MUSSOLENTE – 06 – GLI ARTISTI DELLA CRIPTA E DELLA CHIESA PARROCCHIALE DEI SS. PIETRO E PAOLO

GLI ARTISTI DELLA CRIPTA

E DELLA CHIESA PARROCCHIALE

DEI SS. PIETRO E PAOLO

a cura di Vasco Bordignon

Nella descrizione della Cripta e della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo in Mussolente numerosi sono stati gli artisti che ci hanno lasciato le loro opere. Ho ritenuto fare per ciascuno una biografia che potrà essere breve o lunga a seconda delle fonti trovate, per conoscerli meglio, oltre il solo nome e cognome.. Queste biografie sono in ordine alfabetico.

ENZO ALBERTON

E’ l’autore delle 12 formelle in terracotta della  Via Crucis nella Chiesa Parrocchiale.

Scultore e pittore, nacque a San Zenone degli Ezzelini l’11 novembre 1937.  Fin dalla più tenera infanzia giocava con la creta delle colline vicino a casa e a disegnare con il carbone del focolare manifestando una particolare predisposizione per l’arte.  A 15 anni entrò a bottega come ceramista e iniziò la sua professione di modellatore per ceramiche d’arte a Bassano del Grappa.   Nel 1958 raggiunse il fratello Marcello in Canada e vi rimase come emigrante per circa quattro anni. Tornato in Italia, dall’inizio degli anni ’60 gestì una sua piccola azienda artigianale a Bassano del Grappa, realizzando prototipi in ceramica di animali, amorini, vasi per fiori decorati, danzatrici e molto altro, che poi venivano riprodotti a calco su stampi di gesso ed esportati maggiormente negli Stati Uniti.    Nel 1963 sposò Lucia Martini, e dal matrimonio nacquero 7 figli, e da questi poi arriveranno 11 nipoti e due pronipoti. Con questa sua numerosa famigli condivise soddisfazioni e gioie e affrontò con coraggio e dignità le difficoltà incontrate, con particolare attenzione per ciascuno. – Ebbe una lunga carriera artistica da autodidatta e in un primo periodo predilesse il disegno e la pittura ad olio con i quali illustrava con perizia e poesia i tanti scorci del territorio natio, e anche autoritratti e ritratti, soprattutto di familiari, e anche soggetti religiosi su commissione.   Dopo il pensionamento, però, la sua arte si espresse prevalentemente nella creazione di terrecotte: le sue mani trasformavano sapientemente la grigia creta in sculture che tuttora sprigionano energia vitale, come pure uno sguardo di stupore che coglieva il senso profondo della quotidianità. Le opere rispecchiano i valori positivi che caratterizzavano la sua personalità: famiglia, maternità, spiritualità, fede autentica, compassione, delicata poesia. Talvolta, però, emergeva il suo aspetto più fantasioso, creativo e umoristico, realizzando opere dai tratti fiabeschi riprendendo ricordi cari del passato. – Nel corso degli anni intraprese con generosità varie attività artistiche e di volontariato, il tutto sempre con grande apporto di iniziative, idee e capacità di realizzarle: è stato cofondatore del gruppo di artisti “Noè Bordignon “, attore, regista, sceneggiatore nella filodrammatica locale. Si dedicò ad attività parrocchiali, collaborò con l’Associazione per l’assistenza degli anziani sia negli aspetti pratici e burocratici, sia nella visita agli ospiti delle case di riposo, ma anche nella realizzazioni di teatri di intrattenimento aventi per tema il vissuto degli anni ’30-’40.  È stato cofondatore e ideatore del gruppo “Sentieri Natura”, per la salvaguardia e la valorizzazione del territorio. Con il fratello Severino condivise molte iniziative di carattere socio-culturale: negli anni ’70 nacque l’idea di creare un momento di festa proprio della località di Sopracastello e prese vita la tradizionale carovana della Befana; grazie all’entusiasmo e alla passione di molte persone che da sempre hanno a cuore questo appuntamento, ancora oggi all’inizio dell’anno nuovo, sfilano per le vie del paese alcuni carri in carta pesta, musicisti, figuranti in costume, befane, pastori, Re Magi, mestieri di un tempo e nelle vesti di Babbo Natale l’immancabile fratello Aldo.  Trascorse volentieri del tempo nelle scuole e nelle attività estive per ragazzi dove insegnava a manipolare la creta, il disegno e la pittura, intratteneva con il racconto dialettale di storie del passato o accompagnava nelle escursioni sui sentieri delle colline del paese.  La sua casa è sempre stata frequentata da persone di varie estrazioni e cultura che lo avvicinavano per un consiglio, per un progetto, una chiacchierata, per vedere le sue opere o semplicemente per stare in sua compagnia. Visse la vita come un dono, condividendo con amore e passione i suoi talenti umani ed artistici con le persone e le realtà del proprio territorio. Circondato dall’affetto dei suoi cari si spense con serenità, nonostante la malattia, il 7 agosto 2014. 

(tratto dalla monografia “L’arte di Enzoi”, in occasione della Mostra Antologica a Villa Marini Rubelli, 8 dicembre 2017 – 14 gennaio 2018)

vai alla sezione PERSONAGGI per ammirare le sue opere scultoree e le sue opere pittoriche

TONI BENETTON  

Nella chiese parrocchiale di questo artista vi è la cancellata che chiudeva il vecchio spazio battesimale, e poi la vasca battesimale 

Toni (Antonio) Benetton, nacque a Treviso il 16 febbraio 1910 e morì a Treviso il 27 febbraio 1996). E’ stato un grande scultore italiano. Iniziò giovanissimo a lavorare il ferro nell’officina dello zio fabbro. In seguito frequentò l’Accademia di belle arti di Venezia sotto la guida di Arturo Martini.  Nel 1957 vinse la medaglia d’oro alla Mostra triennale delle produzioni d’arte di Milano (sezione metalli). Nel 1960, consigliato dall’architetto Carlo Scarpa, lo scultore espose alcune opere al giardino Salomon di Solighetto (TV), popolando la tenuta di grandi figure di ferro rappresentanti animali, ballerine, santi ed eroi. Lo stesso anno vinse il primo premio alla II triennale del Bureau des Arts di Parigi. Nel 1961 vinse il premio nazionale di pittura e scultura “Luigi Lanzi” a Corridonia (Macerata). Nel 1963 si aggiudicò la medaglia d’oro della XVII Fiera di Pordenone. Nel 1965 gli venne assegnato il riconoscimento più prestigioso: il premio per la plastica monumentale alla Quadriennale del metallo di Lindau (Germania) per la scultura “Le Anime – Memorie di una cattedrale”. Nel 1964 rappresentò l’Italia al Congresso Mondiale dell’Arte di New York. Nel 1967 fondò presso villa “Marignana” di Marocco (Mogliano Veneto), l’Accademia Internazionale del Ferro Battuto: lo scopo di Benetton era quello di creare una scuola specifica per la lavorazione del ferro e un punto di riferimento per gli scultori del settore. La scuola fu chiusa nel 1980 per motivi economici. Nel 1977 vinse a Napoli la medaglia d’oro del Premio Pontano. Nel 1978 partecipò alla prima edizione della Mostra toscana di scultura. Nel 1986 espose alla 52ª Biennale di Venezia due delle sue opere più conosciute: la Grande Colonna (esposta presso il Parco San Giuliano di Mestre e la Grande Sfera. Nel 1995 conquistò il primo premio assoluto per la scultura a Dubrovnik. Nel 1996, a seguito di un intervento cardiaco, l’artista morì a Treviso.  Si tratta di un autore piuttosto eclettico: il suo stile va da un inizio figurativo per evolversi poi in arte astratta; da piccole sculture passa alle macrosculture e ai semoventi (dove il ferro è reso plastico da circuiti elettronici) pensati per ambienti esterni e urbani. Ha lavorato con diversi materiali come bronzo, gesso e acquerello, tuttavia ha prediletto il ferro, con cui ha realizzato la maggior parte delle sue creazioni. Altro materiale amato da Benetton fu la terracotta, poiché implica un contatto diretto con la materia e, grazie ai tempi più immediati, l’artista può apprezzare il rapido concretizzarsi della sua idea.

Il Museo “Toni Benetton” di Mogliano Veneto raccoglie la maggior parte dei suoi lavori. Artista di fama internazionale, le sue opere si trovano nei musei di tutto il mondo, come al Museo di Arte Moderna di Düsseldorf, all’Hirshhorn Museum di Washington, al Museum Beelden aan Zee di Scheveningen, all’Hakone Open-Air Museum.

(da Wikipedia, con varianti e aggiunte)

SYLVA BERNT

E’ l’autrice del paliotto dell’altare della Cripta.

Si conosce poco di questa scultrice. E’ nata a Gorizia nel 1910 e deceduta a Parigi (?) nel 1995. Ha studiato a Venezia e poi a Parigi. Ha partecipato alla Biennale di Venezia del 1948.

NICOLA FERRARO

E’ considerato l’autore della parte inferiore della porta principale , quella centrale, della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo.

Nicola Ferraro nacque a Mussolente il 12 maggio del 1912, e morì il 3 agosto del 1985 a Montebelluna (TV). Viene ricordato come un valente artigiano del rame, in particolare di vasellame e altro per la cucina e/o per l’abitazione.

