ZARPELLON TONI (ANTONIO) – O – LA CAVA: dall’inizo alla fine

ZARPELLON TONI (ANTONIO) – O – LA CAVA – la sua storia 

a cura di Vasco Bordignon

Rubbio: una cava, un pittore

(ottobre 1994)

Toni Zarpellon racconta come ha trasformato un’area dismessa in un bestiario immaginario, popolato da figure che rappresentano la lotta della vita contro la morte. Nel 1988, nel garage della corriera di via Chiesa a Rubbio, piccola frazione montana di Bassano del Grappa e di Conco sull’Altipiano di Asiago, a 1000 metri circa sul livello del mare, ho allestito una mostra di pittura dove proponevo, assieme ai miei lavori, gli spazi aperti della natura. Fu in quell’occasione dunque, che iniziai a chiedermi se quei massi anonimi di pietra presenti nel luogo potevano, con l’uso del colore, diventare immagini antropomorfe e forme varie raffiguranti un bestiario immaginario. Nei quadri allora esposti nel garage, sentivo il bisogno di collocare la figura umana in uno spazio – ambiente popolato da una moltitudine di altri oggetti. Ma la tela non era più sufficiente, non rispondeva più alla domanda di totalità di spazio che avevo tentato di conquistare anche in mie precedenti esperienze artistiche. Nel 1981 infatti avevo tagliato a pezzi una delle mie teste disegnate nel chiuso dello studio per conferirle l’idea di “esplosione”. Tale gesto significava per me la rottura delle barriere che impedivano la comunicazione con la realtà esterna.  La cava abbandonata mi offriva, per il suo aspetto ugualmente di esplosione, la possibilità di fusione della realtà interiore con quella esteriore, l’incontro dell’energia psichica con la materia preesistente, così da farne riaffiorare le forme in essa contenute.  Ciò che ha determinato le grandi teste antropomorfe e il bestiario immaginario emersi dalle pietre è stato il voler alimentare la fantasia come quando da bambino mi divertivo a “leggere” nelle macchie di umidità dei muri di casa o nelle nuvole in movimento, immagini che mi riconducevano alla realtà quotidiana. Aver avuto a disposizione all’interno del catino della cava un’infinità di pietre dislocate liberamente nello spazio, ha determinato una molteplicità di punti di vista dai quali risultavano imprevedibili soluzioni combinatorie tra i massi stessi. Da queste risultanti nasceva un “quadro” abitabile e mobile, da identificarsi con lo spazio vitale normalmente vissuto dagli uomini. Il gesto estetico diventa perciò parte integrante della vita, dove il tempo trascorre nella piena consapevolezza esistenziale.  AI di là dei consuetudinari concetti di “bello” e di “brutto”, ciò che ha costituito il gesto liberatorio sono state la volontà di ribadire la propria presenza nel mondo e una ritrovata felicità del fare.  Dal 1990, anno in cui ho terminato di dipingere la cava, a oggi, sono oltre centomila le persone che l’hanno visitata e il loro continuo afflusso mi sta riproponendo la questione da sempre dibattuta del ruolo sociale dell’arte. In un periodo in cui assistiamo a un progressivo allontanamento del pubblico dalle gallerie d’arte, luoghi storicamente deputati dove proporre “oggetti estetici”, alla “cava dipinta” di Rubbio sta avvenendo il contrario.  Mi sto chiedendo se il mio bisogno di uscire dalla città ormai assediata da rumori, inquinamento dell’aria e degrado ambientale, non abbia coinciso con il bisogno dell’uomo d’oggi di riscoprire il silenzio e lo spazio aperto della natura per poter riflettere sulla propria identità psico-fisica. Il mio intervento con i colori in questa cava abbandonata, dove quarant’anni fa si estraevano il biancone e il verdello, due pietre tipiche del luogo, non è dovuto al perché un bel mattino mi sono alzato con il mugugno e ho deciso di dipingere le rocce.  Il bisogno di scoprire uno spazio vitale per la mia rinascita psico-fisica era già tutto presente fin dagli inizi delle mie ricerche plastiche e pittoriche. Fin da quando negli anni Sessanta eseguivo TONI ZARPELLON “Crocifissioni” e “Larve umane”, le quali erano il risultato della mia non appartenenza al mondo, derivata dalla convinzione che l’uomo fosse risucchiato dal vortice della civiltà industriale e dei consumi. Ciò che, dopo ventotto anni da quella mia presa di coscienza, si sta clamorosamente verificando. Non è possibile ascoltare la propria voce interiore quando la mente è continuamente bombardata dal frastuono dell’efficientismo tecnologico. E così il nostro corpo, trovandosi immerso nei ritmi artificiali delle macchine, è come se fosse dentro a una sorta di frullatore, sradicato da un concreto rapporto spazio-temporale con la realtà. La “cava dipinta” di Rubbio rappresenta allora il mio urlo “salvi fico” e l’urgenza di contrapporre l’ideologia della vita all’ideologia della morte oggi imperante.  Molti visitatori mi chiedono se l’azione incessante della pioggia, della neve, del ghiaccio e dell’umidità non danneggi, con il passare del tempo, il lavoro eseguito con colori acrilici per uso edilizio. Rispondo loro dicendo che non ho pensato all’eternità quando ho iniziato il mio intervento e che negli anni futuri, finché avrò l’onore di stare in ottima salute, ne farò un atelier permanente, dove trascorrere qualche ora per far evolvere nel tempo un’esperienza che potrà assumere aspetti imprevedibili.  Vicino alla “cava dipinta” ho pulito e animato la “cava abitata” così definita perché ho collocato nel suo interno circa centocinquanta serbatoi di auto di varie forme e dimensioni i quali, grazie a tagli e fenditure ottenuti con scalpelli e sgorbie, hanno assunto via via sembianze umane e animali, deformate dall’angoscia e dalla paura per quanto sta succedendo nel nostro pianeta in questo fine secolo. Oltre a questi due “catini mentali”, sempre nella contrada di via Molaghi a Rubbio, ci sono altre due cave che ho chiamato “laboratorio” perché destinate a chi vorrà fare attività creativa. La prima, a forma di anfiteatro, potrà ospitare gesti creativi come recite teatrali, concerti, lettura di poesie, mostre di pittura e di scultura, dibattiti, pratica di disegno. Nella seconda, dalla forma cubica vuota, si invitano le persone a riempire quel vuoto con la propria immaginazione, capacità della nostra mente di dare senso alla vita e al mondo in cui viviamo. Dalla rivista: “Qui Touring” ottobre 1994

