Ca’ Bianchin. Non si parla finora di nessuna costruzione di devozione.

Il primo documento sulla chiesa di Fellette, nata come piccolo oratorio di Ca’ Bianchin, è del 1531.  L’evoluzione di questa dimora in quella che sarà conosciuta con Ca’ Bianchin Bellegno Erizzo è chiaramente visibile in una mappa del 1568: in questa mappa oltre alla casa padronale con due lunghe barchesse, si evidenzia – oltre ad altre costruzioni, il tutto circondato da un muro di cinta, anche un capitello e anche una chiesetta.

Ci vorranno oltre cent’anni prima che si parli della futura chiesa di Fellette.

Il 30 giugno 1669, in  occasione della visita pastorale, il vescovo San Gregorio Barbarigo visitò “l’Oratorio di  Ca’ Bellegno in campagna”.  Tale oratorio era situato proprio nel luogo dell’attuale chiesa.

Dallo “Stato della diocesi di Padova” (nel 1698) di G. Bertazzi, sappiamo che si intitolava a San Lorenzo. La domenica un sacerdote vi celebrava la Santa Messa e insegnava il catechismo ai fanciulli.

Quando il 10 luglio 1746 lo visitò il card. Carlo Rezzonico, oltre che la domenica si celebrava la Santa Messa anche nei mercoledì e sabati.

La visita dell’ottobre 1763 ci fa sapere che allora l’oratorio era passato in proprietà dei nobili Erizzo e s’intitolava ai Santi Rocco e Sebastiano, e vi si celebrava la messa ogni giorno .

Ancora 15 anni e il 16 luglio 1778 quell’oratorio diventò curazia sussidiaria di Romano d’Ezzelino con proprio sacerdote. Il popolo si era impegnato ad ingrandirlo e abbellirlo.

E di fatto nella visita pastorale di Mons. Francesco Scipione Dondi dell’Orologio del 3 settembre 1816 si parla di chiesa con tre altari, il maggiore dedicato al SS. Redentore, il secondo altare alla Madonna delle Grazie e il terzo alla Natività di Nostro Signore.

Il  SS. Redentore resterà definitivamente il titolare della chiesa, che verrà  consacrata nel 1832 dal vescovo Modesto Farina. I lavori di ampliamento e di restauro erano stati ultimati. Si accenna alla presenza di tre altari, del battistero, di due confessionali, della custodia degli Olii santi, e alle due campane, e alla nuova sacrestia.

Il 16 marzo 1896 fu elevata a parrocchia, e il 6 maggio fu concesso il regio placet al primo parroco di Fellette don Giovanni Donazzan.

Il 21 aprile 1909 fu benedetta la prima pietra della nuova torre campanaria, che sarà inaugurata 4 anni dopo, il 6 agosto 1913. Questo campanile, alto 40 metri, di stile romanico, opera dell’ing. Augusto Zardo (1860-1914) di Crespano, è provvisto di 3 campane della ditta Francesco Broili di Udine.

Nel periodo bellico, i giorni 14 e 15 novembre 1917 furono giorni di grande angoscia. Infatti dal Quartiere Generale arrivò a Fellette l’ordine di tenersi pronti per lasciare il paese. Destinazione: Ravenna.

La domenica 18 novembre 1917 per scongiurare da Dio il pericolo di essere mandato profugo, tutto il popolo di Fellette promise l’erezione di una nuova chiesa. E così fu.

Il 7 febbraio 1923 fu benedetta la prima pietra. Esattamente due anni dopo il 7 febbraio 1925 fu inaugurata e sei anni dopo il 7 febbraio 1931 fu consacrata da Mons. Elia Dalla Costa : è in stile neo-romanico a tre navate con tre altari, progettata dall’arch. Domenico Rupolo (1861-1945).


LA CHIESA: FACCIATA – CAMPANILE 

La chiesa è di stile romanico basilicale. La facciata è  abbellita da un grande rosone e da un protiro all’entrata maggiore.

La chiesa è stata progettata dall’architetto Comm. Domenico Rupolo di Venezia. I lavori sono stati eseguiti dal capomastro Beniamino Vendrasco di San Zenone.

La torre campanaria di stile romanico è opera dell’Ing. Augusto Zardo (1860-1914) di Crespano. 

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la chiesa e il campanile

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la graziosa facciata, ben equilibrata, viene slanciata verso l’alto anche dalle nicchie delle 5 statue

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il campanile

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lato nord-ovest

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lato ovest

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lato sud-ovest

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Il rosone centrale con la statua di Cristo Redentore

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statua del Redentore

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San Luigi e  Santa Agnese rispettivamente la prima statua a sx e la prima statua a dx
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San Giuseppe e San Pietro, rispettivamente la seconda da sx e la seconda da dx

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la statua centrale della Immacolata Vergine Maria 

Delle sei statue della facciata, quelle di San Luigi e di Sant’Agnese provengono dalla vecchia chiesa  demolita, quelle del Redentore, della Vergine Immacolata, di San Giuseppe e quella di San Pietro sono  del 1928 opera dello scultore vicentino Giuseppe Cingano, di cui non si sa quasi nulla.


INTERNO DELLA CHIESA

è costituito da una navata centrale alta e spaziosa separata dalle navate laterali più strette e basse da una serie di 6 colonne in pietra viva dove sono incisi i nomi delle persone che hanno sostenuto il loro costo; l’effetto complessivo è dignitoso  e armonico. L’insieme decorativo della chiesa è del 1931 eseguito della  ditta Gobbato Vittorio ed Edgardo di Bassano ed  è stato ravvivato alcuni anni prima dell’anno giubilare della consacrazione della chiesa. 

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interno della chiesa: visione dall’ingresso

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interno della chiesa: visione dal presbiterio

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la volta della chiesa è a botte e lunettata; la luminosità è discreta

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cappella battesimale con fonte battesimale,  situata a metà della navata di sx

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il fonte battesimale è stilizzato a fior di loto; il disegno è dell’arch. Brenno del Giudice di Venezia; la copertura in rame è di Angelo Mattarolo di Bassano

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dirimpetto alla cappellina battesimale, a meta’ della navata di dx, vi è quella con l’altare del Divin Crocefisso

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Il Crocefisso è in pietra di Val di Sole, opera dello scultore Pietro Morseletto di Vicenza 

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dettaglio del Crocefisso


GLI ALTARI DELLA IMMACOLATA E DI SANT’ANTONIO 

sono gli altari con i quali terminano le navate rispettivamente di sx e di dx

Le rispettive statue in marmo di Carrara opera del grande scultore Francesco Rebesco (1897-1985) di San Zenone nel 1943 andranno a sostituire quelle in legno della ditta Stuflesser di Val Gardena che erano state collocate nei rispettivi altari nel 1923. 

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alla fine della navata di sx vi è la cappellina e l’altare della Madonna di Lourdes

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dettaglio della statua

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alla fine della navata di destra cappellina e statua si Sant’Antonio


PRESBITERIO


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complesso dell’altare maggiore (disegno dell’arch. Rupolo; esecuzione della ditta Meneghetti Andrea di Bassano)

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paliotto dell’altare maggiore

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Angelo di dx e Angelo di sx: sono in marmo bianco opere dello scultore Capovani Romeo di Pietrasanta (Lucca)

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La volta presbiteriale nel suo insieme recante i simboli dei 4 Evangelisti

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In ordine il Bue per l’evangelista Luca, il Leone per l’evangeslista Marco, l’Angelo per l’evangeslista Matteo e l’Aquila per l’evamgelista Giovanni.

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In occasione della pasqua del 1988 furono sostituite le due vetrate centrali dell’abside con altre policrome rappresentanti ciascuna Cristo Redentore, patrono della chiesa: a sx è raffigurato sofferente sulla Croce, mentre a dx è raffigurato nella gloria della Resurrezione. I disegni sono di Giuseppe Modulo, l’esecuzione della ditta Caron di Creazzo.

FONTI DOCUMENTALI 

Bernardi Carlo I.G.  L’ASOLANO (Opera postuma). Tipografia Vicenzi, Bassano, 1954.

Farronato Gabriele. SCHEDARIO DEL NOVECENTO. [ringrazio per la sua cortesia]

LA DIOCESI DI PADOVA NEL 1972. a cura della Curia Vescovile di Padova, 1973.

