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Categoria: Solagna

SOLAGNA – L’EREMO DI SAN GIORGIO

L’ EREMO DI SAN GIORGIO

di Vasco Bordignon

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Non so per quale motivo intrapresi la strada che da Solagna – seguendo le indicazioni per l’Eremo di San Giorgio – sale, a volte tortuosa, a volte in rapida ascesa, lungo i declivi dei colli che circondano il paese come ad anfiteatro. Abituato a camminare in piano, dovetti dosare le mie forze per raggiungere i primi avvistamenti della struttura posta sulla cresta occidentale del pianoro, con il quale il colle di San Giorgio termina a 460 metri s.l.m.  La giornata era tiepida, il sole riscaldava le prime gemme degli alberi, e a tratti l’erba verde a stento ricopriva le prime primule.

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Dopo aver superato una grande croce, cominciai a vedere tra i fusti degli alberi e i ben tenuti muretti a secco  (masiere) la facciata della chiesetta.

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In alcuni tratti, in prossimità del traguardo, ebbi la possibilità di guardare a valle e di scorgere chiaramente i tetti accostati l’uno all’altro del paese, la biscia d’acqua del fiume, e le strutture della sponda dx dello stesso.  Mi  sorse subito il pensiero che quel colle (come altri probabilmente dall’altra parte del fiume) fosse stato in qualche secolo buio dopo la fine dell’impero romano una postazione di avvistamento e di eventuale segnalazione con fuochi o altri segni luminosi qualora fosse stato necessario.

Dalle fonti documentali che avevo letto, sapevo che nei primi anni del 1900 Plinio Fraccaro aveva riportato la scoperta di una tomba “rupestre”, suscitando ipotesi di antichi abitatori.

Ma invero – che io sappia – l’epoca di questa tomba rimane ancora incerta.

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la facciata della chiesa

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la chiesa e subito dopo l’eremo 

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l’eremo, il campanile e zona di sosta e di rifugio

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la Madonna di Lourdes 

Attualmente la struttura presente in questo luogo è rappresentata da una piccola chiesa cui è unito l’eremo, la cui parete ad est è addossata ad uno sperone di roccia (sommità del colle) sul quale è stato costruito il campanile.  Attorno vi sono strutture per il pic-nic e per passare una bella giornata all’aria aperta. Sulla parte orientale della superficie collinare vi è un altare all’aperto con la statua della Madonna di Lourdes.


CENNI STORICI

La tradizione afferma che la chiesa venne edificata  nel 1004 su ordine dell’imperatore Enrico II detto il Santo (vedi in calce la sua biografia) in occasione della sua venuta in Italia attraverso il Canale di Brenta, in onore di San Giorgio martire, la cui devozione si era diffusa in tutto il mondo cristiano come apprendiamo dalla sua biografia nel sito ww.santiebeati,it  “Forse nessun santo sin dall’antichità ha riscosso tanta venerazione popolare, sia in Occidente che in Oriente; chiese dedicate a s. Giorgio esistevano a Gerusalemme, Gerico, Zorava, Beiruth, Egitto, Etiopia, Georgia da dove si riteneva fosse oriundo; a Magonza e Bamberga vi erano delle basiliche; a Roma vi è la chiesa di S. Giorgio al Velabro che custodisce la reliquia del cranio del martire palestinese; a Napoli vi è la basilica di S. Giorgio Maggiore; a Venezia c’è l’isola di S. Giorgio.
Vari Ordini cavallereschi portano il suo nome e i suoi simboli, fra i più conosciuti: l’Ordine di S. Giorgio, detto “della Giarrettiera”; l’Ordine Teutonico, l’Ordine militare di Calatrava d’Aragona; il Sacro Ordine Costantiniano di S. Giorgio, ecc.
È considerato il patrono dei cavalieri, degli armaioli, dei soldati, degli scouts, degli schermitori, della Cavalleria, degli arcieri, dei sellai; inoltre è invocato contro la peste, la lebbra e la sifilide, i serpenti velenosi, le malattie della testa, e particolarmente nei paesi alle pendici del Vesuvio, contro le eruzioni del vulcano”. 

Assieme a San Giorgio (chiamato dai solagnesi anche San Dordi) viene venerato anche San Gottardo, che fu grande amico di Enrico II (vedi anche di San Gottardo in calce la sua biografia). Vedremo che tale venerazione si manifesterà non prima del 1745. Non si sa ancora perché a Solagna vi sia questo culto.

Comunque i primi dati certi sull’esistenza del fabbricato sono presenti nella relazione di un frate (Padre Massimiliano) che fu mandato il 7 ottobre 1571 dal Vescovo di Padova Nicolò Ormanetto in visita a Solagna, a constatare la situazione dell’oratorio di San Giorgio. Scrisse nel verbale “ Non è consacrato. Ha un unico altare sotto una piccola abside semicircolare, spoglio di qualsiasi ornamento, tranne un quadro di San Giorgio…, un fabbricato senza finestre e con un’unica porta ad occidente, con il tetto che lascia passare la pioggia, senza pavimento e privo di campana”.

La stessa situazione si presentò agli occhi del Vescovo Nicolò Galerio, quando il 13 ottobre 1587, si recò di persona in pellegrinaggio all’oratorio o sacello di San Giorgio :…” che si trova sulla sommità di un monte, al quale si  sale per un itinerario asprissimo tra dirupi e ghiaioni, è assai ristretto e ridotto al livello di una caneva o stalla senza finestre, senza pavimento, senza altare”.

Anche il Vescovo Marco Corner il 7 ottobre 1601 a Solagna in visita pastorale si informò dell’eremo e vietò l’uso della chiesetta fino a quando non fosse stata restaurata.

Nel 1631 viene menzionata la presenza di un eremita, Pietro Sasso di Valstagna.

Seguì un periodo di abbandono durato alcuni decenni per vari motivi (carestie, pestilenze, contrasti con San Nazario perché voleva rendersi indipendente da Solagna). Quando il 5 settembre 1664 il Cardinale Gregorio Barbarigo salì all’eremo trovò una chiesetta abbastanza simile a quella attuale, e , accanto ad essa,  anche il campanile, ed inoltre due eremiti che avevano edificato una piccola dimora e costruito una cisterna per l’approvvigionamento dell’acqua.

La presenza di eremiti non fu costante: è certa la loro presenza nel 1707 e nel 1728.

Nel 1745 Il cardinale Carlo Rezzonico inviò sul colle il canonico Pellegrino Antonio Ferri che così descrisse la situazione della chiesa: “ha un unico altare e una piccola sacrestia dalla parte posteriore, chiusa senza luce e senza il necessario per la messa … vi è un eremita agostiniano di Solagna , fra Giuseppe  Zamperin” ( che rimarrà a custodia del colle fino al 1760).

L’ultimo eremita fu Fra Bortolo Tescari di Lusiana che rimarrà fino al 1763”.

A partire da questo 1745, a Solagna, la devozione a San Giorgio sarà sempre unita a quella di San Gottardo.

Il 6 ottobre 1774 il vescovo Nicolò Antonio Giustinian, in sella al suo cavallo, raggiunse il colle di S. Giorgio. Dopo una sosta di preghiera davanti all’altare, guardandosi attorno vide sopra l’altare una pala raffigurante il santo cavaliere sul suo bianco cavallo, e accanto all’altare una statuina in legno rappresentante San Gottardo. Il parroco don Baldassare Pozza spiegò al vescovo che tale statuetta era lì da tempo (come sopra scritto) e che il Santo  veniva onorato il 5 maggio subito dopo la festa del “paron” di casa,  San Giorgio.

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Nel 1872 a Solagna venne istituito l’Ordine dei Terziari Francescani, e tale fervore francescano si attuò nel nostro colle con la comparsa di una statua di San Francesco posta nella vicina ghiacciaia trasformata in una specie di grotta (immagine sovrastante).

Nei decenni successivi la chiesa e l’eremo di San Giorgio venne sempre meno visitata sia da viandanti che da fedeli, tanto che durante la Prima Guerra Mondiale furono utilizzati a fini militari, e successivamente, iniziati i lavori di restauro, il Comune di Solagna  li  concesse in uso abitativo ad una famiglia per la custodia dei locali.

Nel 1922 venne rifatto l’altare, fu installata una nuova campana opera di P. Colbacchini (l’originaria era stata trafugata), e furono  ridipinte le pareti murarie. 

Ma questo luogo continuò, per vari motivi, ad essere oggetto di disaffezione da parte delle nuove generazioni e poi a causa degli eventi della Seconda Guerra Mondiale.

Tuttavia nel 1950 con il gruppo degli scouts di Solagna e poi dal 1970 in avanti  con il Gruppo Amici di San Giorgio la chiesetta e l’eremo ripresero nuovo interesse e nuovo vigore:  vi fu un costante lavoro di manutenzione delle opere murarie e il posizionamento, nella superficie adiacente,  di strutture ex-novo quali un rifugio aperto, attrezzato di focolare per accogliere turisti e pellegrini. Per questi lavori e per il trasporto di materiali, nel 1973, venne utilizzata anche una teleferica, oltre alla forza delle braccia di tanta brava gente.

L’unico oggetto di culto importante che rimaneva era rappresentato dalla vecchia pala di San Giorgio. Ma un mattino del 1978 poco dopo la festa del Santo con grande stupore e sofferenza si scoprì che la pala d’altare non c’era più, era stata rubata. E non più trovata.

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istantanea del trasferimento su slitta dell’opera di Kobe (Giacomo) Todesco che si vede al centro della foto (da Signori,1995)

Nella primavera del 1984 una nuova immagine di San Giorgio (opera del solagnese Kobe (Giacomo) Todesco) era pronta ma era molto pesante, pesava circa 7 quintali. Si doveva portarla all’eremo ed era un bel problema. Il gruppo Amici di San Giorgio non si perse d’animo e la mattina del 7 aprile  1984, aiutato da circa 40 robusti uomini, posero la preziosa opera su una adeguata slitta, e la trainarono fino alla chiesetta e quindi la installarono al suo posto.

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interno della chiesetta: al centro la nuova opera 

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L’altorilievo coglie l’attimo in cui San Giorgio , inarcionato sul suo cavallo, trafigge con la lancia il drago 

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dettagli

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Da una nota del libro di Signori trovoSi tratta di un alto rilievo in Chiarofonte, un materiale, come dice il nome, chiaro e compatto, certamente meno trattabile del marmo di Carrara, ma che ha il pregio di essere del posto: proviene infatti da Cima Fonte dell’Altopiano di Asiago. Le dimensioni cornice compresa sono di 152 x 139 cm, mentre lo spessore raggiunge intorno i 24 cm. Il peso si aggira intorno ai 6 quintali e 85 chilogrammi.

Ho consultato anche l’autore dell’opera il quale mi ha affermato che il marmo usato è il Verdello di Rubbio.  Ho motivo di credere di più a Kobe Todesco. 

Dopo il 2005, un nuovo gruppo appartenente alla Pro Loco, riprese la manutenzione sia dell’eremo che delle aree circostanti (area pic-nic per 150 persone), ripristinando le masiere circostanti, e restaurando la statua di San  Francesco.

