N0VE – CITTA’ DELLA CERMICA – 04 – BACCIN GIOVANNI MARIA E LA CERAMICA

BACCIN GIOVANNI MARIA

E LA CERAMICA

in Dizionario Biografico degli itaialiabi – volume 5( 1962)

ottimizzazione di  Vasco Bordiignon

Personaggio di prima inportanza nella storia della ceramica veneta del secolo XVIII  e,in particolare, di quella novese.   

Nacque a Nove (VI) il 15 gennaio 1744.

 L’opera del Baccin, quale artigiano prima ed imprenditore poi, si sviluppa nella seconda metà del Settecento fra il 1765-70 e il 1802) durante il periodo di rinnovamento e di grande tensione  che nasce  quale conseguenza delle audaci iniziative del più notevole ceramista locale di quel Pasquale Antonibon  (II) che  aveva saldamente consolidato la più grande fabbrica novese e del Veneto. 

 Il Baccin, con altri, fu uno di quegli elementi specialmente dotati , che, da operai , divennero capifabbrica e poi , a loro volta, imprenditori, distinguendosi per il vivo ed efficace apporto al processo di necessaria evoluzione che si imponeva sia per quanto riguarda i materiali sia per le invenzioni nelle forme e nei colori. Molto, senza dubbio, giovarono alla formazione del Baccin le aperture acquisite durante la prima avventurosa parte della sua vita, quando entrato nella diaspora degli artisti locali avvenuta intorno  al 1765 su sollecitazione del Cozzi di Venezia (Cozzi Geminiano n. 7-2-1728 – m. tra 1797 e  1798) e di altri concorrenti che miravano a sottrarre operai all’Antonibon , si sposò dal luogo natio verso Venezia.

Poi fu a Padova.  Ciò lo mise a  contatto con le nuove tecniche e con una mentalità certo più elegante ed  aperta di quanto non fosse nel chiuso cerchio paesano, un po’ rustico e, in divertente maniera, arretrato, del comprensorio ceramico delle Nove e di Angarano.

Il processo di aggiornamento  e di adesione a fonti ispirative più  ampie e meno vincolanti diede presto  i suoi frutti, sicché il Baccin , al suo ritorno, dopo un breve periodo, ottenne la fiducia di Pasquale Antonibon il quale ritiratosi nel 1770 dalla attività nel campo delle maioliche, gli concesse, nell’avita manifattura, la direzione di questa sezione della grande fabbrica.

Tre anni dopo (1773) il Baccin  ne iniziò la gestione diretta come affittuario con l’obbligo di non produrre  porcellane: il contratto lo vincolava per 29 anni .

Il 16 gennaio 1773 Pasquale Antonibon si ritira e affida ad uno   dei suoi direttori, Giovanni Maria Baccin, il settore della maiolica al canone di 612 ducati, per 29 anni. Una clausola del concordato lo obbliga a fornire ai proprietari 1200 limoni all’anno della cedrera – a lui ceduta temporaneamente all’orto, al “brolo”, alle cave di terra e al mulino -, 15 libbre di caffè d’Alessandria e altrettante di zucchero fino e di cere lavorate. Tra le onoranze annuali era incluso anche molta maiolica (difettosa): 300 tondi, 30 ”piadenelle” , 14 piatti ”da capponi”, 4 terrine con piatto, 12 “ovadi”, 24 portabottiglie

Nel 1780, riusciva, finalmente, ad ottenere il “segreto” cioè la formula della “terraglia” , in quel momento ricercato, come, nella prima metà  del secolo, quello della porcellana e iniziò, in apposita manifattura, la lavorazione di questo popolare prodotto richiesto dalle nuove e più vaste esigenze di mercato.

La fama del Baccin è proprio legata alle “invenzioni” eseguite in terraglia e specialmente a quegli animali (quasi sempre ad uso di zuppiera)  ottenuti , appunto, con una terraglia molto bianca  e molto leggera, non mancano, tuttavia, nel suo repertorio,  esemplari bellissimi di questi animali in maiolica.