Pesce Davino. CENNI STORICI SU ROMANO D’EZZELINO – LA GUERRA SUL GRAPPA. Con introduzione e appendici a cura di Gabriele Farronato. Edizioni il Nuovo Ezzelino, Asolo, 1988.

Passuello Francesco, DAGLI ALBORI DEL CRISTIANESIMO AI NOSTRI GIORNI.  Monografia nr. 8, Romano, 1985, p. 112. [la maggior parte delle notizie descritte a riguardo della chiesa sono state tratte da questa interessante monografia; per altre notizie ho attinto alla pubblicazione de Il Nuovo Ezzelino]

Scremin Agostino Tino. GUIDA DI ROMANO D’EZZELINO. Turismo, Storia, Economia, Promozione, Topografia. Editore Moro, 1991.

NB. resto a disposizione per ulteriori aggiornamenti da persone di buona volontà


LA CHIESA PARROCCHIALE di SAN GIACOMO il Minore 

di Vasco Bordignon 


CENNI STORICI 

Il toponimo “Torre” con molta probabilità risale all’epoca romana, come fortificazione eretta a guardia e difesa dalle invasioni d’oltralpe. 

Il toponimo di San Giacomo deriva dalla chiesetta di San Giacomo di Torre, dove Torre indicava e indica tuttora il nome del borgo attraversato dalla primitiva strada Bassano-Asolo o Vecchia Asolana.

1181, 19 luglio – E’ la data della bolla papale di Alessandro III nella quale la cattedrale e i canonici di Treviso vengono posti sotto la protezione pontificia con l’elenco dei loro beni, tra i quali si citano i masi che i canonici avevano a Bassano, Romano e Torre (possessiones de Bassano et de Romano et de Tor. Mansos de Asylo, mansos de Braida). Da notare però che tale bolla è una copia del 1212.

1370 – La chiesa di San Giacomo esisteva già ai tempi delle lotte tra i Carraresi e i Veneziani.

“I Veneziani nel 1369, vedendo che il loro confine verso Bassano era troppo indifeso, decisero di riedificare sul colle di Romano, già famoso per il castello che aveva dato il nome alla famiglia degli Ecelini, un nuovo forte. Di quel lavoro venne incaricato, col titolo di capitano del castello di Romano, Francesco Dolfin, il quale nel gennaio del 1370 diede, con ogni cura, principio all’opera, alla quale dovettero collaborare gli abitanti dei nove villaggi dipendenti dal capitano di Romano.  Francesco di Carrara allora, opponendo diffidenza a diffidenza, si accinse a fortificare  Bassano e dintorni.  A Bassano fortificò il castello con mura interne, che ancora sussistono, lasciando le esterne per parapetto; e per fortificare anche i dintorni innalzò una torre poco lungi dalla chiesa di San Giacomo, e la cinse con un bastione munendola come opera avanzata verso Romano…”.

(In altri documenti, in particolare un estimo del 1484, del 1573, del 1600  sono documentate sia la chiesa di San Giacomo sia la contrada di Torre.)

1509 – Sul confine orientale del comune e della parrocchia di Romano d’Ezzelino, dove il 21 novembre 1509 durante la guerra della lega di Cambrai s’azzuffarono truppe tedesche dell’imperatore Massimiliano I e truppe veneziane che ebbero la meglio, esisteva una chiesuola dedicata all’apostolo San Giacomo Minore.  

Per celebrare l’avvenimento – dicono gli storici locali – il provveditore veneziano di Bassano Antonio Michiel stabilì che ogni anno, il 1 maggio festa del santo, i maggiorenti di Bassano andassero a commemorare l’avvenimento e a pregare per i caduti.

1666, 1675, 1694  visite pastorali.

Nelle visite pastorali della diocesi di Padova questa chiesuola è ricordata solo a cominciare dalla prima visita che fece a Romano d’Ezzelino San Gregorio Barbarigo il 25 settembre 1666. In occasione di questa visita viene accennato al problema che tale chiesuola fosse giuridicamente terra di nessuno, cioè non era incardinata in nessuna diocesi (“de iure nullius diocesis…”), anche se riconosceva la sua matrice nella chiesa di S. Maria in Colle di Bassano.

Infatti in occasione della seconda visita del 12 maggio 1675 l’arciprete di Romano informava  che quella chiesa era sotto il giuspatronato dei nobili veneziani Loredan e Tron e dipendeva dalla parrocchiale di Bassano.

Allora era custodita da un “romito”, che nei giorni festivi vi insegnava la Dottrina Cristiana e recitava il Rosario.

In occasione della quarta visita di San Gregorio Barbarigo, il 12 ottobre 1694, l’arciprete informava che un sacerdote locale vi celebrava nei giorni festivi per comodità di quei fedeli, sicché “ne risulta grande pregiudicio alle anime di questa cura”.

1746 – Nella visita del secondo Barbarigo vescovo di Padova, il cardinale Gian Francesco, l’arciprete faceva sapere che la “chiesa campestre di San Giacomo sotto questa pieve… non si trova sii stata visitata da alcun Superiore Ecclesiastico”, in quanto permaneva senza giurisdizione ecclesiastica. Tuttavia l’arciprete si chiedeva anche perché il vescovo non potesse visitarla.   Cosa che fece il cardinale Rezzonico l’11 luglio 1746.

La Dottrina Cristiana continuava ad esservi insegnata nei giorni festivi e di solito vi era anche celebrata la S. Messa, il che spesso avveniva ogni giorno.

1818 – Dal 1 maggio 1818, a seguito della Bolla papale di Pio VII,  la Chiesa di Sam Giacomo è sotto la giurisdizione della Diocesi di Padova.

1875 – 1877 : la ricostruzione – La chiesa che in occasione della visita del cardinale Rezzonico nel 1746 era stata solo un po’ restaurata, tra il 1875 e il 1877 fu ricostruita in modo che all’antica struttura diventata coro e presbiterio fu aggiunta una navata.

1903 – Viene eretto il campanile, alto circa 20 metri. Le campane provenivano dalla ditta Colbacchini di Bassano.

1913: curazia sussidicaria. Il vescovo Mons. Pellizzo,  quando il 30 giugno 1913 ne fece una curazia sussidiaria di Romano, diede forma giuridica ad un fatto ormai vecchio  di due secoli e più.

1930: curazia autonoma. L’8 luglio 1930 fu eretta in curazia autonoma con territorio proveniente unicamente dalla parrocchia di Romano d’Ezzelino.

1931: il primo progetto è datato 16 giugno 1931 a firma dell’ing. Giovanni Testa di Padova e dell’arch. F. Banterle di Verona, su consiglio anche dell’allora vescovo di Padova Mons. Elia Dalla Costa.

1944: parrocchia. Il 7 novembre 1944, costituito il beneficio ed acquistato il terreno per la nuova chiesa più capiente, fu elevata a parrocchia.

1946: nuova chiesa – Il 29 ottobre 1946 durante la visita pastorale,  dal vescovo Mons. Carlo Agostini fu benedetta  la prima pietra della nuova parrocchiale,  che per la sua costruzione mise in mobilitazione tutta la popolazione  resasi disponibile sia per il trasporto delle pietre da Valle S. Felicita o della sabbia dal Brenta con carri trainati da buoi, sia per l’innalzamento della  struttura muraria.

1949 – Il 26 giugno 1949 venne inaugurata la nuova chiesa. Non viene realizzato un nuovo campanile per motivi di spesa.

1967 – La chiesa venne consacrata il 14 ottobre 1967 da Mons. Girolamo Bortignon, originario di Fellette di Romano d’Ezzelino.

1958 – Abbellimento sopra il portale dell’entrata principale della chiesa, con affresco della lunetta rappresentante il patrono della Chiesa, San Giacomo il minore, da parte del prof. Bizzotto. 

1981 – Nel 25° anniversario della consacrazione sacerdotale avvenuta l’8 luglio del 1956 del parroco don Giampaolo Dalla Rosa, il salesiano nativo di San Giacomo, Luigi Zonta consegnò alla parrocchia l’abside da lui dipinta, raffigurando l’apostolo Titolare in posizione assiale con il tabernacolo e la pietra sacra che raccoglie le reliquie dei SS. Martiri, e intorno sia a dx che a sx la Comunità parrocchiale con religiosi, laici, ragazzi e fanciulli, il martirio di San Giacomo, la chiesa parrocchiale quale centro di animazione spirituale.