Dal 5 maggio 2012 il gruppo ripristinò la festa di San Gottardo.


Per ulteriori notizie e possibilità di fruizione del luogo contattare il Comune di Solagna. 


DOPO LE FONTI DOCUMENTALI

       BIOGRAFIA DI SAN GIORGIO MARTIRE

       BIOGRAFIA DI ENRICO II

       BIOGRAFIA DI SAN GOTTARDO


PRINCIPALI FONTI DOCUMENTALI

Amici di San Giorgio, 2012 (dallo scritto, interessante, presente in loco)

Chemin Angelo. Eremo di San Giorgio di Solagna. Da www.osservatorio-canaledibrenta.it  [interessante lavoro sull’argomento con un suntuoso apparato documentale, con approfondita disanima sulla tomba rupestre, sul culto di San Giorgio con affinità con altre località, ecc. ]

Fraccaro Plinio. Guida alpina del Bassanese e delle montagne limitrofe. Bassano 1903

Signori Franco. Storia di Solagna e del suo territorio. Le origini. A cura del Comitato promotore della storia di Solagna, 1995.[il primo capitolo di questo libro è dedicato proprio all’eremo di San Giorgio e alla sua devozione]

Todesco Luigi. Solagna. Notizie e ricordi per i reduci. Padova, Tipografia del Seminario. 1919 Anastatica luglio 1998, Grafiche Tassotti



SAN GIORGIO MARTIRE 

La sua figura è avvolta nel mistero, da secoli infatti gli studiosi cercano di stabilire chi veramente egli fosse, quando e dove sia vissuto; le poche notizie pervenute sono nella “Passio Georgii” che il ‘Decretum Gelasianum’ del 496, classifica tra le opere apocrife (supposte, non autentiche, contraffatte); inoltre in opere letterarie successive, come “De situ terrae sanctae” di Teodoro Perigeta del 530 ca., il quale attesta che a Lydda (Diospoli) in Palestina, oggi Lod presso Tel Aviv in Israele, vi era una basilica costantiniana, sorta sulla tomba di san Giorgio e compagni, martirizzati verosimilmente nel 303, durante la persecuzione di Diocleziano (detta basilica era già meta di pellegrini prima delle Crociate, fino a quando il sultano Saladino (1138-1193) la fece abbattere).
La notizia viene confermata anche da Antonino da Piacenza (570 ca.) e da Adamnano (670 ca) e da un’epigrafe greca, rinvenuta ad Eraclea di Betania datata al 368, che parla della “casa o chiesa dei santi e trionfanti martiri Giorgio e compagni”. 
I documenti successivi, che sono nuove elaborazioni della ‘passio’ leggendaria sopra citata, offrono notizie sul culto, ma sotto l’aspetto agiografico non fanno altro che complicare maggiormente la leggenda, che solo tardivamente si integra dell’episodio del drago e della fanciulla salvata da s. Giorgio.

La ‘passio’ dal greco, venne tradotta in latino, copto, armeno, etiopico, arabo, ad uso delle liturgie riservate ai santi; da essa apprendiamo come già detto senza certezze, che Giorgio era nato in Cappadocia ed era figlio di Geronzio persiano e Policronia cappadoce, che lo educarono cristianamente; da adulto divenne tribuno dell’armata dell’imperatore di Persia Daciano, ma per alcune recensioni si tratta dell’armata di Diocleziano (243-313) imperatore dei romani, il quale con l’editto del 303, prese a perseguitare i cristiani in tutto l’impero.
Il tribuno Giorgio di Cappadocia allora distribuì i suoi beni ai poveri e dopo essere stato arrestato per aver strappato l’editto, confessò davanti al tribunale dei persecutori, la sua fede in Cristo; fu invitato ad abiurare e al suo rifiuto, come da prassi in quei tempi, fu sottoposto a spettacolari supplizi e poi buttato in carcere. Qui ha la visione del Signore che gli predice sette anni di tormenti, tre volte la morte e tre volte la resurrezione.
E qui la fantasia dei suoi agiografi, spazia in episodi strabilianti, difficilmente credibili: vince il mago Atanasio che si converte e martirizzato; viene tagliato in due con una ruota piena di chiodi e spade; risuscita operando la conversione del ‘magister militum’ Anatolio con tutti i suoi soldati che vengono uccisi a fil di spada; entra in un tempio pagano e con un soffio abbatte gli idoli di pietra; converte l’imperatrice Alessandra che viene martirizzata; l’imperatore lo condanna alla decapitazione, ma Giorgio prima ottiene che l’imperatore ed i suoi settantadue dignitari vengono inceneriti; promette protezione a chi onorerà le sue reliquie ed infine si lascia decapitare.
Il culto per il martire iniziò quasi subito, come dimostrano i resti archeologici della basilica eretta qualche anno dopo la morte (303?) sulla sua tomba nel luogo del martirio (Lydda); la leggenda del drago comparve molti secoli dopo nel Medioevo, quando il trovatore Wace (1170 ca.) e soprattutto Jacopo da Varagine († 1293) nella sua “Leggenda Aurea”, fissano la sua figura come cavaliere eroico, che tanto influenzerà l’ispirazione figurativa degli artisti successivi e la fantasia popolare.
Essa narra che nella città di Silene in Libia, vi era un grande stagno, tale da nascondere un drago, il quale si avvicinava alla città, e uccideva con il fiato quante persone incontrava. I poveri abitanti gli offrivano per placarlo, due pecore al giorno e quando queste cominciarono a scarseggiare, offrirono una pecora e un giovane tirato a sorte.
Un giorno fu estratta la giovane figlia del re, il quale terrorizzato offrì il suo patrimonio e metà del regno, ma il popolo si ribellò, avendo visto morire tanti suoi figli, dopo otto giorni di tentativi, il re alla fine dovette cedere e la giovane fanciulla piangente si avviò verso il grande stagno.
Passò proprio in quel frangente il giovane cavaliere Giorgio, il quale saputo dell’imminente sacrificio, tranquillizzò la principessina, promettendole il suo intervento per salvarla e quando il drago uscì dalle acque, sprizzando fuoco e fumo pestifero dalle narici, Giorgio non si spaventò, salì a cavallo e affrontandolo lo trafisse con la sua lancia, ferendolo e facendolo cadere a terra.
Poi disse alla fanciulla di non avere paura e di avvolgere la sua cintura al collo del drago; una volta fatto ciò, il drago prese a seguirla docilmente come un cagnolino, verso la città. Gli abitanti erano atterriti nel vedere il drago avvicinarsi, ma Giorgio li rassicurò dicendo: ”Non abbiate timore, Iddio mi ha mandato a voi per liberarvi dal drago: Abbracciate la fede in Cristo, ricevete il battesimo e ucciderò il mostro”.
Allora il re e la popolazione si convertirono e il prode cavaliere uccise il drago facendolo portare fuori dalla città, trascinato da quattro paia di buoi. La leggenda era sorta al tempo delle Crociate, influenzata da una falsa interpretazione di un’immagine dell’imperatore cristiano Costantino, trovata a Costantinopoli, dove il sovrano schiacciava col piede un drago, simbolo del “nemico del genere umano”.
La fantasia popolare e i miti greci di Perseo che uccide il mostro liberando la bella Andromeda, elevarono l’eroico martire della Cappadocia a simbolo di Cristo, che sconfigge il male (demonio) rappresentato dal drago. I crociati accelerarono questa trasformazione del martire in un santo guerriero, volendo simboleggiare l’uccisione del drago come la sconfitta dell’Islam; e con Riccardo Cuor di Leone (1157-1199) san Giorgio venne invocato come protettore da tutti i combattenti.
Con i Normanni il culto del santo orientale si radicò in modo straordinario in Inghilterra e qualche secolo dopo nel 1348, re Edoardo III istituì il celebre grido di battaglia “Saint George for England”, istituendo l’Ordine dei Cavalieri di San Giorgio o della Giarrettiera. 
In tutto il Medioevo la figura di s. Giorgio, il cui nome aveva tutt’altro significato, cioè ‘agricoltore’, divenne oggetto di una letteratura epica che gareggiava con i cicli bretone e carolingio. Nei Paesi slavi assunse la funzione addirittura ‘pagana’ di sconfiggere le tenebre dell’inverno, simboleggiate dal drago e quindi di favorire la crescita della vegetazione in primavera; una delle tante metamorfosi leggendarie di quest’umile martire, che volle testimoniare in piena libertà, la sua fede in Cristo, soffrendo e donando infine la sua giovane vita, come fecero in quei tempi di sofferenza e sangue, tanti altri martiri di ogni età, condizione sociale e in ogni angolo del vasto impero romano.
San Giorgio è onorato anche dai musulmani, che gli diedero l’appellativo di ‘profeta’. Enrico Pepe sacerdote, nel suo volume ‘Martiri e Santi del Calendario Romano’, conclude al 23 aprile giorno della celebrazione liturgica di s. Giorgio, con questa riflessione: “Forse la funzione storica di questi santi avvolti nella leggenda è di ricordare al mondo una sola idea, molto semplice ma fondamentale, il bene a lungo andare vince sempre il male e la persona saggia, nelle scelte fondamentali della vita, non si lascia mai ingannare dalle apparenze”. (da www.santiebeati.it)