Mie le immagini del 2015 sia della Cava dipinta che  della Cava abitata,

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TONI ZARPELLON: ARTIGIANO DELLA MENTEE

RIFLESSIONI DOPO LE “CAVE DI RUBBIO”

9 GIUGNO 2021

 E’ dal primo gennaio del 2018 che ho concluso la mia esperienza delle “Cave di Rubbio”. Lavoro che è iniziato nell’autunno del 1989 e che mi ha tenuto impegnato per ben 28 anni. Ciò che ho fatto è ben documentato dai cataloghi e dalle varie pubblicazioni su riviste, giornali e mensili di vario genere.Con la chiusura e l’abbandono delle “Cave di Rubbio” ho vissuto uno strappo psico-fisico lacerante. E’ come se fossi stato catapultato in una nuova dimensione spazio-temporale dalla quale iniziare un nuovo percorso di vita.Ho tagliato il cordone ombelicale che mi teneva legato e quindi dipendente ad una sorta di grembo materno protettivo e rassicurante rispetto al resto del mondo. Dall’alto della montagna lo contemplavo come qualcosa di estraneo da me. Il ritorno al mio studio,la solitudine che ho provato dopo lunghi anni di comunicazione con migliaia di persone, mi ha imposto di rivedere il mio modo di concepire l’arte e il suo ruolo sociale.  Dopo i miei interventi nello spazio aperto della natura, ho dovuto incominciare tutto da capo, disegnando nello spazio di un foglio bianco di carta. Un radicale capovolgimento e ridimensionamento che mi ha imposto di ripensare la destinazione dell’oggetto artistico. Esso deve diventare parte integrante della vita delle persone entrando nei luoghi dove esse abitano. Quindi dalle cave abitate alle case abitate. Non che questo non fosse avvenuto avvenuto anche prima, ma ora deve diventare una scelta definitiva. Di una cosa sono certo: i grandi cambiamenti interiori. e il conseguente canbiare il punto di vista sulla realtà del mondo, passano attraverso nr-ì s ì profonde procurando smarrimento e angoscia da mettere in discussione il senso stesso della vita. Capisco la disperazione di tanti artisti che difronte alle crisi e alla solitudine che ne consegue, hanno abbandonato le proprie ricerche visive. La mente, che è un prodotto del nostro cervello, può giocare strani scherzi. E’ una vita ormai che mi interrogo sulla sua continua evoluzione in una alternanza di chiusure e aperture alla ricerca di qualcosa che sempre sfugge. Un qualcosa che mi dia la certezza di essere consapevole di me stesso. Tutto il mio percorso artistico a partire dalla “Crocifissione dalla macchina” del 1965 sta lì a dimostrarlo. Ebbene! l’ultimo passaggio estetico-esistenziale è avvenuto con la chiusura e l’abbandono delle “Cave di Rubbio”.  Ricominciare in che modo e da dove? Dalla centralità del mio corpo nello spazio dopo anni in cui l’ho vissuto come un elastico teso come nel letto di Procuste. Lentamente sta ritorando in sè eliminando tutti i tentacoli che lo tenevano dipendente al mondo esterno. Sento il bisogno di silenzio e di rilassamento emotivo per riscoprire i rapporti umani in un dare e ricevere senza ricatti o pressioni paralizzanti. Ho profondo rispetto e gratitudine per tutti coloro che nel corso degli anni hanno scritto e parlato del mio lavoro: critici d’arte, filosofi, poeti, giornalisti che da formazioni culturali diverse si sono interessati alle mie ricerche visive interpretandole. Penso che siamo cresciuti insieme parlando e discutendo di arte, della condizione umana in un periodo storico come il nostro per certi versi cosi inquietante. Il potere della parola è immenso e può decidere il successo o meno di un artista. Ma un’opera d’arte ha suo valore intrinseco al di là che se ne parli o no. Tuttavia ogni cosa è destinata ad essere giudicata dalla nostra mente come atto di libertà e quindi di conoscenza. C’è da dire che se l’oggetto da giudicare non ha una sua autonomia, diventa alienato dal giudizio. Se non ha una sua identità e dignità da contrapporre al giudizio stesso che varia quante sono le