ZARPELLON TONI (ANTONIO) – C – DISEGNI METROPOLITANI – 1983 – 1989

TONI ZARPELLON – C – DISEGNI METROPOLITANI – 1983 – 1989

di Vasco Bordignon

Durante questo periodo Zarpellon ha raggiunto dapprima Roma  (luglio 1983), poi Venezia (Agosto 1986), quindi si è fermato in “Un Caffè di Norimberga (Gennaio  1989, e poi nello stesso mese  nel metro di Norimberga  e nella Stazione centrale di Monaco, e infine nella Stazione Centrale di Milano.

In questi luoghi ha realizzato una serie di opere pittoriche realizzate su carta nel formato cm 24×32 utilizzando la tecnica della mattita e delle matite colorate.

In questa carellata di immagini sorprende la capacità di Zarpellon di concretizzare e/o visualizzare con pochi tratti persone, ambienti, situazioni varie ……

ROMA

VENEZIA

UN CAFFE’ DI NORIMBERGA

NEL METRO DI NORIMBERGA

STAZIONE CENTRALE DI MONACO

STAZIONE CENTRALE DI MILANO

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PER 100 DISEGNI METROPOLITANI

di Toni Zorpellon Maggio 2009

Nel panorama artistico contemporaneo, si assiste ad un progressivo abbandono della pratica del disegno manuale perché inteso come retaggio di una tramontata civiltà artigianale. In generale è in crisi ogni attività che faccia delle mani il fondamentale strumento di lavoro. I processi di produzione industriale, legati all’effìcientismo tecnologico, hanno rimosso la concezione di un tempo interiore in nome di un tempo dell’orologio. Ciò ha portato a non identifìcarsi più con ciò che si fa, risucchiando l’individuo in uno spazio svuotato di senso con la conseguente superfìcialità delle sue azioni alienate. È la grande crisi di identità che sta attraversando il mondo occidentale industrializzato e consumistico di questo inizio secolo. Per capire ciò basta osservare quanto succede oggi nelle arti visive informate da piccole curiosità prive di tensione progettuale e conoscitiva di ampio respiro.

Da sempre disegno intensamente su fogli di carta di varie dimensioni alternando tale pratica con l’uso di altre tecniche e rnateriaf per rendere visibili le tensioni e le pulsioni provenienti dal mio cervello. L’immediatezza e il piacere fìsico di tracciare “segni” con le matite, i carboni e i pastelli hanno contribuito. in certi periodi, ad accelerare quei passaggi da una fase ad un’altra del mio percorso artistico.

Uno di questi passaggi risale al 1981 con la “Testa Esplosa”: ho preso una delle mie teste disegnate e l’ho tagliata a pezzi. È stato l’abbattere un muro psicologico che impediva la comunicazione con il mondo esterno. Da quel momento ho avvertito la necessità di andare a disegnare fuori dal chiuso dello studio dove fìno a quel momento avevo condotto le mie ricerche visive. Ciò mi ha portato a riflettere su una nuova visione dello spazio e del tempo conseguente al senso di appartenenza alla realtà dopo lunghi anni vissuti dentro ad una sorta di “gabbia artificiale”. Da qui le mie “Crocifissioni dalla Macchina” del 1965 e le successive “Larve Umane”: radicale denuncia delle condizioni di vita inautentiche che l’uomo si è dato e della discesa all’inferno che ciò ha comportato.

Attrezzato di album e matite, ho iniziato a camminare per i sentieri collinari vicini al mio studio per disegnare tutto ciò che si presentava al mio sguardo. Alberi, animali, persone e cose incominciarono ad essere visti sotto una nuova luce in uno spazio-ambiente ritrovato. La “fame di realtà”, intesa come pura “costruzione mentale”, veniva di volta in volta saziata tracciando rapidi “segni” essenziali tesi ad individuare la forma e la collocazione spaziale dei vari oggetti. Gli spostamenti del mio corpo nello spazio, hanno moltiplicato i punti di vista in un gioco visivo infinito. Succederà la stessa cosa alcuni anni dopo con gli interventi nelle “Cave di Rubbio” dove il muoversi nel loro interno rinnova le relazioni spazio-temporali delle immagini plastiche che le abitano. Penso sia per questo motivo che sono diventate una palestra per i fotografi. Il desiderio di esplorare il mondo e la ricchezza delle sue sollecitazioni visive ed emotive, mi ha spinto, dopo la frequentazione degli spazi silenziosi e solitari della natura, a visitare quelli affollati e rumorosi di alcuni grandi centri urbani Roma, Venezia, Milano, Monaco e Norimberga sono le città che negli anni ’80 e in diversi periodi, mi hanno ospitato con i miei album di fogli bianchi e le matite colorate per tracciare rapide annotazioni di luoghi, persone e cose.