1986 – Vengono abbellite sempre da Luigi Zonta le pareti delle due cappelline laterali, quella di Sant’Antonio a dx e quella della Madonna a sx, nonchè lo spazio del battistero.

1995, 21 marzo. Viene inaugurato il nuovo presbiterio con il nuovo altare, il nuovo ambone, il nuovo tabernacolo e il nuovo organo (che oscura, purtroppo, in parte il dipinto absidale) da parte del Vescovo di Padova Mons. Antonio Mattiazzo, e l’11 giugno dello stesso anno inaugurazione del nuovo altare di S. Antonio, costruito con il materiale del vecchio altare maggiore. Il precedente altare in onore di S. Antonio è stato sistemato nella nuova Cappella del Cimitero.


LA CHIESA – L’ESTERNO

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la facciata della chiesa

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portale con lunetta raffigurante san Giacomo minore

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lato est della chiesa con campanile

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lato ovest della chiesa


L’INTERNO 

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l’interno dall’ingresso

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l’interno dal presbiterio; da notare il soffitto a cassettoni e il grande dipinto della parete sud di Gesù pastore con il suo gregge


IL PRESBITERIO

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Lo spazio absidale, originariamente, completamente abbellito nel 1981 dal dipinto del salesiano Luigi Zonta, dopo le modifiche apportate alla liturgia da parte del Concilio Vaticano II, venne modificato, nel 1995, non senza grandi discussioni all’interno della comunità dei fedeli, con il nuovo organo , il nuovo tabernacolo e il nuovo altare. Da ciò ne conseguì una importante perdita dell’insieme pittorico in special modo della parte inferiore. Cercherò comunque di descrivere tale insieme pittorico.

Al centro del grande affresco viene posta la figura di San Giacomo il Minore, vescovo di Gerusalemme, con il pastorale e con i rotoli della parola di Dio. Vicino viene tratteggiato il tempio di Gerusalemme. Secondo una versione il martirio di San Giacomo  (vedi alla fine una breve biografia del Santo Apostolo) sarebbe avvenuto perchè fu gettato giù dal pinnacolo di questo tempio. Ai lati tutte le componenti della parrocchia, dal parroco, ai religiosi, ai laici, ai ragazzi e ai bambini, e al di sotto le componenti sociali della società: la famiglia, il lavoro, gli ammalati, i sofferenti e anche, più sotto ancora, la chiesa parrocchiale e l’ambiente naturale (di quest’ultima parte non si vede quasi nulla, a causa del posizionamento dell’organo costruito dalla ditta di Franz Zanin di Camono al Tagliamento, inaugurato il 21 ottobre 1995.) Sopra San Giacomo, nel punto più alto, sono dipinti vari personaggi quasi incolori perché detentori di un potere solo terreno, volto solo alla sua perpetuazione e alla sua manifestazione. Un lungo drappo colorato avvolge sia San Giacomo che gli altri componenti parrocchiali, dando luogo ad una immagine piena di vita, piena di ricchezza contrastando con quella amorfa e insignificante dei potere e dei potenti.

L’autore, Luigi Zonta, salesiano, riesce con i colori e con forme concettuali più che realistiche, a creare una particolare atmosfera di attenzione, di riflessione del messaggio dato, contribuendo così ad un vero arricchimento dello spirito. In sostanza vuole trasmettere non volti, non singoli personaggi, non fini dettagli ma una atmosfera di grande respiro religioso che delicatamente ci avvolge e poi entrando nei nostri sguardi riesce a portare una brezza di pace e certezza al nostro animo. La stessa atmosfera viene ricreata nelle cappelle della Madonna e di Sant’Antonio. [vedi in calce brevi tratti biografici dell’autore]

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la parte più elevata del dipinto, identificsbile con il pinnacolo del tempio,dove si intravedono in alto delle figure e a dx strutture del tempio

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le figure del potere, incolori, in gran parte nascoste, poste in ombra, attente solo ai loro intrighi 

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parti del Tempio di Gerusalemme

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al centro l’immagine di San Giacomo, il Minore

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componenti della società religiosa e componenti della società famigliare e lavorativa


IL CROCIFISSO

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Il Bernardi nella sua opera postuma “L’Asolano” del 1954 riferisce della presenza di un pregiato “Crocefisso” quattrocentesco, ligneo, di buona scuola tedesca .. che avrebbe potuto mettere l’acquolina in bocca ai non pochi antiquari del bel tempo andato… Forse la valutazione del Bernardi è stata probabilmente eccessiva in quanto tale crocefisso venne casualmente rintracciato nella soffitta della chiesa, restaurato ed esposto in chiesa nel 1977 in occasione della Santa Missione (da A.T.Scremin). A me, personalmente, questo interessante Crocefisso mi ha comunicato  una grande serenità nonostante le spine della corona e i chiudi nelle mani … 

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CAPPELLA DELLA MADONNA 


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la cappella vista nel suo insieme

LA MADONNA DEI BOSCHI

Nell’anno 1888, nella cronistoria della visita pastorale del vescovo di Padova, Mons. G. Callegari, è scritto che non vi sono documenti che indichino l’epoca della primitiva erezione a chiesa parrocchiale di Romano d’Ezzelino, ma che vi fosse la tradizione a far ritenere come verso l’anno 1200 un Oratorio di San Giacomo che aveva come titolare la Madonna dei Boschi servisse da chiesa parrocchiale.  Pare che questo oratorio pubblico o chiesa campestre perse questo titolo per ricevere quello di san Giacomo in seguito alla erezione della Parrocchiale di Romano d’Ezzelino che fu dedicata alla Madonna della Purificazione. Lo stesso oratorio di San Giacomo fu demolito e poi ricostruito nel 1877 con un altare dedicato a San Giacomo Apostolo il Minore.

Nella relazione sullo stato della curazia del 1922 don Gaetano Ziliotto scrive: “ circa la statua della Ss.ma Vergine, viene festeggiato in modo speciale il suo santo Nome da questa popolazione la prima domenica prossima alla Sua Natività. E’ fatta di legno, la sua grandezza è di m 1,50; è posta in nicchia speciale sul Coro dietro l’altare maggiore  ed in modo che a tutti è visibile pienamente”.

Il Bernardi nell’Asolano scrive a riguardo di questa chiesetta: “Nell’abside stessa la statuina della Vergine, lignea, variopinta, richiusa e protetta da un cristallo, non dovrebbe risalire più in là del 1600 e di interessante non porta che il nome di “Madonna dei boschi”, essendo stata, secondo la tradizione, rinvenuta in uno dei vasti boschi, che, temporibus illi, occupavano la zona”. (libro postumo del 1954; la prima parte era stata pubblicata dallo stesso Bernardi nel 1948). La statua della Madonna, a partire dal 11 e 12 settembre del 1932, ogni seconda domenica di settembre viene portata solennemente in processione. Per tradizione erano i giovani della classe di leva a portarla per le vie di San Giacomo.

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la statua della Madonna

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la Madonna e Gesù  bambino

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lato sx e lato dx con alcune scene della vita di Maria

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L’ANNUNCIAZIONE DELL’ANGELO E LA VISITA DI MARIA AD ELISABETTA

L’ANNUNCIAZIONE – Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. Entrando da lei, disse: “Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te”. A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. L’angelo le disse: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine” (dal Vangelo di Luca).

LA VISITA DI MARIA AD ELISABETTA – In quei giorni Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda. Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta. Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo grembo! A che debbo che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo. E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore». Allora Maria disse:
«L’anima mia magnifica il Signore
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente.
e Santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo,
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza, per sempre». (dal Vangelo di Luca).