ANZOLO FUGA

Nella cripta vi è una sua vetrata policroma

Uno dei pochi artisti di questo secolo che ha saputo contemperare nelle sue vetrate la ricerca rigorosa dell’aspetto progettuale e l’opera paziente e creativa nelle varie fasi della sua costruzione è il muranese Anzolo Fuga (Murano 1914 – 1998).  Figlio d’arte da molte generazioni, anche se il padre Emilio si dilettò di compilazioni erudite su illustri personaggi di origine muranese producendo anche nel 1953 una appassionata Guida dell’isola di Murano, ebbe le prime sollecitazioni ad occuparsi dell’arte della vetrata quando gli capitò di osservare, ancora ragazzo, alcuni esempi di vetrata Jugendstil prodotte dalla ditta Giacomo Cappellin per l’allestimento di un negozio della medesima. Di queste vetrate fa parte il Canestro di frutta, oggi custodito nei depositi del Museo vetrario di Murano.  Intervenuto poi il fallimento della ditta Cappellin, i primi esperimenti concreti nel campo della vetrata furono compiuti dal Fuga, come egli stesso ebbe più volte a dichiarare agli allievi della Scuola d’Arte abate Vincenzo Zanetti, utilizzando allo scopo alcune lastre di vetro colorato di poco spessore e di bella trasparenza che erano rimaste accantonate nei magazzini di questa ditta. Si trattava, per lo più, di soggetti semplici e stilizzati nei quali aveva parte rilevante l’aspetto grafico e progettuale.  Su questa linea di ricerca e di tendenze culturali si pone l’incontro formativo presso l’Accademia veneziana con il grafico e illustratore torinese Guido Balsamo Stella. Quest’ultimo, che si era formato all’estero, presso le accademie di Monaco e di Stoccolma, insegnò al Fuga a prediligere nel disegno i dettami più sobri della corrente espressionista tedesca suggerendogli l’uso del rotino e della mola per incidere piccole e svelte silhouette sulle superfici trasparenti di vetro soffiato. Si tratta dei cosiddetti “vetri chimici”, incisi con la collaborazione di Franz Pelzel, che Balsamo Stella espose con successo di pubblico e della critica nella Triennale di Monza del 1930.  L’opera creativa di Balsamo Stella costituì dunque il primo modello artistico. In seguito l’artista muranese avrebbe mutuato dal suo maestro anche la generosa e infaticabile propensione per l’insegnamento. Infatti, dopo aver rinnovato la Scuola di Scultura di Ortisei e Selva di Valgardena, il Balsamo Stella era passato a insegnare nella Scuola d’Arte industriale “Pietro Selvatico” di Padova e quindi presso l’Istituto superiore delle Arti Decorative di Monza per concludere infine la sua carriera didattica a Venezia come insegnate di decorazione del libro nell’Istituto statale d’Arte (1936-41).  Anzolo Fuga dedicò invece gran parte delle sue energie creative agli allievi della Scuola di Disegno per Maestri Vetrai, istituzione fondata dall’abate Vincenzo Zanetti presso il Museo civico Vetrario di Murano nel lontano 1862. Compito primario dell’istituto muranese era quello di fornire ai futuri maestri solide basi tecniche e artistiche nei vari settori dell’arte vetraria. Sono convinto che l’aspetto della comunicazione verbale e per immagini del proprio messaggio artistico, insieme a quello del laboratorio didattico, come esperienza nell’uso delle diverse tecniche artistiche, fossero aspetti complementari ed entrambi centrali nel fare artistico del nostro vetratista muranese. La produzione delle vetrate di Anzolo Fuga e mollo vasta e conta soggetti di carattere religioso e temi di carattere profano, ma l’artista si è cimentato anche in soggetti naturalistici come nature morte e paesaggi, e nella copia da vetrate antiche.  L’ispirazione dell’artista è molto vasta poiché assimila spunti inventivi tratti da gran parte della produzione di vetrate figurate e istoriate antiche e moderne a livello internazionale. Tra i maestri che egli ha voluto maggiormente considerare come esempio stilistico per il disegno delle sue vetrate indicherei Pablo Picasso, Virgilio Guidi e Amedeo Modigliani, ma sono infiniti gli spunti dall’opera di altri artisti che si possono leggere a tratti nelle sue opere, non senza che il nostro artista abbia contribuito con la sua inventiva personale a trasformare e far proprio il modello.  Nelle vetrate a soggetto sacro non mancano spunti tratti dallo Spiritualismo inglese preraffaellita di William Morris e Bum Jones, dal Simbolismo franco-fiammingo (Maurice Denis pelle vetrate della cattedrale di Friburgo e di Ginevra (1917), e Georges Desvallières, ideatore quest’ultimo nel 1927 delle vetrate dell’Ossario di Douaumont presso Verdun). Per quanto concerne gli aspetti della tecnica, egli ha affinato le risorse tradizionali del vetro di Murano senza per altro ignorare taluni esperimenti propri degli artisti della Scuola di Nancy. In seguito il nostro volle ispirarsi nella sue vetrate religiose alla produzione di artisti francesi come: Henri Matisse, Fernand Léger, Georges Braque, Henry Rouault, Marc Chagall, Jacques Villon, fratello di Marcel Duchamp, Marcel Gromaire e Alfred Manessier. Più che alla ricerca astratta di atmosfere ambientali “moderne”, prefigurate da Matisse nelle vetrate bianche disegnate di nero per la Cappella del Rosario dei Domenicani di Vence (1948-50), l’interesse si è rivolto a individuare la corrispondenza tra i contenuti della spiritualità moderna e la presentazione di nuovi effetti cromatico-luministici. Le vetrate con episodi della passione di Cristo di Fernand Léger nella chiesa di Audincourt ( 1951 ) costituiscono un capolavoro ben difficilmente eguagliabile nella ricerca espressiva della quale si è detto, i cui risultati sono stati a lungo meditati dal nostro maestro muranese. Datano ancora al 1953-54 tanto le vetrate dello stesso Léger per la chiesa svizzera di Cuorfaivre che quelle di Georges Braque per la chiesetta di Varengeville-sur-Mer, villaggio sulla manica scelto dall’artista come dimora estiva.  Del resto non è del tutto estraneo all’arte del Fuga nemmeno il cupo realismo che presenta l’opera di Georges Rouault: quel cupo ritagliare le forme con contorni grossi e irregolari di nero assoluto, tecnica che da sola dichiara che la formazione dell’artista francese avvenne come allievo di un pittore di vetrate e quindi, intorno al 1880, come restauratore di antiche vetrate medievali.  Anzolo Fuga rappresenta un diverso approccio alla vetrata rispetto a Marc Chagall. Il maestro muranese con pochi interventi di carattere grafico e con profondo rispetto per la materia e i caratteri del vetro, mantiene la trasparenza e il colore della lastra. L’artista russo, al contrario, sfrutta le lastre come semplice supporto del proprio intervento e ottiene gli effetti pittorici desiderati con largo impiego di colore e macchie di ossidi. Anch’egli. come il nostro si è cimentato in vetrate istoriate destinate alla religione cattolica (Cattedrale di Metz, 1959-60), ma anche in altri soggetti richiesti dalla comunità ebraica di Gerusalemme (Sinagoga dell’ospedale dell’Hadassah a Ein-Karem, 1961). La produzione del nostro maestro muranese ha conosciuto, seppure meno assiduamente, altri generi artistici come quello della preziosa trasposizione su vetro delle icone bizantine e veneto-cretesi, il disegno di alcuni lampadari molto semplici e stilizzati, e una quindicina di serie “ironiche” di bicchieri (sottile vetro multicolore iridescente, animato da figure e soggetti stilizzati incisi e decorati a rilievo sulla superficie) nei quali riaffiora l’esperienza maturata da giovane con Guido Balsamo Stella.

tratto da www.grazius.com , un sito molto interessante per comprendere il fascino delle vetrate veneziane

GASPARINI  di Tezze Valsugana

Considerato l’autore della parte superiore della porta principale, quella centrale, della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo.

Di questo artista non ho trovato nessun dato biografico.

ANGELO GATTO 

E’ l’autore dei due grandi dipinti evocanti  a sinistra  Mosè e il miracolo delle acque di Massa e Merida, e a destra  Gesù e il discorso delle beatitudini; inoltre dei grandi e bellissimi  mosaici che  adornano le pareti del Ciborio.

Angelo nacque a Santa Cristina di Quinto di Treviso il 23 settembre 1922 in una famiglia di contadini, ed era il secondogenito di Vincenzo e Luigia. Dal padre aveva ereditato la passione per l’arte.  Infatti Vincenzo, nel tempo libero dal lavoro nei campi, suonava l’organo in chiesa e dipingeva. Per il figlio aveva intravisto un futuro nell’arte, affidandolo giovanissimo al pittore Giuseppe Ciardi (Venezia 18 marzo 1875 – Quinto di Treviso 14 giugno 1932). 2 – Venezia 5 ottobre 1917).Angelo, a 10 anni appena, portava cavalletti e colori al maestro e, intanto, “rubava” la tecnica. Un talento innato. Purtroppo nello stesso anno, Angelo perse il papà e il maestro. Di questo ragazzino, si presero a cuore il parroco e la sorella che per lui sognavano la musica. Ma nei silenzi che accompagnavano le ore di studio dell’organo, si accorsero che alla tastiera Angelo preferiva i gessetti con cui tracciava splendidi disegni sulla lavagna. «Ha una bella mano», si arresero avviandolo alla scuola del decoratore Carlo Vendramin di Quinto. Angelo si diplomò maestro d’arte e poi iniziò l’Accademia. Qui lo sorprese la guerra. L’8 settembre del 1943, allievo ufficiale assistente di volo a Padova, fu fatto prigioniero e deportato. Due anni terribili, tanti campi di concentramento tra cui quello in cui morì Anna Frank. A salvarlo fu l’arte. Nel primo campo in cui fu deportato incontrò Giovannino Guareschi che, visto il suo talento, gli disse: «Scrivi e dipingi tutto». Così fece fino a quando si ritrovò davanti alla corte marziale accusato di insubordinazione per aver reagito a un episodio di violenza. Lo condannarono a morte e, scoperti i suoi disegni e i suoi scritti, li bruciarono. «E fu il dolore più grande per papà», ricorda il figlio Alessandro. Ma un ufficiale medico che lo aveva esaminato durante un corso per infermieri, si ricordò della sua ottima conoscenza dell’anatomia, dovuta agli studi in accademia, e lo salvò. La condanna a morte si trasformò nel durissimo lavoro in miniera, temperato da un’anima pia che gli procurava cibo e garantiva qualche turno di riposo. Venne la Liberazione e Angelo visse per cinque mesi con gli americani, a cui faceva ritratti. Lo volevano portare a Philadelphia, ma lui tornò a casa, completò gli studi in accademia e iniziò l’attività. Prima commissione nel 1952: il restauro degli affreschi di villa Chiminelli a Sant’Andrea oltre il Muson. Qui conobbe Angela Favaro, la figlia della custode, se ne innamorò e la sposò nello stesso anno. Dal loro matrimonio nacquero Vincenzo, Giambattista morto di leucemia a 14 anni, Alessandro, Gloria e Chiara. Trasferitosi a S. Andrea O.M., iniziò la sua intensa attività nell’Arte Sacra con affreschi, graffiti, vetrate e mosaici che sono un mirabile sunto della tradizione romano-bizantina con espressioni di sensibilità moderna. Sempre nel corso degli anni Cinquanta, come racconta Eugenio Manzato, la sua pittura trovò uno stile del tutto personale. Uno stile per il quale Gatto fu apprezzato e chiamato ad operare in Veneto, in Italia e nel mondo per realizzare mosaici, affreschi, pale d’altare, acquarelli, graffiti vetrate di tantissime chiese. La prima opera importante fu il regalo di nozze che gli fecero il parroco e la comunità di San Martino di Lupari (PD) chiamandolo a decorare la volta e l’abside della chiesa. Da qui fu un crescendo: tantissime commissioni ottenute con il passaparola. Il suo atelier era una scuola di arte, come le botteghe medievali. Tra i suoi amici Arturo Martini e Gino Rossi. Innumerevoli le sue opere nel territorio veneto, in Italia e nel mondo (Polonia, Giappone, Senegal, Zambia, Argentina, Messico, Perù, India) per le quali ottenne premi e riconoscimenti. Innumerevoli pure le mostre e i premi. Ora ormai anziano, tenendo fede ad una promessa fatta ancor giovane quando, amareggiato perché gli venne negato per gelosia da un esperto il materiale usato per la tecnica degli stucchi, si promise di fare il contrario, istituendo e dirigendo con passione la scuola gratuita per pittori e scultori Barbarella a Riese Pio x, trasmettendo generosamente le sue esperienze a chiunque abbia passione di seguirlo. Carattere forte, «non facile ma buono e generoso», era cittadino onorario di Riese  Pio X (TV) e di Resana. (TV)  “Umile, saggio e animato da una positività totale – così lo ricordano i familiari –. E poi ironico: aveva un umorismo molto spiccato e lo apprezzava negli altri”. Angelo ci ha lasciato il 21 Marzo 2018, a 95 anni.