SAN GOTTARDO

Nacque nel 960 a Reichersdorf (Ritenbach) presso Niederaltaich nella diocesi di Passavia; era figlio di Ratmundo, distinto vassallo del capitolo di S. Maurizio (Moritzstift) in Niederaltaich. Qui, nella scuola capitolare, sotto la guida di Uodalgiso, fu istruito nelle scienze umanistiche e teologiche. Per tre anni dimorò poi alla corte arcivescovile di Salisburgo, dove fu introdotto nell’amministrazione ecclesiastica. Dopo il ritorno da viaggi in paesi lontani, tra l’altro visitò l’Italia, proseguí gli studi superiori nella scuola del duomo di Passavia, dove insegnava.il famoso maestro Liutfrido; poi entrò nel capitolo di Niederaltaich, di cui presto fu eletto preposito. Quando il duca Enrico II di Baviera, detto il Litigioso (951-995), decise di trasformare il capitolo in un monastero benedettino, Gottardo rimase come novizio e si fece monaco nel 990 sotto l’abate Ercanberto, venuto dalla Svevia. Nel 993 fu ordinato sacerdote, poi divenne priore e rettore della scuola monastica e ne promosse lo sviluppo interno ed esterno. Nel 996 fu eletto abate e orientò il monastero di Niederaltaich verso l’ideale monastico di Cluny.
Il futuro imperatore Enrico II (1002-24) gli affidò il delicato ufficio di abate e riformatore, prima nel monastero di Tegernsee (1001-1002) e poi in quello di Hersfeld (1005). Con forza paziente riuscí a vincere la resistenza dei monaci ostili alla riforma e, dopo il ritorno a Niederaltaich nel 1013, diresse la costruzione del monastero e della chiesa e vi introdusse una scuola di scrittura e pittura. Egli è infatti considerato il piú grande architetto e pedagogo della Baviera nell’alto Medioevo. Dietro richiesta dell’imperatore Enrico II fu nominato vescovo di Hildesheim il 30 novembre 1022 e consacrato dall’arcivescovo Aribo di Magonza il 2 dicembre.
Da vescovo incarnò l’ideale di padre del clero e del popolo e si acquistò il rispetto dei suoi sacerdoti specialmente con le sue conferenze bibliche. Durante i quindici anni del suo governo episcopale fece costruire e consacrò più di trenta chiese. Nonostante la sua età avanzata, difese virilmente i diritti della sua diocesi contro usurpazioni di prelati e di principi. Conclusa la settimana pasquale, morì dopo breve malattia il 5 maggio 1038.
La canonizzazione di Gottardo fu caldamente promossa dai suoi successori Bertoldo (1119-30) e Bernardo (1130-53). Il secondo ne lesse (1131) a Liegi la Vita dinanzi a Innocenzo II (1130-43), che promise di canonizzarlo durante il successivo concilio. In compagnia di s. Norberto di Xanten, arcivescovo e metropolita di Magonza, Bernardo andò al sinodo di Reims, dove il papa, il 29 ottobre 1131, iscrisse Gottardo nell’albo dei santi. Il 4 maggio 1132 Bernardo procedette alla traslazione del corpo dalla chiesa abbaziale al duomo dove il 5 maggio fu celebrata la prima festa liturgica del santo. Le fonti ricordano che in questa circostanza si verificarono cinque miracoli, per cui si determinò subito un afflusso considerevole di pellegrini dai paesi limitrofi. A ciò e alla fervida propaganda dei Cistercensi e dei Benedettini si deve la rapida diffusione della venerazione tributata al santo vescovo nella Svezia, nella Finlandia, nei paesi slavi del Sud e nella Svizzera.
L’intercessione di s. Gottardo fu implorata contro la febbre, la podagra, l’idropisia, contro le malattie dei fanciulli, le doglie del parto e contro la grandine. Sulle principali vie di traffico Gottardo divenne il patrono preferito dei commercianti e ciò spiega perché nelle Alpi centrali siano sorte dappertutto chiese e cappelle in suo onore. Una fama del tutto speciale ottenne la càppella e l’ospizio di S. Gottardo sull’antico mons Tremulus (o Evelinus o Ursare). Secondo un’antica tradizione ticinese la chiesetta sul valico del S. Gottardo venne edificata da Galdino, arcivescovo di Milano (1166-76). Il primo documento però lo troviamo soltanto in Goffredo da Bussero, morto prima del 1300, che ascrive la consacrazione della chiesetta nel 1230 a Enrico di Settala, arcivescovo di Milano (1213-30), ma la prima testimonianza dell’esistenza dell’ospizio è del 1293. Nel 1685 Federico II Visconti affidò la direzione dell’ospizio ai Cappuccini di Milano, a cui succedettero, dopo la parentesi dolorosa della Rivoluzione francese, nel 1804-41 i confratelli del Ticino. Non si conoscono immagini contemporanee di Gottardo e le piú antiche provengono tutte dalla regione di Hildeheim. Nel 1927 J. Ernst, vescovo di Hildesheim (1915-28), fondò l'”Opera di S. Gottardo” per la formazione del clero diocesano. (da www.santiebeati.it)

SAN ENRICO II

L’Imperatore del Sacro Romano Impero e ultimo esponente della dinastia degli Ottoni Sant’Enrico II (973 o 978 – 1024) e sua moglie Santa Cunegonda di Lussemburgo (978 ca. – 1039) vissero in tempi «precari», ma il loro rapporto non fu precario e divenne di esempio per tutto il mondo occidentale e addirittura si adoperarono per rinnovare la vita della Chiesa e propagare la fede in Cristo in tutta l’Europa.
Votato inizialmente ad una carriera ecclesiastica, ricevette un’educazione scrupolosa presso la scuola capitolare di Hildersheim e a Ratisbona presso il santo vescovo Wolfango. Là acquisì una profonda pietà ed una precisa conoscenza dei problemi religiosi. Enrico ebbe un fratello, Bruno, che rinunciò agli agi della vita di corte per divenire pastore di anime come vescovo di Augusta, nonché due sorelle: Brigida, che si fece monaca, e Gisella, che andò in sposa al celebre Santo Stefano d’Ungheria.
Nel 995 Enrico II succedette al padre quale duca di Baviera e nel 1002 al cugino Ottone III come re di Germania. Contro Enrico insorse il celebre Arduino d’Ivrea, che dopo tante fatiche aveva ottenuto la corona d’Italia, ma questi lo sconfisse con un’armata e poi raggiunse Roma con sua moglie Cunegonda per ricevere nel 1004 la corona d’Italia da Papa Benedetto VIII. Nel 1014 il Pontefice lo consacrò imperatore del Sacro Romano Impero.
Segnata dall’impronta del realismo e della chiaroveggenza, la politica di Enrico II fu caratterizzata dall’abbandono delle grandiose mire universaliste di Ottone III e rafforzò l’alleanza del potere imperiale con la Chiesa. Sovrano consacrato alla più alta carica religiosa, presidente dei sinodi episcopali, canonico di alcune cattedrali, accrebbe l’autorità del clero. Restaurò nel 1004 l’Arcivescovado di Merseburg e nel 1007 fondò, con i propri beni, quello di Bamberg. Fu assai sensibile ad un sano rinnovamento della vita monastica, appoggiando alcuni riformatori come Riccardo di Saint-Vanne, sostenendo l’Abbazia di Cluny e il suo Abate Odilone.
Nel 1022 presiedette, insieme a Papa Benedetto VIII, il Concilio di Pavia, a conclusione del quale vennero emanati sette canoni contro il concubinato dei sacerdoti e la difesa dell’integrità dei patrimoni ecclesiastici: questo Concilio è considerato un momento importante del processo di riforma delle Chiesa dell’XI secolo.
Durante il regno ebbe al suo fianco Cunegonda, incoronata regina nel 1002 a Paderborn. Le fonti attestano che ella svolse un ruolo politico di primo piano. Fondò il monastero femminile di Kaufungen, vicino a Kassel, nel 1021. La coppia imperiale non ebbe figli e la causa viene rimandata a due ipotesi: voto di castità dei coniugi oppure sterilità. Alla fine dell’XI secolo sorse la tradizione della castità degli sposi. I primi a descriverla furono alcuni monaci dell’abbazia di Monte Cassino, molto legati all’Imperatore, Amato e Leone d’Ostia.
Secondo altre fonti, contemporanee ai fatti storici, viene attestata la sterilità di Santa Cunegonda. Le prime conoscenze sul matrimonio imperiale poggiano su tre brevi testi. Il cronista Titmaro di Merseburg riferisce la dichiarazione fatta da Enrico II al Sinodo di Francoforte del 1007: «(…) per mia ricompensa divina, ho scelto Cristo come erede, poiché non mi resta più alcuna speranza di avere una discendenza». Il secondo testo è una lettera del Vescovo Arnoldo di Halberstat (novembre 1007) ad un suo confratello di Würzburg: «(…) rifiutandogli una discendenza umana, farà di Dio, a Lui piacendo, il suo erede». Infine il monaco cluniacense Rodolfo il Glabro lascia scritto (prima del 1047): «Vedendo che da Cunegonda egli non poteva avere figli, non se ne separò a causa di questo, ma accordò alla Chiesa di Cristo tutto il patrimonio che avrebbe dovuto a dei figli».
Nell’alto Medioevo, una simile situazione terminava spesso con il ripudio della sposa. Come dimostra Rodolfo il Glabro, il fatto essenziale che colpì i contemporanei e fondò i termini per la reputazione di santità, fu l’inaudito rifiuto dell’Imperatore di ripudiare la moglie. La ragione di tale scelta è stata cercata nella profonda pietà cattolica dell’Imperatore, pietà che gli veniva da una tradizione ottoniana: i comportamenti matrimoniali costituirono un punto capitale delle relazioni fra gli Ottoni e la Chiesa. Infatti i suoi predecessori osservarono sempre una condotta matrimoniale esemplare: una stretta monogamia, unioni canonicamente irreprensibili, l’assenza di figli illegittimi e ripudi caratterizzarono la loro vita familiare. Emblematica una biografia commissionata dallo stesso Enrico II, la Vita della sua bisavola Santa Matilde, dove il sacramento matrimoniale primeggia: l’unione sponsale è qui celebrata come indissolubile e spiritualmente benefica per ogni coniuge. Ne emerge una coppia di sposi di stampo evangelico, modello di vita coniugale.
Enrico II non volle essere da meno della sua antenata e fu deciso nel credere e testimoniare l’indissolubilità matrimoniale, e tenne per sposa la sua Cunegonda. (da www.santiebeati.it)





“SOLAGNA – STORIA DI SOLAGNA”

STORIA DI SOLAGNA

di Vasco Bordignon

con la collaborazione di Mario Carraro


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Solagna è un comune della provincia di Vicenza, posto sulla sx del fiume Brenta all’imbocco del Canale di Brenta, dopo pochi km da Bassano del Grappa. Vi vivono 1909 persone (ultimo dato ISTAT). L’altitudine sul livello del mare oscilla da un minimo di 112 metri ad un massimo di  1520 metri.  L’altitudine rilevata dove si trova il Municipio è di 131 metri sul livello del mare.
Gli abitanti di Solagna si chiamano Solagnesi.

Solagna dista da Bassano del Grappa 10,2 km in auto.

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Si può dire che questo territorio, come quello vicino, fu abitato anticamente dagli Euganei, che in seguito si mescolarono con i Veneti formando una delle più illustri stirpi italiche.

140 anni circa prima dell’era cristiana questo territorio venne occupato dai Romani, che probabilmente fortificarono il Monte Cornon, considerato allora punto nevralgico di controllo di tutta la Vallata del Brenta.

Notizie certe su Solagna risalgono al X secolo, nel periodo storico assai convulso e drammatico a seguito della fine dell’impero carolingio, quando iniziarono le invasioni degli Ungheri mettendo a ferro e fuoco l’Italia dalle Alpi Giulie al Ticino.

Asolo, in quel periodo città importante e sede vescovile, venne distrutta e il suo territorio poco dopo fu smembrato. Fu allora che l’Imperatore Berengario I nel 917 donò a Sibicone Vescovo di Padova, suo fedele alleato, i beni che il regio fisco possedeva juxta Beatissimae Iustinae virginis ecclesiam non longe a flumine Brentae valle noncupatae Solanae ”… e la giurisdizione su tutti gli uomini liberi, proprietari o meno, di quel territorio, oltre alla possibilità di costruire un castello di difesa contro altre eventuali invasioni.  Si deve ricordare che il nome di Solagna indicava tutta la valle, la sinistra come la destra del Brenta da Angarano alla Piovega, da San Vito al Monte Ancino ad est di Cismon, monti adiacenti compresi.

All’inizio dell’XI secolo (nella quaresima del 1004) la valle di Solagna vide il passaggio di San Enrico II, il Santo, re di Germania, poi Imperatore, nella campagna bellica contro Arduino, eletto re d’Italia, che si era a lui opposto.