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IL MIRACOLO DELL’ACQUA TRAMUTATA IN VINO

Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 
Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli.  Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 
E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora».  La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». 
Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 
E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare» e le riempirono fino all’orlo. 
Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 
E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo  e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono». (Dal Vangelo di Giovanni)

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LA CROCIFISSIONE

Essi presero Gesù ed egli, portando la croce, si avviò verso il luogo detto del Cranio, in ebraico Gòlgota, dove lo crocifissero e con lui altri due, uno da una parte e uno dall’altra, e Gesù in mezzo. Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il

Nazareno, il re dei Giudei”. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritta in ebraico, in latino e in greco. I capi dei sacerdoti dei Giudei dissero allora a Pilato: Non scrivere: “Il re dei Giudei”, ma: “Costui ha detto: Io sono il re dei Giudei”. Rispose Pilato: “Quel che ho scritto, ho scritto”. I soldati poi, quando ebbero crocifisso Gesù, presero le sue vesti, ne fecero quattro parti – una per ciascun soldato – e la tunica. Ma quella tunica era senza cuciture, tessuta tutta d’un pezzo da cima a fondo. Perciò dissero tra loro: “Non stracciamola, ma tiriamo a sorte a chi tocca”. Così si compiva la Scrittura, che dice: Si sono divisi tra loro le mie vesti e sulla mia tunica hanno gettato la sorte. E i soldati fecero così. Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria madre di Clèopa e Maria di Màgdala. Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé. Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era compiuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho sete”. Vi era lì un vaso pieno di aceto; posero perciò una spugna, imbevuta di aceto, in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: “È compiuto!”. E, chinato il capo, consegnò lo spirito. (Dal Vangelo di Giovanni)

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LA NATIVITA’ DI GESU’ 

In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. Questo primo censimento fu fatto quando era governatore della Siria Quirinio. Andavano tutti a farsi registrare, ciascuno nella sua città. Anche Giuseppe, che era della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazaret e dalla Galilea salì in Giudea alla città di Davide, chiamata Betlemme, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta. Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo. C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardia al loro gregge. Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento,ma l’angelo disse loro: «Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia». E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama». Appena gli angeli si furono allontanati per tornare al cielo, i pastori dicevano fra loro: «Andiamo fino a Betlemme, vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere». Andarono dunque senz’indugio e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, che giaceva nella mangiatoia. (dal Vangelo di Luca)

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L’ASCENSIONE DI MARIA VERGINE IN CIELO  

Il dogma cattolico è stato proclamato da Pio XII il 1º novembre 1950, Anno Santo, con la Costituzione apostolica Munificentissimus Deus: …. «Pertanto, dopo avere innalzato ancora a Dio supplici istanze, e avere invocato la luce dello Spirito di Verità, a gloria di Dio onnipotente, che ha riversato in Maria vergine la sua speciale benevolenza a onore del suo Figlio, Re immortale dei secoli e vincitore del peccato e della morte, a maggior gloria della sua augusta Madre e a gioia ed esultanza di tutta la chiesa, per l’autorità di nostro Signore Gesù Cristo, dei santi apostoli Pietro e Paolo e Nostra, pronunziamo, dichiariamo e definiamo essere dogma da Dio rivelato che: l’immacolata Madre di Dio sempre vergine Maria, terminato il corso della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste in anima e corpo». ….

CAPPELLA DI SANT’ANTONIO

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SANT’ANTONIO PREDICATORE 

Sant’Antonio è stato un grande scrittore e comunicatore: i suoi commentari biblico-liturgici (i Sermones) sono considerati come l’opera letteraria di carattere religioso più notevole compilata in Padova durante l’epoca medievale. Egli aveva un debole per i centri di alti studi, specie per le università: dire università significava, anche allora, soprattutto sinonimo di concentrazione di elementi giovanili. Antonio era un esperto “pescatore di giovani”.

Presentisse o meno che il suo peregrinare sulla terra volgeva al termine, egli aspirava a reclutare nuove leve nell’oneroso entusiasmante incarico di portatori del Vangelo. 

Sant’Antonio, come comunicatore,  si distinse nella predicazione. Infatti quando si diffuse la voce che intendeva predicare giornalmente, ben presto non solo l’angusta chiesetta di S. Maria, ma anche le più ampie chiese della città risultarono via via incapaci di contenere la moltitudine crescente. La gente affluiva a grandi schiere, dove accoglierla? La voce non faceva problema, essendo Antonio dotato di un volume vocale d’eccezione. Si riunivano nelle piazze. Ma queste pure si mostrarono anguste. Anche a Padova, com’era già accaduto in Francia, sant’Antonio si vide costretto a parlare fuori città, in mezzo ai prati. Nobili e popolani, donne e uomini, giovani e vecchi, praticanti fervorosi e persone indifferenti o “lontane”, galantuomini e mariuoli, ecclesiastici e laici si disponevano in ordine sparso, aspettando con pazienza l’arrivo dell’uomo di Dio.

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LA BASILICA DEL SANTO A PADOVA

Nel Medioevo questa era una zona periferica della città di Padova, ove sorgeva la piccola chiesa di Santa Maria Mater Domini, che era stata affidata ai frati minoriti. Qui aveva soggiornato sant’Antonio per poco più di un anno tra il 1229 ed il maggio 1231; accanto era stato fondato il convento dei francescani, forse proprio da sant’Antonio nel 1229. Quando Antonio morì il 13 giugno 1231 presso Arcella, nella parte nord di Padova, la sua salma venne composta in questa piccola chiesa e vi fu sepolto, seguendo il suo desiderio.

Ben presto furono registrati molti fenomeni miracolosi sulla sua tomba ed iniziarono ad arrivare pellegrini prima dalle contrade vicine e poi anche da oltralpe. Le varie componenti della cittadinanza di Padova (comune, vescovo, professori dell’Università, ordini religiosi e popolo) chiesero congiuntamente di innalzare Antonio all’onore degli altari. Il processo canonico si svolse in tempi molto brevi: nella cattedrale di Spoleto il 30 maggio 1232 il papa Gregorio IX lo nominò santo. Quindi, ad un anno dalla morte del santo, si decise di porre mano alla chiesetta di santa Maria e di erigerne una nuova, proporzionata all’esigenza di ricevere ed ospitare i gruppi di pellegrini; l’antica chiesetta formò il nucleo da cui partì la costruzione della basilica e tuttora è inglobata come cappella della Madonna Mora.

La costruzione della basilica si protrasse fino al 1310. Modifiche all’assetto della basilica si prolungarono fino al XV secolo, con un forte impulso dopo l’incendio e conseguente crollo di un campanile nel 1394. Durante la guerra della Lega di Cambrai (1509), Padova fu al centro dei combattimenti e la basilica si trovava a breve distanza dalle fortificazioni e pertanto, trovandosi tra due fuochi, subì da una parte i furori delle truppe venete assediate e dall’altra le rappresaglie dell’esercito imperiale assediante, che a fasi alterne la occupavano. Nel corso del XX secolo vennero affrescate nuovamente le cappelle laterali, molto deteriorate dall’incuria e dal trascorrere dei secoli. Il 29 maggio 2012 la basilica è stata danneggiata da una delle scosse di terremoto che hanno colpito il territorio dell’Emilia-Romagna.

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IL MIRACOLO DELLA RAGAZZA ANNEGATA

Le morti per annegamento in una Padova percorsa da fiumane, con fosse profonde e canali, erano molto frequenti in quegli anni. Miracoli attribuiti a Sant’Antonio si riferiscono alla resurrezione di morti per annegamento. Nell’intercolumnio perimetrale della Cappella dell’Arca del Santo tra i nove grandi altorilievi vi è un episodio riguardante il miracolo di una ragazza annegata. In tale opera di Jacopo Sansovino, il grande scultore ne trae una composizione  in cui balzano in evidenza tre donne: la giovane annegata, la madre affranta e la vecchia che cerca di lenirne il dolore, rappresentando le tre età della vita in uno schema compositivo tipico delle Pietà.

 

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LA MULA

Mentre si trovava a Rimini, Antonio cercava di convertire un eretico e la disputa si era incentrata intorno al sacramento dell’Eucarestia ossia sulla reale presenza di Gesù. L’eretico, di nome Bonvillo, lanciò la sfida ad Antonio affermando: “Se tu, Antonio, riuscirai a provare con un miracolo che nella Comunione dei credenti c’è, per quanto velato, il vero corpo di Cristo, io sottometterò senza indugio la mia testa alla fede cattolica.”