Fonti: testo dalla Tribuna di Treviso

ALDO  GIARETTA

E’ l’autore del busto in bronzo raffigurante Mons. Marchesan, posto sulla destra entrando in chiesa, e della Madonna del pane in terracotta presente in cripta.

Non ho trovato nessuna nota biografica, ma solo alcuni lavori scultorei su disegno di Giuseppe Modolo.

GIUSEPPE MODOLO 

Giuseppe Modolo è l’autore dei  graffiti presenti nelle due cappelline della Madonna e di San Giuseppe.

A Mareno di Piave (TV) dal matrimonio di Teresa Ronzon con Fausto Modolo, videro la luce nove figli, di cui solo cinque sopravvissero. L’ultimogenito Giuseppe (“Bepin da piccolo e Bepi da grande”) nacque il 9 aprile 1913, mentre iniziavano a delinearsi le condizioni che avrebbero portato allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, alla quale Treviso dovette dare la sede dell’Intendenza dell’Esercito e il centro ospedaliero di ricovero dei soldati feriti.

La famiglia Modolo lavorava dei campi, e già da piccoli anche i bambini erano coinvolti in vari lavoretti. Bepin, avendo allacciato una grande amicizia con il figlio di una famiglia signorile locale, andava a giocare nel parco della villa e qui vedeva spesso una signora che si dilettava a dipingere il paesaggio circostante. Incuriosito restava affascinato da quel pennello che prima veniva immerso nell’acquaragia e poi impastava colori e poi passava e ripassava sulla tela creando fiori, alberi e cielo…

Da allora cominciò a sentire il grande fuoco dell’arte. Se ne accorse mamma Teresa  di questa passione e, un giorno, andata al mercato di Conegliano, gli acquistò una scatola di colori a pastello e un quaderno a quadretti barattando un pollo, un po’ di sale e del baccalà. Ma il quaderno ben presto terminò e la mamma ancora, barattando, gli procurò della carta ruvida (era quella del “casolin” del paese), come Giuseppe voleva perché il colore aderisse meglio alla superficie.

Nel 1922 la famiglia Modolo si trasferì a Santa Lucia di Piave (TV) e qui, terminò la IV elementare e superato l’esame di ammissione si iscrisse alla Scuola di Arti e Mestieri di Conegliano (TV).
 Il suo talento emerse spontaneamente nelle materie artistiche, ma i risultati in quelle scientifiche erano piuttosto deludenti, tanto che l’insegnate di matematica gli consigliò di abbandonare gli studi e di fare l’allevatore di pecore.

Il ragazzo si sentì così amareggiato da abbandonare la scuola, senza però perdere la passione per il disegno e la pittura. Di questa passione se ne accorse il parroco della chiesa di Santa Lucia di Piave, Monsignor Morando, uomo dotato di grande spiritualità, non solo religiosa, ma anche artistica, tanto che negli anni passati, era stato in grado di cogliere le grandi qualità di un altro giovane, un  muratore, Riccardo Granzotto, suo compaesano, al quale aveva indicato la strada dell’arte. Si trattava di un giovane che divenne successivamente  Fra’ Claudio, francescano, poi proclamato beato da Giovanni Paolo II nel 1994. (Granzotto Riccardo nacque a Santa Lucia di Piave il 23 agosto1900 e morì a Padova il 15 agosto 1947)

Il Granzotto, in gioventù, aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti a Venezia e ottenuto il Diploma in scultura a pieni voti. In pochi anni aveva realizzato moltissime opere, che gli avrebbero sicuramente permesso un avvenire ricco di soddisfazioni artistiche, ma la sua vocazione era troppo forte e decise di intraprendere le orme di San Francesco.

Monsignor Morando riconobbe il talento del giovane Modolo e verso gli anni Venti lo affidò a questo grande scultore. Granzotto lo indirizzò ad uno studio intenso e approfondito delle materie artistiche, in particolar modo della Storia dell’Arte e verso un’analisi approfondita delle nozioni relative alla prospettiva, al disegno dal vero, all’anatomia. Il Frate condizionò le realizzazioni del Modolo non solo da un punto di vista, ma anche da quello spirituale, sostenendo e incitando la vocazione del giovane per l’Arte Sacra.

A metà degli anni Venti circa, Modolo iniziò a frequentare anche lo studio del grande maestro Luigi Cima, residente a Villa di Villa, frazione del Comune di Belluno, e, dopo aver portato i suoi primi lavori pittorici, venne dal grande maestro incoraggiato e anche accolto nel suo studio. (Luigi Cima nacque a Villa di Villa comune di Mel, ora Borgo Valbelluna (BL) il 5 gennaio 1860 e morì a Belluno il 1° gennaio 1944)

Monsignor Morando, vedendo che l’attività del giovane stava crescendo gli offrì un piccolo studiolo, e soprattutto gli consentì l’uso della sua vasta biblioteca, che permise al giovane Modolo di acquisire salde conoscenze inerenti alla Storia dell’Arte, nonché ai fermenti artistici, che in quel periodo stavano nascendo e che influenzeranno la sua pittura, seppur in modo secondario.

Alla fine degli anni Venti Modolo decise di abbracciare l’Arte Sacra come risposta ad una spiritualità profonda, che però non lo portò ad una vita interamente dedicata a Dio, come invece avvenne per Fra’ Claudio.

Nel 1930 dopo aver terminato il Terzo anno di insegnamento con Granzotto, relativo allo studio del nudo dal vero e all’anatomia, sentì l’esigenza di rendere concreti i suoi studi. Scelse un tema tratto dall’Antico Testamento e dipinse l’opera “Gli Ebrei schiavi in Egitto”, una grande tela, 3 metri per 2, che gli consentì di partecipare ad un concorso a Vittorio Veneto (TV), dal quale ricevette come riconoscimento per aver presentato l’opera più sofisticata, una medaglia d’oro e un viaggio a Roma e  quindici giorni di permanenza. E’ probabile che abbia preso tale argomento per esprimere i suoi dissensi in merito alla preoccupante avanzata del Fascismo.

Nel 1933 Fra’ Claudio si allontanò da Santa Lucia di Piave per intraprendere la via della beatitudine e per Modolo il distacco dal suo più caro maestro fu motivo di grande sofferenza e anche di grande preoccupazione per la dilagante drammatica povertà del suo paese.

Monsignor Morando, accortosi della sofferenza del giovane, lo invitò a tornare dalla sua famiglia per un breve periodo. Ad Aviano, dove i parenti si erano nel frattempo trasferiti, ritrovò la sua serenità, ed inoltre tre volte la settimana raggiungeva Caneva di Sacile (TV) per lavorare nello studio dell’architetto Domenico Rupolo, con il quale stringerà un forte legame soprattutto negli anni Settanta, quando il maestro Modolo produrrà uno dei suoi più grandi capolavori, la Via Crucis nella Chiesa di Falzè di Piave (TV), restaurata proprio dall’architetto. (Domenico Rupolo nacque a Caneva di Sacile il 21 novembre 1861 e morì nello stesso comune il 12 ottobre 1945).

Giunse il periodo della guerra: prima l’impresa mussoliniana d’Etiopia nel 1935, poi il conflitto Mondiale. 
L’attività del giovane artista subì un brusco rallentamento poiché venne chiamato alle armi. Fortunatamente non andrà mai a combattere al fronte e riuscì a frequentare tra il 1936 e il 1937 una scuola serale di nudo all’Accademia Olimpica di Vicenza.

Molte furono le amicizie che strinse in questa città, in particolar modo con gli artisti vicentini Giuseppe Giordani (1911-2007) e Giaretta, che lo accompagneranno per tutta la vita. Anche gli insegnamenti del maestro Pierangelo Stefani e del maestro Ubaldo Oppi furono, in questo periodo, determinanti per l’opera di Modolo. (Pierangelo Stefani nacque a Vicenza l’11 febbraio 1893 e morì a Desenzano sul Garda il 29 agosto 1965; Ubaldo Oppi nacque a Bologna il 29 luglio 1889 e morì a Vicenza il 25 ottobre 1942). 
Entrambi gli artisti avevano rifiutato ogni possibile contaminazione con le diverse avanguardie artistiche che si stavano sviluppando e anzi condividevano un concetto di estetica, di derivazione crociana, che invitava gli aderenti a un ritorno all’ordine, all’attenzione alla figura umana e al disegno, recuperando un solido impianto narrativo.

Modolo recuperò da Stefani importanti nozioni inerenti alla pittura tonale, mentre rimase colpito dalla monumentalità delle figure di Oppi, il quale suscitò in lui la passione per le grandi composizioni che trovarono la loro più proficua realizzazione nell’affresco.

Nel 1937 andò nei pressi di Torino, dove per alcuni mesi, risiedette nel convento di Castelvecchio di Moncalieri (TO). Qui, esercitando la sua professione, ebbe l’opportunità di mettere in pratica le nozioni apprese a Vicenza e poté usufruire, inoltre, dell’insegnamento di un certo Padre A. Pistorino, che era stato un allievo del maestro Felice Casorati. (Felice Casorati nacque a Novara il 4 dicembre 1883 e morì a Torino il 1° marzo 1963. E’ stato pittore,incisore, designer,scenografo, ecc.)

Arrivarono poi gli anni bui della Seconda Guerra Mondiale, che allontanarono il pittore dalla sua attività, poiché venne impegnato in compiti di ufficio presso la caserma Gotti di Vittorio Veneto. Riuscì, comunque, a dedicarsi alla sua arte, grazie al fatto che alcuni militari gli commissionarono l’esecuzione di ritratti.