A Enrico II successe l’imperatore Corrado II il quale nel 1036 scese in Italia e con lui vi era Ecelo I, figlio di Arpone,  capostipite degli Ezzelini (nb. secondo la moderna genealogia degli Ezzelini). Ecelo I ricevette dall’imperatore il feudo di Onara-Romano e dal vescovo di Vicenza quello di Bassano, di Angarano e di Cartigliano.

Solagna passò presto dalla Signoria dei vescovi di Padova a quella degli Ezzelini i quali eressero all’imboccatura della Valle la celebre torre i cui ruderi anche oggi si possono scorgere. Una seconda fortezza venne eretta sul Cornon, alto 350 metri. Una muraglia ed altre fortificazioni univano il forte del Cornon con quello sul Brenta.

Nel 1124 Ponzio di Melgueil, ex abate di Cluny [Borgogna, Francia], di ritorno dalla Terra Santa, fermatosi nel territorio di Campese e innamoratosi del luogo implorava il Vescovo Sinibaldo di Padova la facoltà di erigervi un monastero, il Monastero di Santa Croce. Anche Alberico da Romano figlio di Ecelo I fu sensibile a questo progetto e il 18 maggio 1125 donava a Ponzio un  buon numero di possedimenti. Il monastero crebbe rapidamente di monaci che dissodarono e misero a coltivazione gran parte dei territori incolti e deserti della riva destra del Brenta, allora sotto la giurisdizione parrocchiale del monastero di Valle San Floriano. 

Numerose furono le liti sorte fra il Pievano di Solagna, che godeva del diritto di decima sulle quelle terre, e il monastero di Campese che oltre alla giurisdizione spirituale ambiva anche a quella materiale.  La contesa fu eliminata nel 1173 dalla decisione del delegato papale, il vescovo di Verona Omnibono, imponendo la rinuncia delle decime a Solagna a favore dei monaci di Santa Croce. Nel 1190 il monastero riuscì a diventare parrocchia per tutta la destra del Brenta e matrice delle chiese di Campolongo, Oliero e Valstagna.

Il 6 aprile 1189 i di Solagnesi, sottraendosi ad Ezzelino I il Balbo,  prestarono giuramento di fedeltà al comune di Vicenza “in Villa Solagne apud ecclesiam S. Justine quae est in castello Solagne”. Vi sono dunque nominati la chiesa di Santa Giustina, il castello Ezzeliniano e la “Villa”, ovvero il borgo di Solagna. Ma Ezzelino II (il monaco) già nel 1194 si riprese Solagna dai Vicentini. Egli è chiamato il monaco perché nel convento di Oliero vestì l’abito religioso; morì nel 1235 e venne sepolto, secondo il cronista Rolandino, nel monastero di Campese.

Nel 1223 Ezzelino II il Monaco divideva i suo beni tra i figli Alberico ed Ezzelino III (il Tiranno) e Solagna toccò ad Alberico. Ma nel 1240, poiché Alberico si era unito al movimento papale (guelfo) in aperto contrasto con quello imperiale (ghibellino), l’imperatore Federico II tolse ad Alberico i suoi beni e li passò al fratello Ezzelino il Tiranno, aumentando la sua giurisdizione da Padova a Trento.

Caduti gli Ezzelini, Solagna, dopo un breve periodo sotto Vicenza, passò sotto la dominazione di Padova che si protrasse dal 1268 al 1320.  In questo periodo, durante il quale Solagna e San Nazario appaiono un unico Comune, possiamo segnalare oltre alla imposizione della tassa sul macinato, e su contrasti di proprietà sulle montagne  vicine con Cismon e con Borso, la delibera del 1312 del consiglio di Padova nella quale tutti gli abitanti della Valle diventavano soggetti al podestà di Bassano, e quella del 1316 con la quale gli abitanti della sinistra Brenta dovevano concorre al salario dello stesso podestà bassanese.

Poi Solagna passò sotto gli Scaligeri, i Signori di Verona (1320-1339), quindi succedettero i Carraresi, i quali per arginare i Veneziani già presenti a Romano, riattivarono la Torre che si trovava all’ingresso di Solagna come pure le sovrastanti fortificazioni sul Cornon.  Ciò tuttavia non impedì al veneziano Taddeo Giustinian nel 1372 di espugnare il Cornon, calare su Solagna, descritta allora come borgo  tutto fabbricato di bellissime case a muro, e  abbandonarla alle fiamme. La Torre però non fu espugnata e così in quel periodo a Solagna vi erano i Padovani nella Torre e i Veneziani sul Cornon. Nel 1373 anche la Torre fu consegnata ai Veneziani.

Nel 1378 i Padovani assieme ai Bassanesi riuscirono a superare le difese veneziane e ad aprirsi una via di collegamento con i loro possedimenti  intorno a Feltre e nella Valsugana.

Dieci anni dopo, nel 1388, Gian Galeazzo Visconti, duca di Milano, s’ impadronì di Bassano e di tutta la Vallata.

Nel giugno del 1404 cadeva la dominazione viscontea e  a Bassano, a Solagna e in tutta la Valle del Brenta fu issato lo stendardo di San Marco.  Con la dominazione veneziana su aprì un lungo periodo di pace: la Torre sul Brenta venne abbattuta, le fortificazioni sul Cornon lasciate rovinare.. e successivamente fu abbattuto anche il castello degli Ezzelini che si trovava presso la Chiesa.

Nel 1508, dopo oltre un secolo di pace, di nuovo rumori di guerra: venne costituita la lega di Cambrai [costituita dal Papa Giulio II, dal re di Francia Luigi XII, da Massimiliano I d’Asburgo imperatore di Germania, da Ferdinando II d’Aragona, re di Napoli e di Sicilia, da Alfonso I d’Este duca di Ferrara, da Carlo III duca di Savoia e da  Francesco II Gonzaga , marchese  di Mantova ] per arginare l’espansionismo veneziano, e in poche settimane le truppe della lega occuparono praticamente tutti possedimenti veneziani di terra. Anche Bassano e la Vallata venne occupata dalle truppe di Massimiliano I d’Asburgo.   L’imperatore passò per questa vallata nel 1509 ben tre volte e notevole fu la resistenza che gli abitanti della valle riuscirono a mettere in essere per ritardarne il transito, come imboscate, agguati, sbarramenti, caduta di massi, rottura di strade, ecc.  Massimiliano I per gli ostacoli avuti e per uno sfregio recatogli dai Solagnesi fedeli a Venezia incendiò il paese e la Chiesa. Ma la resistenza della Vallata proseguì ancora contro alcune schiere di tedeschi rimasti nel territorio che furono messe in fuga nel novembre dello stesso anno a San Giacomo di Romano, e inoltre riuscì a far desistere il tedesco Ahhalt e il francese La Palisse della Lega dal riprendere il controllo della valle per un successivo transito dell’Imperatore.

Nel 1511 Venezia si riconciliò con papa Giulio II e si riprese i suoi territori, anche se la guerra tra Austria e Venezia continuò per alcuni anni ancora.

Nel 1514 vi fu un episodio che fu ricordato a lungo tra i ripidi declivi delle montagne della Vallata. Tale episodio riguardò un capitano imperiale conosciuto come Caleppino: questi alla testa di 800 uomini , dopo aver bruciato Feltre, si diresse verso Bassano per darle la stessa punizione. Ma i Canaloti (gli abitanti del Canale) appostati nei dirupi e negli anfratti della sinistra Brenta riuscirono  a molestare e a scompaginare le truppe nemiche tanto che in una azione riuscirono a catturare  lo stesso Caleppino e portarlo alle prigioni di Bassano.

Nel 1516 la guerra terminò e per i Canaloti vi fu un lungo periodo di tranquillità “da boni fioli di San Marco”.

Da ricordare la spaventosa epidemia del 1631 che lasciò anche qui il suo seguito di morte (nel Veneto ci furono almeno 600 mila vittime); le visite a Solagna del Cardinale Gregorio Barbarigo (1625-1697) nel 1664, 1675, 1686; la terrificante “brentana” del 1748 che seminò distruzione ovunque su tutta la vallata e su Bassano portandosi via il suo Ponte, poi ricostruito dal solagnese Ferracina.

Arriviamo così agli ultimi anni del 1700. Nel giugno del 1796 Solagna si accorse che stava cambiando tutto: vi era stata la rivoluzione francese e subito dopo la presa di potere di Napoleone e le sue campagne di guerra. Infatti iniziarono i passaggi di truppe ora di una bandiera ora dell’altra:  a luglio le truppe condotte dal principe di Hohenzollern per portare nuove forze all’esercito imperiale in azione  sul Mincio; a settembre le truppe di Napoleone che nel giro di pochi giorni da Verona arrivarono a Trento e da Trento a Cismon prendendo il Covolo e il giorno dopo sul Ponte di Bassano sconfiggendo le truppe del generale austriaco Würmser.  Era l’8 settembre 1796 e da quel giorno e successivi i soldati francesi e anche i loro superiori si resero responsabili di ogni nefandezza. Anche Solagna venne orribilmente saccheggiata; la Chiesa venne spogliata di ogni arredo e strapparono anche il calice dalle mani del sacerdote che celebrava la messa.

Il 12 gennaio 1798 Solagna stanca dei Francesi accolse con giubilo gli Austriaci anche se continuarono gli echi delle varie battaglie Napoleoniche, con grandi spostamenti di truppe tanto che  Solagna nel 1801 dovette  dare alloggio ai Francesi e poco dopo ad alcune truppe di Ungheresi.

Nel gennaio 1805 fu siglata la pace di Pressburg (l’odierna Bratislava) e Solagna diventò suddita del cosiddetto Regno d’Italia e aggregata al dipartimento del Bacchiglione (Vicenza), formando un solo comune con Bassano e gli altri comuni allora esistenti.

La fine della dominazione napoleonica arrivò con gennaio del 1814 e su Bassano e su tutta la vallata del Brenta iniziò a sventolare la bandiera degli Asburgo e il comune di Solagna diventò parte del Regno Lombardo-Veneto.

Il 29 ottobre 1815 transitò per Solagna l’imperatore austriaco Francesco I che concesse a Solagna e a tutta la sinistra Brenta il privilegio di coltivare il tabacco.

Nel 1836 scoppiò un’epidemia colerica, Solagna ebbe 50 morti.

I moti italiani del 1848 lambirono appena la Vallata.

Nel luglio del 1866 Solagna assistette alla partenza degli Austriaci e poco dopo le truppe del generale Medici risalirono la vallata, e così il Veneto si riunì al resto d’Italia.

IL 21 ottobre 1866 ci fu il plebiscito con questi risultati di distretto: su 3522 votanti vi furono 3508 sì, nessun no, e 14 voti non sinceri.

L’8 settembre 1877 arrivò a Bassano il treno con la ferrovia che univa questo distretto con quello di Padova. La speranza di avere la ferrovia anche in Vallata si realizzò molti anni dopo, solo nel 1909.