Antonio accettò la sfida. Bonvillo, intanto, invitando con la mano a far silenzio disse:”Io terrò chiuso il mio giumento per tre giorni senza cibo. Passati i tre giorni, lo tirerò fuori alla presenza del popolo, gli mostrerò la biada pronta. Tu intanto gli starai di contro con quello che affermi essere il corpo di Cristo. 
Se l’animale pur affamato rifiuterà la biada e adorerà il tuo Dio io crederò sinceramente alla fede della Chiesa”. Antonio pregò e digiunò per tutti i tre giorni. Nel giorno stabilito nella piazza ricolma di gente Antonio celebrò la messa e poi con somma riverenza portò il corpo del Signore davanti alla giumenta affamata che era stata portata anch’essa nella piazza, mentre contemporaneamente lo stesso Bonvillo l’attirava con la biada.

Antonio impose il silenzio e comandò all’animale: “In virtù e in nome del Creatore, che io, per quanto ne sia indegno, tengo tra le mani, ti dico, o animale e ti ordino di avvicinarti prontamente con umiltà e prestargli la dovuta venerazione, affinché i malvagi eretici apprendano chiaramente da tale gesto che ogni creatura è soggetta al suo Creatore”. 

La giumenta rifiutò il foraggio, chinando e abbassando la testa fino ai garretti, si accostò genuflettendo davanti al sacramento del corpo di Cristo in segno di adorazione. Vedendo l’accaduto, tutti i presenti compresi gli eretici e Bonvillo si inginocchiarono adoranti.

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GUARIGIONE DI UNA EPILETTICA

In prossimità della sua morte, il Santo compì un miracolo che fu menzionato nel processo di santificazione. Pietro, un uomo di Padova, faceva un giro per la città. Portava in braccio sua figlia di nome Paduana. Paduana non poteva camminare ed era ammalata di epilessia. Incontrarono Antonio che benedisse la bambina. Ritornando a casa il padre si accorse che Paduana poteva stare in piedi ed era in grado di camminare. Anche l’epilessia era guarita.

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LA PREDICA AI PESCI 

Sant’Antonio si era recato a diffondere la parola di Dio, quando alcuni eretici tentarono di dissuadere i fedeli che erano accorsi per ascoltare il santo. Sant’Antonio allora si portò sulla riva del fiume che scorreva a breve distanza e disse agli eretici in modo tale che la folla presente udisse: “Dal momento che voi dimostrate di essere indegni della parola di Dio, ecco, mi rivolgo ai pesci, per confondere la vostra incredulità”. Ed incominciò a predicare ai pesci della grandezza e magnificenza di Dio. A mano a mano che il Santo parlava,  sempre più pesci accorrevano verso la riva per ascoltarlo, elevando sopra la superficie dell’acqua la parte superiore del loro corpo e guardando attentamente, aprendo la bocca e chinando il capo in segno di riverenza. Gli abitanti del villaggio accorsero per vedere il prodigio, e con essi anche gli eretici che si inginocchiarono ascoltando le parole di Antonio. Una volta ottenuta la conversione degli eretici il Santo benedisse i pesci e li lasciò andare.




IL FONTE BATTESIMALE

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insieme dello spazio battesimale caratterizzato oltre che dal fonte battesimale dal grandioso affresco di Gesù dalle cui braccia dipartono le grazie salvifiche tra le quali anche quella della purificazione dal peccato originale tramite il segno dell’acqua battesimale. L’opera è di Luigi Zonta, salesiano [vedi note biografiche in calce]. Alla base il fonte battesimale.

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la bella chiusura in rame del fonte battesimale


SAN GIACOMO IL MINORE – BIOGRAFIA

Giacomo figlio di Alfeo. E’ detto il Minore per distinguerlo da Giacomo figlio di Zebedeo (e fratello di Giovanni) detto il Maggiore, e da secoli venerato come Santiago a Compostela.

Da Luca sappiamo che Gesù sceglie tra i suoi seguaci dodici uomini “ai quali diede il nome di apostoli” (6,14), e tra essi c’è appunto Giacomo di Alfeo, il Minore.

Nella Prima lettera ai Corinzi, Paolo dice che Gesù, dopo la risurrezione “apparve a Giacomo e quindi a tutti gli apostoli”. Lo chiamano “Giusto” per l’integrità severa della sua vita.

Incontra Paolo, già duro persecutore dei cristiani e ora convertito: e lo accoglie con amicizia insieme a Pietro e Giovanni. Poi, al “concilio di Gerusalemme”, invita a “non importunare” i convertiti dal paganesimo con l’imposizione di tante regole tradizionali. Si mette, insomma, sulla linea di Paolo. 

Dopo il martirio di Giacomo il Maggiore nell’anno 42 e la partenza di Pietro, Giacomo diviene capo della comunità cristiana di Gerusalemme. Ed è l’autore della prima delle “lettere cattoliche” del Nuovo Testamento. In essa, si rivolge “alle dodici tribù disperse nel mondo”, ossia ai cristiani di origine ebraica viventi fuori della Palestina. E’ come un primo esempio di enciclica: sulla preghiera, sulla speranza, sulla carità e inoltre (con espressioni molto energiche) sul dovere della giustizia.Il martirio di Giacomo, noto dalla notizia di Giuseppe Flavio (Antichità giudaiche, XX, 197. 199-203), della fine del I secolo, ci viene descritto nei dettagli da Eusebio di Cesarea, che riferisce per esteso in particolare la precedente narrazione di Egesippo (Memorie, 5).

Morto il prefetto di Giudea Festo, e mentre era ancora in viaggio da Roma il suo successore designato Albino, il sommo sacerdote Ananos il Giovane approfittò del momento per convocare il sinedrio e condannare Giacomo alla lapidazione. Siamo nell’anno 62. Giacomo fu gettato giù dal pinnacolo del Tempio e, poiché non era morto, fu lapidato; e poiché, messosi in ginocchio, pregava per coloro che lo stavano lapidando, «uno di loro, un follatore, preso il legno con cui batteva i panni, colpì sulla testa il Giusto, che morì martire in questo modo. Fu quindi sepolto sul luogo, vicino al Tempio, dove si trova ancora il suo monumento» (Egesippo, in Eusebio, Storia ecclesiastica, II, 23, 18).

Il suo cippo sepolcrale, secondo la testimonianza di Girolamo, rimase al suo posto fino al tempo dell’imperatore Adriano (117-138); poi se ne dovettero perdere le tracce, se si ha la notizia dell’invenzione (cioè del ritrovamento), verso la metà del IV secolo, del corpo di Giacomo, insieme a quelli dei martiri Simeone e Zaccaria, a opera di un eremita, Epifanio.

www.santiebeati.it e www.30giorni.it


LUIGI ZONTA, SALESIANO – note biografiche

Nato a Romano d’Ezzelino (VI) il 25 aprile 1936.

Nel 1947 è entrato come allievo nella scuola grafica del Colle Don Bosco. Nel 1952, divenuto salesiano, rimase in quella scuola, come insegnante di progettazione grafica fino al 1990.

In questo periodo ebbe modo di approfondire e perfezionare la sua passione per il disegno illustrativo e la pittura, conseguendo il diploma presso l’Istituto d’Arte di Lucca nella sezione pittura decorativa. In seguito ebbe modo di esprimersi nel mondo salesiano e non, in diverse opere  pittoriche  parietali  a tempera:  Bardolino,  parrocchiale  a  San Giacomo  di Romano,  Caselette,  Torino,  Caserta,  Foggia,  Cerignola, Soverato, cappelle salesiane di Cogne, Borgomanero, Cumiana, Avigliana e Rivoli. Trasferitosi presso l’editrice salesiana ELLEDICI nel ’90 si occupò, sempre nel settore progettazione, di numerose edizioni della medesima e quindi di illustrazione e pubblicità.

La sua forma pittorica preferita è quella decorativa che è anche la più fantasiosa e creativa, nella quale, con libertà compositiva, si possono creare forme e colori con variazioni ritmiche proprie della pittura moderna. Descrizione, e sintesi si possono coniugare e trasmettere messaggi originali di notevole impatto pittorico.


FONTI DOCUMENTALI 

Bernardi Carlo I.G.  L’ASOLANO (Opera postuma). Tipografia Vicenzi, Bassano, 1954.

Brentari Ottone. STORIA DI BASSANO E DEL SUO TERRITORIO. Sante Pozzato, Bassano, 1884.

Farronato Gabriele. SCHEDARIO DEL NOVECENTO. [ringrazio per la sua cortesia]

LA DIOCESI DI PADOVA NEL 1972. a cura della Curia Vescovile di Padova, 1973.