menti giudicanti. Piano piano mi sto immergendo nella voragine del mio vissuto. Un vissuto nel vortice di esperienze tese alla scoperta di qualcosa all’esterno da me e che ora mi sono chiare nell’essere state di una delirante vitalità. Esperienze vissute come un errante nello spazio e nel tempo altrove sfiorando persone e cose svuotate della loro consistenza oggettiva. Questo viaggio immaginifico si è concluso con le “Cave di Rubbio” facendomi toccare terra e sentirmi parte integrante della fisicità e realtà del mondo. Che piacere rivedere con mente autonoma le cose e le persone vicine a me chiamandole per nome e ristabilire un rapporto di comunicazione autentica. I mezzi di comunicazione di massa vomitano in quantità inaudita informazioni e immagini prive di concretezza. Sono fantasmi che si impongono ma che svaniscono rapidamente senza lasciare traccia di sè alimentando vanagloria e illusione di notorietà che si trasformano in frustrazione e solitudine. Sul davanzale delle finestre e in altri posti del mio studio, si trovano dei vasi da fiori di diverse dimensioni. Essi contengono ciclamini, margherite, gerani, viole ecc. e piantine con foglie sempre verdi. Non che in passato non li avessi visti assieme ad altri oggetti ma ora li rivedo con uno sguardo nuovo, più consapevole. Ricominciare in che modo e da dove? Dalla centralità del mio corpo nello spazio dopo anni in cui l’ho vissuto come un elastico teso come nel letto di Procuste. Lentamente sta ritornando in sè eliminando tutti i tentacoli che lo tenevano dipendente al mondo esterno. Sento il bisogno di silenzio e di rilassmaento emotivo per riscoprire i rapporti ani in un dare e ricevere senza ricatti o pressioni paralizzanti. Ho profondo rispetto e gratitudine per tutti coloro che nel corso degli anni hanno scritto e parlato del mio lavoro: critici d’arte, filosofi, poeti, giornalisti che da formazioni culturali diverse si sono interessati alle mie ricerche visive interpretandole. Penso che siamo cresciuti insieme parlando e discutendo di arte, della condizione umana in un periodo storico come il nostro per certi versi cosi inquietante. Il potere della parola è immenso e può decidere il successo o meno di un artista. Ma un’opera d’arte ha un suo valore intrinseco al di là che se ne parli o no. Tuttavia ogni cosa è destinata ad essere giudicata dalla nostra mente come atto di libertà e quindi di conoscenza. C’è da dire che se l’oggetto da giudicare non ha una sua autonomia, diventa alienato dal giudizio. Se non ha una sua identità e dignità da contrapporre al giudizio stesso che varia quante sono le menti giudicanti. Piano piano mi sto immergendo nella voragine del mio vissuto. Un vissuto nel vortice di esperienze tese alla scoperta di qualcosa all’esterno da me e che ora mi sono chiare nell’essere state di una delirante vitalità. Esperienze vissute come un errante nello spazio e nel tempo altrove sfiorando persone e cose svuotate della loro consistenza oggettiva. Questo viaggio immaginifico si è concluso con le “Cave di Rubbio” facendomi toccare terra e sentirmi parte integrante della fisicità e realtà del mondo. Che piacere rivedere con mente autonoma le cose e le persone vicine a me chiamandole per nome e ristabilire un rapporto di comunicazione autentica. I mezzi di comunicazione di massa vomitano in quantità inaudita informazioni e immagini prive di concretezza. Sono fantasmi che si impongono ma che svaniscono rapidamente senza lasciare traccia di sè alimentando vanagloria e illusione di notorietà che si trasformano in frustrazione e solitudine. Sul davanzale delle finestre e in altri posti del_mio studio, si trovano dei vasi da fiori di diverse dimensioni. Essi contengono ciclamini, margherite, gerani, viole ecc, e piantine con foglie sempre verdi. Non che in passato non li avessi visti assieme ad altri oggetti ma ora li rivedo con uno sguardo nuovo, più consapevole. Un flusso