PERSONE – PISTORELLO GINO – Bassano d.G. 29-01-1923 – 02-09-1998 – 05 – OLTRE LA POESIA – LUCIO ADINOLFI: GINO, IL MIO GRANDE AMICO

PISTORELLO GINO, OLTRE LA POESIA – LUCIO ADINOLFI: GINO, IL MIO GRANDE AMICO

Tra il 2017 e il 2018 ho avuto modo di colloquiare più volte con il signor Lucio Adinolfi, nato a Venezia il 17-10-1929, Bassanese d’adozione. Adinolfi ha conosciuto e lavorato con Gino Pistorello per decenni. La sua memoria e la sua lucidità, nonostante i quasi novant’anni, sono sorprendenti. E’ stato testimone di nozze di Gino, e Pisto a sua volta è stato testimone di nozze di Lucio.

Lucio mi racconta che qualche mese prima dell’8 settembre 1943 a Pisto gli venne tagliava la barba in pubblica piazza (l’attuale Piazza Libertà allora Vittorio Emanuele), vicino all’edicola, da alcuni fascisti a causa delle sue idee liberiste.

Dopo l’8 settembre del 1943, Gino, che si trovava a Bassano del Grappa, si nascose in una casa, presso alcuni parenti, in Angarano. La situazione in cui si trovava, però, con i tedeschi in ogni parte, era assai critica rischiando di venir deportato in Germania. Dopo un breve periodo di latitanza decise di presentarsi al comando fascista che lo arruolò nella divisione alpina Monterosa e inviato in Piemonte. Qui, a Ceva in provincia di Cuneo, venne fatto prigioniero dagli americani. Fu inviato al campo di concentramento di Coltano, una frazione del comune di Pisa, e lì si disperò trovandosi sotto una tenda in mezzo al fango e senza cibo. Per fortuna trovò sostegno da un altro prigioniero di nome Francesco Cavallini di Solagna, che, vistolo così depresso e malnutrito, lo rincuorò e gli offrì parte del suo pasto. Divennero grandi amici e Pisto gli dedicherà una sua poesia (“El vecio alpino”) quando Cavallini in una arrampicata, per salvare un ragazzo, perdette la vita precipitando.

Gino tornò a casa dalla prigionia il 2 novembre 1945. Lavorò per qualche tempo all’esattoria di via Schiavonetti, e quando non lavorava andava in Brenta con la morosa. Forse, ebbe anche un lavoro alla scuola di avviamento professionale (ma non è certo). Sicuramente per un paio d’anni lavorò come decoratore da Uti Fabris porcellane in via Trento.

A sinistra il Reparto Targhe della Smalteria e Metallurgia Veneta (nome ufficiale dell’azienda);
a destra Lucio Adinolfi in attività litografica
Gino entrò alle Smalterie verso novembre del 1949, quindi a 26 anni e andò via nel 1960. Lucio lavorava già da un paio d’ anni alle Smalterie e il suo lavoro consisteva nella realizzazione dei disegni litografici. Gino venne inviato a lavorare nello stesso reparto e in questo ambito il suo lavoro consisteva nell’intagliare in negativo le varie immagini che poi venivano smaltate. Non si rompeva la schiena di lavoro, e qualche volta arrivava al lavoro per ultimo, ma già allora con le sue battute e il suo comportamento era diventato famigliare a tutti.

Lasciate le smalterie nel 1960, Gino e Lucio acquistarono un forno e trovarono un piccolo spazio in angolo Scalabrini (vicino al semaforo). Lucio andava alla sera, finito il lavoro alle Smalterie, e spesso anche al sabato e alla domenica.

due ciotole in rame con smalti: a dx diam 12 cm, a sx diam. 8,5 cm

altre ciotole in rame con smalti ; a sx diam. 9,0 cm, al centro diam. 9,5, a dx diam. 7.5

altri oggetti smaltati. In evidenza a sx Cristo sofferente, lastra in rame con smalti colorati, 12x9x1 cm

ulteriori lavori della loro produzione
La loro produzione consisteva in varie realizzazioni in rame, a foglia d’argento, smalti, colori vetrificabili, ecc. La cottura in forno raggiungeva la temperatura di 850-900 °C. Inoltre scritte pubblicitarie per automezzi, per furgoni. Presentavano i loro oggetti artigianali alle varie mostre del territorio, come quelle a Palazzo Sturm, oppure in occasione di mostre dei soci del CAB (Circolo Artistico Bassanese). Aumentato il lavoro, trovarono un altro edificio, di fronte alla Chiesa della SS. Trinità, dove vi era già un’attività artigianale, quella della ditta Reatto, che produceva pipe in ceramica e palline di terracotta.

Succedeva che il Pisto ogni tanto, al sabato sera, “baraccava” e non andava a lavorare. Adinolfi allora doveva andare a casa e lo tirava giù dal letto, non senza qualche resistenza e qualche farfugliamento.

Cambiarono ancora una volta il luogo di lavoro, e lo portarono vicino all’Istituto Scalabrini, zona barchette, poco distante dal fiume Brenta, dove vi era anche l’Ovattificio Manfrè. Non era infrequente per chi scorreva il fiume vedere il Pisto proteso con canna e amo dal parapetto della strada a pescare qualche pesce… ma non abboccava mai nessuno: l’esca era di … ceramica

Pisto lo si trovava dapprima al bar che vi era davanti al cinema Olimpia, prima sede del CAB, poi spesso lo si vedeva al Pick Bar quando questo divenne la sede storica del Sodalizio.