Intorno al 1942-43, Monsignor Corazza, cappellano militare, lo invitò ad eseguire una Via Crucis per l’ospedale militare di Treviso, che verrà poi trasferita alla Caserma Gotti di Vittorio Veneto. 
L’angoscia, provocata dal conflitto, suscitò una profonda partecipazione del pittore alla tragedia umana. Da questo momento, infatti, ebbero inizio i cicli pittorici relativi al tema della Via Crucis, che Modolo realizzò in tavole, affreschi e vetrate, nelle quali, però, non volle esprimere le sue sensazioni angoscia, di sofferenza ma solo soggetti che accettavano, religiosamente, il dolore come Gesù sulla croce.

Il 21 aprile 1945 Bepi Modolo si unì in matrimonio con la giovane Rina Florian.
 Da questa unione nacquero cinque figli Anna, Bonizza, Piero, Michela e Giovanni, i quali hanno tutti ereditato la sensibilità artistica paterna.

Successivamente, si trasferì in una casa molto più ampia: all’ultimo piano il suo atelier.
 Qui ogni giorno venivano i suoi discepoli con i quali il maestro ebbe sempre un forte legame. Questi provenivano da famiglie povere, che di certo non avevano il denaro per poter pagare le lezioni dei figli; per sdebitarsi portavano alla famiglia Modolo ciò che la terra offriva loro: patate, verdura e frutta.

Le opere più importanti realizzate nel periodo compreso tra gli anni Quaranta e Cinquanta sono state l’affresco “Crocefissione”, eseguito per la Chiesa di Falzè di Piave nel 1948 e l’olio su tavola “Città di Dio e Città di Satana”, per la Chiesa Parrocchiale di Salsa, Vittorio Veneto.

Molto importante sono stati il viaggio di Bepi ad Assisi nel 1950 e i relativi scambi culturali alla Pro Civitate di Assisi (Centro Culturale e Spirituale per i laici impegnati a sostenere i valori cristiani) con grandi artisti del tempo, quali lo scrittore Piero Bargellini (che sarà poi ricordato come il “sindaco dell’alluvione” avvenuta a Firenze nel 1966) e lo scultore Angelo Biancini. 
(Angelo Biancini nacque a Castel Bolognese il 24 aprile 1911 e morì a Castel Bolognese il 3 gennaio 1988).

A cominciare dagli anni immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale, l’artista Modolo giunse alla piena maturità della sua attività e dunque molte erano le richieste da parte di diversi committenti anche per la produzione di opere da cavalletto.

Ne eseguì un numero considerevole, come dei bellissimi ritratti: Ritratto di mia moglie del 1944 e il Ritratto della Signora Signori del 1948, i paesaggi, le nature morte, come la Natura morta con maschera del 1954 e moltissime altre.

Nel 1952 realizzò un affresco per l’abside della chiesa di Olmo di Creazzo (VI), raffigurante San Nicola; in quello stesso anno, in concorrenza con altri artisti, vinse il concorso per la realizzazione a Roma di un San Michele Arcangelo per la Pontificia Gendarmeria, un’opera che ebbe grande successo nella Città del Vaticano che gli permise poi di ottenere altri incarichi. Infatti giunse a Santa Lucia di Piave Padre Ermanno Cambiè, economo generale della congregazione del Santissimo Sacramento e membro della Commissione Pontificia di Arte Sacra, per cercare il maestro e per affidargli personalmente l’incarico di eseguire gli stendardi per la beatificazione di Pier Giuliano Eymard. (Pier Giuliano Eymard nacque a La Mure d’Isère (Francia) il 4 febbraio 1811 e morì a La Mure d’Isère il 1 agosto 1868).

Le tele, create tra il 1952 e il 1953, furono poi esposte il giorno della celebrazione, il 9 dicembre 1961; le più piccole, che componnevano lo stendardo processionale, furono fatte sfilare alla presenza di Papa Giovanni XXIII, mentre le grandi tele, raffiguranti i miracoli, furono innalzate sulla “Gloria” del Bernini”.Sempre in quell’occasione Padre Cambiè gli affidò l’esecuzione di una pala d’altare, dedicata a Santa Bertilla Boscardin nella Chiesa dei Martiri Canadesi a Roma, opera che sarà eseguita nel 1963.
 Padre Cambiè divenne, nel tempo, grande amico e confidente del maestro non solo per quanto riguardava le questioni morali, ma anche per le considerazioni teologiche.

Nel 1953, fu chiamato a Collalto (TV) per rappresentare nella Chiesa di San Giorgio una Trasfigurazione e la descrizione figurativa della preghiera cristiana, Salve Regina, posizionata sopra l’altare. Qualche anno dopo si recò a Conegliano per dipingere nella Chiesa di Pio X un affresco, rappresentante alcuni avvenimenti della vita del Santo.
 Le opere più consistenti di questo periodo sono state realizzate nella Cappella dei Professori presso il Seminario Vescovile di Vittorio Veneto; e di grande impatto sono state soprattutto, il Cristo Crocefisso tra la Madonna e Giovanni e il Ciclo del Credo nella Chiesa parrocchiale di San Pietro in Gù (PD).

Gli vennero poi commissionati dei dipinti ad olio per la Chiesa di San Agostino a Prato e per la Sede dei Fiscali a San Paolo in Brasile.

Negli anni Cinquanta, però, oltre ad esserci un’intensa crescita dell’attività del pittore, avvennero alcuni fatti che cambiarono radicalmente la sua vita.

Nel 1958, dopo la morte della madre, per vari motivi, Modolo decise di trasferirsi con tutta la sua famiglia da Santa Lucia di Piave a Vicenza. Acquistò poi un terreno a Olmo di Creazzo e qui costruì la sua casa. Il trasferimento non fu facile, in quanto era spesso impegnato in giro per l’Italia a realizzare le varie opere commissionate.

Il distacco da Santa Lucia fu comunque un po’ traumatico, essendosi creati inevitabilmente un vuoto e una frattura con i vecchi legami di amici, di parenti. Nonostante le molteplici difficoltà, Modolo reagì con grande serenità e, sostenuto dal grande amore e dalla forza morale della moglie, e continuò il suo percorso, che da questo momento sarà sempre più ricco di soddisfazioni.

Il 1958 fu anche l’anno dell’elezione del Papa Giovanni XXIII che nel 1962 inaugurò il Concilio Vaticano II, da cui sorsero vari mutamenti da realizzare all’interno della Chiesa stessa. Papa Roncalli insistette sul concetto di tradizione e di rinnovamento chiedendosi “ Cos’è la tradizione? È il progresso che è stato fatto ieri, come il progresso che noi dobbiamo fare oggi costituirà la tradizione di domani.” Inoltre nel 1963 promulgò l’Enciclica Pacem in Terris, dove invitava ad una conciliazione tra i Paesi allora in guerra fra loro e alla necessità di un miglioramento economico e di uno sviluppo sociale per le classi lavoratrici; auspicava, inoltre, l’ingresso delle donne nella vita pubblica e mostrava viva comprensione per le lotte anticoloniali del Terzo Mondo.

Questo pontificato cambiò radicalmente l’approccio dei credenti nei confronti della religione stessa, e influenzò notevolmente anche la pittura del maestro Modolo, con una diminuzione delle richieste di dipinti realizzati attraverso la tecnica dell’affresco in quanto l’’approccio dei credenti nei confronti del Cattolicesimo e della Chiesa stava sensibilmente mutando e così anche le decorazioni nelle Chiese e nei diversi uffici di culto stavano mutando.

Per questi motivi, in questi anni, Modolo ampliò la sua attività con la realizzazione di vetrate, anche se non trovava la stessa passione che lo coglieva nella realizzazione degli affreschi. Questo aspetto si può notare soprattutto nei lavori situati nella Cappella degli Esercizi Spirituali a Villa San Carlo di Costabissara (VI) e nell’opera Scene di Vita di S. Chiara, Beato Palazzolo, S. Giovanni da Capistrano, S. Bernardino, che si trova nella Chiesa di S. Chiara a Vicenza e ancor di più nel Cristo Risorto, nella Chiesa di S. Rocco a Conegliano.

In ogni caso l’attività di Modolo non si esaurì e anche negli anni Sessanta le opere eseguite sono state innumerevoli.
 Per il Vescovado della città di Udine dipinse  nel 1961 due opere molto significative: Papa Pio X dà la comunione agli Innocenti, collocato nella Cappella di San Giuseppe, e i Santi Ermagora e Fortunato, Patroni di Udine, che si trova nella cappella dedicata ai due Santi.

Nel 1962 gli venne affidata l’esecuzione di una piccola Via Crucis ad olio per la Cappella privata dell’Arcivescovo di Udine, di cui sia la Commissione d’Arte Diocesana di Udine, sia la Sovrintendenza delle Belle Arti espressero grande soddisfazione.
 Sempre nel 1962 ricevette l’incarico di dipingere l’affresco absidale dell’ampliata Chiesa di Ospedaletto (VI) con una grande raffigurazione di Cristo Re.

Durante l’estate il maestro fu impegnato nella realizzazione di cartoni e bozzetti per le vetrate istoriate della Diocesi di Vicenza e iniziò una serie di studi e progetti per la creazione di due mosaici che dovevano essere realizzati per la Chiesa dei Martiri Canadesi a Roma; a questo lavoro, molto impegnativo, contribuì anche il fraterno amico del maestro, lo scultore vicentino Giuseppe Giordani (1911-2007).

Da tempo Modolo si era dedicato alla realizzazione di diversi mosaici di grande spessore artistico. Egli creava il disegno che veniva poi spedito alla Scuola di Spilimbergo, dove veniva realizzato alla presenza del maestro.

Nel 1963 gli venne affidato l’incarico di decorare le Cappelle delle Suore Sordomute di Monte Sacro, a Roma; eseguì un trittico, ad olio su tavola, raffigurante l’Immacolata e i meriti della Corredentrice. La Commissione d’Arte Sacra del Vicariato espresse un giudizio molto positivo.

A quest’epoca ebbe pure l’incarico per la decorazione dell’abside e del presbiterio del Duomo di Thiene (VI); inoltre successivamente si impegnò nella creazione delle vetrate poste ai lati dell’abside.

Nel 1963 concluse la decorazione di Gesù adolescente tra i co-patroni S. Giuseppe e S. Gaetano della Chiesa dell’Istituto San Gaetano di Vicenza. Sempre nel 1963 realizzò per il Duomo di Conegliano Veneto (TV) un dipinto di grande impatto, S. Antonio e il Beato Ongaro, un’opera collocata tra i capolavori del XVI – XVII.