di nuova energia ha iniziato a sprigionarsi dalla mia mente. Energia resa visibile disegnando manualmente usando le matite colorate in attesa di altre tecniche di volta in volta necessarie per meglio dire ciò che si agita dentro di me. Guardando negli abissi del mio vissuto, ricordo gli anni della mia infanzia, della mia adolescenza. Gli anni trascorsi nelle istituzioni pubbliche prima come allievo poi come insegnante. Di molte persone conosciute mi sono rimasti impressi i loro volti, i loro comportamenti. Di altre vaghe ombre fugaci e indistinte. E poi le tante mostre dei miei quadri, disegni e sculture ansioso di consensi e riconoscimenti. Scontri culturali, polemiche, invidie, ostracismi, tradimenti, successi, crisi, entusiasmi e tanta fatica per muovermi in terreni insidiosi resi asfittici da più interessi dove ognuno deve dettare le proprie condizioni in un continuo gioco al massacro più che a reciproci riconoscimenti. Come ogni storia, anche la storia dell’arte è fatta di violenza e terrore e chi riesce ad imporsi acquisisce potere e con esso successo e denaro. In tutti questi anni ho viaggiato molto visitando alcune grandi città italiane ed europee. Ho avuto modo di vedere collezioni pubbliche d’arte antica e moderna. Grandi maestri del passato naturalmente tutti morti e pochissimi quelli moderni ancora in vita. Possibile che si celebrino solo i morti? Forse perchè non possono più ribellarsi alla stupidità dei giudizi nei loro confronti? Chilometri di tela dipinta, montagne di marmo scolpito, tonnellate di bronzo fuso, migliaia di oggetti costruiti con vari materiali; il tutto mi passa davanti come un olimpo di divinità alcune mitizzate e adorate altre insignificanti e noiose.  Innamoramenti giovanili vengono rinnegati, si rovesciano i giudizi di valore. In questo periodo vorrei lasciarmi alle spalle tutta la cultura accumulata per liberarmi dalle incrostazioni che si sono formate e depositate nel mio cervello. Certo! la cultura mi ha aiutato a crescere, a plasmare una coscienza critica riguardante i linguaggi dell’arte e non solo con il rischio però di impedirmi di trovare il mio. Ora, ricordando tutto ciò che ho vissuto, mi aiuta a svuotare il cervello da tutti i condizionamenti subiti per fare emergere la mia quintessenza. Lo spazio si sta riempendo del tempo facendolo dilatare in una luce sempre più intensa dove gli oggetti trovano il loro posto senza più confliggere tra di loro. Tutto ciò è il risultato di un processo di chiarificazione interiore dove il dentro e il fuori si fondono in una nuova energia positiva.  Che difficile stare bene con se stessi e dare un senso e consapevolezza alle nostre azioni nella costante interazione con le persone e le cose! Ciò implica autonomia di giudizio e capacità di discernimento. Dopo lunghi anni di frenetico e drammatico lavoro di ricerca visiva, sto rivedendo e mettendo in discussione il modo in cui ho vissuto il mondo dell’arte e della cultura. Un modo che doveva concludersi con il giro di boa delle “Cave di Rubbio” con il conseguente mutamento antropologico nello scoprire una nuova dimensione mentale e fisica. Penso ciò derivi per aver tagliato tutti i tentacoli che mi tenevano dipendente al mondo esterno. Proporsi e non vendersi è il modo più corretto per rendersi visibili affinchè gli altri possano o meno aderire e riconoscere le proprie idee. In tutti questi anni ho esposto i miei quadri e disegni in molte mostre personali e collettive con l’urgenza di comunicare con le forme e i colori. Linguaggio che si è evoluto con estrema coerenza sia pur nella varietà delle tecniche usate che nelle soluzioni linguistiche. Alcuni miei lavori fanno parte di collezioni pubbliche e molti appartengono a collezioni private che si sono formate fin da quando ho cominciato a farmi conoscere. In questo periodo di solitudine e silenzio rivedo tutte le mie inquietudini, tutto l’affanno angoscioso per