Pesce Davino. CENNI STORICI SU ROMANO D’EZZELINO – LA GUERRA SUL GRAPPA. Con introduzione e appendici a cura di Gabriele Farronato. Edizioni il Nuovo Ezzelino, Asolo, 1988.

Passuello Francesco. DAGLI ALBORI DEL CRISTIANESIMO AI GIORNI NOSTRI. Edizioni il Nuovo Ezzelino. Tipografia Moro, Cassola, marzo 1985.

Scremin Agostino Tino. SAN GIACOMO DI TORRE. La comunità dalle origini al 1980. Ricerche ed appunti per una storia. Edizione il Nuovo Ezzelino. Tipografia Moro, Cassola, 1981.

Scremin Agostino Tino. GUIDA DI ROMANO D’EZZELINO. Turismo, Storia, Economia, Promozione, Topografia. Editore Moro, 1991.

www.sangiacomoparrocchia.it

ROMANO D’EZZELINO – CHIESA ARCIPRETALE

UNA VIA CRUCIS PARTICOLARE 

di Vasco Bordignon

Quando sono stato a visitare la chiesa arcipretale di Romano d’Ezzelino mi sono chiesto perché la Via Crucis avesse, oltre a tre formelle iniziali, avesse in più una quindicesima stazione, la Resurrezione di Gesù. Il numero complessivo di queste formelle è di 18.
Incuriosito, ho cercato l’autore di queste formelle in terracotta semirefrattaria con lastra d’argento, l’artista Lino Agnini di Nove [vedi in calce]. L’incontro è stato molto interessante. L’artista mi ha fatto partecipe del percorso religioso-artistico di questa “diversa” Via Crucis. L’allora parroco (don Livio Basso, parroco dal 1976 al 1994) quando chiamò l’Agnini per progettare la Via Crucis gli parlò che lui aveva nella testa una via crucis diversa dalle solite. Pensava ad una via crucis che sintetizzasse gli elementi essenziali della vita di Gesù nei confronti della Umanità e quindi anche verso di noi, e pensava a tre fatti fondamentali: il dono di se stesso nell’ultima cena (l’Eucarestia), la sua Passione e morte per la nostra Redenzione, e infine la sua Resurrezione, come suggello della sua Verità.  Don Livio, mi dice l’artista, era molto attaccato a questa idea, anche se sapeva di andare oltre gli schemi tradizionali. Nonostante le possibili reazioni dell’apparato ecclesiale, dette il via alla realizzazione di questa nuova Via Crucis.  Quando il lavoro fu terminato, furono installate tutte le formelle, eccetto la XV stazione, in quanto don Livio aveva bisogno di alcune conferme. Infatti don Livio raccontò poi ad Agnini che, alcuni mesi dopo,  trovandosi a Padova in occasione di una festività si trovò a parlare con il Cardinale Sodano, al quale espose quanto fatto eseguire e chiese se tale realizzazione fosse in contrasto con le direttive del Vaticano. Il cardinale apprezzò il candore di don Livio e non espresse rimproveri o moniti di alcun genere, anzi affermò che già in ambito conciliare vi era stato da più parti il desiderio di completare la Via Crucis con la Resurrezione, fondamento della Religione Cattolica. Dopo questo incontro anche la XV stazione è stata installata. Era l’anno 1981.

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l’ultima cena

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Gesù nell’orto degli ulivi

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I  STAZIONE – Gesù è condannato a morte

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II STAZIONE – Gesù è caricato della Croce

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IV STAZIONE – Gesù incontra sua madre

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V STAZIONE – Simone di Cirene porta la croce di Gesù

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VI STAZIONE – Veronica asciuga il volto di Gesù

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VII STAZIONE – Gesù cade per la seconda volta

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VIII STAZIONE – Gesù incontra le donne di Gerusalemme

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IX STAZIONE – Gesù cade per la terza volta

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X STAZIONE – Gesù è spogliato delle vesti

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XI STAZIONE – Gesù è inchiodato sulla croce

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XII STAZIONE – Gesù muore sulla croce

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XIII STAZIONE – Gesù è deposto dalla croce

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XIV STAZIONE – Il corpo di Gesù è deposto nel sepolcro

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XV STAZIONE – Gesù è risorto


Annotazioni 

* Nello scorrere delle varie stazioni di questa Via Crucis, in alcune di queste formelle si possono identificare particolari ben identificabili

– nella VI Stazione, a destra, si staglia ben definita la facciata della Chiesa arcipretale;

– nella XII Stazione, a sinistra di Gesù Crocefisso è riconoscibile l’allora parroco don Livio Basso;

– nella XIV Stazione, a dx si erge la forma a fortezza del campanile della Chiesa arcipretale.


* Agnini Linonato a San Giorgio Jonico (TA) il 21 marzo 1940, dagli anni sessanta risiede a Nove da dove partecipa con passione alla vita artistica locale e italiana. Personaggio di grande fascino per le sue creazioni caratterizzate un particolare dinamismo di linee, forme e colori portando nel 1998 alla nascita del “neoforismo” particolare concezione dell’arte che va ad escludere ogni forma di staticità. Numerose le sue opere in bronzo, terracotta e ceramica, anche in campo religioso.


IL SANTO ROSARIO AD INTARSIO LAPIDEO

un’opera straordinaria


di Vasco Bordignon 


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I MISTERI  GAUDIOSI 


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Nel 1° mistero gaudioso si contempla l’Annunciazione dell’Angelo a Maria Vergine

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Nel 2° mistero gaudioso si contempla la visita di Maria a Santa Elisabetta

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Nel 3° mistero gaudioso si contempla la nascita di Gesù

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Nel 4° mistero gaudioso si contempla la presentazione di Gesù al Tempio

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Nel 5° mistero gaudioso si contempla il ritrovamento di Gesù al Tempio


I MISTERI DOLOROSI


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Nel 1° mistero doloroso di contempla l’Orazione di Gesù nell’orto del Getsemani

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Nel 2° mistero doloroso si contempla la Flagellazione di Gesù

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Nel 3° mistero doloroso si contempla l’Incoronazione di spine di Gesù

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Nel 4° mistero doloroso si contempla la salita di Gesù sul Calvario carico della Croce

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Nel 5° mistero doloros si contempla  la Crocifissione e morte di Gesù


I MISTERI GLORIOSI


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Nel 1° mistero glorioso si contempla la Risurrezione di Gesù

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Nel 2° mistero glorioso si contempla l’Assunzione al cielo di Gesù

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Nel 3° mistero glorioso si contempla la discesa dello Spirito Santo su Maria Vergine e gli Apostoli nel Cenacolo

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Nel 4° mistero glorioso si contempla l’Assunzione di Maria in cielo

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Nel 5° mistero glorioso si contempla l’Incoronazione di Maria Vergine nella gloria degli Angeli e dei Santi

LA CAPPELLA INVERNALE


DELLA CHIESA ARCIPRETALE


DI ROMANO D’EZZELINO


di Vasco Bordignon


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Si era reso evidente già a partire dal 1867 che la Chiesa che si trovava sul Colle (vedi immagine sopra) aveva bisogno di un ampliamento e di una profonda ristrutturazione. Fatte tutte le valutazioni per questo progetto, fu deciso di realizzare un nuovo tempio (l’attuale chiesa arcipretale), non nello stesso luogo, ma in pianura dove la popolazione negli anni continuava ad aumentare.


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In questa chiesa arcipretale, come già scritto, vi è la cappella invernale dove si può ammirare un altare (vedi immagine sopra) che rappresenta un bell’esempio di barocco locale ascrivibile alla fine del ‘600 o ai primi del ‘700. Originariamente, probabilmente, era dedicato alla Madonna del Rosario, come vedremo dal corredo marmoreo attorno a quella che doveva essere una piccola pala ad essa dedicata, al posto dell’attuale lastra marmorea con il Crocefisso.


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I marmi sono vere pietre e anche i tondi del Rosario sono opera rara di intarsio lapideo (detta anche glittica) di buona e accurata fattura.


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Anche il paliotto dell’altare, assai poco visibile, entrando, per la presenza dell’altare rivolto verso i fedeli, è di grande perizia e bellezza.