Album che ho ritrovato tra quelli contenenti disegni su vari argomenti che numerosi si sono accumulati nel corso degli anni nel mio studio. Rivedendo dopo venti anni e più quelle “tensioni visive”, ho avuto la conferma di come il mio nuovo rapporto con la realtà si sia sviluppato in una crescente apertura verso il mondo esterno partendo da una ritrovata centralità mentale e fisica, la sola che può dare un senso agli “oggetti” nei quali siamo immersi e dei quali facciamo parte.

I fiori di oleandro, le chiese e le fontane barocche, i quadri di Caravaggio nella chiesa di Santa Ma,-ia Del Popolo, una bottiglia sul selciato, le persone che riposano su una panchina, un elefante nello zoo, un ragazzo che si disseta ad una fontana, un ponte, una macchina, i piccioni sono alcune delle emozioni visive che ho provato girovagando per Roma, una città che frequento fin dalla seconda metà degli anni sessanta che in quel periodo era molto viva grazie ai giovani artisti della scuola di Piazza del Popolo.

A Venezia ho avuto la sensazione che lo sguardo si apra e nello stesso tempo si chiuda nell’orizzonte della laguna, oppure si incanali per le “vie d’acqua” con i loro ponti e le loro barche. Mi è sembrato che le persone si muovano in uno spazio e un tempo rilassati, lontane dalla persecuzione delle macchine e dei loro rumori. Uno spazio e un tempo scanditi dai ritmi biologici dei loro corpi che si muovono tra voci umane e calpestii che si rincorrono tra le calli, i ponti e i campi popolati da gatti sornioni e ben pasciuti.

A fianco delle scale mobili della stazione centrale di Milano, ci sono dei piani rialzati che per-mettono una visione privilegiata del viavai delle persone. Ricordo di essermi sistemato con il mio album e le matite su uno di quei piani per cogliere attimi fuggenti, fissi nel tempo, dei gesti e movimenti di chi doveva prendere il treno oppure aspettare qualcuno proveniente chissà da dove.

Anche il cestino dei rifiuti mi ha detto qualcosa sulla condizione umana nell’epoca dello spreco.

Seduto all’interno di un caffè di Norimberga ho disegnato i volti delle persone ai loro tavoli pe,- consumare vari tipi di bevande. Alcune di loro, accortesi che avevo preso di mira le loro teste, volevano acquistare il disegno che le riguardava che poi invece ho regalato. Nei sotterranei del metro della stessa città, lo spazio era agito e reso ansioso dalla ressa di uomini e donne che si affrettavano su per le scale o lungo i binari che sbucavano come serpenti da buie gallerie.

Alla stazione centrale di Monaco dovevo prendere il treno della mezzanotte che mi avrebbe riportato in Italia. Vi arrivai qualche ora prima. Ne ho approfìttato per guardai-mi intorno e tracciare qualche disegno. AI bar qualcuno sorseggiava una bibita, un altro seduto a un tavolo leggeva il giornale con la testa tra le mani.

Mi spostai lungo i binari dove le luci artificiali illuminavano anche il frastuono dei treni che arrivavano e ripartivano. Mi sono inginocchiato sotto una delle lunghe tettoie con il mio album appoggiato sul pavimento per poter meglio disegnare lo spazio architettonico e le persone che mi erano più vicine. Esse mi apparivano immerse nella loro solitudine nonostante si trovassero tra la folla o forse proprio per questo. Ci sono due poliziotti che vengono verso di me per controllare cosa stavo facendo. Mi dicono qualche parola in tedesco che io non capisco, poi si sono allontanati sorridendo.

Siamo nel gennaio del 1989. Nell’ottobre dello stesso anno ho iniziato gli interventi nelle “Cave di Rubbio” che per me rappresentano la rinascita e la liberazione dai condizionamenti della civiltà tecnocratica e dei consumi. La sera del 9 novembre, sempre del 1989, cade il muro di Berlino ponendo fine ad un regime politico totalitario e repressivo. Strana coincidenza con la caduta del mio muro mentale con quello fisico di Berlino, simbolo di un altrettanto muro mentale.

Toni Zorpellon Maggio 2009

 

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