ribadire la mia presenza nel mondo convinto che l’arte potesse dare un significato alla vita e contribuire a migliorare la società. Sono stanco di vedere il male che regna nel mondo, per le barbarie compiute dall’uomo, per la cecità mentale con cui egli agisce. Sarà mai possibile una nuova rinascita come inno alla vita? Penso sia l’unica alternativa che rimane per non cadere nel baratro sempre più profondo dal quale non riuscire più a riemergere. Negli ultimi 70 anni si sono succedute in un drammatico conto alla rovescia, correnti artistiche e mode culturali dove ognuna pretendeva di avere la risposta risolutiva al problema del linguaggio visivo come bisogno collettivo. Si è creato un sistema dell’arte che ha avvolto nelle sue spire artisti, critici, galleristi, collezionisti e comunicatori mediatici. Un attivismo delirante per restare a galla ma che già da tempo manifestava stanchezza per essere consapevole di aver perso il collegamento con la cultura in generale e diventare pura autoreferenzialità. In questo periodo penso ai miei quadri, disegni e sculture che si trovano nelle varie collezioni formatesi negli anni. Sono “oggetti significanti” che documentano i vari momenti del mio itinerario artistico. Essi parlano del mio linguaggio che può essere interpretato in vari modi. UN’OPERA d’arte se è tale deve stimolare il giudizio come atto di libertà. Ogni fruitore reagisce in rapporto alle emozioni che l’OPERA può suscitare siano esse di adesione o di repulsione. La critica d’arte, una volta ricevuta l’informazione visiva, la razionalizza per tradurla in un giudizio di valore. Oggi mi sembra si muova con più prudenza nel formulare tali giudizi. Nella maggior parte dei casi si limita a registrare le esperienze estetiche con intenzioni cronachistiche più che storicizzanti. Se è vero che la storia cammina sulle gambe della cronaca, è anche vero che i fatti di cronaca devono decantarsi per riuscire a capire sotto le Forche Caudine del tempo se hanno contribuito all’evoluzione del sapere umano. Un continuo fuoco d’artificio amplificato dai media, si traduce in un rumore assordante dove è difficile individuare punti fermi di riflessione intorno a cui far crescere un rinnovato sguardo sulla realtà del mondo. Si continua a muoversi sul già detto e il già fatto che trattiene e immobilizza. La grande crisi economico~sanitaria causata dalla pandemia sta intaccando, oltre il sistema dell’arte, anche le certezze del trionfalismo industriale e consumistico già, in discussione per le conseguenze nefaste sull’ambiente. Il ricorso sempre più accelerato allo sviluppo tecnologico quale panacea per tutti i mali, sta costringendo l’uomo a vivere in uno spazio sempre più artificiale. Per tutti questi motivi sembra sia finita un’epoca e con essa anche il concetto stesso di estetica come scienza dell’espressione. Nella storia sono stati i grandi capovolgimenti politico-sociali che hanno imposto agli artisti di rinnovare il linguaggio visivo. Piccoli gruppi di avanguardia che hanno anticipato i tempi osteggiati dai passatisti e dal consolidato potere accademico e istituzionale. Da sempre mi sono trovato a confliggere con un mondo e una società che non mi piaceva. Dove il rischio di essere omologato mi ha imposto una resistenza e una deliberata marginalità per evitare una ipocrita pacificazione in cambio di onori e vantaggi economici. E questo per trovare dentro di me le ragioni del mio lavoro. Finora solo in questo modo ho potuto dare il meglio in una costante tensione verso l’assoluto che vuol dire sciolto da ogni legame.  