Nel 1964, l’anno successivo iniziò la decorazione per la Villa San Carlo a Costabissara (VI), dove dipinse un affresco di grandi dimensioni ispirato alla vita di San Carlo Borromeo.

Un incarico a Loreto (AN) , 1964, lo vide lontano per molti mesi da casa. Nella splendida città marchigiana Bepi Modolo lavorò con l’aiuto dell’allievo Elio Polloni presso la casa San Gabriele, in cui realizzò degli affreschi per la Cappella. (Elio Polloni è nato a Ponte della Priula frazione di Susegana(TV) il 1° agosto 1933). Gli anni Sessanta si conclusero con l’esecuzione di alcuni affreschi nella Chiesa parrocchiale di San Ulderico a Creazzo (VI),

Gli anni ’70 iniziarono con una prestigiosa commissione: Modolo venne chiamato nella Città di Betlemme per eseguire all’Istituto Effetà un grande affresco narrante la storia della nascita di Gesù. Per la messa in opera, l’artista si fece mandare da Vicenza, dai suoi collaboratori, la malta e gli altri materiali per la preparazione dell’arriccio (è il secondo strato dell’affresco) e dell’intonaco per essere certo del risultato. Restò in questa città per circa sei mesi. (L’Istituto Effetà Paolo VI è una scuola specializzata nella rieducazione audiofonetica di bambini audiolesi del territorio palestinese, nata per desiderio di Papa Paolo VI durante la sua visita in Terra Santa nel 1964)

Ritornato a casa, nel 1971 iniziò i lavori per la realizzazione di una splendida Via Crucis per la Cappella della Casa Generalizia delle Suore Dorotee, in particolare raggiunse l’eccellenza della rappresentazione nella deposizione di Gesù dalla croce. Il corpo di Cristo poggia senza vita su quello di Maria; il volto della madre e del figlio accostati l’uno vicino all’altro, le bocche serrate e gli occhi chiusi inducono lo spettatore ad un silenzio senza tempo e ad una condivisione del dolore che si traduce in profondo amore filiale.

L’anno seguente, Modolo venne richiamato nuovamente a Roma, nella Chiesa del Sacro Cuore, La Forma , Palestrina, Roma, dove realizzò un olio su tela, Lumen Gentium.

Nel 1973 realizzò una Via Crucis ubicata nella Chiesa di Falzè di Piave, dove l’artista già alla fine degli anni Quaranta aveva dipinto una Crocefissione. Viene considerata l’opera sicuramente più significativa di questo artista, dove l’impianto narrativo è più fluido e più veloce, meno spezzato, rispetto alle opere precedenti. In primo piano gli avvenimenti del doloroso percorso verso il Golgota, dove le figure presenti sono appena abbozzate mentre fanno da sfondo alle vicende di Cristo le terribili sofferenze patire dall’uomo durante la seconda guerra mondiale. Sono dipinti città infiammate e distrutte, uomini e donne che cercano di scappare dall’orrore di ciò che sta avvenendo, alberi ormai privi di qualsiasi forma di vita che fungono da patibolo per le impiccagioni e in lontananza si intravvede il recinto spinato, simbolo dei campi di sterminio. In questa Via Crucis lo spettatore si trova di fronte al racconto delle più terribili atrocità, di cui l’uomo si è reso colpevole, non solo nei confronti di Cristo, ma anche verso i suoi simili.

La sue opere in questo periodo raggiunsero anche la Campania. Per la città di Sorrento (NA) nel 1974, il maestro eseguì delle vetrate per la Chiesa Istituto Bambin Gesù. Nel 1976 dipinse un affresco nella Chiesa parrocchiale di Martora (SO). Nel 1975 ricevette un’altra commissione estera: un mosaico sulla Istituzione dell’Eucarestia per il Convento Latino di Zerka, in Giordania.

Gli anni Settanta costituirono anche il periodo di notevoli riconoscimenti per l’artista Modolo, che invitato a partecipare a diversi concorsi, riuscì ad ottenere sempre il Primo Premio. Nel 1977 gli venne assegnato il Premio Speciale “Vittoria Alata” dalla Commissione Giudicatrice nella VIII Rassegna Internazionale Primavera C.E.I.C. al Palais dell’Unesco a Parigi; nella stessa occasione gli venne consegnato anche il premio “Città Eterna”.
 A Taranto vinse alla VIII Mostra Internazionale di Pittura e Grafica Religiosa la “Medaglia Accademica”. Si recò poi a Roma nel 1978 per il riconoscimento “Leonardo da Vinci” al merito artistico. Nel 1979 ricevette il premio Le Moulin Rouge – Hommage a Toulouse Lautrec a Parigi e il relativo diploma per la sezione pittura.
 Sempre nel 1979, infine, alla Mostra di Arte Sacra di Cracovia gli fu conferito il premio per l’Arte Sacra Contemporanea.

Nel 1981 venne nuovamente incaricato dal parroco della Chiesa San Nicola di Olmo di Creazzo, dove già nel 1952 aveva decorato l’abside, per la conclusione del ciclo de “Le Storie della Salvezza” anche nelle navate laterali dell’edificio.
 Un elemento insolito, che si ritrova in alcuni affreschi di questo ciclo, è la presenza di alcune figure colte di spalle, il cui volto è indirizzato allo spettatore. L’espressione di questi soggetti è ambigua e penetrante, il loro sorriso sembra quasi un ghigno. Le figure sembrano lì posizionate per interrogare il fedele riguardo ai suoi sentimenti: una delle funzioni dell’arte è, infatti, di suscitare domande nell’animo dell’osservatore.

Sicuramente uno dei momenti più intensi di questo periodo fu l’incontro con Papa Giovanni Paolo II. Modolo infatti , nel 1985, fu chiamato a Roma, come testimone per la causa di beatificazione di Fra’ Claudio Granzotto e in tale occasione conobbe il Pontefice e gli donò un suo quadro,  “Il Cireneo di Auschwitz”, che rappresentava Padre Kolbe, nel momento in cui offriva la vita per salvare il prossimo. (Fra Claudio sarà  proclamato beato il 20 novembre 1994 sempre da Giovanni Paolo II)

Negli anni successivi Modolo iniziò ad avvertire ormai la fatica del nuovo mondo contemporaneo, che correva troppo veloce per riuscire ad adattarsi. Ma comunque continuò nel suo amatissimo lavoro.

Nel 1985 venne organizzata una mostra antologica a Conegliano Veneto, curata dal critico Salvatore Maugeri Oltre cinquant’anni di pittura di Bepi Modolo, il cui intento era quello di raggruppare buona parte delle opere dell’artista non solo di ispirazione sacra, ma anche raffiguranti altro genere di soggetti, come le pitture da cavalletto. Infatti aveva eseguito alcuni dipinti di grandissimo spessore come Nevicata a Creazzo del 1963, Concerto con figura, dello stesso anno, Sera Al castello di Zumelle del 1977, La valle del Piave del 1977, Mercato di San Zeno in monte del 1979 e, ancora i ritratti, come il Ritratto di Berto Mastellotto (1976) o il Ritratto di Giordani.

Alla fine degli anni Ottanta la richiesta dell’esecuzione di affreschi era diminuita drasticamente, e dunque tutti suoi sforzi si concentrarono nella realizzazione di vetrate istoriate, nella cui lavorazione venne aiutato dalle figlie Bonizza e Michela e dal figlio Piero, che avevano intrapreso la strada artistica paterna.

Poi una malattia grave gli impedì di dipingere. Il 15 agosto, dal momento che le sue condizioni di salute si erano aggravate, chiese alla figlia Bonizza di accompagnarlo al santuario di Fra’ Claudio a Chiampo (VI), per dare l’ultimo e intenso saluto al suo Maestro.
 Si spense il 26 agosto del 1987.

Ho tratto questa biografia, con alcune aggiunte,  facendo riferimento alla interessante Tesi di Laurea del laureando Giulia De Lorenzi dal titolo “Il sacro nell’Arte: profilo biografico e artistico del pittore Bepi Modolo . Anno Accademico 2011/2012”, Università Ca’ Foscari, Venezia. 

VINCENZO GIACOMO MUSSNER

Il grande e pregevole crocefisso che incontriamo alzando gli occhi appena prima di entrate nel presbiterio è opera di questo grande artista. Suo figlio, che ha seguito le orme paterne, mi ha inviato queste notizie risalenti al 2010, ma tuttora valide.

Sono nato il 22.02.1935 ad Ortisei (Bolzano), nota località turistica delle Dolomiti. Discendente di una famiglia di scultori – padre e ambedue i nonni erano stimati e provetti scultori. Il fratello è pittore e policromatore. Ho frequentato l‘Istituto d‘Arte di Ortisei dal 1950 al 1956 e,dopo il servizio militare, corsi di perfezionamento fino al 1962. Contemporaneamente alla frequenza dell‘Istituto d‘Arte, ho iniziato l‘apprendistato di scultore nello studio di mio padre Vincenzo Mussner Sen., studiando in particolare la scultura di Arte Sacra eseguita in legno e bronzo. Vari viaggi di studio e visite ai più importanti musei e alle maggiori opere d‘arte in città europee ed extraeuropee, hanno perfezionato le mie capacità. Ho lavorato con mio padre fino a rilevarne lo studio nel 1971.Ho esposto in varie mostre nazionali ed internazionali, ottenendo ovunque vivo consenso e vari riconoscimenti. Mi dedico quasi esclusivamente all‘ARTE SACRA, con predilezione per il legno e per i lavori fusi in bronzo a cera persa con modellazione nella creta. I miei lavori si trovano in gran parte nelle chiese cattoliche, sia in Italia sia in USA e Canada ed in varie Missioni Cattoliche.

Ortisei, marzo 2010. Vincenzo G. Mussner scultore. Scritto e foto inviatomi dal figlio avvertendomi che il papà è ancora in gamba.  La foto  evidenzia il nonno (camice scuro, in fondo a sinistra) e il  papà con il camice bianco in primo piano.