Nel 1882, dal 15 al 18 settembre, vi fu una spaventosa brentana, molto più devastatrice di tutte le altre (cioè quelle del 1823, del 1825, del 1839 e del 1851). A Solagna le acque sommersero gran numero di case, ruppero la strada nazionale, distrussero quasi l’intera contrada della Sega situata all’estremità meridionale del paese.

Durante la guerra che l’Italia dichiarò all’Austria il 24 maggio 1915 Solagna dovette sgombrare. Ricevette l’ordine il 9 dicembre 1917 e per il 14 bisognava partire. I Solagnesi che si erano messi sotto la protezione della Madonna dell’Aiuto ebbero la grazia, pur andando profughi, di restare quasi tutti uniti a Codogno nel Milanese dove se ne fermarono 1200, un centinaio a Maleo, a S. Stefano Lodigiano e il resto nelle retrovie.

Firmato l’armistizio il 4 novembre 1918 a mano a mano che si sgombravano o si riattivavano le case,  i Solagnesi ritornarono al loro paese; il gruppo più numeroso ritornò il 17 aprile. La Chiesa fu sgombrata il 20 aprile festa di Pasqua.

Due lapidi murate ai lati dell’altare della Vergine dell’Aiuto ricordano la partenza e il ritorno dei Solagnesi figurati nel bassorilievo in bronzo argentato che si ammira nel paliotto dello stesso altare.

All’inizio del 1926 Solagna, come gli altri comuni dei dintorni, vivrà il periodo fascista con la scomparsa della amministrazione democratica  e l’imposizione di un Podestà da parte del regime autoritario.

Poi la Seconda Guerra Mondiale con tutte le sue angustie e tribolazioni e con i tristi avvenimenti e le atrocità del rastrellamento del Grappa, in particolare nel 1944.

Terminata la guerra ci vorranno decenni perché in Solagna si trovi una migliore situazione risentendo positivamente degli sviluppi economici (industria, commercio, turismo, ecc.) che a macchia d’olio verso gli anni ’80 si diffonderanno in tutto il Nord-Est.


Principali fonti documentarie

Don Dionisio Artuso. Risposte al questionario per la seconda visita pastorale che verrà fatta il 4 febbraio 1940 da sua ecc. Monsignore vescovo di Padova Carlo Agostini. (Dattiloscritto).

Franco Signori. Storia di Solagna e del suo territorio. Le origini. A cura del Comitato promotore della storia di Solagna, 1995.

Luigi Schiapparelli L. (a cura di), I diplomi di Berengario I, Roma, 1903.

Luigi Todesco. Solagna. Notizie e ricordi per i reduci. Padova Tipografia del Seminario. 1919 Anastatica luglio 1998, Grafiche Tassotti

 

it.wikipedia.org/wiki/solagna

www.comune.solagna.vi.it

www.comuni-italiani.it

SOLAGNA – IL MONUMENTO ALL’EMIGRANTE E ALLA MADONNA DEI POVERI

di Vasco Bordignon

con la collaborazione di Mario Carraro

 

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Lasciando la Chiesa parrocchiale alle spalle e camminando verso nord, ad un certo punto, quando le case del centro sciamano qua e là, gettando lo sguardo a est a mezza montagna (località bresagge) non possiamo non fermarci ad ammirare stagliato tra il verde della vegetazione un monumento semplice, ma grandioso nella sua architettura e nel suo biancore: due archi tra loro sovrapposti, quasi intrecciati, uniti da una balconata  a mo’ di cerniera e quindi di unione, dove arco superiore  pare circondare la statua della Madonna, la Vergine dei poveri, anch’essa bianca come una apparizione del cielo. La Vergine poggia su una mondo di marmo anch’esso disposto su un grande blocco  a forma di altare.  Potrebbe significare che il sacrificio di Cristo sull’altare si unisce al sacrificio dei tanti uomini e donne sparsi per il mondo, sul quale veglia la santa Vergine.

E’ questo il Monumento all’Emigrante con la Statua della Vergine dei poveri.

L’insieme architettonico, progettato da Kobe (Giacomo) Todesco, è stato realizzato dai tanti volontari della parrocchia.

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La statua è in marmo di Carrara, opera dello stesso Kobe (Giacomo) Todesco, scultore-scalpellino di grande efficacia.  La Madonna raffigurata è la Vergine dei Poveri, apparsa a Banneux, in Belgio il 15 gennaio del 1933, e di questa apparizione ne parleremo più avanti. Come detto la Vergine poggia i suoi piedi su un globo di marmo (verdello di Rubbio), a sua volta su un grande blocco di marmo (rosa d’Asiago) a mo’ di altare.

E’ stato inaugurato Il 15 agosto 1963.

Ogni 5 anni viene celebrata la festa dell’emigrante

L’EMIGRAZIONE A SOLAGNA

Da Solagna di Luigi Todesco pubblicata nel 1919  “ … Ma la nicozia (il tabacco), le trote della Brenta, le praterie, l’erba che si va a recidere col falcetto ovunque spunta, fin sui ripidissimi pendii e sull’orlo delle rocce, non bastano a provvedere alla popolazione sempre crescente. Perciò da oltre mezzo secolo i Solagnoti furono costretti ad emigrare. Da principio si emigrava in questo o quel punto della regione Alpina, in val del Sole e in altre valli del Trentino, in val d’Agordo, nel Zoldano (ove una località ricorda ancora i Solagnoti [nome arcaico attualmente non più usato se non in senso dispregiativo] che vi lavoravano il carbone), in val del Ferro, in Valtellina, fino in Valmaggia nel Canton Ticino.

Ma in seguito l’emigrazione si estese nella Svizzera, in Francia, in Germania, nella Renania, negli Stati Uniti, nel Brasile, nell’Argentina, fino nell’estrema Corea, insomma nel vecchio e nel nuovo Mondo.

L’Austria poi i nostri paesani la battono in lungo e in largo come casa propria. Da Arnoldstein a Unzmarcky, a Leoben, a Bruck; da Murau ad Agram e Seraievo; in Carinzia, in Stiria, in Carniola, in Croazia, in Sbonia, in Slavonia s’incrontrano i Solagnoti, che attendono a cuocere il carbone, arte nella quale acquistarono una singolare perizia.

Partono in primavera con tutta la famiglia, un tempo a piedi, traendo in un carretto i bambini e le robe; ora con la ferrovia; tornano al tempo delle zucche e del vin nuovo, e riposano volentieri dalle rudi fatiche conversando, motteggiando e prendendo qualche solenne bertuccia, e sfoggiando pittoreschi costumi carinziani e stiriani, grosse catenelle d’argento, scarpe gialle e pipe fenomenali.” (Prof. Luigi Todesco. Solagna. Notizie e ricordi per i reduci. Padova, Tipografia del Seminario, 1919).

Oltre la metà degli iscritti all’anagrafe comunale era costituita da emigranti o stagionali o stabili.

Ideatore e motore del monumento è stato senza dubbio don Bruno Bello, pastore  della Chiesa dal 1943 al 1987, che gran parte della sua pastorale è stata rivolta al suoi emigranti, sulla scia del suo predecessore don Dionisio Artuso, parroco dal 1929  al 1943.  Sia don Artuso, ma soprattutto don Bello lasciavano spesso Solagna per andare a trovare i parrocchiani nelle loro nuove città o paesi, per far sentire loro la vicinanza di tutta la comunità.

LA VERGINE DEI POVERI

Banneux è un piccolo villaggio belga, che si trova nel comune di Louveigné, a circa 20 chilometri a sud-est di Liegi, nelle Ardenne. Il nome del villaggio significa “luogo banale” e deriva dal fatto che gli abitanti – a causa dell’estrema povertà – godevano del privilegio di poter usare a titolo gratuito i boschi e i pascoli.

Nel 1914 Banneux assunse l’appellativo di Notre-Dame a seguito di un voto fatto dagli abitanti che avevano promesso di dare questo nome al villaggio, se la Vergine lo avesse protetto dalla distruzione causata dalla prima guerra mondiale. E in realtà il villaggio attraversò indenne il periodo bellico che seminò invece morte e distruzione nei dintorni.

Gli abitanti di Banneux erano molto poveri, per lo più contadini e minatori. In una frazione di Banneux chiamata La Fange (IL FANGO), un giovane operaio aveva costruito la sua casa: si trattava di Julien Beco, che nel 1920 aveva sposato Louise Wégimont. Il 25 marzo 1925, di Venerdí santo, nasce Mariette, la prima di undici figli. Mariette, essendo la maggiore, spesso doveva aiutare la mamma e a scuola era in ritardo di due anni rispetto ai coetanei per le frequenti assenze dovute alle tante incombenze familiari. Il 20 maggio 1931 si iscriveva anche al catechismo, ma risultava la peggiore della classe, e il cappellano era costretto a sgridarla. La famiglia Beco, però, come molte famiglie di Banneux, era indifferente alla fede, e gli scarsi risultati di Mariette non erano ritenuti un problema.

Ma ecco che domenica 15 gennaio 1933 succede qualcosa destinato a cambiare l’esistenza di Mariette e della sua famiglia… : 
 la neve e il ghiaccio hanno coperto La Fange; il vento soffia gelido e tagliente. Sono le 19 e la bambina, guardando dai vetri della finestra della cucina, attende il ritorno del fratello Julien, uscito di casa fin dal mattino con alcuni suoi compagni. Nello stesso tempo sorveglia René che è malato. D’ un tratto, vede a pochi metri, nel buio del giardino, una bella signora con il capo splendente, e questa luce sembra quasi illuminarle tutto il corpo. Mariette si sposta per osservarla meglio, poi ritorna alla finestra e dice: “Mamma, Dio mio!… vedo una signora nel giardino… è così ben vestita e così elegante!… Dio mio – mamma – si direbbe la santa Vergine!”. La bimba prende una corona del rosario che aveva trovato sulla strada per Tancrémont e recita qualche Ave Maria mentre contempla con stupore l’apparizione. A un certo punto, la signora apre le mani, alza la destra e, con l’indice le fa un cenno d’ invito. Mariette va verso l’ingresso, ma la mamma le impedisce di uscire chiudendo la porta a chiave. Mariette ritorna alla finestra, però la bella signora è sparita e la notte ha ripreso il suo dominio su La Fange.