Mi guardo indietro nel tempo e penso alle tante persone conosciute per vari motivi e in occasioni più disparate. Sono state loro, nel bene e nel male a darmi conferma di esserci in un costante rapporto dialettico a volte aspro e conflittuale, altre volte cordiale e collaborativo. Chi fa attività pubblica come l’artista che espone i propri lavori, è consapevole di entrare nell’arena che è il campo di battaglia dove si confrontano e si scontrano vari contendenti ognuno dei quali cerca di difendere e imporre le proprie convinzioni o presunte verità. In tutti questi anni ho allestito e gestito le tante mostre fatte in varie città. Trasporto dei lavori in macchina o con i corrieri che mi hanno sempre creato problemi per quanto riguarda la puntualità delle consegne. La stampa dei relativi inviti, delle locandine e dei numerosi cataloghi. Continui viaggi diurni e notturni per prendere visione degli spazi espositivi che avrebbero dovuto ospitare le mie opere. E poi l’incontro con i critici d’arte, con i giornalisti e i media in generale. E’stato un lavoro massacrante vissuto con l’ansia di far conoscere le mie ricerche, di propormi per ottenere riconoscimenti o sperare in qualche articolo o recensione sulla stampa. Il tutto accompagnato da una strana solitudine mitigata dall’attenzione di qualche amico o persona via via conosciuta con la quale ho avuto un intenso scambio culturale. E adesso?  Mi ritrovo in studio con centinaia di quadri, disegni e sculture. Che cosa ne faccio? Dovrei venderli affinchè ogni acquirente li appenda nelle pareti della propria casa. Ma se nessuno li vuole? Potrei regalarli come a volte ho fatto. Ma il vero riconoscimento per un artista è quando viene pagato per quello che fa e che dà perchè anche lui deve vivere con tutto ciò che ne consegue. Inoltre deve procurarsi, pagando, tutto ciò che gli serve per potersi esprimere. Troppe persone vedono il lavoro di un artista come qualcosa di “inutile”, che non serve, che se ne può fare a meno perchè non da risposte ai bisogni materiali. Senza capire, o meglio lo capiscono senza ammetterlo, che l’uomo non è solo un tubo digerente ma una complessa fusione di materia e spirito, che la materia ha un’anima. E l’arte ha il compito di rendere visibile questo aspetto imprescindibile dell’uomo. Mi sono sempre chiesto come mai i bambini imparano prima a disegnare che a scrivere. Per lo stesso motivo mi chiedo come mai l’uomo delle caverne ha dipinto sulle pareti rocciose prima di scoprire il linguaggio della scrittura. Il problema non cambia. E’ la necessità di oggettivizzare i “fantasmi” della propria mente per meglio conoscersi prendendo coscienza del senso dell’esserci dove anche la fisicità del proprio corpo acquista significato vitale.  Il computer e la stampante 3D, gli algoritmi e l’intelligenza artificiale legata ai robot sono la nuova frontiera tecnologica sempre più invasiva a cui fanno ricorso molte attività umane al fine di rendere più efficiente e razionale il lavoro. Sembra un processo irreversibile nella convinzione che l’uomo farà sempre meno fatica mentale e fisica sostenuto da precisi calcoli economici nel valutare costi e benefici.E’ vero che la tecnica nel corso dei secoli ha permesso all’uomo di fare cose meravigliose, ma è anche vero che oggi si sta trasformando in potere tecnocratico che non accetta mediazioni o essere messo in discussione. Consapevole di ciò io rivendico e difendo la mia libertà di ricerca visiva usando tecniche e strumenti artigianali dove il tempo e lo spazio sono vissuti come pure categorie mentali per una possibile rinascita e uscire dall’inferno di questo drammatico periodo storico. Per questi motivi mi considero un artigiano della mente come mi hanno già definito. Non si tratta quindi di un atto nostalgico nei confronti di una civiltà artigianale soppiantata da quella industriale. Si tratta semmai di rianimare i sensi e i ritmi biologici del corpo umano dopo che questi sono stati bloccati e mortificati dalla razionalità asettica dell’efficientismo ipertecnologico. Riscoprire l’umidità della vita e con essa la consapevolezza della morte, significa riconoscere il proprio limite affinché la vita possa continuare sul pianeta Terra.

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