GIUSEPPE ROMANELLI 

E’ l’autore della statua di San Pio X presente nella Chiesa parrocchiale dei SS. Pietro e Paolo

Giuseppe Romanelli nacque a Venezia il 2 marzo 1916 ed a Venezia morì il 2 luglio 1982. Fin da bambino dimostrò attitudine e una grande passione per il disegno e le tecniche artistiche tanto che  a undici anni trascorreva ogni suo tempo libero in una bottega di tagliapietra. Si diplomò all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Per tutta la sua vita studiò qualsiasi forma d’arte antica e moderna. E’ stato un profondo conoscitore della lavorazione di ogni materiale dai legno,  al vetro, al marmo, alla fusione e sbalzo su vari metalli, alla ceramica, ecc. La sua carriera di scultore lo portò a partecipare a più Biennali d’Arte a Venezia e Quadriennali d’Arte di Roma. Ha insegnato all’Accademia di Belle arti di Venezia, alla Facoltà di Architettura di Venezia ed in altri istituti. Sue sculture, medaglie, incisioni e disegni si trovano in musei, gallerie, collezioni private ed opere pubbliche in Italia ed all’estero.√

ALESSIO TASCA 

tre opere uniche e  grandiose sono di Alessio Tasca, straordinario artista della ceramica: il frontone della facciata, la statua di San Giuseppe in lavoro  con Gesù, e la statua della Madonna con Gesù incoronata dagli angeli nelle rispettive cappelle.

Alessio Tasca, ceramista e designer, nacque il 13 agosto 1929 a Nove (Vicenza) da Lidia Broglio e da Edoardo. La madre proveniva da una famiglia della piccola borghesia, mentre il padre era decoratore d’interni e pittore ceramista, ma anche musicista (suonava il violino e il pianoforte accompagnando i film muti nei cinema o esibendosi alle feste). Rimasto disoccupato per le sue convinzioni antifasciste partì per l’Eritrea e vi restò per circa tre anni. Poi a causa di precarie condizioni di salute decise di tornare a casa, ma a Napoli, dopo essere sbarcato da questo viaggio, morì. Nella difficile situazione familiare e civile Alessio terminò il ciclo elementare e si dedicò alla sua attività prediletta, il disegno, dove migliorò frequentando sia lo studio del pittore e ceramista Giovanni Petucco sia la Scuola d’Arte locale, specializzata nella ceramica. La predisposizione al disegno e gli sproni del ceramista Romano Carotti convinsero la famiglia a fargli proseguire gli studi. Per l’occasione Carotti gli regalò una copia del libro di Matteo Marangoni, “Saper vedere”, che si dimostrò testo fondamentale per la formazione del giovane Tasca. Si iscrisse nel 1945 all’Istituto d’Arte di Venezia e qui ebbe modo di assimilare gli stimoli di una città allora assai culturalmente combattiva. Era ancora vivo, infatti, il ricordo della recente lezione di Arturo Martini, mentre maturavano i segnali di nuove tendenze, come il Fronte Nuovo delle Arti e lo Spazialismo. Il 24 ottobre 1948, assieme ai fratelli Marco e Flavio, diede vita al laboratorio Tasca Artigiani Ceramisti, in via Mulini 6, e cominciò a predisporre una serie di modelli ispirati alla tradizione novese. Il fallimento commerciale di queste tipologie spinse il giovane Alessio ad approntare un ciclo di ceramiche “moderne” da indirizzare a un mercato diverso, più attento alle esigenze postbelliche di rinnovamento: nacquero così i primi piatti decorati a “graffito” su fondo verde o bruno, nei più vari decori. Nel 1949 partecipò, nella prima occasione espositiva della sua carriera, alla V Mostra Italiana di Arte Sacra all’Angelicum di Milano, dove espose un’Annunciazione in terracotta che, attraverso la lezione del Petucco, risaliva direttamente alle fonti della plastica martiniana. Nel 1951 la sua partecipazione alla Triennale di Milano con i piatti “terrosi” e incisi, scelti da Gio Ponti in uno dei suoi frequenti viaggi a Nove, riscosse un così grande successo, che questa particolare produzione venne acquistata dal gallerista milanese Totti. In questo stesso anno conseguì il diploma di Magistero all’Istituto d’Arte di Firenze. Qui conobbe il ceramista e tecnico degli smalti Mario Morelli che realizzerà miscele di colore espressamente per il laboratorio dei fratelli Tasca. Nel 1952 partecipò per la prima volta alla Biennale di Venezia nel Padiglione “Venezia” per le arti decorative, con “vasi e piatti”. Nel 1954 partecipò alla Biennale di Venezia presentando un “Tavolo in maiolica” e due “Vassoi con figure” in “verde Morelli”. Nel 1957 Tasca sposò Elva Pianezzola da cui avrà tre figli: Marina e Vittore, ceramisti e Saverio, musicista. Nell’ottobre del 1961 si staccò dal laboratorio “Fratelli Tasca” e aprì un proprio atelier in via Roberti, progettato da Gaspare Parolin, ancora studente di architettura: Qui si dedicò innanzitutto alla foggiatura di un ciclo di pezzi unici di grandi dimensioni tornando così alla scultura vera e propria. Nel 1962 succedette a Giovanni Petucco nella cattedra di Plastica all’Istituto d’Arte di Nove, dove rimarrà fino al 1978: Qui si formò un gruppo di amici e colleghi – Pianezzola, Sartori, Chemello, Tubini, Sebellin – che diede vita ad un rinnovamento dei contenuti e della didattica. Nel 1962 ricevette il Premio Palladio. Come pure nel 1963 e nel 1964. Nel 1963 avviò una produzione in piccola serie di manufatti al tornio, noti col nome “rosso aragosta” per il tipo di smalto usato: nacquero così i grandi vassoi, gli “scudi” da un metro di diametro, servizi da tavolo che gli valsero Il Premio Palladio del 1964, come già scritto. Nel 1964, alla Biennale di Venezia, sempre nella sezione Arti Decorative, gli fu assegnato il I° Premio(ex aequo con Pompeo Pianezzola) per la ceramica. In questo stesso anno ebbe la possibilità di andare in Svizzera con F. Bucci per conoscere M. Macarin ceramista vicino alle ricerche sul gres di B. Leoch, e poi in Danimarca, in Svezia per conoscere centri ceramici e scuole d’arte sull’onda del successo del design scandinavo, e in seguito si recò in Inghilterra per conoscere altre realtà importanti e basilari per il rinnovamento della ceramica. Nel 1966, alla Biennale di Gubbio vinse il I° Premio nella sezione artigianale per il grande scudo in maiolica “rosso aragosta”. In questo anno promosse il centro Italiano Produzioni d’arte, con N. Caruso, F. Bucci, G. Sabadin, R. Bonfanti, S. Marconato, F. Fabbrini e altri, che aveva per scopo il rinnovamento dell’artigianato artistico. Nel 1967 con la consulenza del tecnico novese Ettore Leoni per la parte meccanica mise a punto la prima trafila, macchina che gli consentiva di ideare e ottenere per mezzo di estrusione le prime opere a sezione rettangolare. Il 4 gennaio 1968 le espose per la prima volta a Treviso allo “Studio d’Arte Arturo Martini”. Lo stesso anno partecipò alla XIV Triennale di Milano con 17 pezzi trafilati, tra cui anche il cornovaso, la “forma” forse più˘ rappresentativa di questo ciclo. La Triennale venne occupata nell’ambito delle “manifestazioni” di protesta del ’68; Tasca aderì concretamente, distruggendo tutte le opere che avrebbero dovuto essere esposte. Nel 1972 il Victoria and Albert Museum acquistò un Cornovaso, che è conservato ed esposto tuttora nella sezione Arti Decorative del museo londinese. La giuria internazionale della XV Triennale di Milano dove vi erano esposte ceramiche e plexiglass gli conferì il Diploma di medaglia d’oro per la produzione in metacrilato realizzata dal laboratorio Fusina di Nove su una sua ideazione. Nel 1974 con una trafila di maggiori dimensioni estruse le prime sculture di grandi dimensioni: nacque il ciclo delle “Sfere”, ottenute da un cilindro estruso su una matrice a griglia. Il suo contributo artistico tornò così definitivamente alla scultura vera e propria. Nel 1978 al Simposium internazionale della ceramica di Bassano conobbe la ceramista tedesca Lee Babel con la quale stabilì un sodalizio umano e artistico che lo porterà a frequenti occasioni espositive in Germania e ad interventi sul territorio a Rivarotta, a Fara Vicentino ed a Heilbronn. Nel 1979 lasciò la gestione del laboratorio di via Roberti e si trasferisce a Rivarotta (al confine tra Nove e Bassano) in un edificio seicentesco, già sede di storiche fornaci di ceramiche. Iniziò a restaurare questo importante manufatto, ridotto oramai a un rudere, con un lavoro solitario che si protrarrà per dieci anni. Nel 1980 il Museo Victoria and Albert di Londra acquistò il servizio da caffè prodotto nel 1974 interamente a trafila. Nello stesso anno avrà luogo una mostra collettiva del gruppo di ceramisti alla Fondazione Bevilacqua La Masa, curata da Romano Perusini. Nel 1982 il grande storico dell’arte Giulio Carlo Argan visitò i locali di Rivarotta accompagnato dal direttore del Museo Civico di Bassano Fernando Rigon. Nel 1986 mese a punto una grande trafila verticale per poter estrudere opere di grandi dimensioni. Durante una pausa nei lavori di restauro del manufatto di Rivarotta, eseguì un nuovo ciclo di sculture in grès e in refrattario che espose ad Heilbronn e a Marostica, inaugurando una nuova fase del suo lavoro imperniata sulla valenza espressiva della “rovina” e della deriva. Nel 1989 organizzò con la supervisione storica di Nadir Stringa la mostra di dieci anni di restauri e dei ritrovamenti di Rivarotta, inaugurata da un discorso pubblico dello scrittore Luigi Meneghello. Questo discorso venne stampato col titolo “Rivarotta” dall’editore Moretti & Vitali. Nel 1991 ricevette l’incarico dal Comune di Nove di eseguire una “decorazione” per la mura che costeggia, nel lato sud, l’area dell’ex Manifattura Antonibon (poi Barettoni) in sostituzione di quella da lui stesso eseguita nel 1956 con malte colorate e ormai alterata. Si fabbricò una nuova trafila che consentì di estrudere grandi pannelli e inaugurò un nuovo ciclo di produzione, realizzando 74 elementi in gres monocolore con interventi a smalto, sui quali incise episodi ispirati alla sua storia e a quella del paese: affiancati l’uno all’altro raggiungono la lunghezza del muro di 46 metri. Qualche anno più tardi, questo intervento diede luogo a un lavoro di stampa xilografica realizzato con l’aiuto del figlio Vittore, composto da una cartella di nove tavole iconografiche, di 50 cm x 150 cm, ciascuna. Nel 1993 costruì un piccolo anfiteatro in mattoni sulla collina di Fara. Nel 1995 una riflessione sulle ulteriori possibilità “narrative” delle formelle estruse, conseguenti al lavoro per la mura Antonibon a Nove, portò Tasca ad effettuare nel 1995 e poi nel 1997 una “rivisitazione” del grande affresco del ciclo dei mesi, situato nella Torre dell’Aquila nel Castello del Buon Consiglio di Trento, che gli consentirà di realizzare, con una versione del 1995 e un’altra successiva del 1997, una composizione di 266 formelle 50×50 cm ciascuna, che saranno esposte nella mostra antologica personale dello stesso anno nella Basilica Palladiana di Vicenza, insieme a un nuovo ciclo di sculture trafilate su sezione quadrata. Nel 1998, per lo spettacolo “Bestiario Veneto – L’Orto” di Marco Paolini, su testo di Luigi Meneghello, al Teatro Olimpico di Vicenza realizzò una grande “tarsia ì” scenografica composta da trecento elementi plastici posizionati sul pavimento del proscenio. In scena anche il figlio Saverio che diresse e suonò con altri musicisti le musiche composte per l’occasione. Nel 2000 a Venezia, insieme a Lee Babel con l’aiuto di Pier Carlo Comacchio e di Francesco Pevare, recuperò un gruppo di figure cinesi realizzate in argilla a grandezza naturale, parte di una grande installazione dell’artista Cai Guo-Qiang, presentate nel 1999 alla 48^ biennale veneziana, con le quali vinse il Leone d’Oro, primo premio dell’Esposizione Internazionale di Venezia. Queste statue realizzate per una installazione temporanea e destinate alla distruzione, furono salvate come detto dal Tasca e dalla Babel, colpiti dalla loro straordinaria forza plastica ed espressiva. Furono portate a Nove, e cotte in forno ceramico e trasformate in terracotta dal caratteristico color rosso. Saranno poi esposte a Nove, in Germania e in altri centri. Nel 2001 realizzò una personale a Laveno Mombello curata da Flaminio Gualdoni. Nel 2002 ricevette il premio Cultura Città di Bassano del Grappa Nel 2010 ricevette il premio Antica Arte dei Vasai (II edizione) della Nobile Contrada del Nicchio di Siena. Nel 2019 (gennaio) Alessio Tasca fu presente alla 3^ edizione di “Artigianato&Design”, la mostra di CNA dedicata alla eccellenza artigiana, e diffusa tra le botteghe storiche del centro di Vicenza Nel 2019 (dal 30 marzo al 30 giugno) grande mostra a Nove dal titolo “I piatti graffiti degli esordi 1948-1951” a cura di Elena Agosti e di Nico Stringa, in onore dell’illustre novese. In occasione dei novant’anni di Alessio Tasca e per festeggiarne il compleanno (Nove 1929) il Museo Civico della Ceramica “Giuseppe De Fabris”, in collaborazione con il prof. Nico Stringa, ha organizzato una mostra dedicata alla produzione giovanile dell’artista ceramista: i piatti graffiti realizzati all’incirca settanta anni fa per la Tasca Artigiani Ceramisti (attiva dal 1948 al 1961), quindi quando Alessio non aveva ancora vent’anni e aveva avviato, assieme ai fratelli Marco (1911-1998), Flavio (1933) e con la collaborazione delle sorelle Lucilia (1922-2000), Elda (1920-2017) e Giovanna Maria (1925) una interessante produzione di ceramiche “moderne”. Tra i collaboratori ricordiamo Orfeo Reginato, Mario Perin, Giuliano Viero, Ottavio Dinale, Tranquillo Costa (dalla Locandina dell’Evento). Il 28 gennaio 2020 Alessio Tasca andò in cielo da Heibronn, Germania.