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Alla parete sud e alla parete ovest di questa cappella vi sono due riproduzioni forografiche su finta tela che rappresentano rispettivamente la Circoncisione o Presentazione di Gesù al Tempio e la Conversazione tra i santi Antonio abate, Prosdocimo, Lorenzo, Giorgio e Vito. Gli originali dovrebbero essere entrambi di ambito bassanesco.

Fonti documentali: vedi quella de  “La chiesa arcipretale”


ROMANO D’EZZELINO – LA CHIESA ARCIPRETALE

LA CHIESA ARCIPRETALE  della PURIFICAZIONE


DELLA  SS. VERGINE MARIA 


di Vasco Bordignon


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CENNI STORICI


Romano, cui solo da un secolo fu aggiunta la specificazione “di Ezzelino”, compare la prima volta in una vendita fatta l’11 dicembre 1076 da Ecelo figlio del defunto Arpone da Onara e Romano [“Ecelo filio quondam Arpo de loco Aunerio et  Romano”].

Ricompare il 29 aprile 1085 in un atto in cui Ecelo, Tiso IV e Gerardo, India madre di quest’ultimi ed Ermizza loro zia insieme con molti altri beni donarono all’abbazia di S. Eufemia di Villanova (ora Abbazia Pisani in diocesi di Treviso) in un luogo chiamato Romano anche una cappella costruita in onore di  santa e beatissima vergine Maria [“in villa que dicitur Romanum cappellam unam in honore sancte et beatissime virginis Marie constructam”].

Il fatto d’essere diventata possesso di quell’abbazia e situata dentro la cerchia delle mura del castello eceliniano spiegano il tentativo di sottrarla alla giurisdizione della pieve di Sant’Eulalia di cui faceva parte e del vescovo di Padova.

Ma il 1 aprile 1123 il papa Callisto II imponendo il ristabilimento della giurisdizione vescovile sulle chiese della diocesi di Padova acquistate o possedute da laici o da monaci senza il permesso del vescovo, incluse anche la cappella di Romano [“cappelam etiam de Romano”].

Tale imposizione fu rinnovata da Innocenzo II il 29 giugno 1132 e da Adriano IV il 4 giugno 1155.

Di fatto fu il vescovo Giovanni Forzaté de’ Transalgrandi a investire il 14 aprile 1270 i preti Oliviero e Bernardo della giurisdizione delle anime e delle benefici economici della chiesa di santa Maria di Romano [“de fraternitate et beneficio ecclesie sancte Maria de Romano”].

E dieci anni dopo, il 13 luglio 1280, in seguito alla rinuncia di Bernardo, fu ancora lui ad investire di metà del beneficio il chierico Beraldo, figlio di Corradino da Romano.

Il 24 settembre 1488 il vescovo Barozzi in base alla sua titolarietà … visitava secondo consuetudine la pieve o chiesa di santa Maria di Romano [“auctoritate sua ordinaria … visitavit plebem seu ecclesiam sancte Marie de Romano in forma debita”].

Se la visita seguente del 28 settembre 1535 nota che quella pieve dipende dal reverend.mo abate di Sant’Eufemia di Campo San Pietro [“est collationis reverendissimi abbatis sancte Euphemie de Campo sancto Petro”], in seguito però non se ne parla più.

Infatti  lo “Stato della diocesi di Padova” nel 1698 del notaio della curia Giovanni Bertazzi afferma che “la chiesa parochiale di Romano … soggiace al Concorso e l’Institutione del Preeletto s’aspetta all’Ordinario” affermando in sostanza che era diventata dipendente del Vescovo Padovano e che quindi non era più legata alla pieve di Sant’Eulalia.

Già il citato documento di Adriano IV del 1155 la dice  “pieve” [“plebem”] come Valdobbiadene e Solagna; ma un Mazocco prete di Romano presenzia il 29 maggio 1210  alla consacrazione della chiesa di S. Cassiano in  Sant’Eulalia e nella decima papale del 1297 l’”Ecclesia S. Marie de Romano” è elencata tra le chiese della pieve di Sant’Eulalia: era retta dal soprannominato prete Oliviero, coadiuvato dal chierico Giacomo di Vigonza. Questi pagò 8 soldi in ognuna delle due rate , il rettore invece fu scusato. Però nell’estimo papale del secolo seguente la chiesa di Romano è valutata 30 lire di piccoli, il chiericato 12.

Nelle più antiche visite pastorali a cominciare dalla prima, quella del Barozzi del 1488, è chiamata “pieve”; in quella del 1535 viene detto che non ha alcuna cappella [“quae plebs nullam habet capellam“] e nella visita del 12 ottobre 1587 viene definite come  “plebs per se sola”.

Il vescovo Dondi dall’Orologio, storico della diocesi di Padova, il 13 novembre 1818 elevò ad arcipretale la chiesa di Romano constatandone l’antichissima istituzione e l’assenza di legame ad altra chiesa matrice [“commendatam vetustissimo iure – nulli ecclesiae matri addictam”], dice l’iscrizione sulla facciata della cappella del cimitero.

Dal vasto territorio della parrocchia di Romano il 16 marzo 1896 fu dismembrato quello della nuova parrocchia di Fellette e l’8 luglio 1930 quello che venne a costituire l’allora curazia autonoma di San Giacomo di Romano.

La cappella del cimitero di Romano è il presbiterio dell’antica parrocchiale in cima al colle d’Ezzelino. Quando nel 1488 la visitò il Barozzi la trovò “semiruinosa” e suggerì i criteri per un restauro grazie al quale avrebbe avuto struttura e decori  dignitosi [“ haberet  et formam et decorem supra mediocrem”].

Non sappiamo se sia stato effettuato e come.

La visita seguente del 1535 la riscontrò essere in buon stato sia nella copertura che nella pavimentazione che nel resto [“tecto, pavimento ac ceteris bene tentam”] con tre altari e campanile.

Oltre due secoli dopo, il 10-12 luglio 1746, il card. Rezzonico trovò che negli ultimi quattro anni era stata costruita dalle fondamenta ampliandola sia in lunghezza che in larghezza in quanto la vecchia chiesa per il numero dei parrocchiani era diventata angusta, stretta  [“quatuor ab hinc annis longitudine et latitudine maior usque a fundamentis constructa fuit cum vetus ecclesia pro parochianorum  numero esset angusta”].

Fu consacrata dal vescovo mons. Farina il 27 maggio 1832.

Dopo il restauro del coro nel 1867 si capì che la Chiesa che si trovava sul Colle aveva bisogno di un ampliamento e di una profonda ristrutturazione. Fatte tutte le valutazioni per questo progetto, fu deciso di realizzare un nuovo tempio, non nello stesso luogo, ma in pianura dove la popolazione negli anni continuava ad aumentare.

Il progetto di questa chiesa è dell’ing. Antonio Zardo da Crespano.

Si pose la prima pietra il 4 aprile 1880. I lavori durano oltre vent’anni, con periodi di sospensione e di ripresa dei lavori, seguiti dopo la morte del progettista ing. Zardo dal figlio ing. Augusto Zardo sempre di Crespano. La chiesa venne venne inaugurata l’8 dicembre 1903. La sua consacrazione, datata 9 settembre 1939, è effettuata  dal vescovo Mons. Carlo Agostini, nella sua seconda visita pastorale

Nel 1946, dal laboratorio marmi di Pove di Ferruccio Donazzan di Gaspare, venne fornito il nuovo altare maggiore che fu consacrato il 22 aprile 1955 dal vescovo mons. Girolamo Bortignon , nella sua prima visita pastorale, e inaugurato anche  il nuovo campanile 

Nel 1981 si attua l’ultimo intervento di rinnovamento con lo spostamento dell’altare maggiore verso l’aula, la pavimentazione in marmo e la collocazione di una Via Crucis in 18 formelle, quattro in più rispetto al consueto, in bassorilievo di terracotta semirefrattaria con lastra d’argento, opera dell’artista Lino Agnini di Nove (vedi file della via crucis).

IL CAMPANILE

La decisione porta la firma del 16 marzo 1930 e il progetto è dell’ing. Fausto Scudo di Crespano. I problemi costruttivi iniziaronono subito per la presenza di acqua e la necessità di partire con le fondamenta a ben sei metri sotto terra.  Ci vorranno 25 anni perché funzionasse: infatti il 22 aprile 1955 mons. Girolamo Bortignon di Fellette oltre che a consacrare il nuovo altare maggiore inaugurò il nuovo campanile.