Seconda apparizione

Mercoledì 18 gennaio, La Fange è nello scenario di domenica sera. All’improvviso, verso le 19, Mariette esce di casa senza dir nulla. Incuriosito, suo padre apre la porta e la vede inginocchiata, con le mani giunte, sul sentiero che dalla soglia di casa va alla siepe del giardino. Mariette prega a bassa voce e guarda nella stessa direzione verso la quale, la domenica, aveva visto la figura luminosa. Poi d’un tratto tende le braccia: al di sopra degli abeti, piccolissima, appare la Signora che man mano le si avvicina, fermandosi a qualche passo. Una piccola nube grigia la separa dal terreno gelato. Mariette continua a pregare sottovoce, tenendo il rosario in mano e lo sguardo rivolto verso l’alto. La signora, sorridendo dolcemente, muove graziosamente le labbra come se pregasse. Questo dialogo orante dura una ventina di minuti, poi l’apparizione le fa cenno di seguirla e si allontana indietreggiando lungo la strada per Tancrémont. Mariette fiduciosa si incammina. Il padre la vede varcare lo steccato e chiama la piccola, ma lei senza voltarsi gli risponde: “Lei mi chiama”. I testimoni seguono a distanza. All’improvviso si ferma, si inginocchia, recita alcune Ave, poi si rialza e prosegue. Pochi passi, poi si inginocchia e di nuovo si rialza: la Signora ha ripreso a spostarsi. Con sicurezza volta a destra verso una sorgente che scorre lungo il bordo della strada, si inginocchia ancora sull’orlo del fossato mentre la Bella Signora si posa al di sopra della scarpata. Rivolgendosi a Mariette le dice: “Immergi le mani nell’acqua”. Senza esitare la bimba obbedisce, disgiunge le mani per bagnarle e il rosario le scivola nell’acqua. La Signora le dice ancora: “Questa sorgente è riservata per me”. Poi si congeda salutandola così: “Buona sera, arrivederci!”. Si allontana indietreggiando al di sopra degli abeti vicini alla sorgente, con lo sguardo rivolto alla piccola, scomparendo lentamente nel cielo.

Terza apparizione

Giovedì 19 gennaio, Mariette indossa un vecchio cappotto e verso le 19 va a inginocchiarsi in giardino come la sera precedente. Il tempo è inclemente e il terreno coperto di neve gelata. Mariette prega sottovoce. Alla seconda decina del rosario, stende le braccia e grida: “Eccola!”. Un attimo di silenzio, poi ancora: “Chi siete mia Bella Signora?”. “Io sono la Vergine dei Poveri” risponde. Mariette si alza e seguendola si dirige verso il cancello, imbocca la strada, cammina tranquillamente sostando e inginocchiandosi nei punti dove si era fermata la sera prima. Giunta alla sorgente si inginocchia nuovamente, volgendo lo sguardo verso l’alto: la Madonna si è fermata al di sopra del pendio. Mariette le domanda: “Bella Signora, voi ieri avete detto: “Questa sorgente è riservata per me”. Perché per me?”. E così dicendo porta la mano al petto, indicando se stessa. In modo amabile la Vergine accentua il suo sorriso e le risponde: “Questa sorgente è per tutte le nazioni… per gli ammalati”. La bambina ripete queste parole con voce nitida aggiungendo: “Grazie, grazie!”. La Madonna dolcemente soggiunge: “Pregherò per te. Arrivederci”, quindi si allontana rimpicciolendo al di sopra degli abeti.

Quarta apparizione

Avendo dormito male la notte precedente, Mariette resta a letto tutto il giorno, ma ciò non le impedisce di uscire alla solita ora. È venerdì 20 gennaio, c’è molto buio e vi è più gente della sera prima. La bambina s’ inginocchia in giardino, recita il rosario e dopo qualche Ave grida: “Eccola!”. Poi domanda: “Cosa desiderate, mia Bella Signora?”. La Madonna risponde: “Desidererei una piccola cappella”. Trascorre qualche istante, la Vergine disgiunge le mani e le stende orizzontalmente senza staccarle dal petto. Con la destra traccia un segno di croce, benedice la piccola e allontanandosi lentamente scompare nel cielo. Mariette perde i sensi. Aiutato da un vicino, il padre, intimorito e commosso, la riporta in casa dove riprende presto conoscenza, per poi addormentarsi tranquillamente.

Intervallo

Dal 21 gennaio all’11 febbraio, puntualmente Mariette esce di casa alle 19 per andare a pregare al solito posto. Il freddo pungente e la temperatura rigida si alternano a neve e pioggia battenti, ma lei resta fedele aspettando la Madonna e persevera nella preghiera. Mariette stessa dirà parecchie volte: “Devo uscire, bisogna che vada. Ella mi chiama!”. Per la fede di Mariette l’attesa sarà veramente ricolmata di grazia dalla Vergine dei Poveri che le riapparirà.

Quinta apparizione

Sabato 11 febbraio, alle 19 Mariette è inginocchiata in giardino: è notte di luna piena e soffia la tramontana. È presente un gruppetto di persone. Dopo aver recitato la seconda corona, di scatto si alza, si dirige verso la siepe del giardino, in direzione della sorgente, inginocchiandosi nei medesimi punti delle altre volte. Giunta alla fonte si china, immerge le mani nell’acqua, poi si segna con il crocifisso del rosario. Qualche istante e la Madonna le dice: “Io vengo ad alleviare la sofferenza”. La fanciulla esclama con voce nitida: “Grazie! Grazie!”. La Vergine la saluta: “Arrivederci” e si allontana.

Sesta apparizione

Passa ancora qualche giorno, poi la sera di mercoledì 15 febbraio la Madonna si mostra di nuovo agli occhi estasiati della bambina: “Santa Vergine, il signor cappellano mi ha pregato di chiedervi un segno”. Alla domanda della piccola la Madonna risponde: “Credete in me, io crederò in voi”. Poi la Vergine confida un segreto a Mariette e al momento di allontanarsi aggiunge: “Pregate molto, arrivederci”.

Settima apparizione

Lunedì 20 febbraio, c’è neve e fa molto freddo. Al termine della seconda decina del rosario, Mariette tende all’improvviso le braccia e la sua preghiera si fa più concitata. La Bella Signora è discesa come al solito e conduce la bambina alla sorgente. Mariette si inginocchia nei soliti punti e prega senza interruzioni. Giunta alla sorgente, la Madonna, sorridendo come di solito, le dice: “Mia cara bambina, prega molto”. Detto ciò, la Vergine, cessando di sorridere, aggiunge, prima di andarsene: “Arrivederci”.

Ottava apparizione

La sera di giovedì 2 marzo continua a piovere a dirotto. Quando Mariette sta per iniziare la recita della terza corona, improvvisamente cessa la pioggia, il cielo si rasserena e brillano le stelle. Subito la bambina tace e tende le braccia. La Madonna le appare, ma sul suo volto si è spento il sorriso. La Vergine dice: “Io sono la Madre del Salvatore Madre di Dio” e mentre un velo di tristezza continua a coprire il suo viso, consegna a Mariette la sua ultima raccomandazione: “Pregate molto”, poi stende le mani sulla bambina, con la destra la benedice tracciando un segno di croce e si congeda definitivamente dicendole: “Addio”.

L’autenticità delle otto apparizioni è stata riconosciuta dalla Chiesa nella lettera pastorale di monsignor L. J. Kerkhofs, vescovo di Liegi, il 22 agosto 1949, che aveva ricevuto l’incarico dalla Santa Sede nel 1942 di occuparsi del caso. (da www.madonnadeipoveri.org)

 

SOLAGNA – LA CHIESA DI SANTA GIUSTINA VERGINE E MARTIRE


CHIESA DI SANTA GIUSTINA DI SOLAGNA

di Vasco Bordignon

con la collaborazione di Mario Carraro

 

NOTIZIE STORICHE 

Vari autori fra cui il Brentari, il Verci, e la Guida per la Diocesi fanno risalire le origini della Chiesa di Santa Giustina Vergine e Martire ai primi secoli del Cristianesimo e forse dedicata dallo stesso San Prosdocimo alla sua Figlia spirituale, martirizzata nel 304, come aveva già fatto in altri luoghi da Lui evangelizzati nelle sue missioni apostoliche dall’Asolano alla Feltria, nome dell’antico “municipium” romano di Feltre

L’epoca della fondazione della Chiesa di S. Giustina in Solagna non è determinabile, in quanto nel 1525 un incendio distrusse tutto l’archivio parrocchiale. Tuttavia questa Chiesa è citata nella famosa Donazione dell’Imperatore Berengario nell’anno 917 (circa) “juxta Beatissimae Iustinae virginis ecclesiam non longe a flumine Brentae valle noncupatae Solanae ”…] con la quale il vescovo di Padova Sibicone riceveva la giurisdizione sul Canale di Brenta e i territori circostanti con il diritto e l’obbligo di costruire castelli e opere di difesa allo scopo di mantenere agibile la via del Canale di Brenta, in particolare contro le incursioni degli Ungheri. La sua giurisdizione si estendeva da Cassola a Cismon e, probabilmente, all’epoca della prima cristianizzazione, anche su tutta o gran parte della sponda destra del fiume Brenta.

Varie sono state nei secoli  le distruzioni e le ricostruzioni di questa Chiesa.

Nel 1509 fu saccheggiata e quasi distrutta dalle truppe di Massimiliano d’Austria, ma poi rifabbricata.

Nel 1646 fu del tutto restaurata. L’8 settembre 1796 fu spogliata di tutti gli arredi sacri dai soldati Francesi.

Fu pure saccheggiata e danneggiata dalle soldatesche qui azzuffatesi nel 1813. Fra il 1830 e il 1862 fu restaurata e trasformata radicalmente.Nel 1883 si rifece più largo lo scalone dinanzi alla porta maggiore.

Il 1 marzo 1886 la Chiesa venne consacrata dal Cardinale Giuseppe Callegari, Vescovo di Padova, in quanto non vi era né segno né notizia che fosse già stata consacrata. Sopra la porta dirimpetto al pulpito è stata posta una lapide a memoria di questa consacrazione. La scalinata e cornice della Chiesa furono nuovamente rifatte nel 1919 a spese del Governo. L’ultima riparazione fu fatta dall’Arciprete Don Secondo Spada nel 1926 e 1927. Furono rimossi tanti stucchi settecenteschi che deturpavano e rendevano pesanti le linee semplici ed architettoniche della Chiesa. Fece ritoccare tutto l’interno con tinta leggermente gialla spendendo Lire 12.000.

Nel 1930 il pavimento della Chiesa era in disordine; parecchi lastroni di marmo erano stati spezzati durante la guerra e molti altri durante la decorazione della Chiesa e la rimozione di vari stucchi barocchi. L’opera fu affidata ai fratelli Cavallini di Pove che ripassarono una buona parte del pavimento mutando n. 85 lastre di marmo nel Novembre 1930 con la spesa di Lire 1700.

Risale alla stessa epoca il Battistero di pietra rossa con coperchio di noce colorata.

Nuovo rifacimento completo della gradinata davanti alla Chiesa, con l’approvazione della Commissione Diocesana. Lavoro eseguito nel periodo luglio-ottobre 1945, con una spesa complessiva di Lire 243.500.

Altri lavori non ordinari: rinnovati i vetri a tutte le finestre della Chiesa, distrutti per cause belliche; e ripulitura del vecchio organo già molto scosso dallo scoppio di un deposito di polvere. Spese per l’organo Lire 31.000.

Gli ultimi lavori del 1981: ripassatura del tetto e tinteggiatura della Chiesa nonché rifacimento della scalinata esterna.

 

LA CHIESA 

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a sx bella immagine dalla dx Brenta (immagine da Signori,1995) e a dx come si vede oggi dall’inizio della scalinata)

La Chiesa, di stile classico, è semplice nella sua architettura. E’ lunga 25 metri e larga 12,50 metri.