(da vari siti internet quali www.bassano.net, www.theducker.com, www.museonove.it, it.wikipedia.org, www.capitoliumart.it, www.arteconcreta.eu, www.prolocobassano.it, ecc.)

GIANNI VISENTIN 

Questo artista ha firmato  la grande tela della Resurrezione  posta alla fine del presbiterio della Chiesa Parrocchiale

Gianni Visentin è nato a Rosà, in provincia di Vicenza, nel 1939. Assolti gli impegni scolastici e dopo aver svolto molteplici attività per contribuire al sostentamento della famiglia, dotato di una forte inclinazione naturale per l’arte, ha deciso di dedicarsi a questa sua grande passione, coltivata fin dalla più tenera età. Verso i diciotto anni ha soggiornato a Limoges, città della Francia centro-occidentale celebre per le tecniche di lavorazione della porcellana e per gli smalti, al fine di frequentare alcuni corsi che lo hanno introdotto al mondo della ceramica e della modellazione del biscuit. Tra la metà degli anni ’60 e la fine degli anni ’70 è tornato più volte in Francia, entrando in contatto con i circoli culturali e gli ambienti artistici più all’avanguardia di quel tempo. Nel 1972 ha presentato infatti alcune sue opere a Parigi presso il “Salon Art Livre”; nel 1973 si è recato a Deauville, nella Bassa Normandia, dapprima allestendo una personale presso la Galerie Renè Borel, poi partecipando al 24° “Gran Prix International de Peinture de Deauville”. Erano anni nei quali le opere pittoriche avvertivano fortemente l’influenza dell’espressionismo francese, che Visentin riusciva a interiorizzare e personalizzare in realizzazioni dal forte impatto cromatico. I temi prevalenti erano quelli dell’inquinamento ambientale e della denuncia della deriva ecologica. Un impegno artistico per il quale Gianni Visentin ha ricevuto la nomina di Benemerito dell’Accademia Universale Guglielmo Marconi di Lettere, Scienze e Arti di Roma. Nel 1983 ha costituito a Rosà un’azienda, la “Manifattura Richelieu”, fondata con l’intenzione di creare opere in porcellana e ceramica. Contemporaneamente, a latere di questa attività imprenditoriale, assecondava la passione per la scultura che, a partire dagli anni Novanta, diventò per lui quasi esclusiva. Gli ultimi decenni del secolo hanno infatti registrato la creazione di opere monumentali, lavori concepiti con l’intento di lanciare messaggi positivi ai grandi della Terra, per sensibilizzare i potenti (ma anche la gente comune) sui temi cari della spiritualità, della pace, della fratellanza, della famiglia, della salvaguardia ambientale. Nei primi anni Novanta, tuttavia, Gianni Visentin ha vissuto anche momenti di difficoltà economica, dovuti soprattutto alla perseverante volontà di diffondere con l’arte i messaggi in cui credeva fermamente attraverso donazioni di sculture a varie personalità politiche internazionali. Tra queste è doveroso ricordare la più celebre “Libertà nera” commissionata da Giulio Andreotti e donata a Ronald Reagan; Fraternity, destinata a Bush e a Gorbaciov, Vento d’Europa, tutt’ora esposta al Parlamento Europeo di Strasburgo, e La Madre Terra, per il Museo Nazionale di Singapore. Il 13 dicembre 1990 a Gianni Visentin è stato assegnato il Premio Internazionale “Foyer Des Artistes” nell’Aula Magna dell’Università La Sapienza di Roma, con la seguente motivazione: “Per gli alti valori umanitari, di fede, di pace e di fratellanza espressi attraverso le sue opere, dense di una immensa vitalità tali da renderle autentici capolavori viventi”. Nel 1996, dopo la chiusura della “Manifatture Richelieu”, Gianni Visentin ha aperto un suo Studio-Museo a Carpanè, in Valbrenta, dove ha raccolto tutta la sua produzione artistica e dove ha continuato a dipingere e a scolpire, ospitando al tempo stesso mostre personali di giovani autori italiani, proponendo e promuovendo iniziative a beneficio della vallata e aderendo a svariate manifestazioni culturali. In quel periodo ha fondato pure il movimento culturale “Arte Positiva” che, con il manifesto “La Porta” (1997), ha sancito la nascita di una corrente programmatica concepita con lo scopo di proporre un’arte dedicata alla testimonianza dei valori universali da trasmettere alla giovani generazioni. Movimento al quale hanno ben presto aderito anche altri artisti. Gli ultimi anni di attività sono stati caratterizzati da una forte componente spirituale, determinante per la creazione di numerose opere a sfondo religioso. Tra quest’ultime emerge il ciclo “Faville di Luce”, attraverso il quale Visentin è tornato alle suggestioni del suo primo amore, la pittura. L’ultima opera pittorica cui si è dedicato, portandola a conclusione nel 2009, è “Resurrezione” ora collocata nella chiesa parrocchiale di Mussolente (Vicenza). Poco tempo dopo, il 20 settembre 2010, Gianni Visentin è scomparso.

(tratto da “L’illustre bassanese”, n.133, Settembre 2011)

ARMANDO VISINONI 

Questo artista ha realizzato il Crocefisso e il tabernacolo presente in Cripta.

BREVE AUTOBIOGRAFIA DELLO SCULTORE-PITTORE ARMANDO VISINONI (dal 1935 al 1986)