LA FACCIATA 

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la facciata nella sua visione complessiva

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la parte superiore

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la parte intermedia  interrotta da tre nicchie che accolgono tre statue in cemento: a sx Sant’Antonio da Padova, al centro la Madonna e a dx quella del beato Luca Belludi.

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la porta d’ingresso della chiesa

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ornato dell’area inferiore, e le formazioni fusellate dei pilastri

La facciata è caratterizzata da un alto basamento marmoreo, dal quale si innalzano quattro strutture a pilastro che a varie altezze terminano con formazioni fusellate, delimitando in tal modo, assieme ad un pronunciato cornicione orizzontale, tre distinte aree:

la superiore a forma di ampia lunetta al cui interno due cerchi concentrici racchiudono il simbolo della SS. Trinità;

l’intermedia abbellita centralmente dalle tre nicchie che accolgono tre statue in cemento: a sx Sant’Antonio da Padova, al centro la Madonna e a dx quella del beato Luca Belludi, realizzate dalla ditta Pietro Toniolo nel 1909;

l’inferiore abbellita ai lati con due piacevoli ornati e centralmente dalla porta principale incorniciata da due lesene con capitelli pensili e sopra da una lunetta marmorea

INTERNO CHIESA

La Chiesa è costituita da un presbiterio absidato e da una sola navata con volta a specchio. L’orientamento è est-ovest

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interno della chiesa dall’ingresso verso l’altare maggiore


PRESBITERIO


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presbiterio nel suo insieme 

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 a dx: la mula si inginocchia davanti al SS. Sacramento

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a sx l’incontro di Sant’Antonio con Ezzelino 

Il presbiterio che con l’abside misura 14×9 metri, è impreziosito ai suoi lati da un coro ligneo della fine del 1600, sopra il quale si trovano due grandi dipinti  “ Il Miracolo della mula” (a dx)  che si inginocchia al passaggio del SS. Sacramento in processione e l’”Incontro di S. Antonio da Padova con Ezzelino III il tiranno” (a sx) che raffigura una leggenda ancora viva in paese.

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Sul soffitto del presbiterio  vi è dipinto “Il trionfo di Cristo”.

Tutte queste opere e le altre che citeremo,  sono opere del padovano Giacomo Manzoni (1840-1912), eseguite nei primi anni del Novecento,  [vedi sezione Personaggi, Biografie e altro] negli anni della costruzione dell’altare privilegiato di Sant’Antonio.  


ALTARE MAGGIORE

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Come già detto l’altare maggiore è opera del 1946 della ditta Ferruccio Donazzan di Pove, fu consacrato il 23 aprile 1955 dal vescovo mons. Girolamo Bortignon , nella sua prima visita pastorale, quando, come detto, inaugurò anche  il nuovo campanile.

Questo altare rappresenta una piacevole realizzazione dell’arte lapidea povese sia per la composizione sinuosa marmorea cromatica del dossale e del paliotto, sia per la corona di angeli oranti, danzanti e musicanti attorno all’alto ciborio con il suo “resurrexit” sommitale.


LA CAPPELLA INVERNALE

A sx del presbiterio, vi è l’ingresso alla cappella invernale, cui ho dedicato un file specifico (vedi)


LA NAVATA

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la navata è lunga 24 metri e larga 14 metri; l’illuminazione naturale è buona solo nelle giornate molto soleggiate; nell’immagine la visione della navata dal presbiterio verso la porta principale. 


il Soffitto

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visione nel suo insieme (sopra) e alcuni dettagli (sotto)

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 Il grande affresco di Giacomo Manzoni  sulla “Purificazione di Maria Vergine”, titolare della Chiesa, del quale evidenzio alcuni dettagli  

Questa festività con la riforma liturgica del 1960 è stata sostituita con “La presentazione di Gesù al Tempio” popolarmente chiamata della “Candelora”, in quanto si benedicono le candele simbolo di Cristo “luce per illuminare le genti”, come venne chiamato il bambino Gesù dal vecchio Simeone alla presentazione al Tempio di Gerusalemme.

Ritorniamo al dipinto del Manzoni dove illustra il momento in cui, nel Tempio,  la Madonna col suo bambino (Gesù)  è davanti al vecchio Simeone per adempiere alla legge ebraica che considerava la donna impura del sangue mestruale per un periodo di 40 giorni dopo il parto di un maschio  (quindi il 2 febbraio che cade 40 giorni dopo il 25 dicembre, nascita di Gesù): per questa legge la donna, per essere purificata, doveva offrire in olocausto un agnello  e una tortora o una colomba o, se la donna era troppo povera, poteva sostituire l’agnello con un’altra tortora o un’altra colomba.  Nel dipinto l’offerta è di due colombe e tortore, in considerazione della povertà della famiglia di Gesù. Povertà terrena che contrasta con la grande festa in cielo, parte superiore, tra angeli gioiosi in preghiera e in adorazione. 

PARETE NORD


ALTARE DI SANT’ANTONIO


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Questo altare è privilegiato per decreto pontificio 05-01-1911.[Il privilegio sta in questo che il sacerdote, celebrandovi per un defunto, può appicargli un’indulgenza plenaria … Il privilegio si concede ad altare fisso … è perpetuo, o temporaneo, quotidiano o per determinati giorni.”[da Lessico ecclesiastico illustrato]

E’ monumentale. La parte marmorea, in marmo di Carrara, è opera degli scalpellini Donazzan di Pove, mentre la parte a mosaico, con decorazioni in tessere oro zecchino, sono della scuola di Spilimbergo in stile liberty, che richiama quello francese di fine Ottocento.

L’altare è stato consacrato il 15-02-1912.
La grande statua marmorea, opera di Giuseppe Longo (Venezia 1878 -1937),  fu benedetta il 23 aprile 1904 da S.E. Giuseppe Callegari, cardinale vescovo di Padova.


PARETE SUD


ALTARE DELLA MADONNA

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L’altare della Madonna è stato realizzato dalla ditta Zanchetta di Pove.

La statua marmorea della Madonna Immacolata è dello scultore Francesco Rebesco di San Zenone degli Ezzelini (1897-1985) [vedi sezione Personaggi, Biografie e altro]. La statua è stata  benedetta il 2 marzo 1947.  La bellezza e la ieracità del volto della Madonna purtroppo vengono – a mio parere – annullate dalla costante presenza di una luce blu.


PARETE OVEST  

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Sopra la porta principale della chiesa vi è una lunetta dove da Giacomo Manzoni è stata dipinta una movimentata  “Cacciata dei profanatori del Tempio.

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Tra la suddetta lunetta e la porta d’ingresso è stata posta la pala del vecchio altar maggiore, dipinta da Jacopo (Giacomo) Apollonio [vedi sezione Personaggi, biografie e altro] nel 1640, ricordata dal Verci, con un “Cristo risolto e i Ss. Prosdocimo, Lorenzo, Vito e Zenone. La posizione di questo dipinto non è delle migliori e mi è parso anche che non sia in buone condizioni. 

Fonti documentali

AA.VV. Lessico ecclesiastico illustrato, Casa Editrice Vallardi, 1901

Bernardi Carlo. L’Asolano (opera postuma). Tipografia Vicenzi, Bassano, 1954

Farronato Gabriele. Schedario del Novecento. [ringrazio per la sua cortesia]

Grassi Luigi, Pepe Mario. Dizionario di Arte. UTET, Torino, 1995

L’Illustre bassanese – Pietro e Giuseppe Longo, n° 97, settembre 2005

La Diocesi di Padova nel 1972. Tipografia Antoniana, Padova, 1973

Passuello Francesco. Dagli Albori del Cristianesimo ai giorni nostri. Comune di Romano d’Ezzelino, Tipografia Moro, marzo1985

Pesce Davino. Cenni Storici su Romano d’Ezzelino. La Guerra sul Grappa. Introduzione e appendici a cura di Gabriele Farronato, Edizioni Il Nuovo Ezzelino, Asolo, 1988

Tino Scremin Antonio. Guida di Romano d’Ezzelino. Editore Moro, 1991

Verci Giambatista. Notizie intorno alla vita e alle opere de’ pittori scultori e intagliatori della città di Bassano. Giovanni Gatti, Venezia, 1775


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