Negli anni 70 il sodalizio produttivo Pistorello-Adinolfi per motivi lavorativi si scisse in quanto Gino volle aprire in via Ferracina (vicino alla attuale Petri) una bottega per vendere non solo rami e smalti ma anche prodotti ceramici e altro. Restarono comunque in ottima amicizia.

Degli anni 60, nella pienezza della vita, Lucio mi racconta alcuni episodi di Gino.

Pisto era un istintivo. Un giorno si trovava sul Ponte Vecchio e vi era una comitiva di giovanotti padovani, che, un po’ alticci, iniziarono a prendere in giro il Ponte e gli Alpini… Pisto, al sentirli, perse il lume della ragione e menò un diretto sul muso di uno di loro… Vi fu poi un gran trambusto e una grande zuffa. Ne seguì anche un processo, e fu difeso in Tribunale dall’Avv. Sarno che riuscì farlo assolvere, dimostrando che la reazione del Pisto era stata ampiamente motivata dalle ingiuriose provocazioni e offese dei “giovinastri”.

Pisto poi aveva anche una passione per la caccia… Si trattava di tirare agli stornelli (strui) che alla sera si fermavano sui cornicioni della Chiesa di San Giovanni. Una sera – andava sempre di sera per questa operazione – assieme a Federico Bonaldi andarono a caccia di questi strui. L’arma era un flober a pallini. Si ponevano sotto i portici e sparavano alla nuvola di strui che ogni sera giungeva chiassosa per il riposo notturno. Ma, una sera, non si accorsero che c’erano anche i carabinieri. Allora Pisto, vedendoli, nascose rapidamente il fucile sotto il pastrano ma non si accorse che dall’orlo del pastrano spuntava la parte anteriore dello schioppo… I carabinieri lo fermarono e gli chiesero che cosa facesse a quell’ora. Pisto rispose tranquillamente che stava lì per prendere un po’ di aria… fresca! Gli ribatterono; “ Con un fucile?” … I carabinieri gli requisirono il fucile e Pisto fece una notte in cella.

Che paura! Erano stati tutto il giorno a Giavera del Montello, e verso sera presero la via del ritorno: Adinolfi in moto e Pisto in vespa con un certo Sergio Tommasi. Raggiunta Montebelluna mentre stavano percorrendo il viale principale, si trovarono davanti un ostacolo improvviso: era un camion che stava girando verso il loro senso di marcia. La vespa non fece tempo a scansarsi e prese in pieno l’angolo del mezzo. Caddero tutti e due per terra. Tommasi si rialzò subito, ma Pisto no. Rimase a terra privo di sensi. Lo strattonarono, per stimolarlo, per svegliarlo. Nulla. Pisto non dava segni di vita, non rispondeva a nessun stimolo. Lo portarono allora in ospedale e, per fortuna, dopo un po’ riprese i sensi .. Che paura!

Il conte Ricotti Bertagnoni, che commerciava in antichità, abitava a San Giacomo in una villa a ridosso del Col Roigo. Anche lui frequentava il Pick-bar. Era un omone grande e grosso e spesso si dava delle arie da “sgrandesson” … Un giorno si mise a sproloquiare sulle donne prendendo in giro anche la mamma del Pisto, che beatamente stava bevendo la sua ombra di vino rosso. Alle parole indegne del conte, il Pisto, avvampato d’ira, gettò il vino rosso sul viso e sul davanti del conte ghignando “Guardate guardate il conte Bertagnoni, lavato dalla testa ai coglioni!”. E tutti a ridere. Il Bertagnoni non ci vide più e lo denunciò. Dai carabinieri ci fu un confronto. Alla fine si accordarono. Il Conte ritirò la denuncia. E Pisto commentò: “che pecà, l’ombra non la posso tirarla indrio!”.

Gino era molto attivo in centro cittadino, specie alla sera avanzata quando compiva spesso il suo giro su una bicicletta a ruota fissa correndo ad angelo, cioè a braccia tutte aperte senza mai toccare terra: frenava girando all’indietro e ripartiva con un movimento in avanti. Partiva quasi sempre dalla “Corona d’Italia”, quindi Via Jacopo da Ponte, poi Piazza Garibaldi dove accarezzava la fontana Bonaguro, quindi scendeva, passando per il colonnato di Via San Bassiano, sui gradini di Piazza Libertà circumnavigando l’edicola, dalla quale poi proseguiva per il lungo colonnato della Piazza e infine planava in Piazzotto Montevecchio. E Pisto era felice come un bambino neI suo volo tra le varie strutture, che quasi le accarezzava, nelle sue piroette tra le colonne, nel saltellare sbarazzino sui vari gradini Ed era proprio uno spettacolo vederlo giocare con ogni struttura, sempre con le braccia aperte, sempre con sorriso, gridando di qua e di là qualche cosa…

Concludo: anch’io, camminando spesso per la mia Bassano, mi vien da sorridere e mi fermo: mi pare di sentire ancora adesso un vortice d’aria: è lui che ancora passa per le vie, cantando, accarezzando le colonne, sfiorando gli spigoli marmorei, recitando a gran voce la sua “Bassan, çità de vento”.

Le 2 immagini delle Smalterie sono tratte dal libro “La Smalteria e Metallurgica Veneta di Bassano del Grappa nel 25° di Fondazione, 1925 – 1950.

 

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