Nacqui a Venezia il 7 maggio 1914. Mia madre, Giuseppina, era una valente maestra ricamatrice e mio padre, Pietro, un attivo panificatore. Avevo appena otto anni quando mi sentii attratto alla pittura. Un mio insegnante volle esporre alcuni miei dipinti in classe sottoponendoli così alla critica degli scolari e all’attenzione di quanti, direttore e insegnanti, venivano a farci visita. Frequentai saltuariamente l’Istituto Statale d’Arte di Venezia, ma dopo essermi recato a Roma nell’inverno del 1939, sportivamente in bicicletta, e dopo avere preso la decisione di stabilirmi nella Capitale, ebbi l’opportunità di essere ammesso in quella Accademia di Belle Arti. Avevo poco più di vent’anni però quando m’iniziai presso un amico (Mario Zennaro) alla scultura. Plasmare l’argilla era per me un vero piacere e presto riuscii ad eseguire figure e ritratti. Il primo ritratto che eseguii fu quello di mia madre – somigliantissimo e fu proprio quello che venne ammesso, insieme ad un mio paesaggio veneziano ad olio, alla Collettiva dell’Opera Bevilacqua la Masa del 1935. Era la prima Collettiva alla quale partecipavo. La scultura divenne, si può dire, la mia principale attività, senza tuttavia tralasciare di dipingere essendo per me il colore parte viva di me stesso. Via via che venivo a conoscenza delle varie tecniche, scoprii l’arte della ceramica che in seguito mi avrebbe dato tante soddisfazioni. I materiali che prediligo sono la terracotta, il legno e il bronzo. lo dunque mi sento scultore e pittore, applicandomi collateralmente alla grafica (puntasecca e acquaforte). Svolgo altresì una certa attività letteraria soprattutto nell’ambito della poesia e della narrativa. Per me l’arte è qualcosa di straordinario che scaturisce dall’anima e la considero un dono prezioso di Dio. Amo il figurativo e dalla realtà colgo in sintesi gli elementi che mi sono congeniali caratterizzando le mie opere di un contenuto poetico ed estetico inconfondibili, mentre le mie ricerche sulla tecnica e sull’espressione, sono sempre state coerenti alla mia personalità. In un articolo a me dedicato nel 1958 così scriveva – tra l’altro – l’On. Prof. Pietro Lizier, noto cultore d’arte: «Armando Visinoni si segnala tra gli artisti veneziani per l’amore sincero e profondo della sua arte, per l’autonomia da ogni formula preconcetta, per l’obbedienza alla propria sensibilità … » E per questo forse, oltre ad essere individualista, posso considerarmi un solitario che ha operato unicamente con le proprie forze senza interventi estranei. Posso anzi ben dire di non essermi mai piegato ai facili e interessati opportunismi, rimanendo fuori delle varie correnti politiche che ho sempre ritenuto incompatibili con gli ideali dell’arte e della cultura. Non mi sono neppure mai affiancato a gruppi o a circoli anche causa del mio «girovagare» da Venezia a Roma, a Milano, poi ancora a Roma e a Venezia e a Città del Messico per ristabilirmi infine nella mia Venezia. Tutto questo mi ha in parte impedito di partecipare alle varie Biennali o Quadriennali. In parte, perché queste Rassegne furono poi aperte soltanto alle correnti d’avanguardia. Debbo anche aggiungere che trovavo di frequente nelle mie manifestazioni qualche ostacolo data la mia libertà di esprimermi.  Durante il lungo arco della mia attività artistica ho incontrato celebri artisti, alcuni dei quali non avevano mai partecipato ai suddetti importanti Consessi d’arte, come – ad esempio – il noto scultore Emilio Panciera di Milano, autore di opere monumentali, che gentilmente mi ospitò nel suo studio durante la mia permanenza in quella città. Del resto non è sempre con la presenza in simili grandi rassegne che si rivelano i talenti, né con l’essere introdotti nel mercato. Appassionati e intenditori non dovrebbero lasciarsi influenzare dalla pubblicità, dove talvolta molta pseudo arte viene purtroppo abilmente esaltata e gonfiata. Con questo io non intendo sopravalutarmi, bensì riconfermare i miei principi etici ed estetici, considerando peraltro quanto sia difficile vivere nel mondo dell’arte e quante delusioni e amarezze esso comporti. Tutto ciò non deve far credere ch’io sia deliberatamente ostile a tutti i movimenti d’avanguardia. Talvolta essi servono a impedire il cristallizzarsi dell’arte in formalismi tramontati. In tal caso però debbono essere rispettati i valori fondamentali, poiché arte è sì fantasia ma è anche espressione di sentimenti e non di forme esteriori vuote di ogni contenuto o addirittura banali. L’artista vero ha il diritto-dovere di operare in conformità a quanto sente e ama, onestamente. Non disgiunto dal mio anticonformismo nel mondo dell’arte, non posso non sottolineare quello della mia vita privata.  Sono orgoglioso di essere – fin dall’età di 18 anni – un convinto vegetariano. E non soltanto per ragioni dietetiche, quanto per lo sconfinato amore per la natura, quindi per il rispetto verso tutti gli esseri viventi, in coerenza con i miei principi di autentica non violenza. Principi questi spesso espressi nelle mie opere, come – ad esempio – nelle mie varie interpretazioni di S. Francesco, nel mio dipinto «Crudele fine del pio bove», nei miei cavalli, nelle mie composizioni d’arte sacra. È sempre stata una mia ambita aspirazione quella di poter solidarizzare con gli artisti e ciò mi ha spinto a organizzare importanti manifestazioni. Negli anni 1947-48, nell’intento di contribuire alla difesa e alla valorizzazione dei principi fondamentali dell’arte e della cultura italiane, fin da allora compromessi dalle nuove mode d’avanguardia, davo vita al M.A.C.1. (Movimento Artistico Culturale Italiano). In quel biennio ebbero luogo numerose manifestazioni: mostre d’arte, conferenze, serate di poesia e concerti d’archi a Palazzo Volpi, alla Scuola Grande di S. Giovanni Evangelista, al Conservatorio «Benedetto Marcello», in collaborazione altresì con la Segreteria della Biennale di Venezia e con l’Associazione Italo-Americana. Non mancarono i consensi da parte di artisti e di cultori, ma non vi fu quell’appoggio «ufficiale» che avrebbe potuto dare al M.A.C.I. una opportuna garanzia di continuità. Nel 1961 fui invitato a ricostituire un Sindacato Artisti: l’Unione Sindacale Artisti Italiani Belle Arti (U.S.A.I.B.A.-U.I.L.) del quale rimasi Segretario regionale per il Veneto fino al 1980. Da quel 1961 svolsi una intensa attività a favore della Categoria, promuovendo – tra l’altro – numerose Collettive a Venezia, Mestre, Rovigo. Tra queste sono da ricordare la Mostra Nazionale di Arti Figurative «Omaggio a Venezia» allestita nel 1969 nella Sala Napoleonica, e quella Regionale del 1971 allestita nelle Sale a pianterreno del Palazzo Ducale. Per molti anni fui designato dai Ministeri della P.I., dei LL.PP. e dall’INAIL, in Commissioni d’arte nazionali per OO.PP. Fui pure Consigliere per la Regione Veneto dell’Ente Nazionale Assistenza Previdenza Pittori e Scultori, Roma. Negli anni ’70 feci parte della Commissione Paritetica per la revisione dello Statuto della Fondazione dell’Opera Bevilacqua La Masa e successivamente dal 1974 al 1980 fui Membro del Consiglio di Vigilanza della stessa Fondazione. Posso affermare di non avere avuto la fortuna d’incontrare il gallerista o il mercante coscienzioso ed amico. Anche per questa ragione non sono mai stato tanto entusiasta per partecipare a certo tipo di Collettive o per allestire mostre personali. Di queste ultime ne avrei potuto allestire molte, viceversa le posso contare sulle dita di una mano e questo forse mi ha nuociuto non poco per quanto riguarda il mio inserimento nel mercato, anche se la critica mi è stata sempre favorevole. Nonostante queste mie reticenze ottenni però qualche premio e qualche segnalazione in importanti mostre. Fui inoltre vincitore in due concorsi nazionali per l’abbellimento di Opere pubbliche, (1963 e 1975). La fortuna poi mi fu benigna quando nel 1964, tramite la segnalazione di un mio valente collaboratore mosaicista, il prof. Amedeo Trotta, fui invitato dall’Istituto Italiano di Cultura a introdurre in una nuova Scuola di Arti Plastiche di Città del Messico, l’arte e la tecnica della ceramica italiana. Quindi presentai al pubblico messicano nel Teatro «Indipendencia» il mio programma didattico e una pellicola a lungo metraggio su Michelangelo concessami dall’Istituto Italiano di Cultura. Durante il mio biennio d’insegnamento ebbi modo di allestire, oltre un’importante Mostra personale, tre interessanti Mostre dove figuravano con successo le opere dei miei allievi eseguite sotto la mia guida. Ho eseguito numerose opere di carattere pubblico e sono presente in parecchie collezioni private. Fin qui, in breve, le mie principali note autobiografiche. Debbo però aggiungere per un debito di riconoscenza, quanto fu proficuo fin dall’inizio della mia attività artistica, l’essere stato spronato da mia madre e successivamente, nei momenti più difficili della mia vita d’artista, dall’affettuoso ed appassionato incoraggiamento di mia moglie Lea. E concludo affermando che non ho mai avuto invidia per nessuno; anzi mi sono sempre compiaciuto dei colleghi meritevoli che hanno ottenuto importanti successi. Viceversa non posso negare la mia riprovazione quando i successi sono assolutamente immeritati. La vita mi ha riservato delusioni e dolori, però posso ben dire di avere lavorato per amore dell’arte col desiderio di essere sempre me stesso senza mai coinvolgermi in certi trasformismi d’avanguardia per me inconcludenti e con l’intento di apportare – in proporzione ai miei mezzi – un valido contributo alla gioia dello spirito.

(dal libro “Armando Visinoni – Scultore – Pittore . Opere, racconti, poesie, aforismi. Presentazione di Paolo Rizzi – Tipolitografia F.lli Liberalato, 1986). L’artista è poi deceduto a Venezia il 9 ottobre 1989.

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NANE ZAVAGNO

E’ l’autore dei mosaici  presenti nella ex-area battesimale della Chiesa dei SS. Pietro e Paolo

Nane Zavagno nacque a San Giorgio della Richinvelda il 29 febbraio 1932. Dopo aver insegnato alla Scuola Musaicisti di Spilimbergo, nella quale si era formato, giovanissimo subentrò a Dino Basaldella, chiamato a Milano, nell’insegnamento di arti plastiche a Udine. Gli ambiti artistici dello Zavagno sono il disegno, la pittura, la scultura e il mosaico. Nel 1962 le sue opere vengono segnalate in Francia dalla prestigiosa “Revue Moderne des arts e de la vie”. Partecipò, insieme a D’Agostino, Perilli, Pomodoro e Radice alle copertine d’arte di “Esso Rivista”. Nel 1982 è tra gli artisti invitati all’Espace Cardin di Parigi. Ha esposto in 26 mostre personali e oltre 100 collettive in vari Paesi, dalle Biennali italiane, a quella internazionale di Venezia, alla Svizzera, all’Austria, alla Croazia, al Perù, al Gran Palais di Parigi, dove le sue opere vengono più volte esposte insieme a quelle di Vasarely, Le Parc, Soto, Demarco. Nel 1996, insieme a Cavaliere, Ciussi e Munari, ha presentato le proprie sculture nel Parco del Castello di Miramare a Trieste. Nel 2001 la Fondazione Mondrian di Amersfoort in Olanda lo ha invitato all’ “Exposite Mondiale Echo’s” dove ha presentato alcune sue creazioni. Molte opere di Nane Zavagno si trovano, oltre che presso la Fondazione Mondrian, in collezioni o collocazioni pubbliche e private, ad es. presso il municipio di La Chartre in Francia, presso la città di San Gallo in Svizzera, in Italia presso i Musei Vaticani a Roma, presso la Galleria d’Arte Moderna di Udine, presso la Galleria d’Arte Moderna e il Museo Diocesano d’arte sacra di Pordenone e in molte altre città e istituzioni.

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pubblicato il 22 marzo 2021

Resto a disposizione per correggere ove necessario o per aggiungere altri dati

MUSSOLENTE – 05 – LA CHIESA PARROCCHIALE SS. PIETRO E PAOLO

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VISINONI ARMANDO – 01 – SCULTORE – PITTORE – VENEZIA 07/05/1914 – VENEZIA 09/10/1989- AUTOBIOGRAFIA

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