Sia questi, sia quelli, sono ravvivati da colori assai vivaci, campiti con intelligente destrezza, ovviamente ispirati pur nella semplicitazione plastica e decorativa propria ai Veneti, agli esempi precedenti delle fabbriche estere (specialmente inglesi e tedesche).

Già in questo periodo, nonostante la proibizione, a causa del patto suaccennato, di trattare la porcellana (la sezione  a ciò incaricata nella fabbrica Antonibon funzionava dal 1781 sotto la gestione di F. Parolin, che aveva alle dipendenze il fratello del  Baccin, Gerolamo) la personalità del Baccin assume nel campo imprenditoriale  dei ceramisti veneti una fisionomia precisa ed egli raggiunge una posizione di notevole rilievo.

In tutto ciò molto significano due fatti: l’assorbimento (1781) della vecchia fabbrica bassanese Marinoni, acquistata con tutte le giacenze del laboratorio di Angarano e del negozio di Venezia, compresi i pezzi crudi e “biscotti”, oltre naturalmente ai finti, e l’associazione con G.B. Viero (1783). Fatto, quest’ultimo, che gli fornì una specie di espediente , forse, per produrre  porcellana.  

La società durò tre anni  fino, cioè, alla morte del Viero (1786).

 Sta di fatto che la consuetudine con la più  preziosa delle ceramiche  è evidente  nella produzione del Baccin , specie per quanto riguarda l’applicazione delle decorazioni “piccolo fuoco” (muffola) con risultati  di notevole finezza ed eleganza.

In effetti, l’efficienza  della gestione Baccin  corrisponde  , nel 1787 all’impiego  di 3 agenti, 27 pittori, 12 stampatori, 16 fornaci, 13 manovali, 14 donne lavoranti, a casa.  Di questo periodo, in tre anni , l’utile netto fu di ottomila lire.

Un anno dopo la morte di G.B.Viero, il Baccin  consolidò la ragione sociale associandosi con Giuseppe Viero, Andrea Toffanin, un Dal Negro e un certo Menegazzo, mentre nel contempo mandava avanti , in proprio, una piccola manifattura in contrà Maglio Vecchio.

Ma il mancato rinnovo del contratto per la concessione da parte degli Antonibon, tolse, nel 1802, dalle scene della ceramica novese la figura del Baccin .

Il Baccin morì a Nove il 20 aprile 1815.

Il merito precipuo del Baccin  va certamente ricercato nel continuo e disinvolto aggiornamento della vecchia “linea Antonibon” che fu , fin dagli inizi della ceramica novese, il perno su cui poggiavano, in modo concreto, le risorse di tutte le manifatture  di questo tipico comprensorio artigianale.

Oltre alla “invenzione” delle zuppiere zoomorfe, dianzi ricordate, oltre alla adozione della “terraglia all’inglese” (introdotta a Vicenza nel 1780 da Carlo Vicentini del Giglio e per la produzione della quale il Baccin ebbe nel 1786 , il diritto di “privativa”) appare positiva nella sua vicenda  l’utilizzazione delle varianti auliche  e popolari neoclassiche di moda in quello scorcio del secolo.

Tipici di quel momento: l’uso del “ rosso o porpora di Casssio”, l’impegno di forme nuove a rilievo, i “trafori” nell’orlo dei piatti  e delle fruttiere, il decoro o tipo Marsiglia” delle stoviglie con le fiamme a sottile tratteggio di blu o di rosso porpora sulla tesa e la decorazione della rosa , variamente disposta, da sola o in gruppo , al centro.

Per queste caratteristiche, nella storia ceramica delle Nove, è stato possibile individuare un “periodo Bacchin” che comprende l’arco di tempo che va fra il 1770 e 1802 circa ,

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Fonti TRECCANI

OTTIMIZZAZIONE DI VASCO BORDU+IGNON

NOVE – CITTA’ DELLA CERAMICA – 03 – LA PORCELLANA

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NOVE – CITTA’ DELLA CERAMICA – 05 – LA STAGIONE BARONI

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