La sua struttura è orientata in senso ovest-est. La facciata è  adornata da due statue raffiguranti San Pietro e San Paolo. Si raggiunge il sacro edificio, costruito su una piccola collina, salendo una grande scalinata, ricostruita nel 1883 e risistemata nel 1981, che parte a ridosso del fiume Brenta, dando quasi un valore simbolico che per salire al cielo (verso la montagna)  è necessaria la mediazione della Chiesa.

Le case a ridosso della parte a Nord-Ovest della scalinata e del terrapieno della chiesa sono le vecchie case dei Ferracina, su una di queste è ancora visibile una meridiana. 

Accostato alla Chiesa, vi è il campanile, alto 52 metri,  iniziato nel 1760 sotto la direzione del celebre Bartolomeo Ferracina e finito nel 1776.

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Interessante è stata la scoperta (immagine sopra) al di sotto la scalinata, in occasione della risistemazione del 1981, di una struttura simile ad un canale interpretata come il canale della rosta che alimentava gli opifici lungo la parte meridionale dell’attuale Riviera Secco (Signori, 1995)) o, forse più realisticamente, come una struttura in grado di far defluire l’acqua senza dare la possibilità di smottamenti quindi per rendere più solida la struttura del sacro edificio (Kobe Todesco, da me interpellato).

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All’esterno della chiesa sulla parete Sud è murata la lapide con l’epigrafe in onore di Bartolomeo Ferracina (1692-1777: vedi sezione personaggi, biografie) dettata dal celebre latinista vicentino Natale Dalle Laste (Marostica 1707- Marsan 1792)

INTERNO DELLA CHIESA

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L’interno della chiesa, assai piacevole, è a navata unica, con tetto a volta ribassata e con un buona illuminazione.  Il presbiterio misura 8 x 7 metri.

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L’antica Chiesa aveva grandi sotterranei per le sepolture: questi correvano in forma di croce dall’Altare Maggiore alla Porta Maggiore e da una all’altra porta ora laterale. Nel presbiterio si aveva la sepoltura per i sacerdoti, della quale è testimone ancor oggi la pietra tombale (vedi immagine) addossata alla chiesa, murata sull’edificio di Nord-Est. La leggenda la attribuisce a Ezzelino il Monaco, ma forse probabilmente è più antica in quanto porta l’effigie di un sacerdote coi guanti, e colla infula* lavorata come si usava tra il III° ed VIII° secolo. Negli spazi tra i lati della crociera sotterranea vi erano altre quattro sepolture: una dinanzi all’attuale Altare di Sant’Anna si diceva delle Monache, forse addette all’Ospitale della Frangia dello Spirito Santo, e le altre o dei confratelli delle Fraglie, o di privata famiglia. Le lapidi ed iscrizioni vennero disperse utilizzandole nel piano medio dell’antica scala anteriore, nella base del Campanile e nelle finestre della Canonica.

* “infula era propriamente una fascia o benda della testa, di lana bianca, che ne copriva quella parte dove crescono i capelli fino alle tempie, donde, di qua e di là, pendevano giù due cordicelle, chiamate vitte, per farne con esse legatura; e ciò ha dato occasione ad alcuni Autori di confondere infula con vitte.”(da Dizionario universale delle arti e delle scienze, di Efraimo Chambers,  Tomo I, 1749) 

PRESBITERIO –  CUPOLA


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Il presbiterio termina con una cupola affrescata con al centro Dio Padre e nei pennaccchi quattro medaglioni dove vi sono raffigurati i 4 Evangelisti : Luca con l’Angelo, Matteo con il bue, Giovanni con l’aquila e Marco con il leone. Negli scritti parrocchiali del 1874 in occasione della visita Vescovile troviamo queste righe ” … nell’edificazione dell’attuale presbiterio fatto dal 1778 al 1781 con pitture nel soffitto del De Sanctiy Veneto”: non sono riuscito finora a trovare notizie di questo pittore.

 ALTARE MAGGIORE

L’altare maggiore la cui realizzazione risale al 1769 è in marmo di Carrara, con intarsi verde antico e ai lati due cherubini in legno (ma sembrano proprio di marmo) che portano uno una palma e l’altro una corona. Di grande effetto e di grande lavorazione è anche il ciborio a tempietto con cupola, sulla cui sommità una statuina del Redentore. Peccato che quest’ultimo in parte ostacoli la visione completa della grande pala retrostante.

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LA PALA DI S. GIUSTINA VERGINE E MARTIRE, posta sullo sfondo dell’abside, dietro l’Altare principale.

E’ opera di Francesco dal (o da ) Ponte, il Vecchio, del 1520 (vedi sezione personaggi, biografie). La Santa è raffigurata tra San Giorgio e San Michele Arcangelo su un caratteristico  sfondo paesaggistico veneto.

Il dipinto cinquecentesco è stato trasportato su di un’altra tela a Firenze nel 1917. Successivamente ha subito un ottimo restauro a cura del prof. Antonio Lazzarin a Venezia (Novembre 1945).

  

Alle pareti del presbiterio vi sono due affreschi con una graziosa cornice di stucco.

CENA DI EMMAUS (parete nord)

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E’ un affresco del 1859 del pittore ampezzano Giuseppe Ghedina (1825-1896: vedi sezione personaggi, biografie). Gesù risorto appare la sera di Pasqua a due discepoli, Cleofa e un amico, diretti ad Emmaus; ma non lo riconobbero. Si accorsero di Lui a mensa quando “prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ma Lui sparì alla loro vista” (Lc. 24,13-32). 

 ELIA NEL DESERTO (parete sud)

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E’ un affresco di fronte del precedente dello stesso Giuseppe Ghedina. Il profeta Elia, minacciato di morte dalla regina Gezabele, fuggì nel deserto di Giuda, si sedette sopra un ginepro desideroso di morirvi. L’angelo del Signore lo svegliò e lo rifocillò con una focaccia e un orcio d’acqua, perché potesse raggiungere l’Oreb nel Sinai (1 Re 19, 1-8). 

IL CROCEFISSO DI SAN GIORGIO

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Prima di entrare nel presbiterio,  a sx, campeggia un grande Cristo crocefisso, di intensa sofferenza. E’ stato splendidamente restaurato nel 1983 dal Prof. Ottorino Tassello che nella sua relazione lo indica come ” Il Crocifisso, a tutto tondo, del sec. XV°”. Apparteneva all’Eremo di San Giorgio. Veniva portato in processione da flagellanti.

ALTARE DELLA MADONNA DELL’AIUTO (parete nord, prima del presbiterio)

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L’altare della Madonna dell’Aiuto conserva una antica icona dipinta su tavola di noce con cornice dorata e di questa icona ne parleremo più ampiamente in  lavoro a parte sulla devozione per questa Madonna. Risale al 1450. Il Bambino e la Vergine portano sul capo una corona d’argento di stile bizantino. Il quadro è collocato entro una bella cornice di bronzo dorato posta sull’altare omonimo che è di pietra biancone, restaurato nel 1925 e inaugurato nel 1929. Nell’anno 1627 il Papa Urbano VIII° concesse molte indulgenze, plenarie o parziali, alla Madonna dell’Aiuto. Anche i Papi Sisto V°, Benedetto XIII°, Pio VI°, Pio VII° e Pio IX° concessero indulgenze. Questo  prezioso quadro della Madonna è stato in profugato a Codogno. Sotto il quadro della Madonna è collocato l’album delle famiglie profughe. 

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Il paliotto dell’altare della Vergine dell’Aiuto è in bronzo argentato il cui bassorilievo raffigura la Vergine con ai lati i Solagnesi che partono quali profughi per la guerra e che poi ritornano da Codogno dove furono quasi tutti ospitati. Opera realizzata nel 1928 da Arturo Ferraroni di Cremona (1875-1931: vedi sezione personaggi, biografie).   

Scrive infatti Franco Signori “ I veri disagi e le vere sofferenze… sarebbero iniziati in maggio (del 1917) col primo tentativo austriaco di spezzare le linee del Trentino. I cannoni austriaci… sarebbero ritornati a farsi riudire sempre più vicini e minacciosi nell’ottobre 1917, con la rotta di Caporetto. Ai primi di dicembre dello stesso anno, dopo timori e sospetti, giungerà all’improvviso, ma non tanto, l’ordine di partire… “.

La popolazione di Solagna resterà a Codogno, dal dicembre 1917 all’aprile del 1919.

 

Il Battesimo di GESU

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Tra il precedente altare e il successivo, sulla parte sopra la porta nord, vi è un quadro raffigurante il Battesimo di Gesù sulle acque del Giordano. E’ opera del pittore A. Turri (sec. XIX) , e faceva parte della Chiesa di San Giovanni ai Colli Alti. (Signori, 1987). [di questo pittore non ho trovato notizie]

ALTARE DI SANT’ANTONIO (parete nord centrale)

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Questo altare è stato completamente ristrutturato, e poi inaugurato nel 1932.

L’altare è in marmo biancone e le pareti sono impellicciate in marmo rosso.

L’Immagine in legno che troneggia nella nuova nicchia eseguita nel 1932 è opera dello scultore Stuflesser di Cortina. 

ALTARE DI SANT’ANNA  (parete nord, vicino porta principale)

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L’Altare è di pietra biancone. La statua in legno colorato è opera dello scultore Andrea Brustolon (Belluno, 20 luglio 1662Belluno, 25 ottobre 1732: vedi sezione personaggi, biografie). S. Anna è in atteggiamento d’istruire la giovinetta Maria che tiene aperta innanzi a sé la S. Scrittura. Interessante questa composizione tra madre e figlia. 

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La stessa statua restaurata dal laboratorio Artemisia di San Nazario, diretto da Antonella Martinato. Il restauro ha comportato notevole lavoro per la rimozione di vari strati di pittura precedenti dando alla luce i colori originali davvero straordinari. La statua è stata presentata ai fedeli il 20-12-2015. 


ALTARE DEL SACRO CUORE DI GESU’(parete sud, prima del presbiterio)

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Il 21.11.1923 venne inaugurato il nuovo altare dedicato al Sacro Cuore di Gesù a suffragio dei 74 morti nella guerra Europea 1914-1918. Sotto la mensa e precisamente al posto dello scudo sta un ripostiglio ove dormono guardati dal S. Cuore i  loro nomi.

E’ fatto in marmo di Carrara, è opera dei fratelli Cavallini di Pove. E’ in stile lombardesco, i gradini in marmo rosato di Chiampo. Le colonne e le colonnine della mensa sono in marmo fior di pesco; i capitelli pure in marmo di Carrara bronzato. Il paliotto dell’altare del S. Cuore è scolpito in marmo di Carrara. Opera dello scultore Arturo Ferraroni di Cremona (1875-1931: vedi sezione personaggi, biografie) rappresenta l’apoteosi dei caduti in guerra.

Parte delle impellicciature risultano di  verde antico. La nicchia è in giallo di Siena. La statua del S. Cuore è scolpita in legno dalla ditta Stuflesser di Val Gardena.Bella e maestosa è questa statua in legno dello scultore Stuflesser decorata riccamente. 

L’Altare del S. Cuore gode, quale monumento dei caduti, l’indulgenza plenaria pei defunti.

Nel piedestallo della statua sta un ripostiglio ove sono collocati i nomi dei 434 reduci della guerra. Dal 1922 è monumento ai caduti.

 ALTARE DI SAN GIUSEPPE CON GESU’ (parete sud, centrale)

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La statua in legno dorata di S. Giuseppe portante in braccio il Bambino Gesù è opera dello scultore Stuflesser d’Ortisei (Bolzano).

 ALTARE DELLA MADONNA DEL ROSARIO  (parete sud, vicino porta principale)

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Nel 1930, due decreti Vescovili avevano ordinato la rimozione della statua della Vergine del Rosario collocata nell’ultimo altare a destra entrando. I fedeli furono persuasi a mutarla con una nuova statua sotto lo stesso titolo del Rosario e concorsero con offerte in denaro ed oggetti d’oro e d’argento sicché si poté ordinarne una di nuova in legno in Val Gardena alla ditta Stuflesser spendendo Lire 1900. Venne inaugurata la prima domenica d’ottobre del 1930 che cadde il giorno 5.

Colla autorizzazione della S. Congregazione Romana ottenuta attraverso la Curia Vescovile di Padova si vendettero alcuni doni votivi d’oro e d’argento giacenti nello scrigno della fabbriceria col pericolo d’essere rubati come avvenne qualche anno dopo, somma impiegata per il pagamento della statua della Vergine del Rosario. La Statua è in legno, ricca di fregi ed è opera anche questa dello Stuflesser d’Ortisei (Bolzano).L’altare è di pietra biancone.

L’ ORGANO

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Il nuovo organo, opera dei F.lli Giacobbi di Bassano  fu inaugurato nel 1876.  Si susseguirono nei decenni successivi vari restauri, fino all’ultimo del 1989  con il quale l’organo fu riportato alla sua versione originale.

 SOFFITTO

IL MARTIRIO DI S. GIUSTINA

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La Santa. Giustina visse tra la fine del III e gli inizi del IV secoloIllustre per natali, ma più ancora per il suo cristianesimo, la sua mente pura  seppe conseguire la palma di altissima vittoria, il martirio. Trovandosi a Padova sua patria, vi sopraggiunse il crudele imperatore Massimiano, il quale   nel Campo Marzio istituì un tribunale per uccidere i Santi di Dio. La beatissima Giustina  mentre si affrettava a visitare i servi di Dio, fu sorpresa dai soldati presso Pontecorvo e portata al cospetto di Massimiano. Dopo una serie di domande sprezzanti circa la sua fede cristiana, e l’invito con minacce a sacrificare al grande dio Marte, di fronte alla costanza e alla fermezza della sua fede in Cristo, il crudele imperatore, preso da ira, emanò la sentenza: “Giustina,  afferma di rimanere vincolata alla religione cristiana; e non intende obbedire alle nostre ingiunzioni, comandiamo che sia uccisa di spada.” Ciò udendo, la beata Giustina esclamò: “Ti rendo grazie, Signore Gesù Cristo, che ti sei degnato di ascrivere nel tuo libro la tua martire. (…) accogli la tua ancella nel grembo tuo, che siedi nel trono, mia luce, perla preziosa, che sempre ho amato.” Finita la preghiera, piegate a terra le ginocchia, il sicario le immerse la spada nel fianco. Così trafitta, fattosi il segno della santa croce, serenamente spirò. Era il 7 ottobre 304. I cristiani vedendo l’ardore della sua fede e la venerabile sua passione, deposero il suo corpo nel cimitero appena fuori Padova, dove attualmente sorge l’Abbazia. (Passio S. Justinae Virginis et Martiris, sec.VI).

L’affresco del 1877, nel mezzo del soffitto, opera del già citato pittore Ampezzano Giuseppe Ghedina (1825-1896) illustra il martirio di S. Giustina, condannata dal pretore romano (al centro), che sta per essere passata dalla spada del carnefice (in basso), mentre (in alto) si apre il Paradiso ad accoglierla con la corona e la palma del martirio.

 

I quattro episodi della Via Crucis

Sulle vele della volta  sono dipinti quattro medaglioni raffiguranti la Passione di N. Sig. Gesù Cristo opera di Don Demetrio Alpago (1870-1908: vedi sezione personaggi, biografie)

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A sx (parete nord, verso prebiterio) Gesù nell’orto degli ulivi; a dx (parete nord verso uscita principale) a Gesù viene posta sul capo una corona di spine

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A sx (parete sud, verso presbiterio) Il bacio di Giuda; a dx (parete sud, verso uscita principale) Gesù incontra la Madre e le pie donne

 

 

FONTI DOCUMENTALI

 

MEMORIA della Parrocchia di Solagna, dall’Archivio parrocchiale: Chiesa Arcipretale Matrice di S. Giustina V.M., 907-2004

 

Brentari O., Storia di Bassano e del suo territorio, Bassano, 1884.

Brentari O., Guida storico alpina di Bassano Sette Comuni, Canale di Brenta, Marostica, Possagno, Bassano, 1885.

Chemin A. Le Pievi del Pedemonte, le Chiese campestri, i Romitori. Da www.osservatorio-canaledibrenta.it

Schiapparelli L. (a cura di), I diplomi di Berengario I, Roma, 1903.

Scrocco Antinella, Il pittore ampezzano Giuseppe Ghedina, La Cooperativa di Cortina, 1991. (in questo testo in riferimento a “ La condanna, il martirio e l’esaltazione di S. Giustina” aggiunge “olio su tela; nel soffitto.” Credo che ciò sia errato, in quanto è sicuramente un affresco)

Signori F., San Giovanni Colli Alti,  Bassano del Grappa, 1987

Signori F., Storia di Solagna e del suo territorio, le origini, Cittadella, 1995.

Todesco L., Solagna, Padova,1919 (riedizione nel 1998, Grafiche Tassotti).

www.abbaziasantagiustina.org

SOLAGNA – LA DEVOZIONE ALLA MADONNA DELL’AIUTO

LA DEVOZIONE ALLA MADONNA DELL’AIUTO

o ALLA BEATA VERGINE DELL’AIUTO 

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Santino e Preghiera alla Beata Vergine dell’Aiuto del 1937


La Festa liturgica di Maria Aiuto dei Cristiani (Maria Ausiliatrice) è stata istituita dal Papa Pio VII nel 1815, e fissata il 24 maggio, in riconoscenza alla Madonna per la sua liberazione dalla prigionia a cui lo aveva costretto Napoleone Bonaparte a Fontainebleau.

La devozione però a Maria Aiuto dei Cristiani è di molto anteriore. La vittoria di Lepanto del 1571, legata alla memoria del Papa San Pio V, con la quale viene bloccata la conquista dell’Europa da parte dell’Islam, è una conferma provvidenziale che la devozione all’Ausiliatrice è già abbastanza diffusa tra il popolo cristiano, almeno in Italia.

A Solagna, in provincia di Vicenza, la devozione alla Madonna sotto il titolo di “Madonna dell’Aiuto” è plurisecolare.

È fuor di dubbio che già nel 1500 era invocata sotto questo titolo, per cui si può affermare che proprio a Solagna si trova la più antica immagine dal titolo “Aiuto dei Cristiani”: titolo dato ufficialmente alla Vergine da San Pio V nel 1571 dopo la famosa battaglia di Lepanto. La piccola immagine, dipinta su tavola, per la tecnica della colorazione e per l’atteggiamento, è certamente di provenienza bizantina ed è forse contemporanea alla Madonna Costantinopolitana che si trova nella Basilica di Santa Giustina a Padova.
È tradizione che essa sia arrivata nella Valbrenta in modo prodigioso. Lo conferma una nota di un vecchio registro del 28 settembre 1614 che così la descrive: “Nella Chiesa Arcipretale Matrice di Solagna si venera un’immagine di Maria detta dell’Aiuto. È un piccolo quadro dipinto in legno di noce con corona d’argento in capo alla Madre ed al Figliuolo… Da una pia tradizione si ritiene sia stata portata qua prodigiosamente.

Il più comune racconto di questa manifestazione riferisce che un viaggiatore pervenisse a Solagna portando con sé questa benedetta immagine e che, depostala nella chiesa, più non si lasciasse vedere.Essendo stato circa il 1450 (1508) arso in un incendio l’Archivio della Parrocchia, non abbiamo notizie certe e documentate anteriori a quell’epoca, in cui Massimiliano condusse per qui il suo esercito contro Venezia. Certissimo però gli è che i Solagnesi ebbero sempre una tenera e filiale devozione a Maria SS. dell’Aiuto”.


Proprio per onorare la Madonna già nel 1514 “si trattò di fare una Cappella al di Lei altare più decente ed onorevole di quella vecchia”, e si costituì una pia Congregazione, approvata con Breve apostolico dal papa Urbano VIII il 1° maggio 1627, arricchita da varie indulgenze per coloro che visitavano la chiesa.

Nel 1860, Pio IX concesse l’indulgenza plenaria durante l’ottavario in preparazione alla festa dell’Immacolata, che venne celebrata in modo solenne e fu preceduta da una predicazione e si concluse con una grande processione con la venerata Immagine.

Il documento del Papa del 1627 fissava però la festa principale per la Congregazione della Madonna dell’Aiuto nel giorno dell’Assunzione, cioè il 15 agosto; perché allora si festeggia l’8 dicembre, cioè l’Immacolata?

La popolazione di Solagna ha una lunga e drammatica storia di emigrazione. Gli abitanti si spostavano in diverse province del territorio nazionale e anche all’estero per esercitare il mestiere di boscaioli nella produzione del “carbon dolce”: i più anziani ancora oggi ricordano le interminabili peregrinazioni verso i boschi della Carinzia, della Carnia, della Croazia, della Bosnia dove passavano le lunghe stagioni.

Altri andavano sui monti del Bellunese (esiste ancora nello Zoldano una località chiamata Solagnot, perché abitata da Solagnesi, chiamati in dialetto Solagnoti). Anche l’Appennino tosco-emiliano, le Marche e l’Abruzzo hanno visto i boscaioli di Solagna. Alcune famiglie continuano ancora su quei monti le tradizioni paterne. Ma i più erano stagionali e finito il duro lavoro (da febbraio a novembre), tornavano al loro paese e si trovavano insieme ai loro cari per la festa del paese, la Madonna fredda [chiamata così perché festeggiata con il freddo, l’8 dicembre],  la loro cara e venerata Madonna dell’Aiuto.

È anche per questa storia di miseria e di lavoro, per questi ricordi di famiglie finalmente riunite, che la festa dell’Immacolata resta per i Solagnesi la “festa più bella” con la “sagra del mandorlato”. È preceduta da una predicazione (che in passato durava otto giorni, ed oggi è ridotta a tre), che può essere considerata una vera e propria missione con incontri per tutte le categorie. Il giorno della festa, tutte le Messe sono frequentatissime, specialmente la Messa solenne. Ma è nel pomeriggio che ai Solagnesi si aggiungono molti valligiani nella grandiosa processione per le vie del paese con la venerata immagine.


Don Mario Morra SDB – dalla RIVISTA MARIA AUSILIATRICE 2003-5

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